Vivere bene su un pianeta finito: costruire un mondo della cura oltre la crescita

Executive Summary di Living well on a finite planet. Building a caring world beyond growth (The Commons Network). Traduzione a cura del Gruppo Internazionale

Gran parte del nostro mondo è organizzato attorno all’imperativo della crescita economica, tanto che siamo arrivati ​​a crederci, come qualcosa al di sopra di ogni critica. L’incessante ricerca della crescita economica da parte di alcuni paesi ricchi ha portato ad oltrepassare i limiti ecologici e alla crisi climatica, portando a un’estinzione di massa delle specie e rappresentando una minaccia letale per la salute umana. Coloro che hanno contribuito meno alle attuali crisi planetarie stanno subendo la maggior parte delle conseguenze, in particolare sulla loro salute. La crescita verde è un’illusione: il nostro focus sulla crescita del PIL sta indirizzando la domanda di energia così rapidamente che non siamo in una transizione energetica ma in un’espansione energetica. La crescita economica non è uguale al progresso o al benessere umano. L’eguaglianza economica e un’equa distribuzione lo sono. I paesi ricchi hanno da tempo superato la soglia oltre la quale qualsiasi ulteriore crescita economica si traduce in ulteriore benessere sociale. Ogni sistema capitalista ha bisogno della crescita per accumulare più capitale e produce disuguaglianza da qualche parte durante il suo processo di accumulazione.

La lotta alla disuguaglianza e la lotta al degrado ecologico sono entrambe parte dello stesso percorso verso un futuro post-crescita. Il nuovo campo chiamato “salute planetaria” studia la salute della civiltà umana e la salute della Terra allo stesso tempo. Salute planetaria implica nuovi modi radicali di organizzazione della società – la decrescita lo rende esplicito. La decrescita è una critica all’economia e alla politica attuali incentrate sulla crescita, ed è anche una proposta per un diverso tipo di organizzazione sociale, costruita sull’autonomia, la sufficienza e la cura. Quando cerchiamo dei segnali di questo nuovo mondo, dovremmo guardare ai beni comuni. Nel movimento dei collettivi di cittadini, ad esempio, in particolare di quelli che si occupano di cura, cominciamo a trovare tracce di decrescita. Il movimento per la decrescita affonda le sue radici negli anni ’70 e vuole aiutarci a disimparare che la crescita economica è desiderabile. Infatti, la decrescita ci permette di decostruire “l’economia” come costrutto sociale. Come paradigma, la decrescita presenta tre valori fondamentali: autonomia, sufficienza e cura. I beni comuni veicolano lo spazio in cui le comunità scrivono le proprie regole, mentre amministrano le risorse collettivamente, offrendo i presupposti per attività, comunicazione e gestione democratica. 

I beni comuni rappresentano un segmento dimenticato e sottovalutato della nostra società e della nostra economia. Ci mostrano anche come potrebbe essere la decrescita. Molti collettivi di cittadini stanno mettendo in pratica testimonianze di beni comuni e di decrescita. Mentre reinventano la cura e ridefiniscono la salute, quei collettivi che si occupano di salute e cura seguono le orme del lavoro di Aillon e Dal Santo, il cui lavoro a sua volta è stato ispirato da Ivan Illich. L’autosufficienza condivisa può trasformarsi in autonomia collettiva quando le comunità prendono nelle proprie mani le questioni per amministrare la salute e la cura della comunità. Il rafforzamento delle relazioni sociali nei quartieri è il risultato di pratiche di cura comunitarie, mentre la solidarietà diventa una motivazione per un maggiore benessere. I collettivi basati sulla cura condividono l’ideale di un tipo di salute diverso e più olistico, riformulando e reinventando cosa significa l’essere sani e il prendersi cura all’interno di una comunità. Una comunità sana rende anche le singole persone più sane. La cura autorganizzata funziona perché è locale e territoriale, ma anche perché è svincolata dal sistema burocratico. I bisogni umani sono visti come olistici, non da organizzare in compartimenti o categorie separati. Attraverso il rafforzamento della vita comunitaria, la localizzazione delle attività economiche e l’utilizzo delle risorse in modo più sostenibile, l’atto di organizzare la cura attraverso i beni comuni promuove il passaggio a un’economia più ecologica, più in linea con il valore fondamentale della sufficienza della decrescita. Una rete di attori  che si fidano reciprocamente a diversi livelli degli ambiti di cura, formali e informali, governativi e dal basso, professionali e comunitari, è essenziale per il successo dell’assistenza localizzata auto-organizzata.

Queste reti vengono rese sempre più esplicite dalla formazione di équipe di assistenza sociale integrale, organizzate dalle amministrazioni comunali. Allo stesso modo, vediamo che il ruolo di un coordinatore dell’assistenza di quartiere diventa un lavoro ufficiale in questi comuni, mediando l’assistenza a tutti i livelli per i loro cittadini. Anche se non è il loro obiettivo, i collettivi di assistenza comunitaria rappresentano uno sgravio dalla pressione sui sistemi sanitari formali perché le pratiche di assistenza informali prevengono i problemi di salute nella comunità. I collettivi di cura aumentano il senso di appartenenza tra i partecipanti al quartiere enfatizzando la reciprocità e l’interdipendenza. Mettere al centro le pratiche di cura reciproca significa allontanarsi dalle relazioni transazionali in una comunità, dall’etica della produttività e dell’individualismo, e verso un’etica del non sfruttamento. Va tuttavia notato che esiste un rischio di segregazione ed esclusione in qualsiasi collettivo di cittadini, e questo deve essere affrontato. I collettivi di cittadini sono auto-organizzati e governati dalla comunità. Questa governance dal basso porta a un maggiore senso di appartenenza e radicamento all’interno della comunità. Poiché molti collettivi di cura sono fondati come reazione alla burocrazia centralizzata del sistema sanitario istituzionale, spesso hanno il minor numero possibile di regole e processi. Questo li rende più inclusivi e più democratici, ma hanno successo solo se hanno linee guida chiare concordate dalla comunità. È un atto di bilanciamento. I collettivi di cura, proprio come le altre iniziative dei cittadini, non si ingrandiscono come fanno le società commerciali, perché sono intrinsecamente territoriali, ma si espandono, condividendo le proprie intuizioni con altri collettivi attraverso reti di conoscenza e scambio di competenze. Lo spirito che guida gli atti di condivisione è in diretta opposizione alla normalità centrata sulla crescita. 

Un’attenta trasformazione decrescente richiede politiche e azioni radicali. Avremo bisogno di promuovere la solidarietà gli uni con gli altri e con la natura, abbracciando una comprensione olistica della salute. Sarà necessario abolire il PIL come indicatore di progresso. Dovremo introdurre un reddito di assistenza universale e dovremo dimezzare l’orario di lavoro. Avremo bisogno di valute comunitarie per promuovere economie di cura locali e avremo bisogno di banche del tempo ovunque. Saranno necessari partenariati pubblico-collettivi per sostenere queste innovazioni socio-economiche e rafforzare i beni comuni.

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