Pubblichiamo la recensione di Gloria Germani al nuovo libro di Serge Latouche “Lavorare meno, lavorare diversamente o non lavorare affatto” (Bollati Boringhieri, 2023). A questo tema molto importante, sia per la decrescita che per il dibattito pubblico, sarà anche dedicato il nostro incontro del 14 dicembre, a cui siete tutte/i invitate/i.

 

Libro breve, ma densissimo di profondi stimoli che sicuramente saranno decisivi per il futuro. Il padre della “rivoluzione culturale” della decrescita (p.88) affronta un tema decisivo per sottrarsi dal quadro mentale della società della crescita: quello del lavoro moderno, cioè del lavoro salariato.  

“Lavorare meno”  può suonare come uno slogan di moda – ed è stato subito recepito dal mensile italiano di Il Fatto quotidiano “Millennium” che gli ha dedicato il numero  di novembre  2023 con una intervista a Serge  Latouche e lunghi approfondimenti sul tema. Tuttavia la riflessione dell’economista e filosofo francese è molto articolata  e difficilmente si fa ingabbiare dai media la cui funzione sostanziale è quella di vendere il binomio pubblicità – progresso (a conferma di ciò, poche pagine dopo, si veda l’intervista alla titolare della cattedra di “Etica dell’Intelligenza Artificiale”, una contraddizione in termini o un ossimoro, per dirla con Latouche, tanto quanto quello di “sviluppo sostenibile” o di “crescita verde”).  

Oggi  – sottolinea il nostro – ci troviamo nel mondo delle assurdità: alcuni lavorano anche 15 ore al giorno, mentre ci sono milioni di disoccupati (p.36). Lavorare meno è dunque necessario per lavorare tutti, ma occorre  soprattutto uscire dal paradigma del capitalismo o produttivismo che  ci  ha formatto da uno o due secoli. E’ stato un  particolare clima storico (ben colto da Max Weber nel suo Etica protestante e lo spirito del capitalismo o da K.Polanyi,  in La grande trasformazione) costruito da  una scia di  pensatori del XVIII e XIX secolo come  Locke, Hume, Smith o Ricardo che hanno inventato la ricchezza e la proprietà come frutto del lavoro. Non hanno considerato  la mercificazione e  la disumanizzazione del quotidiano che oggi abbiamo davanti agli occhi, già denunciata magistralmente da Simone Weil o Hannah Arendt. 

Si tratta di un paradigma molto strutturato: la Repubblica Italiana, per esempio, è stata  fondata sul lavoro ( art.1 Costituzione). Però – sottolinea Latouche – “il lavoro, come l’economia, sono invenzioni della modernità” (p.3) e possiamo, come abbiamo già fatto,  vivere senza di loro. La decrescita  ha proprio questo scopo: quello di un cambiamento radicale di paradigma,  e se consideriamo che questa rivoluzione  culturale ha solo 20 anni, possiamo essere ottimisti sul suo  futuro. Intervenendo in tale maniera anche nel dibattito  sulla decrescita a livello spagnolo, inglese, italiano, francese e generalmente internazionale, il fondatore  chiarisce senza ombra di dubbio che la decrescita consiste niente meno che nell’uscire dall’economia moderna cioè, dall’abbandonare la religione della crescita che costituisce il suo principio essenziale.

L’esperienza della pandemia Covid,  che il recente movimento  francese contro la riforma delle pensioni, hanno  mostrato d’altronde  che si può  sopravvivere senza un consumo eccessivo  oppure che ci si può battere per un’idea diversa di lavoro e per una  sua migliore qualità.  Se i maggiori critici dell’economia moderna, come Karl Marx, sono rimasti  chiusi all’interno dell’ideologia dello sviluppo, i padri della decrescita come Ivan Illich, Andrè Gorz o Jean Baurdrillard, hanno condotto una critica serrata al produttivismo ed è  a loro  dobbiamo riferirci oggi se vogliamo uscire dalle contraddizioni del mondo attuale, per prima quella del collasso climatico. D’altronde, sottolinea Latouche, “non si risolverà il problema  sociale senza far fronte alla crisi ecologica” e viceversa, mentre “la vera ecologia è punitiva solo per il capitale e i suoi rappresentanti, per le imprese multinazionali, il Gafam o i fondi pensioni” (p. 22).

Per realizzare una vera transizione ecologica attraverso  la società della decrescita, occorre avviare tre misure principali: la rilocalizzazione sistemica delle attività utili già in atto tramite i fenomeni dei neo-agricoltori, neo-rurali, neo-artigiani; una riconversione progressiva delle attività parassitarie come la pubblicità o nocive come il nucleare  e l’industria delle armi; e una riduzione programmata e significativa del tempo di lavoro. Il socialismo ecologico e democratico si può realizzare solo attraverso il localismo, come già sapevano Aristotele,  Gandhi  oppure Leopold Kohr o Murray Bookchin (p.29). Riconvertire le attività produttive come l’agricoltura industriale (fonte di cancro, intossicazioni e inquinamento) in agricoltura biologica e di prossimità è un passo fondamentale per una vita sana e conviviale. Mentre la riconversione della pubblicità permetterebbe di uscire da quella vendita dei desideri che  è il vero motore del consumismo, con l’eliminazione di bisogni inutili (turismo, moda, trasporti,  industria automobilistica, aeronautica,  dell’agribusiness, delle biotecnologie). 

Per ridurre infine il tempo di lavoro, occorre, in una fase intermedia,  imbrigliare l’economia attuale ed eliminare due tabù (protezionismo e inflazione). Per Latouche per vivere meglio occorre fare meglio con meno, eliminando le fonti di spreco (gli imballaggi a perdere, il cattivo isolamento termico, la preminenza dei trasporti su strada) e aumentare la durata dei prodotti. Ciò che è essenziale è però ripensare  la natura del lavoro che è consustanziale con l’Occidente  moderno e ai suoi miti: razionalità e calcolo economico, culto dei risultati, individualismo e soprattutto  la concezione  meccanica ed artificiale del tempo a cui Latouche dedica una acutissima riflessione (p.57 e 84).  Se non lo facciamo, si andrà verso la catastrofe sociale ed ecologica, già in agguato (p. 46).  

Nell’ultimo capitolo, l’economista francese  chiarisce  che il progetto della decrescita prevede un ulteriore passo: l’abolizione del lavoro. Questa  può realizzarsi solo  con la scomparsa della sua specificità servile e la fuoriuscita  dall’economia.  

Al contrario, la scomparsa del lavoro come effetto del progresso tecnologico  (automazione, robotizzazione, intelligenza artificiale) viene  da lui  considerata un mero mito e ridicoli appaiono i grandi maghi come  J.Rifkin con la sua fede  tecno-scientista per cui si salveranno contemporaneamente il capitalismo, il socialismo e il pianeta (p. 72). Il lavoro smart da casa, le innovazioni digitali di Uber,  Airbnb e Deliveroo fomentano la  strumentalizzazione lavorativa più scandalosa che ricade  nel pantano del mondo- merce.  “Quello che viene definito il management senza contatto diventa totale e completa sottomissione agli algoritmi”[…]Anzi, “le nuove tecnologie offrono al capitalismo nuovi mezzi per rafforzare il proprio dominio sui lavoratori, evocando  contemporaneamente la minaccia della loro inutilità” (p.73). 

Come le altre rivoluzioni tecnologiche  che si sono succedute a partire dal XVIII secolo e che  sono fallite  nella promessa di liberarci dal lavoro, anche la cosiddetta “quarta  rivoluzione” decantata dai guru del transumanesimo, non produrrà alcun miglioramento, piuttosto “una dittatura degli algoritmi”(p.78). Latouche è del tutto negativo sull’utopia digitale che non fa che proseguire il medesimo paradigma che ha creato il lavoro salariato e gli enormi problemi attuali.  

Il lavoratore infatti è colui che accetta un’attività subita, che si spossessa delle proprie capacità manuali ed intellettuali per immetterle in un progetto che appartiene ad altri. Non ci può essere uscita dal capitalismo senza abolizione del lavoro salariato o anche dalla nozione stessa di lavoro (J.Baschet, p.65). Non è affatto un caso che i lavori attuali siano Bullshit jobs perché  comunque privi di senso.

Ciò che il progetto della decrescita chiede è immaginare e realizzare un’uscita della società del lavoro verso una società in cui le attività senza fine economico, pubbliche e private, sociali e personali, saranno prevalenti (p.77.). Non si tratta, come alcuni detrattori insinuano, di tornare ad un mitico passato perduto, ma di “inventare una tradizione rinnovata” (p.78). In questo contesto, vorrei aggiungere, le relazioni empatiche tra uomini e  tra uomini e natura devono tornare centrali.  Il ruolo del femminile, invece che spronato alla rincorsa della competizione lavorativa e appiattito sul modello maschile – attualmente esaltato  con l’ossessione sulla questione del  genere – deve acquisire un valore primario. Come stanno dimostrando infatti i fondamentali lavori nel campo della psichiatria e delle neuroscienze (Bowlby, Winnicott, McGilChrist), le relazioni affettive e ”la base sicura” nel rapporto genitoriale sono le condizioni indispensabili  (ancor più del cibo) per la sopravvivenza del bambino e quindi di sviluppo sano ed equilibrato delle persone e  della società. Solo il recupero della cura, dell’ascolto, dell’affetto e dell’intuizione tipiche dell’emisfero cerebrale destro-femminile  possono  condurci  alla “piena realizzazione armonica dell’umanità” all’interno dell’ecosfera, che è l’obiettivo di fondo del progetto della decrescita.