Ecologia induista, l’interconnessione nel Tutt’Uno

Pubblichiamo l’intervista di a Gloria Germani, pubblicata anche su pressenza.com. La decrescita, in uno dei due suoi aspetti fondamentali, mira a ristabilire l’ecologia, ovvero un giusto rapporto con l’ecosfera. Può essere utile studiare come grandi civiltà ( l’induismo e il buddismo) hanno concepito il rapporto con essa. In questo articolo ci soffermiamo sull’ecologia induista.

Nell’immagine è raffigurato Ganesh, Dio della seggezza (foto da pressenza.com)

 

PRIMA PARTE

Rifaccio una domanda già fatta: l’induismo ha sviluppato una visione ecologica o è la visione ecologica che è parte integrante dell’induismo? Si può parlare di induismo ecologista o di ecologia induista?

Credo che il continente asiatico da millenni abbia pensato in termini di relazioni, di interconnessioni. Ha cioè sviluppato ciò che noi – con una prospettiva settoriale e “scientifica” – chiamiamo ecologia. Quindi mi sembra molto azzeccato parlare di “ecologia induista” e guardare a questa cultura millenaria per avere delle guide per il nostro difficile tempo. Una piccola precisazione: il termine Hinduism è stato inventato dagli Inglesi nell’Ottocento per nominare una tradizione culturale, ancora vivissima, che affondava le sue radici nell’antichità. Nei suoi tratti essenziali, questa civiltà molto colta era già sviluppata nel 3 millennio a.C. o forse prima. L’induismo è un insieme di credenze vibranti, niente affatto dogmatico. Per descriverlo, preferisco prendere a prestito un brano di Tiziano Terzani che – secondo me – descrive l’essenza dell’induismo meglio di centinaia di manuali sull’argomento: «L’India, a meno di odiarla al primo impatto, induce questo senso di esaltazione: fa sentire ognuno parte del creato. In India non ci si sente mai soli, mai separati dal resto. E qui sta il suo fascino. Alcuni millenni fa i suoi saggi, i rishi, ‘coloro che vedono’ ebbero l’intuizione che la vita fosse una. Questa esperienza, rinnovata di generazione in generazione, è il nocciolo del grande contributo dell’India all’incivilimento dell’uomo e allo sviluppo della sua coscienza. Ogni vita, la mia e quella di un albero, è parte di un tutto dalle mille forme che è la vita. In India questo pensiero non ha più bisogno di esser pensato. È nel comune sentire della gente. È nell’aria che si respira».1

Quando, per la prima volta, ho messo piede in India, ormai 30 anni fa, ho provato esattamente questo. Non c’è stato bisogno di nessun libro, nessuna conferenza. La certezza della non-dualità era per le strade, tra la gente, nell’inscindibilità della bellezza sublime e della bruttezza, nell’inscindibilità della vita e della morte, nell’impermanenza di tutto; tutta la vita è una.

Quali sono le differenze tra ecologia induista e buddhista?

Non ritengo che ci siano differenze sostanziali tra le due forme di ecologia: induista e buddista. Dobbiamo ricordare che il messaggio del Buddha si innesta intorno al 2.600 a C. come una riforma dell’induismo ma ne conserva, com’è naturale, lo schema di pensiero, l’interpretazione essenziale della Realtà. Molti dei concetti rimangono i medesimi.2 La concezione del tempo non è lineare (come per noi) ma circolare, e presente, passato e futuro non hanno il valore che hanno per noi. Il progresso non è lo scopo delle azioni umane, visto che tutto si ripete e l’avanzare è considerato insignificante, come le folate del vento. Per entrambi, la realtà percepita dai sensi non è presa per vera, non è la Realtà Ultima, anzi, è maya: illusione, il seducente potere che crea l’illusione della solidità delle cose. Per ambedue non esiste una separazione tra ciò che è psichico e ciò che è fisico, perché – come ci sta insegnando oggi la fisica – sono entrambi formati da energia vibrazionale. Ogni cosa sia esterna che interna non è permanente, non è una sostanza, ma un aggregato di energia che si forma e si dissolve in continuazione, interagendo tra e con tutto il resto, e non permane mai. L’induismo parla di questa Realtà ultima della vita come “pienezza” (purnam) mentre il buddismo la nomina come “vuoto” (sunyata), ma è una questione meramente terminologica perché sia la pienezza che il vuoto sfuggono all’attitudine logico-linguista, non si fanno racchiudere dalle parole o dal ragionamento. E di questo tanto induisti che buddisti sono ben consci. Infatti è proprio per questo che danno tanta importanza alla meditazione, allo yoga, come una pratica che permette di andare oltre la mente e sperimentare l’essenza della vita. Per ritornare all’ecologia, essa è una conseguenza evidente e semplicissima. Se capisci che tutto è Uno, oppure – in termini buddhisti – se capisci davvero l’origine interdipendente di tutte le cose, non puoi che essere molto rispettoso ed attento verso l’ecosistema, verso il cosmo intero. Esseri senzienti, animali, vegetali, minerali fanno parte di un unicum che è la vita. Non ci sono differenze.

Cosa si intende, nell’induismo, per “logica cosmica” (Sanathana Dharma)?

Sanathana Dharma è la maniera in cui gli abitanti dell’India chiamano la loro cultura, l’induismo. È la legge, l’ordine eterno, la verità che permane. Dharma è una parola non facilmente traducibile. Viene dalla radice sanscrita “dhri” che significa “sostenere”, o “ciò che è integrale a qualcosa” (il dharma del fuoco è il suo essere caldo). Quindi il Sanathana Dharma è ciò che conduce alla vera essenza dell’universo e, allo stesso tempo, lo mantiene in esso. Stando così le cose, è chiaro che per la cultura indù non c’è nessuna ansia di progresso. La filosofia, l’ “amore della saggezza” non è quel susseguirsi di idee, una che nega l’altra, che ci insegnano a scuola e all’università (su indicazioni di Hegel), una sorta di autostrada dove l’ultimo in ordine di tempo si mette sul podio del Più Vero e del Più Bravo. Di nuovo, devo prendere a prestito le parole del mio maestro Terzani: “In India tutti sembrano saperlo. La filosofia qui non è una forma di ginnastica, non è il monopolio dei colti, non è riservata alle accademie, alle scuole. La filosofia in India è parte della vita, è il filo di Arianna per cui uscire dal labirinto dell’ignoranza. La filosofia è la religione grazie alla quale gli indiani contano di raggiungere la salvezza che nel loro caso è conoscenza. Non la conoscenza “utile”, quella per manipolare, possedere, cambiare, dominare il mondo (la scienza non è mai stata il loro punto forte); bensì, come dicono i testi sacri, “quella conoscenza che una volta conosciuta, non lascia più niente da conoscere”: la conoscenza di sé”.3 Queste non sono parole ad effetto, ma Terzani tocca con molta precisione l’essenza della filosofia della Non-dualità Advaita Vedanta, che è il cuore eterno, il Sanathana Dharma della cultura indiana, in contrapposizione al pensiero moderno occidentale, che è sempre scienza dell’utile, sapere utilitaristico. Torneremo su questo dopo, per ora vorrei sottolineare come Gandhi si ritenesse un indù sanathani, cioè, fosse completamente allineato con questa visione del mondo che permea l’India da millenni. La sua dottrina della nonviolenza (sia nei confronti dei nemici, sia nei confronti della Natura) è incomprensibile senza questa visione filosofica.

Per capire meglio in che cosa consista, occorre richiamare la prima e più importante distinzione fatta dagli indù: quella dei quattro fini della vita.4 Il primo scopo è artha, che significa “cosa”, ma anche “l’interesse”, “il proposito” che sempre guida l’agire umano e, in modo più concreto: l’ottenimento della ricchezza e il possesso di beni materiali, la prosperità e il successo. Il suo ambito riguarda la sfera dell’economia, della politica, della diplomazia. Accanto a questo c’è il secondo scopo: kama, l’amore e il piacere, il bisogno affettivo e la sua soddisfazione, la realizzazione dell’unione tra due persone, la sessualità, il potere della generazione. Il terzo scopo è il dharma, che comprende tutti i doveri etici considerati dal punto di vista del bene comune e rappresenta un naturale freno ai primi due scopi. Dharma riguarda perciò le usanze, le norme di comportamento, le virtù, la giustizia, la misericordia, l’imparzialità. Per noi occidentali, i primi tre scopi esaudiscono tutto quello che viene sperimentato nel mondo. Ma la tradizione indiana individua accanto al trivarga (il gruppo dei tre), un quarto scopo, che si pone come rivoluzione degli altri tre. È chiamato moksha: liberazione, libertà, ma anche distacco, realizzazione, riposo, felicità. Conoscendola, si diviene saccidananda, un insieme di essere, coscienza, beatitudine, in uno stato di chiara presenza al di fuori del tempo. Tutta la civiltà indiana ha questo fulcro: raggiungere lo stato in cui si abbandona l’egotismo, il mondo illusorio della materia e dei possessi, quando il nostro essere profondo si dilata fino a fondersi con l’essere cosmico. È importante sottolineare per il pubblico occidentale, che la filosofia indiana non è un’astrazione dal mondo, una spiritualità staccata nell’empireo, tutt’altro. Solo dopo aver realizzato e portato a compimento i primi tre fini – cioè dopo aver realizzato pienamente la propria affettività, la propria progettualità, e rispettato i propri doveri relazionali verso la comunità e i beni comuni, allora, e solo allora, si può accedere al moksha, alla vera libertà, alla vera felicità.

Per aiutare in questo compito arduo e progressivo, il Sanathana Dharma, prevede che la vita di ciascuno debba essere scandita da quattro fasi o Ashrama. Il primo stadio è Brahmācarya la fase del discepolo, colui che deve apprendere, attendere e servire il suo guru; il secondo è quello del Grihastha, il padre o la madre di famiglia, che si impegna nel trivarga e consegue la propria realizzazione matrimoniale, sociale ed insieme etica. Il terzo è quello del ritiro nella foresta per meditare, Vanaprastha, in cui l’uomo e la donna, una volta che i figli sono sposati, abbandonano tutte le ansie del mondo e si ritirano nella foresta per meditare. Infine c’è lo stadio del rinunciante, Saṃnyāsa, della ricerca individuale della saggezza ultima, per squarciare il velo dell’ignoranza che ci avvolge. Il moksha è per gli ultimi due stadi, non per il primo e il secondo.5

Da molti anni sei una seguace dell’Advaita Vedanta, la Via della Non-dualità, il culmine del pensiero induista che afferma che tutto è Uno. Come si inserisce la visione ecologica?

La via della Non-dualità è la filosofia principe dell’Induismo, a cui tutte le altre visioni convergono, come hai precisamente detto. È la filosofa dell’Uno, per cui tutto, assolutamente tutto (compreso il nostro Ego, che ha solo una realtà effimera) fa parte di quell’unica essenza che viene chiamata Brahman: il sacro potere della vita. Non c’è un fuori e non c’è un dentro, perché tutto è Uno. L’induismo riconosce infatti oltre tre milioni di divinità, tra cui moltissime forme animali, ma non è affatto un politeismo (cosa di cui è stato spesso accusato) perché quel Brahman è identico alla parte più profonda del tuo essere. Tat twan Asi : “Tu sei quello” , ripetono le grandi sentenze delle Upanishad, commentate attraverso i millenni dai maestri del Vedanta tra cui forse il principale è Sankara, vissuto nel VIII secolo d.C. La coscienza individuale profonda (atman, che è diversissimo dall’Ego) è identica alla coscienza universale, il sacro potere che genera continuamente il cosmo. Queste posizioni sono bestemmie per la visione cristiana, tanto che molti mistici occidentali come Eckhart, Tulero o Giordano Bruno sono stati condannati e anche bruciati. Eppure, come accennavo prima, questa visione è completamente ecologica, l’ambiente, gli animali, i pesci, i vegetali, i minerali, fanno parte del sacro potere e fanno parte di una sola totalità.

1 T.Terzani, Un altro giro di Giostra, Longanesi, 2004, p. 153.
2 Si vedano gli importanti saggi di A.Coomaraswamy, in particolare, Induismo e Buddismo, Rusconi, 1987.
3 T.Terzani, Un altro giro di giostra, p.160.
4 H. Zimmer, Filosofie e religioni dell’India, cit., pp. 51 sgg.
5 Sul quattro stadi della vita (ashramadharma), vedi le splendide pagine di H.Zimmer, cit. p. 138-146

 

SECONDA PARTE

Nei riti induisti piante e animali (vacche e topi) sono molto presenti e l’India, grazie all’induismo, è la culla del vegetarianesimo. Alberi, boschi, laghi, fiumi e montagne sono considerati sacri. Quale ruolo rivestono?

L’Occidente è abituato a pensare Dio in forma antropomorfa, un dio Creatore che crea un mondo separato. Anzi, ancora riecheggiano nel nostro subconscio le parole della Genesi: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». In India invece le rappresentazioni del divino, di Shiva, di Vishnu, sono sempre accompagnate dalla paredra o Shakti (l’energia o potenza femminile), tanto che un dio senza shakti è considerato un cadavere.

In più il dio ha sempre accanto un veicolo animale: un toro, un cavallo, un topo e tantissime altre forme. Anche questo caratteristica iconografica non fa che sottolineare l’unità e l’interdipendenza di tutto ciò che vive, insieme alla sua profonda bellezza e magica fecondità. Non solo, secondo la tradizione induista l’essenza divina può discendere sulla terra in qualsiasi tempo e in molteplici forme. Gli avatar, appunto, non hanno solo fattezze umane come Krishna, e anche Buddha o Cristo, ma persino forma di cavallo, di cinghiale, di tartaruga, di pesce, etc. (sono i famosi dieci avatar di Vishnu).

In questo contesto culturale, il vegetarianesimo è una necessità semplice e naturale.  Le leggi di Manu, il testo di etica più importante che risale almeno al III secolo a.C dichiara:” Si diventa degni della salvezza quando non si uccide alcun essere vivente” [1] , e la tradizione non condanna soltanto coloro che mangiano la carne, ma chi uccide l’animale, chi vi partecipa, chi compra la carne, chi la prepara e chi la serve. Infatti viene violato il principio dell’ahimsa, della nonviolenza che, come tutti i precetti indù, non riguarda solo le azioni, ma anche i pensieri, le parole e le intenzioni. Da tempi immemorabili, il vegetarianesimo in India è praticato da gran parte della popolazione, perché uccidere esseri senzienti significa macchiarsi di impurità e condannarsi ad un karma negativo nel continuo divenire e interagire del cosmo.

La filosofia Advaita Vedanta per cui tutto è Uno, trova attuazione concretamente persino nella relazione con montagne, fiumi e laghi. Per fare qualche esempio tra i più famosi, il fiume Gange è sacro, è la dea Ganga, principio femminile, portatore di vita; Il monte Kailash è sacro, è l’emanazione di Shiva, come l’Arunachala nel sud dell’India. Il lago Monasarovar fu creato nella mente del Signore Brahma ed è venerato come fonte di purezza e di saggezza. Questo approccio non è affatto “primitivo”, ma piuttosto fondamentale per mantenere una vera visione ecologica. Oggi noi abbiamo materializzato e sfruttato tutto e anche Serge Latouche parla della necessità di Reincantare il mondo.[2]

Nell’induismo non vi è il concetto di male, i lati negativi dell’esistenza sono visti come prodotti dall’ignoranza (avidya). Se per l’Occidente la società industriale è l’esempio/il frutto dello sviluppo economico, di prosperità e della capacità tecnica umana, per l’ecologia induista la crisi ecologica è frutto dell’ignoranza?

Grazie per questa domanda cruciale, perché tocca un tratto peculiare del pensiero indù (condiviso anche dal buddhismo) molto diverso dalle idee occidentali. Noi pensiamo che l’uomo sia indipendente e abbia la libertà di scegliere, talvolta anche il male, oppure che ci sia un principio negativo – Satana – che attrae l’uomo verso il male.  In India invece tutto si gioca solo sul piano della conoscenza: non la conoscenza dell’utile, del mondo esterno, la conoscenza scientifica – che per l’Advaita rappresenta solo “il piano grossolano dell’esistenza” – ma la conoscenza ultima per cui Tutto è Uno e che coincide con la realizzazione del vero Sé (atman).

La crisi dell’ecosistema che si aggrava ogni anno di più non è quindi il frutto delle azioni di uomini cattivi (neoliberisti, capitalisti, turbocapitalisti, massoni etc.), ma la conseguenza di una conoscenza sbagliata: aver preso il livello fenomenico, della percezione, come l’unica Realtà. In India, è soltanto attraverso la conoscenza che si diventa davvero liberati e si raggiunge quello stato di somma felicità che è il fine ultimo di tutta la civiltà indiana. Il mondo fenomenico è considerato sempre un effetto dell’ignoranza (avidya) e altrettanto lo è quell’ego interiore (ahankara) che ovunque viene scambiato per il vero Sé. Maya, l’illusione, inganna le facoltà percettive e razionali. Il Sé, l’Atman, è nascosto molto in fondo. Ma non appena viene riconosciuto, l’ignoranza e l’illusione scompaiono. Allora (come ci insegna la fisica quantistica) il cosmo si manifesta come un tutt’uno di energia vibrazionale in perenne movimento. Quindi la tua impostazione è perfettamente corretta: la crisi ecologica è il frutto della completa ignoranza.

La società industriale si è persa per via di una conoscenza dualistica, ha erroneamente creduto che il mondo esterno fosse l’unico reale, ha creduto nel progresso economico e nella tecnica che agisce solo a livello dello stato grossolano dell’esistenza.  Come sostengo da tempo, la crisi ecologica del mondo moderno è il risultato di un errore conoscitivo.

O forse, andando ancora più a fondo a livello psicologico, alla base della ricerca di dominio del mondo esterno e della concezione ciecamente ego-centrica del pensiero economico, ci sarebbe un trauma collettivo che ha posto in dubbio la possibilità di fidarsi degli altri e di instaurare una relazione empatica e affettiva con gli altri e con il tutto. Invece del Sé, in Occidente abbiamo sviluppato un ego sostanzialmente narcisista e carente di principio di realtà.

Secondo alcuni esperti, in India le pratiche tradizionali indù dell’avere cura della Natura stanno per essere dimenticate e di conseguenza la sopravvivenza degli uomini sta diventando più difficile. Credi che sia così? Le origini della perdita stanno nella Green Revolution?

Sicuramente le pratiche indù si stanno perdendo e l’ho potuto vedere con i miei occhi, nel giro di trent’anni, viaggiando in India. Certe usanze semplici, la presenza degli animali, mucche, capre, galline, le case fatte con i sistemi antichi e materiali biologici e funzionali, la sapienza delle erbe, molto di questo sta sparendo, rimpiazzato da costruzioni di palazzoni, igiene, individualismo e vestiti all’occidentale. Non accade ovunque, ma l’India legata alla Natura che ho visto trent’anni fa è molto cambiata.

Tuttavia non credo che la responsabile sia la Green Revolution, che pure è stata imposta ai contadini in molti Stati indiani attraverso metodi di produzione industriale. È un processo ben più potente e insidioso. È la scienza moderna che avanza e che fa apparire le sapienze tradizionali come arretrate e retrograde. Fino al 1994 l’India ha mantenuto una certa autonomia, una sua maniera di vivere, per via della lezione di Gandhi, per via dei legami forti con la Russia, ma poi ha dovuto aprire le porte alla globalizzazione. Ovunque vi sono grandi cartelloni che pubblicizzano le scuole di “Science and Technology” e i media hanno fatto il resto. Anche Terzani che viveva in Asia dal 1971 non aveva dubbi. “Uno dopo l’altro, i vari Paesi dell’Asia hanno finito per liberarsi del giogo coloniale e mettere l’Occidente alla porta. Ma ora? L’Occidente rientra dalla finestra e conquista finalmente l’Asia non più impossessandosi dei suoi territori, bensì della sua anima. Lo fa ormai senza un piano, ma grazie ad un processo di avvelenamento contro cui nessuno ha trovato per ora un antidoto: l’idea di modernità. Abbiamo convinto gli asiatici che si sopravvive solo essendo moderni e che l’unico modo di essere moderni è il nostro: il modo occidentale.[3]

E così una civiltà millenaria che si inchinava davanti ai sadhu, i rinuncianti, i liberati in vita, si ritrova oggi a correre dietro ai conigli di plastica del falso benessere dei consumi… inondata dalla spazzatura e dai rifiuti del sistema industriale. La cura della Natura, la sua sacralità, sembrano oggi cose antiquate e sorpassate.

Tra i maggiori esponente dell’ecologia induista vi è l’ambientalista e scienziata indiana Vandana Shiva, da sempre attiva per la sovversione del paradigma riduzionista dell’agricoltura. Come si può riassumere il suo pensiero tra ecofemminismo, ecologia femminista, ecologia sociale, ecologia profonda e fisica quantistica?

Ho iniziato a seguire Vandana dagli anni ’90, quando si unì al movimento delle donne Chipko, che abbracciavano gli alberi per impedire che fossero abbattuti per creare grandi appezzamenti per l’agricoltura industriale. Aveva scritto un libro Sopravvivere allo sviluppo. Oggi sono sua amica e sono felice di far parte della sua organizzazione, Navdanya International.

Vandana è nata alle pendici dell’Himalaya e suo padre era responsabile delle foreste per un dipartimento statale.  Alla sua formazione indù – di cui fa sempre mostra, sfoggiando il rosso bindu sulla fronte – ha aggiunto la specializzazione in fisica quantistica. Questa combinazione tra fisica quantistica e Tutto è Uno del Sanathana Dharma è stata veramente esplosiva e ha dato forma a uno degli oratori più importanti dell’Asia e del mondo. Giustamente a suo proposito hai parlato di ecofemminismo ed ecologia femminista. Il vero senso del femminile, della Shakti, della potenza creatrice è, insisto, nell’idea di Natura che ci connette tutti (prakriti in sanscrito) e quindi direi che l’ecologia tiene vive le istanze del femminile più autentico. Lo stesso dicasi per l’ecologia profonda e la fisica quantistica.

Laddove ci stacchiamo dall’idea di un Io separato che studia un Ambiente esterno, allora troviamo l’Ecologia Profonda e capiamo che siamo parte di un tutt’Uno, che siamo completamente parte dell’Ecosfera.  Vandana  ha  spesso ripetuto che  “la visione del mondo  materialistica, specialistica e meccanicistica – che sta alla base della scienza moderna e dell’industrializzazione –è responsabile delle numerosi crisi che il mondo attuale sta vivendo”.[4] Soprattutto nell’ultimo, bellissimo  libro:  Dall’avidità alla cura[5] Vandana sostiene con forza che il pensiero baconiano-cartesiano o  cartesiano-newtoniano sta alla base del colonialismo, dell’agricoltura industriale, ma anche della  rivoluzione digitale e del machine  learning  con le loro disastrose conseguenze. Questo pensiero separativo, che vede la natura come materia da sfruttare, che toglie la vita per estrarre profitto, ha prodotto 500 anni di colonizzazione, 300 di industrializzazione e 30 di globalizzazione. Il Big Tech è completamente figlio dello stesso tipo di pensiero e quindi non dobbiamo sperare in soluzioni tecnologiche: occorre cambiare il pensiero. Come ci insegna l’Advaita, dobbiamo lasciare l’ignoranza che crede nel nostro piccolo Io, fatto di attaccamento e avidità, per scoprire al di sotto il nostro vero Sé – l’atman – che è apertura, che è cura, e che è una cosa sola con l’immensa e pulsante vita del cosmo. Aprirsi a questo è il vero fine e la vera felicità.

[1] Manusmriti, 6,60
[2] S.Latouche, Come reincantare il mondo, La Decrescita e il sacro, Bollati Boringhieri, 2020
[3] T. Terzani, Un indovino mi disse,  Longanesi, 1995, p. 69.
[4]  AAVV, Manifesto sul futuro dei sistemi di conoscenza, 2009.
[5]  V.Shiva, Dall’avidità alla cura. La rivoluzione necessaria per un’economia sostenibile, EMI,  2022

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