Intervento del nostro socio Marino Ruzzenenti all’iniziativa organizzata dal CRS “Fare o disfare l’Europa”, tenutasi il 16 marzo 2024 a Roma, pubblicato anche su centroriformastato.it

Negli anni ‘70 in Europa si inizia a discutere di crisi ecologica e si fa strada un’ecologia critica verso il sistema economico vigente. Dagli anni ‘80 però le grandi multinazionali e le associazioni di imprese impongono al dibattito e alla politica una virata neoliberista che mette ipocritamente insieme difesa dell’ambiente e crescita infinita.

Mezzo secolo fa la “primavera ecologica” investe l’Europa

Le difficoltà del Green Deal stanno emergendo alla luce del sole, non solo a causa degli sconquassi prodotti dalla guerra in Ucraina e dalla postura autolesionista assunta dall’Ue.

Può essere di qualche utilità per comprendere l’attuale impasse dare uno sguardo al mezzo secolo che abbiamo alle spalle, da quando all’Europa sono state chiare la gravità della crisi ecologica e l’urgenza di porvi rimedio.

Pochi sanno che nel 1972, per dieci mesi, fu Presidente della Commissione europea un ecologista radicale, Sicco Mansholt1, socialdemocratico, già leader dei contadini olandesi e protagonista della cosiddetta “rivoluzione verde” in agricoltura (ovvero chimica e macchine a gogò). Mansholt aveva avuto l’opportunità di leggere in bozza la ricerca commissionata dal Club di Roma al Massachusetts Institute of Technlogy di Boston, che poi sarebbe uscita con il titolo, in inglese, The limits to Growth, e in italiano, I limiti dello sviluppo. Una fulminate conversione, per lui. Così ne trasse la convinzione che l’Europa e in generale il Primo mondo, come si diceva all’epoca per l’Occidente industrializzato, dovesse porre un freno allo sviluppo materiale dell’economia, ovvero al prelievo di risorse naturali e allo sversamento di inquinanti, e che si dovesse lavorare nella prospettiva di una crescita zero o addirittura “sottozero”, sganciandosi dal vincolo del Prodotto nazionale lordo come unico misuratore del benessere sociale per adottare un nuovo indicatore, il Bonheur national brut, la Felicità nazionale lorda, il buen vivir, come diremmo oggi.

Mansholt in realtà interpretava lo spirito del tempo, quella straordinaria stagione ricca di analisi e proposte che attraversava l’Europa e non solo e che venne da Giorgio Nebbia chiamata “primavera ecologica”.

Del resto, già due anni prima, il Consiglio d’Europa aveva proclamato il 1970, Anno europeo per la conservazione della natura e delle sue risorse, conuna conferenza a Strasburgo, dal 9 al 12 febbraio 1970, che si concluse con una solenne e impegnativa Dichiarazione sull’uso del territorio e dell’ambiente umano2In quell’ambito vennero promossi eventi e iniziative in tutti i Paesi membri. In Italia si tenne il 22 aprile 1970 a Milano un grande convegno internazionale, L’uomo e la natura, con migliaia di partecipanti3.

Ebbene, lo stesso Sicco Mansholt, da presidente della Commissione europea, rilasciò una lunga intervista a “Le Nouvel Observateur” e partecipò a un grande incontro aperto nel giugno 1972 a Parigi con migliaia di persone, i cui temi vennero ripresi in un numero speciale de “Le Nouvel Observateur” con un titolo oltre modo significativo, La dernière chance de la Terre4. Fa impressione leggere l’intervista rilasciata in quell’occasione da un giovane Edgard Morin che proclamava con entusiasmo “il 1972 anno 1 dell’era ecologica”5, mentre un certo Michel Bosquet, pseudonimo di André Gorz, si scagliava contro “i demoni dell’espansione” ponendo esplicitamente in dubbio che l’economia capitalista fosse in grado di scollegarsi dall’obiettivo di una crescita illimitata, causa prima della crisi ecologica6. Gli faceva eco il nostro Giorgio Nebbia, che nella Presentazione del testo di Edward Goldsmith, fondatore della rivista inglese “The Ecologist”, tradotto immediatamente in italiano con il titolo allarmante La morte ecologica. Progetto per la sopravvivenza e pubblicato da Laterza7, si spinse ancora più avanti. Giorgio Nebbia, da chimico prestato a una facoltà di Economia per occuparsi di merceologia, aveva ben chiaro già allora che la questione ecologica era legata ad un’economia umana riconducibile a un flusso di materia ed energia prelevate dalla natura in condizioni qualitativamente elevate e restituite alla stessa natura degradate, spesso non più utilizzabili e nocive per l’ambiente e la salute umana. Dunque nella sua introduzione, ragionando da scienziato e da uomo cui stavano a cuore le sorti dell’umanità, constatava che le dimensioni di questo flusso avevano raggiunto il limite della capacità di carico del Pianeta e che era quindi necessario stabilizzarle in una sorta di economia e società globale stazionaria. Da grande divulgatore, esemplificava la sua riflessione facendo riferimento ai consumi energetici medi dell’epoca (ma riflessioni analoghe valevano anche per i consumi di materia), consapevole del fatto che quella media nascondeva una straordinaria e inaccettabile sperequazione tra i popoli del mondo (allora si parlava di Primo mondo per i paesi che ora chiamiamo Occidente, di Secondo mondo per i paesi del blocco comunista e di Terzo mondo per i paesi sottosviluppati o in via di sviluppo):

Allora immaginiamo di attestarci su consumi di energia corrispondenti a quelli medi mondiali attuali, cioè 14.000 kWh/anno per persona: lo sfruttamento delle fonti di energia e l’inquinamento termico, chimico e radioattivo totale sarebbero ogni anno costanti, su valori di poco superiori agli attuali, e la situazione dal punto di vista ecologico potrebbe anche essere relativamente sopportabile. Se questa energia fosse distribuita secondo giustizia, i paesi in via di sviluppo avrebbero energia in misura tre volte più grande di quanta ne abbiano oggi, i paesi socialisti resterebbero ai livelli attuali e, invece, i paesi attualmente industrializzati dovrebbero affrontare un processo di desviluppo8.

Desviluppo appariva una parola sacrilega, come del resto appare ancora oggi. Nebbia ne era consapevole e da tempo andava dichiarando sfrontatamente:

L’ecologia è una scienza “sovversiva” proprio per questo: perché è anticonsumistica e propone il soddisfacimento dei bisogni non mediante lo sfruttamento e la rapina, ma facendo un uso moderato e saggio delle risorse naturali a disposizione9.

Questo, dunque, era il livello del dibattito cinquant’anni fa in Europa sulla crisi ecologica. Una sfida che appariva cruciale per le sorti future dell’umanità, non solo per limitare l’aggressione dell’uomo alla natura, ma anche per disinnescare potenziali conflitti tra i popoli per accaparrarsi le risorse o per pretenderne una più equa distribuzione (e di questi tempi stiamo purtroppo sperimentando in Europa quanto quelle preoccupazioni fossero fondate).

In quel clima l’Europa, sempre nell’anno cruciale 1972, ospitò a Stoccolma la prima Conferenza dell’ONU sull’ambiente umano, tra il 6 e il 15 giugno. Il capitolo centrale alla conferenza fu proprio quello del rapporto fra ambiente e sviluppo, con uno scontro non risolto tra Primo e Terzo mondo. I paesi in via di sviluppo sostenevano che le questioni ambientali fossero un problema dei paesi ricchi e causato dai paesi ricchi per cui toccava a loro sopportarne tutti i costi. Nutrivano comprensibili timori che l’ambiente servisse invece da pretesto per diminuire l’impegno per un riequilibrio tra Nord e Sud, impedendo a quest’ultimo crescita e modernizzazione. Da molte parti nel ricco Nord si osservava invece che gli aiuti dovevano essere modificati radicalmente, rispetto a un modello di industrializzazione e urbanizzazione di massa e che le strategie per lo sviluppo e per l’ambiente non potevano avere effetto se non si frenava l’incremento demografico10. Insomma lo scontro fondamentale e potenzialmente esplosivo, fu quello fra ricchi e poveri, fra bianchi e non bianchi. La “questione più pericolosa a livello mondiale” era una questione di giustizia sociale e redistributiva fra le nazioni e fra le classi sociali11.

Fu, dunque, una conferenza vera, quella di Stoccolma. Per dare un’idea del livello del dibattito, esemplare può essere il tema, oggi di grande attualità, della plastica e delle fibre sintetiche. È recente la scoperta inquietante che le microplastiche non solo stanno circolando nel corpo umano ma hanno un ruolo importante nell’aumento del rischio di infarto12, e tuttavia non abbiamo alcuna idea su come davvero liberarci da questo incubo13.

La discussione sull’uso razionale delle risorse naturali a Stoccolma affrontò il tema della crescente concorrenza che i prodotti sintetici stavano facendo ai prodotti naturali, agricoli e forestali. I paesi industriali con la petrolchimica, di cui alcune multinazionali detenevano il monopolio, avevano sostituito con la plastica e le fibre sintetiche materiali naturali come il legname e il cuoio, le fibre naturali, il caucciù di cui erano ricchi i paesi sottosviluppati, che così avevano subito un ulteriore impoverimento nelle loro economie. Ebbene, a Stoccolma ci si rese conto che, quasi come per una tragica nemesi, la produzione, l’uso e lo smaltimento dei prodotti sintetici, non biodegradabili, creavano dei problemi ambientali sempre più gravi, problemi di inquinamento prima sconosciuti e problemi di rapido impoverimento delle riserve di alcune risorse naturali non rinnovabili, per esempio del petrolio. Da qui l’indicazione ai paesi industrializzati di limitare la petrolchimica e nel contempo di promuovere «il commercio internazionale dei prodotti e delle merci naturali in alternativa ai prodotti sintetici, i quali hanno un molto maggiore effetto inquinante», facendo bene all’ambiente e anche a una maggiore equità tra i popoli14.

A questo punto ci si potrebbe chiedere: se già mezzo secolo fa in Europa era tutto chiaro, sia sul versante dell’analisi della crisi ecologica che sul versante delle cose da fare per fronteggiarla, perché oggi ci troviamo in una situazione ancor più aggravata, secondo alcuni addirittura giunta a un punto di non ritorno?

In verità i protagonisti della “primavera ecologica” per decenni hanno denunciato il tradimento delle istanze di quella stagione da parte dell’Occidente, in particolare da quando lo stesso imboccò la strada della cosiddetta rivoluzione dall’alto del neoliberismo: più mercato e meno Stato; competizione globale senza regole; sacralità del conseguimento del massimo profitto da parte di un capitalismo sempre più centralizzato; insomma le logiche che conosciamo benissimo e che stridono con la prospettiva eco-sociale immaginata nei primi anni Settanta.

A molti questa era ed è apparsa una stanca lamentazione di chi non si rassegnava per retaggi ideologici a comprendere le potenzialità del nuovo dinamismo della celebrata globalizzazione, capace di alleviare l’arretratezza del Sud del mondo e anche di contemperare una maggiore attenzione all’ambiente. Ora, finalmente, è possibile ricacciare al mittente l’accusa di propaganda ideologica costruita sul mero pregiudizio.

Le multinazionali, nel 1984 a Parigi, inventano lo “sviluppo sostenibile”

Uno studio di straordinario interesse, pubblicato di recente, e condotto su fonti di prima mano prodotte dalle grandi multinazionali e corporation, dimostra il ruolo primario che queste, dopo la “primavera ecologica”, hanno avuto nello smantellarne le istanze e, successivamente, nell’inventare la formula ingannevole dello “sviluppo sostenibile” per garantire la crescita dell’economia e dei profitti, appunto, “oltre i limiti del Pianeta”15. Non c’è qui lo spazio per dar conto nel dettaglio di questo noir, rivelato da una sorta di WikiLeaks dei crimini ecologici – ma qualcosa si può dire.

Innanzitutto è particolarmente significativo constatare come la Camera di Commercio Internazionale, CCI, massima istanza delle multinazionali occidentali, fosse ossessivamente preoccupata del fatto che nel 1972 l’emergente crisi ecologica evocasse necessariamente un limite alla crescita dei paesi ricchi e come nei primi tempi avesse operato nel senso di un sostanziale boicottaggio delle istanze della prima Conferenza dell’ONU sull’ambiente umano, quella di Stoccolma del 1972:

La protezione dell’ambiente e la crescita erano considerate difficili, se non addirittura impossibili, da conciliare nel lungo periodo, vista la futura crescita demografica. In questo contesto, i leader dell’industria temevano una costosa regolamentazione ambientale, mentre le multinazionali avrebbero dovuto affrontare la sfida di politiche ambientali diversificate a livello nazionale. Ciò che la CCI temeva di più non era la regolamentazione ambientale in quanto tale, ma il fatto che si sarebbe complicato gravemente il commercio internazionale e le operazioni commerciali transnazionali a causa di legislazioni disarmoniche tra i Paesi16.

Così le multinazionali cercarono di attestarsi su una posizione condivisa al fine di sventare le conseguenze indesiderabili del dopo Stoccolma:

Riguardo alla governance ambientale internazionale, la CCI ha sottolineato che le misure ambientali non dovrebbero “distorcere le relazioni commerciali internazionali” e ha sostenuto che i metodi di comando e controllo, sempre più diffusi e introdotti dai governi nazionali, dovrebbero essere limitati e integrati mediante misure di autoregolamentazione17.

Negli anni Ottanta i rapporti tra le multinazionali e l’ONU, segnatamente con il Programma ambientale, ovvero l’UNEP, mutarono profondamente, da una costante conflittualità alla “pace di Versailles”, dove si tenne la prima Conferenza mondiale dell’industria per la Gestione Ambientale, WICEM, nel 1984, organizzata congiuntamente dall’UNEP e dall CCI. Una vasta gamma di leader di multinazionali – tra cui Exxon, Gulf Oil, US Steel, Ford, Union Carbide, Dow Chemical, Nestlé, Unilever, Shell, Henkel e altri – finanziarono e parteciparono all’incontro.

Thomas M. McCarthy, presidente del comitato ambiente della CCIe direttore delle Relazioni Tecniche con l’Europa, per la multinazionale americana Procter & Gamble, ha offerto qualche risposta precisa in più. Come lui ha detto, la CCI ha accettato la proposta del successore di Strong, Mustafa Tolba, perché “ha notato un cambiamento importante nell’atteggiamento del direttore esecutivo dell’UNEP nei confronti dell’industria.” Tolba, in un’intervista, ha sintetizzato questo cambiamento: “Negli ultimi 10 anni, abbiamo cercato di convertire i convertiti, abbiamo parlato con gli ambientalisti e noi non abbiamo cercato di andare oltre [. . .]. Adesso intendiamo rivolgerci direttamente all’industria e alle imprese per ottenere sostegno”18.

Così scopriamo che l’idea dello “sviluppo sostenibile” non è farina del sacco del Commissione Brundtland da poco istituita per costruire il famoso Rapporto del 198719 preparatorio della successiva Conferenza di Rio del 1992, ma uscì da questo vertice collaborativo tra multinazionali e ONU, del 1984. In effetti, è a quest’ultimo che dobbiamo l’invenzione dello “sviluppo sostenibile”, qui definito nella sua ispirazione autentica, non ancora indorato dagli orpelli della propaganda a uso del popolino e dei paesi del Terzo mondo20:

Nella bozza di rapporto pubblicata prima della conferenza, Tolba e McCarthy sostengono che “troppo spesso quando si discute sull’ambiente le questioni erano contraddittorie e troppe persone avevano visto ciò come un dilemma irrisolvibile”. Hanno chiarito che le discussioni alla WICEM si sarebbero concentrate su “come raggiungere la crescita economica insieme alla qualità ambientale”. Hanno notato che il concetto di crescita economica era stato sostituito in alcuni ambienti da una versione qualificata: “sviluppo sostenibile”. Hanno chiesto e poi hanno risposto alla loro stessa domanda: “Cosa significa [sviluppo sostenibile], esattamente? Ancora una volta, lasciamo che si inventi una definizione e poi la apriamo alla discussione. ‘Sostenibile’, suggeriamo, significa che lo sviluppo può essere mantenuto indefinitamente senza danneggiare l’ambiente o minacciare lo sviluppo stesso”21.

Da qui in poi, ovviamente cavalcando l’onda neoliberista (sacralizzazione del libero mercato e destrutturazione del potere degli Stati), la CCI propugnò con successo una governance ecologica globale affidata all’autoregolamentazione da parte delle multinazionali ed in generale delle imprese che, scongiurato il pericolo di “laccioli” da parte del potere pubblico, consentisse comunque il rilancio della crescita.

E fa una certa impressione scoprire come i contenuti della successiva seconda Conferenza per l’ambiente dell’ONU di Rio del 1992 siano stati ideati e progettati direttamente da attori di primo piano del sistema economico internazionale: Pete Bright, responsabile per i problemi ambientali della Shell, multinazionale del petrolio, e Stephan Schmidheiny, il magnate svizzero dell’Eternit22, ovvero del cemento-amianto ritenuto causa di uno dei più gravi disastri ambientali e sanitari globali.

La figura di Schmidheiny, in particolare, si staglia come il vero conduttore del summit di Rio, anche se appariva solo come consigliere di Maurice Strong, tornato di nuovo alla testa dell’UNEO e formalmente organizzatore di quel summit. In realtà Schmidheiny a Rio fu l’indiscusso factotum in particolare sui dossier che avevano a che fare con lo sviluppo e con il futuro del sistema industriale globale. Del resto in quell’anno aveva pubblicato un libro, Cambiare rotta. La prospettiva globale di business nello sviluppo e nell’ambiente23, che spiegava agli imprenditori il modus operandi per concretizzare in affari le ambizioni ambientaliste e sociali fissate a Rio. Ed è estremamente significativo che questo testo fosse stato pubblicato dall’editrice del Massachusetts Institute of Technology, lo stesso che venti anni prima aveva prodotto I limiti dello sviluppo, a sancire, anche da parte di uno dei più prestigiosi centri di ricerca al mondo, il cambio di paradigma in corso. Lo stesso Schmidheiny, infine, dava vita alla Fondazione che avrebbe dovuto guidare gli imprenditori in questo percorso apparentemente “virtuoso”, il World Business Council for Sustainable Development (WBCSD)24, diventando così un leader “verde” rispettato dalla comunità internazionale.

Da allora in poi ogni multinazionale o impresa industriale, in particolare se ad alto impatto ambientale, non ha mai mancato di licenziare il proprio bilancio annuale corredato da un rapporto di sostenibilità, mentre nel lancio sul mercato di ogni prodotto o merce non risparmia un profluvio di green e di “emissioni zero”. Si tratta del greenwashing che ha imperversato, all’ombra del neoliberismo, negli ultimi trent’anni

Ora il re è nudo. Se l’Europa intende davvero affrontare la crisi ecologica, innanzitutto deve liberarsi da quel paradigma ingannevole dello “sviluppo sostenibile”. A maggior ragione di fronte al clamoroso fallimento della via neoliberista all’ecologia, è del tutto insensato insistere, come si sta facendo, nell’affidarsi alle forze del mercato per far fronte a una crisi energetica, ecologica e sociale, se possibile, ingigantita e molto più complessa. Come fare? Magari recuperando quel patrimonio inestimabile che ci ha lasciato la “primavera ecologica”. Perché no?

Note

1 J. Martinez Alier, “Crescita sotto zero”. In memoria di Sicco Mansholt, marzo 2014, originale in inglese http://www.ejolt.org/2014/03/growth-below-zero-in-memory-of-sicco-mansholt/, in italianoin “Altronovecento. Ambiente tecnica società”, n. 47, 1 luglio 2023 https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/dossier-1972-crescita-sotto-zero-in-memoria-di-sicco-mansholt/.

2 Dichiarazione del Consiglio d’Europa sull’uso del territorio e dell’ambiente umano, Strasburgo, 12 febbraio 1970, in “Altronovecento. Ambiente tecnica società”, n. 43, 1 dicembre 2020, https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/dossier-1970-dichiarazione-del-consiglio-deuropa-sulluso-del-territorio-dellambiente-umano/.

3 Atti in G. Nebbia (a cura di), L’uomo e l’ambiente. Una inchiesta internazionale, Tamburini, Milano 1971.

4 Si vedano gli articoli contenuti nel numero speciale La dernière chance de la Terre, “Le Nouvel Observateur” giugno-luglio 1972, in https://biosphere.ouvaton.org/de-1970-a-1979/1317-1972-la-derniere-chance-de-la-terre-hors-serie-du-nouvel-observateur-juin-juillet-1972.

5 A. Hervé, L’anno 1 dell’era ecologica. Colloquio con Edgard Morin, in La dernière chance, cit.,in “Altronovecento. Ambiente tecnica società”, n, 47, 1 luglio 2023 https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/dossier-1972-anno-1-dellera-ecologica-colloquio-con-edgar-morin/.

6 M. Bosquet, alias A. Gorz, I demoni dell’espansione, in La dernière chance, cit.,in “Altronovecento. Ambiente tecnica società”, n, 47, 1 luglio 2023, https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/dossier-1972-i-demoni-dellespansione/

7 G. Nebbia, Presentazione, in E. Goldsmith e R. Allen, La morte ecologica. Progetto per la sopravvivenza, Laterza, Bari 1972, pp. VII-XVIII, in “Altronovecento. Ambiente tecnica società”, n. 46, 20 dicembre 2022, https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/desviluppo-e-giustizia-sociale-per-evitare-la-morte-ecologica/

Ivi,p. XVI.

9 G. Nebbia, La crisi dei rapporti tra l’uomo e la biosfera, in “Le scelte del consumatore” anno VI , n. 1, gennaio 1970 in “Altronovecento. Ambiente tecnica società”, n. 43, 1 dicembre 2020. https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/dossier-1970-la-crisi-dei-rapporti-tra-luomo-e-la-biosfera/

10 S. Lorenzini, Ecologia a parole? L’Italia, l’ambientalismo globale e il rapporto ambiente-sviluppo intorno alla conferenza di Stoccolma, in “Rivista Contemporanea”, n. 3, luglio-settembre 2016 , pp. 395-418, Bologna, Il Mulino 2016, anche in “Altronovecento. Ambiente tecnica società”, n. 46, 20 dicembre 2022, https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/ecologia-a-parole-litalia-lambientalismo-globale-e-il-rapporto-ambiente-sviluppo-intorno-alla-conferenza-di-stoccolma/.

11 S. Lorenzini, op. cit, p.397-398.

12 V. Arcovio, Microplastiche nelle placche delle arterie, uno studio italiano dimostra: raddoppiato il rischio di infarti e ictus, in “ilfattoquotidiano.it”, 7 marzo 2023, https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/03/07/microplastiche-nelle-placche-delle-arterie-uno-studio-italiano-dimostra-raddoppiato-il-rischio-di-infarti-e-ictus/7471739/

13 Un coraggioso e documentato dossier del quotidiano “Le Monde” rivela come la produzione della plastica nel mondo sia in continuo aumento, nonostante i ripetuti allarmi sull’inquinamento delle acque e dei mari, e che, secondo le previsioni degli esperti, da qui al 2060 sia addirittura destinata a triplicare. Cfr. G. Delacroix, L’humanité dans l’impasse du plastique, in “Le Monde”, 5 settembre 2023, pp. 18-19.

14 G. Nebbia, La prima Conferenza dell’onu sull’ambiente a Stoccolma, in “Altronovecento. Ambiente tecnica società”, n. 46, 20 dicembre 2022, https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/la-prima-conferenza-dellonu-sullambiente-a-stoccolma/.

15 A.K. Bergquist, T. David, Beyond Planetary Limits! The International Chamber of Commerce, the United Nations, and the Invention of Sustainable Development, in “Business History Review”, 97, (Autumn 2023), pp. 481–511, https://doi.org/10.1017/S0007680522001076

16 Ivi, pp. 487-488.

17 Ivi, p. 491.

18 Ivi, p. 493.

19 Commissione mondiale ambiente e sviluppo (a cura di), Il futuro di noi tutti, Bompiani, Milano 1988.

20 La versione costruita dal Rapporto Brundtland è ben più accattivante: “L’umanità ha la possibilità di rendere sostenibile lo sviluppo, cioè di far sì che esso soddisfi i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere ai loro”. Con tanti altri, chi scrive registra con amara soddisfazione di aver percepito fin da subito puzza di bruciato attorno a quella celebrata formula dello “sviluppo sostenibile”. Cfr. M. Ruzzenenti, Sviluppo sostenibile: storia di una teoria controversa, in “Inchiesta”ottobre – novembre 1999, anche in “Altronovecento. Ambiente tecnica società”, n. 1, 1 novembre 1999, https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/sviluppo-sostenibile-riflessioni-attorno-ad-una-teoria-controversa/?cn-reloaded=1.

21 Ivi,. p. 495.

22 Ivi, pp. 505-507.

23 S. Schmidheiny, Changing Course. A Global Business Perspective on Development and the Environment, Massachusetts Institute of Technology Press, Cambridge 1992.