Gianni Tamino: Imparare la relazione dalla natura. Il paradigma riduzionista non dà conto della realtà e della complessità

La maggior parte dei problemi di cui si dibatte oggi, sono strettamente collegati tra loro. Aprendo un giornale ci troviamo di fronte ad argomenti diversi: la questione dei migranti e, qualche pagina più in là, i cambiamenti climatici, e poi il dissesto idrogeologico, le alluvioni. L’errore è vederli separati l’uno dall’altro. Siamo all’interno di una visione culturale-ideologica che fa riferimento a un paradigma “riduzionista”. Si tratta di una visione che, in passato, ha avuto una notevole importanza: non ci sarebbe probabilmente la nostra civiltà moderna, tutta la nostra tecnologia, senza questo paradigma, che però è sbagliato. Non è detto, però, che un paradigma sbagliato porti a risultati sempre sbagliati: prima di Galileo, i naviganti, pensando che la terra fosse piatta e al centro dell’universo, partendo cioè da una teoria sbagliata, ottenevano risultati corretti, che permettevano loro di arrivare nel porto voluto. È quello che avviene anche oggi quando, nonostante l’evidenza di un paradigma sbagliato, dominante nella cultura e soprattutto nell’economia, tutti vi fanno riferimento, con risultati parziali anche validi, ma con effetti globali disastrosi.

 

L’analogia dell’orologio

 

L’attuale paradigma dominante nasce con l’illuminismo, o forse ancor prima, sulla base di un’analogia tra la realtà e gli oggetti meccanici, come l’orologio, costituito da rotelle e molle, per cui si parla anche di meccanicismo. Per la cultura di quel tempo, basta pensare a Cartesio, qualunque organismo vivente poteva essere rappresentato alla stregua di una macchina, come l’orologio, che ha la proprietà di poter essere smontato e rimontato. Conoscendo le caratteristiche di ogni singola parte di un meccanismo e sommandole, si ha la proprietà complessiva dell’insieme.

Questo ragionamento ha una sua logica e nell’orologio è vero, ma non vale per i sistemi complessi, come i viventi, caratterizzati dal fatto che la somma delle proprietà non descrivono le proprietà dell’insieme, che sono, invece, “emergenti”. Emergono cioè dalla relazione fra le parti. Se consideriamo le cellule di organismi diversi, dal punto di vista dei componenti, così come dal punto di vista dei geni, sono molto simili. Un numero maggiore di geni, inoltre, non significa essere più complessi o più evoluti: il mais, ad esempio, ha più geni dell’uomo. Quello che conta non è la quantità o la sequenza, ma come i geni interagiscono fra loro e con la realtà intorno a loro.

La parte della biologia che se ne occupa non è la genetica ma la epigenetica, che studia le relazioni tra geni e ambiente, relazioni che definiscono come siamo. Non è vero che noi siamo il nostro Dna. Nel Dna ci sono dei messaggi che opportunamente utilizzati, in relazione a contesti specifici come lo sviluppo embrionale e l’evolversi della vita, e condizionati da fattori esterni, determinando quello che siamo. Perfino due gemelli monovulari non sono identici, non perché non abbiano gli stessi geni, ma perché hanno esperienze diverse che determinano utilizzi diversi dei geni. Questo significa che l’emergere delle proprietà è provocato dal fatto che un elemento interagisce con tutti gli altri e ogni nuovo evento determina a catena una reazione complessa di eventi che poi producono l’insieme delle proprietà dell’individuo.

Per capire cos’è una proprietà emergente si può fare un esempio semplice, quello dell’informazione: dire che in una scritta vi è informazione non è corretto. Una frase scritta diventa informazione solo nella relazione, cioè se c’è qualcuno in grado di interpretarla. L’informazione “emerge” dalla relazione con qualcuno in grado di leggere le parole scritte. Wedding dresses nz Così se viene a mancare la luce e non si vede più niente, o se uno è cieco, o se pure una persona vedente non sa leggere, ciò non significa che quello che c’è sia scomparso o sia diverso, manca la relazione e quindi non c’è informazione. La stessa cosa vale negli organismi viventi, in una prospettiva totalmente diversa da quella riduzionista, se consideriamo l’informazione genetica, che si realizza solo se può essere letta e tradotta grazie a specifici meccanismi molecolari e a segnali ambientali.

 

La realtà come relazione

 

La realtà intorno a noi deve essere concepita come relazione. Questo Convegno tratta della parabola del cibo, il passaggio da quello che il cibo era originariamente, un dono, a quello che è diventato oggi: merce. Il segno di pace, che si scambia durante la messa, è legato allo scambio del cibo. Già nelle popolazione primitive la dimostrazione di non ostilità si esprimeva attraverso l’offerta di cibo, come segno di rispetto. Il dono è convivialità, è relazione positiva. Questo vale in tutte le società.

Quando si è sviluppata l’agricoltura le popolazioni erano tendenzialmente pacifiche e, avendo più cibo, hanno avuto meno bisogno di farsi la guerra. La guerra è cominciata quando si sono incontrate società agricole e altre legate alla pastorizia. Se consideriamo l’episodio di Caino e Abele, nelle religioni che hanno la Bibbia come testo base, non possiamo individuare il cattivo con Caino, per il semplice fatto che quell’episodio è stato scritto da pastori. Caino, che era un agricoltore, non poteva offrire agnelli in sacrificio alla divinità, ma i greggi potevano danneggiare le sue colture. Ancora oggi le popolazioni che vengono considerate arretrate perché legate a una visione agricola, il primo gesto che fanno, come segno di pace, è offrire del cibo.

Nelle grandi città di oggi, dove non conosci il vicino di casa perché spesso vivi in “loculi” che si chiamano miniappartamenti, c’è la spersonalizzazione delle relazioni: il dramma della solitudine in mezzo a tanta gente. Non è la somma degli individui che fa la società, ma la relazione fra gli abitanti. Uno dei primi artefici di questa cultura individualista, liberista, è stata Margaret Thatcher, la quale teorizzava che non esiste la società, ma la somma dei suoi individui.

 

La visione riduzionista

 

Tutte le cose sono collegate tra loro, una cosa tira l’altra, dalla politica all’economia alla struttura sociale, fino ad arrivare alla scienza. Dall’inizio del secolo scorso, cioè dai primi anni del ‘900, i fisici hanno scoperto che la visione meccanicista e riduzionista è sbagliata. I biologi e i medici, invece, hanno continuato a pensare che il metodo riduzionista ancora funzioni. Proprio la medicina divide il corpo in parti e ignora l’insieme, al contrario della visione definita “olistica”, che non è una parola esoterica, ma vuol dire semplicemente che si tiene conto dell’insieme. Non si possono capire le relazioni se non si tiene presente l’insieme e gli effetti che le relazioni hanno sull’insieme.

In particolare, nel campo sanitario questo è importantissimo. Anche un’emozione si ripercuote sulla salute e crea effetti che fino a qualche tempo fa la medicina negava e che oggi, invece, vengono riconosciuti validi. L’epigenetica è una disciplina conosciuta da oltre mezzo secolo, ma solo negli ultimi anni si fanno studi per verificare la relazione tra geni e fattori ambientali.

Ritornando al cibo come dono, dobbiamo chiederci cosa è successo. Parlare di cibo significa riferirsi anche all’acqua, e bisognerebbe aggiungere anche l’aria, tornando ai famosi elementi degli antichi greci: aria, acqua, fuoco e terra che sono ancora validi, visti con gli occhi di oggi. Non possiamo vivere senza l’aria, non possiamo vivere senza la terra per coltivare, non possiamo vivere senza l’acqua da bere e non si può vivere senza energia, che all’epoca era rappresentata dal fuoco, come unica fonte. L’Enciclica Laudato si’ è un momento di visione di insieme, un bell’esempio di come si rovesci il paradigma riduzionista. Quello che si percepisce è un atteggiamento molto cauto, di chi non ha la verità in tasca, ma vuole risolvere i problemi con tutti gli uomini di buona volontà. È un atteggiamento fondamentale che si rivolge a tutte le fedi e che vale per qualunque persona, laico o credente.

Inizialmente  il cibo, l’acqua, l’aria, quello che gli economisti chiamano “servizi” che la natura forniva gratuitamente – cosa che continuerebbe a fare se non si fosse messo di mezzo il mercato – seguivano la logica del dono. Questa logica della natura che ci offre “servizi” (tra virgolette perché il concetto di servizio, come quello di merce, è svilente), ha una complessità di condizioni, in cui le relazioni sono anche di tipo alimentare¸ e ogni organismo può essere al tempo stesso preda e predatore. Il lupo cattivo disneyano è una distorsione, in quanto il lupo svolge solo la sua funzione, per cui cacciare per mangiare fa parte degli equilibri naturali. Se il lupo non svolgesse il suo ruolo sarebbe un disastro: infatti, quando l’uomo distrugge il lupo, o i carnivori in genere, allora succedono i disastri, perché gli erbivori, che non sono più controllati dai carnivori, si diffondono, distruggono il bosco, rovinano i raccolti. Ma, nella nostra concezione, è il lupo che bisogna distruggere, o l’orso! Nessuno si pone il problema che gli equilibri della natura son quelli che ci garantiscono la possibilità di avere il massimo di stabilità naturale, con il massimo di biodiversità.

La stabilità è misurabile in numero di specie presenti in un territorio, ma anche in numero di varietà o varianti di ciascuna specie. La diversità è garanzia di stabilità, l’opposto della visione riduzionista e meccanicista, che tende all’omogeneità e il massimo di omogeneità è il deserto. Se vogliamo un equilibrio stabile, non statico ma dinamico, deve esserci molta diversità. Le due impostazioni portano a risultati diametralmente opposti. La cultura dominante oggi è ancora quella riduzionista che ci porta verso la perdita di biodiversità, la rottura degli equilibri, i disastri che vediamo a livello ambientale, ma anche a livello sociale e politico.

Cibo e acqua sono indispensabili per la vita, sono sempre stati visti come dono della natura e offerti come segno di buona volontà per dimostrare rapporti e relazioni amichevoli, ma sono anche diritti. Non possiamo affermare, come si è fatto dall’illuminismo in poi, che c’è il diritto alla vita se poi neghiamo le condizioni perché la vita si realizzi. Senza garantire acqua, aria pulita e cibo, si nega il diritto alla vita. C’è una bella contraddizione tra i diritti dell’uomo, affermati in tutte le costituzioni, e lo sviluppo di un’economia, che nega questo diritto.

 

Partire da dove ci siamo persi

 

Abbiamo intrapreso una strada che ci porta in un vicolo cieco. La persona stupida insiste per quella strada, quella intelligente ha il coraggio di tornare indietro. Non per tornare ai tempi passati, ma per ritrovare una strada corretta. Si tratta di dire: “Abbiamo imboccato una strada sbagliata” e utilizzare il buon senso per cercarne una nuova, anche tornando indietro, per poi andare avanti. Se sono di fronte a un precipizio non accelero, freno e magari cerco di non cadere giù. La logica della crescita continua è come essere di fronte a un precipizio e decidere di accelerare sempre di più. Per crescere sempre di più bisogna consumare sempre di più, produrre sempre di più, distruggere la natura sempre di più, distruggendo anche le relazioni umane, come sta avvenendo al giorno d’oggi.

Non voglio dire che dobbiamo percorrere una strada precisa già individuata, precostituita: nessuno di noi ha l’alternativa bella e pronta. Come viene scritto anche nell’Enciclica non c’è una unica via, dobbiamo cercarla tutti insieme. O la troviamo insieme o non la troveremo. Sicuramente la strada che dovrà scegliere l’Italia è ben diversa da quella dell’Angola, del Brasile o della Cina. Però la strada deve essere convergente verso un unico obiettivo: quello di una stabilità degli equilibri naturali e sociali che vanno verso la giustizia, il ripristino di quelle relazioni di buona volontà, in cui il diritto è garantito.

A mio avviso, in questo momento, per poter “tornare indietro” occorre anzitutto fermarsi, per capire dove ci siamo persi, dove abbiamo abbandonato le regole dell’economia della natura. Comprendere per quale motivo stiamo seguendo un’economia sbagliata, imposta da una cultura prima liberale, che era meno peggio di quella attuale, poi liberista, distruttiva. Tutta l’economia della natura si basa sulla produzione di biomassa, intesa come la somma della massa di tutti gli organismi viventi, dai batteri alle piante, agli animali, agli uomini, una quantità enorme, prodotta senza inquinare né perdere risorse. La natura riesce a produrre una quantità e una diversità di qualità (biodiversità) enormemente maggiore della quantità e diversità delle produzioni umane, senza distruggere il pianeta, senza distruggere le risorse e mantenendo un equilibrio dinamico.

La terra esiste da oltre 4 miliardi di anni e la vita da circa 3,8 miliardi. Negli ultimi 2 si è sviluppato un equilibrio che si è rafforzato grazie a processi naturali, alla base dei quali c’è la fotosintesi. Questa consiste nel trasformare due elementi molto diffusi miliardi di anni fa, la CO2 e l’acqua, in zuccheri. Gli zuccheri sono il punto di partenza della vita, fornendo energia sotto forma di cibo. La fotosintesi avrebbe potuto essere disastrosa, vista a se stante, perché produce un inquinante. Infatti consuma materie prime, acqua e CO2, produce un elemento utile che è lo zucchero, ma anche un inquinante che è l’ossigeno. L’aumento di ossigeno poteva rappresentare la fine della vita sul pianeta, sia perché favorisce l’ossidazione che distrugge le molecole organiche, sia perché, raggiunta una certa concentrazione, come in una camera iperbarica, i fulmini avrebbero incenerito tutta la biomassa presente sul pianeta. Questo non è accaduto perché si sono create delle nuove relazioni.

Da una parte la fotosintesi ha permesso alle piante di utilizzare una fonte di energia, come il sole, esterna al sistema. Secondo la termodinamica, un ciclo continua indefinitamente fintanto che esiste una fonte di energia esterna che lo alimenta e questo vale, al contrario,  anche per le fonti di energia fossili che, una volta esaurite, invece bloccano il processo. La complessità delle relazioni che determinano la vita sulla terra non dovrebbero esaurirsi fintanto che non si esaurisce il sole, che durerà per almeno altri 3 miliardi di anni, al contrario delle fonti fossili che al massimo tra 50/100 anni non ci saranno più. A chi obietta che l’energia solare non è sufficiente per le nostre esigenze, rispondo che la natura ha una produzione, in ordine di grandezza, superiore alle produzioni umane, e consuma almeno 10 volte più energia di quanta ne consumiamo noi esseri umani, eppure le piante utilizzano tra l’1% e l’1‰ dell’energia che il sole ci manda. Dire che l’energia solare è insufficiente è una vera stupidaggine: il problema è come utilizzarla.

Dopo la comparsa della fotosintesi è successo che, nel giro di mezzo miliardo di anni, gli organismi invece che venire avvelenati dall’ossigeno hanno cominciato a sfruttarlo, con un processo esattamente simmetrico alla fotosintesi, che si chiama “respirazione”. La respirazione non è altro che un modo molto efficiente per ricavare più energia possibile dagli zuccheri prodotti dalla fotosintesi: si utilizza l’ossigeno per compiere la completa trasformazione degli zuccheri in CO2 e acqua. Abbiamo utilizzato lo scarto, l’ossigeno, per sfruttare al meglio l’energia degli zuccheri, ripristinando, con la respirazione, CO2 e acqua nell’ambiente. Così non c’è esaurimento delle risorse e non c’è inquinamento. Una singola reazione sarebbe inquinante, due reazioni, cioè due complessi sistemi in relazione tra loro, in modo ciclico, evitano il problema dell’esaurimento delle risorse e dell’inquinamento.

 

Il recupero della biodiversità

 

Tutti gli organismi sono in relazione fra loro, le piante che usano la fotosintesi e tutti gli altri che respirano, attraverso una catena alimentare. Al primo anello abbiamo i produttori primari, le piante che usano l’energia solare, poi gli erbivori che usano il cibo prodotto dalle piante, quindi i carnivori che usano il cibo prodotto dagli erbivori. Tutti questi organismi scartano materiali che producono inquinamento: le deiezioni, i corpi in decomposizione, i rami, le foglie che cadono. Ci sono però altri organismi che riutilizzano la materia organica residua, senza la quale il terreno sarebbe sterile e non sarebbe in grado di alimentare le piante, che non vivono solo di zuccheri, ma hanno bisogno di trasformare i sali minerali e la materia organica disciolta nel suolo per ottenere le proteine, gli acidi nucleici, diventando poi cibo per gli erbivori che saranno cibo per carnivori.

È un ciclo continuo che si può alimentare solo fintanto che ci sarà energia solare, senza produzione di rifiuti, perché la natura ricicla grazie a questa fonte di energia. E questo ciclo funziona perché in natura abbiamo tantissimi tipi di piante, tantissime specie di animali; soltanto gli insetti sono quasi un milione di specie diverse; i carnivori sono meno degli erbivori ma sono comunque tanti. La biodiversità delle specie è condizione indispensabile per la sopravvivenza dei cicli naturali, ma anche quella interna a ogni specie è fondamentale. Se fossimo tutti identici, noi come esseri umani, e così le piante, gli insetti o qualunque tipo di animale, a ogni cambiamento ambientale, climatico o ci adatteremmo tutti o nessuno. Si potrebbe dunque interrompere il ciclo e il processo diventerebbe lineare.

La rivoluzione industriale ha cambiato le regole del gioco. Fino a quando abbiamo mantenuto, come esseri umani, una dimensione interna alle regole della Natura e ci siamo considerati in qualche modo parte della natura, l’equilibrio è stato rispettato. Quando abbiamo messo l’essere umano da una parte e la natura dall’altra, le cose son cambiate drasticamente. Abbiamo trasformato quei processi produttivi ciclici in processi produttivi industriali lineari; in una logica riduzionista, abbiamo realizzato non più una produzione per la collettività, ma una produzione per il profitto. Non si tratta più di produrre quello che serve, ma produrre sempre di più, per incrementare il prodotto interno lordo, aumentando i consumi. Di conseguenza sono necessari strumenti culturali, pubblicitari per indurre la gente a consumare sempre di più, anche se non ne ha bisogno. Diversamente il meccanismo si inceppa, così la risposta alla crisi economica attuale è quella di aumentare il Pil.

La crisi del 1929 si dice sia stata risolta con scelte di politica keynesiana. Certamente la politica keynesiana può aver contribuito, ma non avrebbe risolto il problema. La soluzione keynesiana era: aumentare il potere di acquisto dei più deboli per aumentare i consumi e rilanciare così l’economia. Una visione che dimentica che c’è un limite alle risorse; non si può continuare a prelevare là dove le risorse si stanno esaurendo, quindi questo meccanismo nel tempo non può funzionare. Una logica di crescita continua può funzionare a una sola condizione: distruggere e ricostruire, come avviene per effetto della guerra. È la Seconda Guerra Mondiale che ha permesso la ripresa economica (il cosiddetto boom), non la politica keynesiana. Oggi, come ha detto anche il Papa, siamo in guerra, la Terza Guerra Mondiale. È una guerra diffusa che interessa i fabbricanti di armi, il cui obiettivo non è la pace, ma la produzione sempre maggiore di armamenti.

La crisi attuale è una crisi economica, ma anche ambientale, sociale, politica, la cui origine risiede in quella visione meccanicista e riduzionista, che ha imposto una logica lineare in un pianeta che funziona in modo circolare. Per capire le conseguenze di questo processo, basta pensare che siamo di fronte alla sesta estinzione di massa, provocata però, a differenza delle precedenti, dall’uomo, come dice l’UNEP, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, che si occupa di biodiversità.

Un altro aspetto, oggetto di scontro con amici ambientalisti, è quello di considerare la sovrappopolazione umana come principale problema, causa dei disastri attuali. In natura normalmente non c’è sovrappopolazione di qualche specie perché l’equilibrio è dinamico. In ogni ecosistema vi è una certa capacità di carico, cioè il numero massimo di individui di una specie che può vivere in quel territorio, ed è determinata dalle risorse disponibili. Se vi sono più specie e una popolazione sottrae più risorse per sé, impedendo la vita alle altre, alla fine non avrà niente, perché ci sarà il deserto. Il problema sta proprio nel trovare un equilibrio dinamico sulla base della disponibilità delle risorse, per una popolazione di 7 miliardi di persone, che, secondo gli indicatori, non supererà i 9 miliardi di abitanti nel futuro. Quindi se il problema è se siamo in grado di sfamare dai 7 ai 9 miliardi di persone, la risposta è sì. La differenza sta nell’uso delle risorse, ovvero se usate in maniera equilibrata all’interno di processi ciclici, senza egoismi e ricorrendo al principio del dono, o se considerate una merce, e distrutte per logiche di profitto.

Solo tra le piante utilizzabili dall’uomo la biodiversità è enorme. Ci sono oltre 250 mila specie di vegetali, di cui almeno 30 mila sono commestibili. Della quantità enorme di piante offerte dalla natura, e quindi non solo coltivate, l’uomo ne ha usato come cibo alcune migliaia e ne ha coltivate varie centinaia. Attualmente coltiva poco più di cento piante, di cui 9 rappresentano il 75% della produzione di massa e 3 il 50% della produzione totale: il frumento, il mais, il riso. Ora, se qualcuno si impadronisse di queste 3 piante, condizionerebbe la vita di tutti gli abitanti del pianeta, l’economia e la politica. E questo è un processo in atto.

L’impronta ecologica misura in ettari i consumi di una popolazione, cioè la quantità di ettari di terra che ci fornisce l’acqua, il cibo, le materie prime, l’energia di cui abbiamo bisogno. Sono inclusi anche gli ettari dove vengono buttati gli inquinanti, i rifiuti. Oggi la maggior parte degli abitanti del pianeta utilizza una quantità di terra superiore a quella a loro disposizione. L’Italia ha a disposizione poco più di 2 ettari per persona e ne consuma più di 4. Gli americani ne consumano circa 12 per persona. Per trovare queste risorse l’Italia, come l’America, l’Europa, la Russia, la Cina, rapinano i paesi più poveri senza i quali non avremmo la possibilità di ottenere la crescita: né demografica, né produttiva, né distruttiva sotto forma di inquinamento. E questa possibilità di rapina è garantita dalla guerra e dagli armamenti. Tutto questo porta a quello che oggi viene chiamato overshoot day, cioè il giorno in cui abbiamo superato i limiti della natura e abbiamo consumato più di quanto in un anno i “servizi” naturali della terra possono fornirci. Attualmente il giorno orientativo dell’overshoot day è intorno al 20 di agosto. È come se una persona mettesse dei soldi in banca per vivere della rendita prodotta, ma poi incomincia a consumare il capitale, esaurendo rendita e capitale. Infatti si parla di “capitale naturale” che stiamo intaccando.

 

La rottura dell’equilibrio

 

È in atto una strategia ben precisa di appropriazione delle principali sementi coltivate. Nel corso del tempo abbiamo avuto perdite di varietà di piante da frutto, di cereali e di molti ortaggi, come è stato spiegato da Isabella Dalla Ragione. Questa perdita notevole di biodiversità agricola è dovuta, oltre che ai recenti cambiamenti climatici e all’inquinamento, soprattutto alla trasformazione dell’agricoltura avvenuta con la rivoluzione verde.

La prima grande rivoluzione umana era stata nel neolitico con la scoperta dell’agricoltura. Da allora, pur avendo l’opera dell’uomo imposto cambiamenti epocali, compreso l’aver contribuito alla scomparsa e alla desertificazione di alcune aree del pianeta, in qualche modo si rispettavano gli equilibri naturali: l’energia utilizzata era quella solare, animale o umana. L’energia umana e animale rientra nei cicli naturali, è riciclabile; la fertilità del suolo era garantita dal ciclo, che derivava dalla concimaia, alimentata dalle deiezioni degli animali allevati.

La rivoluzione verde ha rotto definitivamente l’equilibrio perché ha trasferito le logiche della produzione industriale all’agricoltura, la naturale ciclicità dell’agricoltura si è persa. Il modello di agricoltura della rivoluzione verde è un modello lineare: si prendono dall’esterno concimi ed energia e si sfrutta al massimo il suolo, che si sterilizza. Così c’è bisogno di nuova materia prima ed energia perché il campo produca ancora. Il processo lineare richiede che si acquisti da un’industria i concimi, si riduca la biodiversità (logica delle monocolture), rendendo le coltivazioni più sensibili agli attacchi di parassiti e quindi si utilizzino sempre più pesticidi, sostanze chimiche che dovrebbero impedire la comparsa di nuovi parassiti. Il pesticida (biocida) è un vero e proprio veleno che ammazza organismi nocivi alla pianta, ma non per questo, come si vuole far credere, è innocuo per altri organismi.

Con la rivoluzione verde abbiamo avuto un aumento della produttività misurata dagli economisti agrari in quintali per ettaro oppure, per un allevamento, in litri di latte per mucca. Questa misura però è sbagliata. La produttività si deve misurare in quintali per ettaro o litri di latte per mucca “a parità di input”, cioè a parità di energia e di materia prima consumata. Senza questo parametro sembra che energia e materia prima siano gratuiti, invece non è così. Anzi, devo aggiungere un ulteriore parametro, che sono gli squilibri ambientali provocati che impediscono alle generazioni future di avere ciò che è disponibile oggi. Se si considerano questi elementi non è vero che con la rivoluzione verde la produttività sia aumentata. Al contrario, la Fao assicura che, secondo questi criteri di misurazione, il massimo della produttività si ha nell’agricoltura di sussistenza, perché l’input energetico è bassissimo, si mantengono gli equilibri naturali ed è durevole nel tempo.

Il mais ibrido è un esempio di come le multinazionali affrontino il problema della produttività. Il mais ibrido è un mais che sfrutta un principio della genetica per cui, prendendo due linee pure a scarsa produttività ma completamente diverse, e ibridandole, si ha un ibrido che nasconde i difetti dell’uno e dell’altro genitore ed è, secondo il termine usato dai genetisti agrari, lussureggiante. Il risultato è vero solo in parte, perché il processo non tiene conto che spesso questi ibridi sono inadatti a molte terre, sono cioè produttivi solo a certe condizioni.

Ai tempi del neolitico la prima operazione che si faceva in agricoltura era selezionare la pianta in funzione del territorio. Quando la popolazione passò da 3/4 milioni di abitanti a decine di milioni, iniziò anche l’espansione per la conquista di nuove terre da coltivare, a partire, per quanto riguarda la nostra cultura, dalla Mezzaluna fertile, in Medioriente. Contemporaneamente, anche in altre parti del mondo, si ebbero altre espansioni, anche se più limitate, come a partire dall’area cino-indiana, da quella mesoandina e da quella africana. Iniziarono le migrazioni.

Non dobbiamo dimenticare che noi abitiamo questo territorio, l’Europa, perché vi è stata la migrazione, iniziata 10 mila anni fa, che riguarda uomini e sementi. Gli uomini si portavano le loro sementi e le riadattavano mediante una selezione che teneva conto del nuovo ambiente e non solo della produttività. Oggi non si adatta più la pianta all’ambiente, ma l’ambiente alla pianta, desertificandolo. Si eliminano le piante che fanno concorrenza alla coltivazione e ci si arroga il diritto di chiamarle infestanti. In natura non esistono piante infestanti, non esistono insetti nocivi, ogni organismo contribuisce agli equilibri e perciò è utile. Nell’equilibrio complessivo se scompaiono le zanzare molti uccelli e i pipistrelli rimarrebbero senza cibo. Eliminare le zanzare con il DDT non risolve il problema né delle zanzare, né della malaria. Estinguere in questo modo una specie è molto difficile, dimenticando poi che in natura vale una regola fondamentale: liberata una nicchia ecologica, cioè una particolare situazione all’interno di un habitat, quella nicchia, lasciata libera, viene immediatamente occupata da un’altra specie.

Il mais ibrido è stato proposto per avere un forte aumento della produttività, ma a condizione di un enorme consumo di fertilizzanti chimici di sintesi e di pesticidi, per fare piazza pulita di tutto il resto e permettere le monoculture di mais. La pianura Padana è una monocultura di mais, il centro degli Stati Uniti è una monocultura di mais, ma entrambi sono biologicamente in evoluzione verso la desertificazione.

 

La diffusione dei pesticidi

 

Faccio una breve digressione, per far capire da cosa trae origine tutto questo e perché è collegato alla guerra. Tra la prima e la seconda guerra mondiale un’industria chimica ha sviluppato dei composti, in particolare i policlorobifenili (PCB) che si usavano nelle centrali elettriche come isolanti perché non bruciavano, e quindi utili per evitare incendi. I PCB sono veleni tra i più pericolosi per l’ambiente e per l’uomo. Insieme con i PCB si producevano anche diossine e altri composti, molto aggressivi per l’ambiente e per gli esseri viventi, che sono stati pensati come armi belliche. L’industria in questione è la Monsanto, che ha prodotto l’agente “orange”, che è un derivato di questa chimica. È un defoliante che veniva irrorato per permettere di scoprire i vietcong nascosti nella foresta, con effetti disastrosi sull’ambiente e sulla salute. Finita la guerra nel Vietnam, con la sconfitta degli Stati Uniti, la Monsanto si ricicla in industria di pace e trasforma quel biocida defoliante in erbicida per l’agricoltura, secondo la logica perversa del consumismo che, per raggiungere i suoi obiettivi, deve indurre dei nuovi bisogni.

L’aumento di produttività agricola ottenuto in questo modo non è motivano dall’aumento della popolazione, perché la produzione di cibo oggi raggiunta, come sostiene la FAO, è sufficiente per sfamare da 9 a 12 miliardi di persone. E nemmeno il problema della fame nel mondo si è risolto: erano alcune centinaia di milioni i denutriti prima della rivoluzione verde, ora sono diventati quasi un miliardo. Inoltre l’aumento della produzione di cereali ha raggiunto il suo limite; per mantenere costante tale produzione, deve crescere il consumo di fertilizzanti e di pesticidi: è quella che viene definita “produzione costante a input crescenti”, cioè la negazione dell’economicità. L’unica economicità sta nel profitto che ne deriva, non certo nei risultati. Questa è stata la trasformazione del cibo da dono, a consumo, a merce.

Se il cibo è una merce e non ho soldi, posso morire di fame davanti a un supermercato pieno di cibo esposto, perché non ho la possibilità di comprarlo, a meno che qualcuno non mi faccia la carità. Non è la quantità di cibo a garantire il superamento della fame del mondo, ma l’accesso al cibo.

Nella logica produttivistica, cereali e altre piante come la soia, cresciuti enormemente, non si producono per l’alimentazione umana, ma per l’alimentazione animale. Nell’alimentazione animale si trasformano i ruminanti in consumatori di proteine in eccesso, per accelerare i tempi di produzione della carne o del latte, snaturando la loro natura fisiologica: questi animali vivono meno, vanno incontro a malattie e quindi vanno curati con gli antibiotici e altre medicine. La logica è di trasformare cibo vegetale in cibo animale che non tutti possono permettersi.

La dieta mediterranea prevede un consumo di carne nell’ordine di 15 kg l’anno, mentre attualmente gli europei ne consumano in media circa 100 kg, con eccessi maggiori degli spagnoli e dei tedeschi che, come gli americani, ne consumano circa 120 kg a testa. Per fornire a 7 miliardi di abitanti del pianeta questa quantità di carne ci vorrebbero 3 pianeti Terra per produrre i mangimi, oppure 5 pianeti Terra trasformati in pascolo. È evidente, per la capacità di carico, che non si possono alimentare 7 o 9 miliardi di persone con questo livello di consumo di carne. Ci vuole anche una solidarietà umana, dobbiamo ridurre drasticamente il consumo di prodotti animali e riportare gli animali al pascolo, ripristinando il corretto equilibrio ambientale. Se non riduciamo i consumi di prodotti animali e, in particolare, di carne, che fa male alla salute, si condannano a morte altre persone che non hanno accesso a quei cereali usati per nutrire gli animali, che invece consumerebbero volentieri.

Come già detto, in Italia ci sono aree pianeggianti, come la pianura Padana, una parte di costa delle Marche, un’area del Lazio e anche dell’Umbria, che sono zone desertificate, la cui materia organica ha raggiunto un livello così basso da non essere più in grado di produrre cibo, sono cioè improduttive, senza input esterni. Se si analizza la terra dove, per decenni, si è fatta monocoltura di mais, quella terra è trasformata in polvere, non è più terra.

Un altro dato importante è che questa agricoltura, per effetto in particolare degli allevamenti intensivi, con l’emissione di metano dei bovini, contribuisce pesantemente ai cambiamenti climatici, che riducono a loro volta la produttività agricola.

Il consumo di pesticidi ha portato ad un grave inquinamento delle acque sia di superficie che di falda. L’agricoltura moderna impone diserbanti prodotti da una multinazionale, come la Monsanto, con il Roundup o glifosate. Questo diserbante è stato recentemente riconosciuto cancerogeno dall’Agenzia Internazionale sulle ricerche sul cancro. La Monsanto si è permessa di dire che questa agenzia dell’Oms fa cattiva scienza perché mette in discussione la bontà di un prodotto chimico. Grazie ai finanziamenti che la Monsanto ha dato a tutti i presidenti degli Usa, di entrambi i poli, si è creato un meccanismo per cui tutti gli enti di controllo dell’agricoltura, dei prodotti chimici, della salute sono stati a lungo sotto controllo di ex-dirigenti della Monsanto.

Quando i prodotti usati in agricoltura si diffondono nell’aria, nell’acqua o nel suolo, alla fine si concentrano in un unico punto: gli esseri viventi che bevono, mangiano, respirano. Quando mangiamo cibo animale, concentriamo l’inquinamento già accumulato da quei viventi che diventano nostro cibo, per effetto della catena alimentare. Così i composti chimici che hanno una concentrazione pari a 1 nel suolo, diventano 10 nella pianta, 100 nell’erbivoro e 1000 o più nel carnivoro. Mangiare vegetali è meno inquinante che mangiare cibo di origine animale, che è alimentato con quei cereali inquinati.

 

La trappola degli Ogm

 

Gli Ogm sono la diretta conseguenza di questa logica. Quando la Monsanto ebbe bisogno di riciclare un prodotto bellico in prodotto agricolo, cominciò a imporre anche sementi che avevano bisogno di quei prodotti. La Monsanto acquista un po’ alla volta tutte le industrie sementiere, prima statunitensi poi anche di altri paesi, imponendo le sementi tossicodipendenti, nel senso che dipendono dai suoi prodotti chimici, in particolare dai diserbanti. Una volta le piante migliori venivano selezionate per ricavare i semi da riseminare l’anno successivo. Oggi la Monsanto, come tutte le industrie sementiere, facendo sementi ibride, che non si possono riseminare (perché produrrebbero piante di scarsa qualità), obbliga all’acquisto di nuove sementi, perché per rifare un ibrido bisogna avere le due linee pure che appartengono alla multinazionale sementiera. Già la gran parte delle sementi di mais oggi appartiene a 3 o 4 multinazionali. Ma non tutte le piante si prestavano a ottenere semi ibridi ad alta produttività, per cui era necessario raggiungere un livello di controllo ulteriore, che è il principale motivo per cui sono nati gli Ogm.

Le piante geneticamente modificate sono un esempio classico di visione riduzionista. Si pensa di risolvere un problema biologico inserendo un gene che però interagisce con tutti gli altri e con l’ambiente, quindi il risultato non è certo. Oggi l’unica ragione per produrre Ogm è trasformare, con un solo gene, una pianta non per avere funzioni naturali migliori, per essere più efficiente, ma per essere resistente ad un diserbante, prodotto dalla stessa multinazionale che produce l’Ogm.

Una pianta geneticamente modificata è una pianta, in cui è stato introdotto un promotore (cioè un attivatore dei geni) di origine virale, che obbliga la pianta ad attivare il gene, altrimenti bloccato, ma non sempre questo metodo funziona. Attualmente questo metodo ha ben funzionato per rendere una pianta resistente ad un diserbante, come il Roundup. L’85% degli Ogm, in agricoltura, è resistente a un diserbante prodotto dalla stessa multinazionale e la maggior parte degli Ogm è prodotto dalla Monsanto. Il risultato è che anzitutto chi compra la semente è obbligato a comprare anche il diserbante. Inoltre le multinazionali hanno ottenuto di poter brevettare gli Ogm prima negli USA e poi anche in Europa. Dopo un primo voto contrario del Parlamento europeo, nel 1997 è stato riconosciuto il brevetto, ignorando la norma del trattato europeo sul brevetto che impediva di brevettare organismi viventi. L’ostacolo è stato superato affermando che non si brevetta la pianta ma il metodo e il risultato. Gli azzeccagarbugli esistono per questo motivo: trovano parole che non vogliono dire niente per by passare un concetto molto chiaro.

L’agenzia internazionale per le ricerche sul cancro ha dichiarato il glifosate probabilmente cancerogeno. Buonsenso vorrebbe che fosse ritirato dal commercio. Automaticamente tutte le piante Ogm della Monsanto non dovrebbero più essere utilizzate, ma senza mangimi a base di mais e soia Ogm sarebbe difficile per la nostra agricoltura industriale produrre carne, latte, uova.

Le norme italiane prevedono regole rigide e complesse per coltivare piante Ogm e comunque è obbligatoria l’etichetta, sia per alimenti che per mangimi, ma in questo caso l’etichetta viene letta solo dall’allevatore. Per questo motivo si richiede da tempo di scrivere sull’etichetta, non solo il contenuto, ma anche il processo produttivo, con il quale si è ottenuto il prodotto di origine animale, compresi i mangimi impiegati. La quantità dei prodotti animali nei nostri supermercati si ridurrebbe probabilmente a un decimo, dato che il 90% è ottenuto con mangimi Ogm.

Oggi sono solo 4 le piante geneticamente modificate che hanno avuto un successo industriale e commerciale: soia, mais, colza e cotone. Il cotone non si mangia, la colza si usa per l’olio e soia e mais sono usati essenzialmente come alimento per animali. Nel 1950 nella pianura Padana la produzione di mais era un quarto di quella attuale, oggi è 4 volte di più ma la popolazione ne mangia un decimo rispetto agli anni ’50. Vuol dire che 39 parti vanno agli animali e solo una parte va all’essere umano perché ormai ci consideriamo “ricchi” e vogliamo mangiare carne. La polenta è diventata cibo per poveri (o per quei ricchi che vanno nei ristoranti dove si preparano piatti della cucinatradizionale).

La pianta Ogm maggiormente coltivata è la soia resistente ai diserbanti. I danni all’ambiente degli Ogm sono: perdita di biodiversità e aumento dei consumi di pesticidi, anche perché le cosiddette infestanti diventano resistenti ai diserbanti. Ma la cosa più grave è che con gli Ogm, avendo ottenuto il brevetto, si sta realizzando quel processo di privatizzazione di ciò che la natura garantiva come servizio. Le sementi non sono più della natura, non sono più di libero accesso agli agricoltori, sono proprietà privata di multinazionali, che così condizionano il pianeta.

Anche l’Italia importa soia in gran quantità. Sull’etichetta del mangime dato alle mucche per fare il parmigiano reggiano si legge: “mangime complementare per vacche da latte convenzionato, consorzio parmigiano reggiano, soia geneticamente modificata”. E questo vale non solo per il parmigiano reggiano, ma per tutti i prodotti derivati dagli animali. Siamo stati invasi da Ogm senza che nessuno ce lo dicesse, questo è il dramma.

 

Ricostruire l’armonia

 

La via d’uscita da tutto questo è avere il coraggio di tornare indietro, ma non per ricominciare a zappare la terra, non siamo contrari alla tecnologia. Si tratta di tornare indietro culturalmente, riprendendo un percorso che preveda un cambiamento di paradigma, come è scritto anche nell’enciclica di papa Francesco, in cui si parla di “conversione ecologica”. Questo termine, usato per la prima volta da Alexander Langer negli anni ’80, è nettamente diverso da “riconversione” che è semplicemente un cambiamento. La “conversione” sottintende una visione diversa, una adesione, un cambiamento di stili di vita, un cambio di paradigma che preveda l’abbandono della visione riduzionista di cui parlavo all’inizio. Riconversione vuol dire abbandonare un’economia basata sulla crescita e ristabilire un’economia in funzione dell’essere umano e non che lo renda schiavo. L’obiettivo non è produrre sempre di più ma produrre quel che serve per migliorare la qualità della vita, per migliorare le relazioni umane. Un cittadino non è felice se ha più prodotti da acquistare, o se accumula oggetti, è felice se ha buone relazioni con altri esseri umani e con la natura. Solo questo può rendere felice una persona.

Mi permetto di concludere con un concetto molto caro ad Alexander Langer: il cambiamento se ci sarà, non ci sarà perché ci viene imposto, non ci sarà perché ci siamo spaventati dei cambiamenti climatici, dei disastri, perché l’egoismo umano è più forte di queste paure. Il cambiamento si verificherà quando sarà desiderabile, cioè quando ci sarà un’adesione culturale che ci farà capire che la nostra felicità non consiste nell’accumulo di beni ma nell’avere migliori relazioni.

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