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Lo “spazio” economico

In Darmok, episodio della quarta stagione di Star Trek – the next generation, viene messo in scena un problematico primo contattocon una civiltà aliena il cui linguaggio, totalmente esemplificativo e metaforico, risulta opaco al traduttore universale; l’incomprensione e l’ostilità che impediscono alle parti di fronteggiare insieme un comune nemico si risolvono solo quando il
capitano Picard riconosce la struttura sovraordinata alla lingua dei Tamariani (That’s how you communicate, isn’t it? By citing example. By metaphor!) e fornisce al suo omologo una nuova e antica storia a partire dalla quale fosse possibile interpretare sfiducia e conflittualità come propedeutiche a una nuova amicizia tra individui e popoli (They fought –racconta Picard -in the temple. They fought in the streets. Gilgamesh defeated Enkidu. They became great friends: Gilgamesh and Enkidu at Uruk). I Tamariani, popolo rude e sentimentale, avevano bisogno di una storia, di un mito, per orientarsi nel loro presente – quel presente che invece presso di noi è sottratto a ogni dimensione narrativa unitaria, frammentato com’è tra ambiti, contesti e narrazioni particolari, specialistiche e private.
Il linguaggio economico è forse agli antipodi di quello dei Tamariani, nel suo incorporare (storie di) successi e fallimenti in cifre non riconducibili ad altro che al proprio essere numero. Cifre peraltro prive di un segno algebrico che le connoti, visto che nel desiderato aumento del PIL(il “+”) possiamo trovare tanto una “grande opera” di riduzione delle perdite nella distribuzione dell’acqua potabile quanto la costruzione di un devastante ponte sullo stretto di Messina, mentre nella temutissima crescita negativa (il “-”, scaramanticamente non nominato dai mass media) verrà computata tanto una diminuzione del consumo di ansiolitici per sopraggiunta serenità quanto la chiusura di piccole attività indipendenti di trasformazione agroalimentare o di ristorazione per causa di normazione estremista in campo igienico-sanitario.
A Lama di Reno la multinazionale (lussemburghese?) Dufenergy vuole impiantare una centrale a Turbogas nell’area industriale occupata fino al 2006 da una cartiera, chiusa dopo anni e anni di agonia industriale; un iniziale appoggio a questo progetto è costato al PD(S) la perdita della maggioranza e quindi della giunta del Comune di Marzabotto (di cui Lama di Reno è importante frazione); smacco che, per l’importanza storica e simbolica del paese e per la sua notevole rete di rapporti internazionali, è stato ed è particolarmente duro da digerire. La nuova giunta ha espresso anche con atti formali la sua contrarietà alla Turbogas a Lama – eppure sembra che il progetto ormai possa andare avanti, una volta superata la valutazione di impatto ambientale. Non farò la storia di questa VIA, tirata per le lunghe in modo inconsueto; mi limiterò a dire che l’azienda ha presentato di recente (settembre 2009) delle nuove “integrazioni volontarie” con cui risponde alle contestazioni mossale - le più significative delle quali sono quelle dei cittadini residenti nella frazione, costituitisi in Comitato No-Turbogas.
Su sollecitazione di alcuni di loro mi sono occupato di rispondere all’allegato 5 delle integrazioni volontarie di Dufenergy che sostiene sulla base di dati più o meno corretti formalmente, ma assolutamente non pertinenti, che non vi sarà alcuna svalutazione immobiliare a seguito dell’inizio attività della Turbogas.
Ognuno di noi è immerso in una situazione paradossale, impossibilitato alla coerenza nei comportamenti e perfino a quella più astrattamente intellettuale. Sono anni che scrivo per denunciare il danno ambientale irrecuperabile dello sprawl, derivato da politiche che hanno assecondato il crescere della bolla immobiliare e sostenuto da un mercato del credito che ha avuto fasi di espansione rapaci. L’alto prezzo delle case è stato un elemento di feedback implementante lo stesso fenomeno da cui discendeva: più gli investitori si spostavano sul mattone più crescevano i prezzi delle case e più nuovi investitori venivano attratti dal settore edilizio - tra tutti il più vorace, il più sterile e il più pericoloso e illegale per la manodopera, il più allettante per gli amministratori e il più indispensabile, salvo l’alimentare, per le persone - e quindi tra tutte le realtà economiche quella che più andava socialmente orientata. Se, con questo background, mi sono trovato a scrivere in qualche misura a favore del mantenimento di un’alta valutazione degli immobili e contro un impianto nocivo che li avrebbe deprezzati è per una scelta etica, fatta guardando a monte dei fatti economici. La scelta di stare dalla parte di chi da questo sistema viene stritolato, prescindendo dal grado di condivisione o compromissione del passato; indipendentemente da quanto questi abbia creduto ieri di guadagnare da ciò che oggi lo schiaccia – nella fattispecie la (soprav)valutazione del proprio immobile. In fondo ciò che traccia una linea di continuità non schizofrenica tra le nostre incoerenze sono la prossimità e l’affetto nelle loro diverse gradazioni: è per il bene nostro e di chi sentiamo vicino che ci pieghiamo a compromessi e viviamo in contraddizioni; ed è esattamente per lo stesso motivo e soprattutto per le stesse persone che continuiamo a non fare del compromesso l’obiettivo del nostro agire, e ci muove ancora la necessità di trascenderlo - per quel poco che ognuno di noi possa fare.
Ma non delle mie contraddizioni volevo fare esibizione, quanto di quella tutta interna alle dinamiche di crescita economica, di cui avevo da tempo intuizione ma che ho visto manifestarsi con chiarezza in questa vicenda di Lama di Reno. La illustrerei in questo modo: la crescita economica sta nutrendosi di se stessa per poter continuare a crescere. La creazione di valore è alimentata dalla distruzione di valore senza che sia intervenuto mutamento sociale o innovazione tecnologica che possa fare da cornice a un riposizionamento dei rapporti produttivi.
All’interno del lavoro su Lama avevo elaborato, a uso dei Tamariani, il plot del film che è stato proiettato in quella frazione: vediamo il lavoratore dipendente espulso dall’appartamento in affitto nella periferia cittadina, gli vediamo appioppare un mutuo per comprarsi una casa a decine di chilometri da Bologna e lo osserviamo convincersi che, già!, adesso dovrà farsi x ore di viaggio per andare al lavoro ma “c’è l’aria buona ed è un buon posto per crescere i figli”; poi mentre ancora restituisce il debito alla banca gli costruiscono un impianto nocivo di fianco a casa – in cui neppure può sperare di lavorare perché di fatto unmanned.
Eppure sento che questa riduzione cinematografica non è sufficiente né completa; c’è un’altra storia che si svolge attorno a questa e la ricomprende, ed è la seguente: la crescita economica, penetrata in modo ancora perfettibile ma già profondo in ogni angolo del pianeta, si è scontrata per la prima volta nella nostra contemporaneità con i limiti delle risorse naturali. E’ successo nel 2007 con i prezzi del petrolio che si sono impennati, la crisi economica che ne è seguita, lo scoppio della bolla immobiliare e l’inevitabile credit crunch. Mentre questo accade osserviamo come – sul finire dell’illusoria festa – mattone e industria si sottraggano valore vicendevolmente, e il solo volano che riescano a mettere in moto è quello della distruzione di ricchezza (e ambientale). A Sasso Marconi (che confina con la Lama) un’importante azienda in crisi (Arcotronics) viene salvata concedendo l’edificabilità residenziale (villette) sull’area industriale – in cambio di questo Arcotronics si trasferirà a pochi chilometri recuperando un’altra area produttiva dismessa e promettendo di mantenere i livelli occupazionali, pur pendolarizzando i lavoratori di un altro stabilimento in valle (Vergato, che viene chiuso). Di fatto nel 2008 l’azienda ha denunciato una riduzione degli ordini del 40% e più di 400 lavoratori sono in cassa integrazione quest’anno, quindi gli esiti dello scambio sono probabilmente ancora aperti. E’ ancora nel 2008 che viene firmato il protocollo d’intesa tra Comune, Regione, Provincia e Dufenergy che mette i residenti di Lama di Reno davanti alla tavola già apparecchiata: il menù prevede una bella esternalità negativa a danno dell’aria che respirano e una secca perdita di valore delle loro case. Ed è nel 2009 che salta di nuovo fuori il progetto del 2006 di (termo)valorizzarel’altra cartiera marzabottese (in crisi, in cassa integrazione etc.), la Reno de Medici in pieno centro paese, con un inceneritore degli scarti del suo pulper.
Così Marzabotto-capoluogo, già arrivato in ritardo rispetto agli altri paesi della valle nella crescita edilizia, si scontra con un grosso limite: chi vi comprerà casa (a prezzi tuttora gonfiati) dovendo poi mandare i figli a scuola a cento metri dal camino di un impianto notoriamente nocivo?
Lo spazio economico sembra quindi essere impossibilitato a espandersi per raggiunti limiti, e consuma se stesso non per mancanza di immaginazione o fantasia (come ne La storia infinitadi Michael Ende e nelle illusioni spacciate dai propagandisti dei prodotti di qualitàe delle nicchie d’eccellenza) ma perché non ci sono più risorse disponibili a cui attingere – a partire da quelle che non sono neppure considerate stockscon rilevanza economica dalle teorie consolidate e che non possono essere importate: aria e acqua per prime. Sul territorio si sta stretti, e questa densità sgomitante genera il consumo del valore immobiliareda parte del valore termoelettrico della Turbogas. E appresso: l’acqua di cui la centrale ha sete è la stessa che per mezzo di un tubino dovrebbe andare a sostituire quella del torrente Setta nel potabilizzatore di Sasso in caso di incidente automobilistico con sversamento di sostanze tossiche sulla nuova, magnificamente progressiva e bipartigiana Variante di Valico, ed è la stessa acqua che la ricaduta di particelle nocive condirà e che verrà sottratta parzialmente e temporaneamente al suo fluire per consentire il raffreddamento della Turbogas; sempre la stessa che quattro chilometri più a monte qualcuno voleva stoccare in un enorme invaso, dando un interpretazione ad usum dei cavatori delle indicazioni legislative sul deflusso minimo vitale del fiume. Non c’è da concludere, dunque, che tutto il valorizzabile sia già valorizzato – e che quindi la sola possibilità di fare profitto sia nel prelevare valore dalla ricchezza detenuta da soggetti meno protetti?
Non diverso ciò che sta accadendo nel commercio al dettaglio, ma mi fermo qui.
A questo punto credo sia chiaro il nesso con l’episodio di Star Trek e la mitografia del capitano Picard. E’della sua prontezza che abbiamo bisogno, dell’universalità (stricto sensu!) dei suoi riferimenti culturali che necessitiamo per decifrare il mito di crescita in cui stiamo vivendo e (ri)scrivere la storia di quell’attività umana, Economia, che ha saputo porsi al centro delle nostre esistenze e ora per eccesso di densità sta implondendo; la storia del buco nero che ci trascina nel suo gorgo gravitazionale dopo essere stato la stella polare della nostra civiltà. Dobbiamo esserne capaci – collettivamente, diffusamente – perché abbiamo bisogno di emancipare la narrazione della nostra sciagura planetaria dall’épistémè economicistica che l’ha determinata.
Oppure aspettiamo i Tamariani e il finale conforto delle loro armi puntate alla nostra tempia - di noi che non sapremo spiegargli il perché e nemmeno il come, e blatereremo cifre che non rimandano più a nulla - se non al nostro (t)errore.

Wolf Bukowski
(walden.splinder.com)

Decrescita Economica Oggi: INVITO alla 2a Conferenza Internazionale. Barcelona 26-28 marzo 2010

Invito alla Seconda Conferenza Internazionale sulla Decrescita
che si terra` a Barcelona (Spagna) dal 25 al 28 marzo 2010

Invitiamo a:
- partecipare come singoli o organizzazioni;
- presentare articoli (professori, ricercatori, studenti, intellettuali, ecc…);
- proporre o commentare i laboratori partecipativi su “politiche ed azioni” e “priorita` di ricerca” (vedi lista nell’invito alla conferenza);
- proporre esperti o organizzazioni (associazioni, collettivi, ong, ecc…) da invitare alla conferenza ed in particolari ai vari laboratori partecipativi.

La volonta` e quella di creare un momento di riflessione collettiva per declinare la decrescita (sia su “politiche ed azioni” che “priorita` di ricerca”),
fare il punto della situazione, considerando il contesto di crisi multidimensionale, e rilanciare il futuro.
Ci proponiamo di considerare e far incontrare le diverse riflessioni ed esperienze sorte a livello internazionale sulla decrescita in questi anni.
Il formato innovativo della conferenza (con conferenze, posters e laboratori partecipativi) punta a far incontrare teoria e pratica, accademia e movimenti sociali.

Chiedo a tutti, per favore, di far arrivare questo messaggio a tutte le persone che considerate possano essere interessate (mailing lists, singoli, organizzazioni, ecc…).

Grazie per l’attenzione.

Saludos,
Federico (referente per l’Italia)

federicodemaria (at) hotmail.com

www.degrowth.net
NB
- La Conferenza sara` in inglese. Sono previste traduzioni in spagnolo e francese per le plenarie. In italiano si faranno se sara` alto il numero di partecipanti dall’Italia.
- Se qualcuno fosse interessato ad aiutare l’organizzazione (per esempio con la traduzione dei testi) e` pregato di contattarmi.

L’isola che non c’e`

Ditzosa sa plata, si riscattat s’oru

Se Utopia e` dal 1516 un`isola, vi e` in ogni isola (soprattutto per il continentale che vi giunge) un tratto utopico. O edenico, come nella famosa, stracitata e credo anche scolpita nel marmo (del palazzo regionale), affermazione di Fabrizio De Andre`: la vita in Sardegna e` forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattro mila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso.

Oggi neppure un atollo del pacifico puo` illudersi di restare ai margini dei processi di espansione aggressiva della nostra specie e delle sue protesi tecnologiche, figurarsi un`isola europea di un milione e seicentomila abitanti - che peraltro, cambiando opera e cantautore, mi sembra assomigliare piu` all`isola-che-non-c`e`, luogo (anche) di pirati e conflitti, a cui si va ma da cui anche si torna (per i turisti) o, piu` o meno a malincuore, si fugge (sos disterraus, gli emigranti).

Eppure per chi come me vi approda partendo dall`ipersviluppata Padania la sensazione che laggiu` la crescita debba ancora fare buona parte del suo lavoro, e che si accinga a portarlo avanti trovandosi nella sua fase piu` evidentemente e apertamente predatoria, e` vivida; come e` scottante la constatazione che gli anticorpi alla voracita` del tardo neoliberismo, almeno quelli sviluppatesi nell`alveo delle istituzioni e della politica ufficiale (leggi: Soru), sono stati spazzati via dal fuoco amico (la sinistra immobiliare, oggi quasi compattamente bersaniana) o dalla propaganda degli attrezzatissimi e ricchissimi avversari (la destra in Sardegna e` compiutamente una destra a uso e consumo di billioners).

Che lo sviluppo oggi di fatto possibile non sia semplicemente uno dei tanti uccelli di rapina che osservano l`isola posati su un palo dell`elettricita`, ma sia un fenomeno in cui gli effetti collaterali sono talmente violenti da eclissare ogni contropartita positiva, puo` essere esemplificato dalla parabola delle fonti energetiche isolane: se negli anni trenta il regime in cambio di lavoro spaventosamente duro e silicosi offri` reddito stabile e case di ottimo standard (parlo delle miniere del Sulcis), oggi in contropartita all`istallazione di centrali nucleari nel fantasticamente non sismico territorio isolano al massimo offrira` un patetico sconto sulla bolletta elettrica. Il fatto che la salvaguardia dell`isola da un rischio di contaminazione assoluto e catastrofico sia appesa a una promessa fatta da Cappellacci al Partito Sardo d`Azione dimostra da un lato che i piccoli partiti servono alla democrazia e ai cittadini (alla faccia di Mariotto Segni ed epigoni), dall`altro che le nostre architetture democratiche ci proteggono si` dal totalitarismo politico, ma sono sempre a rischio di impotenza di fronte alla forza della tecnocrazia (che e`, neanche tanto in fondo, il vero valore condiviso bipartisanamente. Per inciso, su nuovi tossici incontri tra carbone e nucleare si legga qui della tentazione di buttare scorie radioattive in miniere dismesse a Carbonia).

Ne` e` difficile rintracciare antecedenti storici alla situazione attuale: come e` possibile e amaramente piacevole leggere in Su connottu (il conosciuto, il consueto - anche nel senso giuridicamente rilevante) di Romano Ruju, piece teatrale che ricostruisce le vicende di una privatizzazione di terre pubbliche a Nuoro nel 1868 (con le ferite della legge delle chiudende del 1820 ancora aperte), ogni privazione e ogni peggioramento reale e immediatamente tangibile delle condizioni di vita delle persone comuni viene proposto e presentato come moderno e foriero di una ricchezza quasi imbarazzante domani, una volta che la mano invisibile avra` fatto le sue prestidigitazioni. Craxi, quando prometteva che abolendo la scala mobile gli stipendi sarebbero saliti, non ha inventato nulla di nuovo rispetto a quanto sostenuto da funzionari piemontesi e agrari.

E` peraltro in quelle vicende, e non in un ipotetico e astorico carattere barbaricino, che si pongono le origini del banditismo - noi questo lo sappiamo bene, anche grazie al lavoro di Giuseppe Fiori che, pur formatosi in un clima sviluppista e industrialista, non ne era accecato (come in fondo non ne era il suo biografato Enrico Berlinger, altro sardo) - ma, ancora una volta non sappiamo non possiamo e (esclusi i presenti) non vogliamo contribuire a far si` che il presente si dipani non gia` addirittura nel segno di un principio di precauzione nei confronti del futuro, ma nemmeno in quello di un apprendimento dal passato. In effetti ha ragione Montale quando scrive: la storia non e` magistra / di niente che ci riguardi, anche se novecentescamente sbaglia illudendosi che la storia non [sia] poi la devastante ruspa che si dice; piu` appropriatamente Sakaki Nanao, recentemente scomparso, riscrive antichi versi cinesi, che di fronte al permanere degli elementi naturali piangevano la fine dello Stato, ribaltandoli di segno e sottolineando come le Istituzioni siano ben salde, mentre la devastazione investe boschi e foreste, luoghi di vita e topoi letterari del poeta giapponese (altre isole, dunque).

L`immaginario sviluppista (o piu` propriamente l`illusione che possa esistere uno sviluppo equo e sostenibile), alimentato dal carburante della disoccupazione, investe potentemente buona parte della produzione culturale dell`isola e dei sardi della diaspora, anche quella di ottima qualita`. E` reperibile nelle belle canzoni rap-old-school dei Balentia, nelle centinaia di siti e blogs della Sardegna virtuale siano essi in lingua o in italiano, oltre che - ovviamente - nel discorso pubblico mainstream. Possiamo riconoscere gli esiti di un venefico cocktail tra mito del progresso e colonialismo piemontese poi italiano nell`adesione convinta (o inconsapevole) di una probabile maggioranza alle politiche mirate all`eradicamento della lingua nazionale, giunte all`apice nel corso degli ultimi decenni (con meno oppressione di prima, ma assai piu` persuasione). In questo campo si vede peraltro all`opera, in modo paradigmatico, una delle costanti della semantica sviluppista, ovvero il cambiamento di segno tra (avere di) piu` e (avere di) meno: da un bilinguismo perfetto di anziani e adulti si sta passando in gran parte dell`isola a un monolinguismo italiano per giovani e giovanissimi, e quella che e` da ogni punto di vista una perdita secca viene vissuta invece come un arricchimento.

Come il sud italiano continentale, e ancor di piu` visto che per portare rifiuti tossici in Sardegna non bastano i camion e quindi non si possono replicare le operazioni di smaltimento che hanno visto la Campania come teatro (e i campani come vittime, accusati in sovrappiu` di essere causa), la Sardegna di fronte al collasso dell`industria, al tracollo dell`impalcatura finanziaria e alla imminente fine di ogni residua illusione riguardo al mattone potrebbe avere molte piu` carte da giocare di quelle che crede. Gli andamenti altalenanti dei prezzi dei prodotti agricoli non dovrebbero mai farci perdere di vista l`importanza strategica che il settore primario giochera` nei prossimi anni. La contrazione generalizzata dei redditi, sia quella dovuta alla fine (storica e ineluttabile) del lavoro operaio in occidente che quella che colpira` progressivamente e inesorabilmente chi andra` in pensione da qui all`eternita` - obliterando l`unico welfare italiano davvero funzionante: i prestiti e regali in denaro dei genitori a reddito garantito a favore di figli precari e/o sottopagati - rendera` l`economia spesso informale che ruota attorno alla piccola produzione agricola un modesto ma utilissimo salvagente. La bassa densita` di popolazione e` un altro elemento che mette l`isola in una situazione di indubbio vantaggio rispetto all`Italia peninsulare.

Se la crisi sara` strisciante ma non troppo travolgente il turismo, un turismo non invasivo e popolare (piu` campeggi e meno villaggi vacanze e villette, per intenderci), potrebbe vivere una nuova primavera in seguito al fallimento ampiamente prevedibile delle compagnie aeree low cost, e un traghetto per la Sardegna potrebbe finalmente tornare a costare meno di un volo in localita` esotiche - con vantaggio per tutti.

Ancora, un settore in cui l`eccellenza sarebbe semplicemente il minimo necessario per l`isola e` quello della riduzione della quantita` dei rifiuti, e l`inserimento di elementi virtuosi nel loro ciclo. L`organizzazione e la cura della resa dei vuoti, facilitata dalle distanze ridotte, darebbe assai piu` posti di lavoro di tutti gli inceneritori immaginabili; cosi` come una politica di riciclaggio piu` seria di quella odierna - che mi pare assolutamente di facciata; idem per il recupero del patrimonio edilizio dismesso, che raggiunge proporzioni incredibili e sarebbe stato messo in moto dal permanere degli indirizzi urbanistici di Soru, e che darebbe assai piu` lavoro della costruzione del nuovo - per non parlare di una diffusione capillare del solare termico che offrirebbe un bilancio occupazionale ed energetico assolutamente incomparabile con quello della residua e scadente (in termini di qualita` del carbone) attivita` estrattiva.

Sempre riguardo alla produzione e al consumo energetico, sono i fatti (come questo allucinante progetto di parco eolico off shore di fronte a Is Arenas nel Sinis) che si incaricano di smentire ogni illusione in merito alla bonta` di una crescita nel segno delle energie cosiddette alternative, almeno nella misura in cui restano aggiuntive e non sostitutive di quelle non rinnovabili - e in cui vengono affidate a iniziative private e non a una programmazione condivisa (e rispetto a questi fenomeni l`ecologismo tradizionale si muove in modo faticoso quando non e` sostenuto dalla consapevolezza della necessita` di un ridimensionamento delle componenti patologiche/patogene del PIL).

Le filiere corte e la produzione locale, in agricoltura e nella ristorazione innanzitutto, dovrebbero e potrebbero essere la norma in un luogo circondato dal mare - mentre oggi nei supermercati i prodotti continentali veicolati dalla pubblicita` televisiva fanno la parte del leone. Se qualcuno ne ha voglia si potrebbe calcolare il ritorno occupazionale di una rilocalizzazione spinta dell`industria alimentare, che peraltro quest`anno ha visto la distruzione di una gran parte dei raccolti di pomodori sardi a causa di un parassita. Il fatto che questa devastante farfallina sia giunta attraverso le importazioni di verdura dalla Spagna dovrebbe allarmarci ancor di piu`, se avessimo gli occhi per vedere. Ma chiudo qui.

Mi sembra che gia` in queste note ci siano tanti elementi che dimostrano come esistano (e siano necessarie) alternative alla crescita - e che queste non implichino affatto un ritorno alla dura e breve vita nelle pinnettas attorno al nuraghe.

Fortunato l`argento, se riscatta l`oro. Sempre poi che fosse oro la promessa di uno sviluppo tossico e di un glamour novecentesco avanzato nei magazzini del neo-liberismo, e che oggi c`e` una gran fretta di svendere.

Wolf Bukowski

LA CRISI GLOBALE E LA RISPOSTA DELLA DECRESCITA

LA CRISI GLOBALE E LA RISPOSTA DELLA DECRESCITA
Giornata di riflessione/laboratorio tra piu’ attori politico-sociali
31 maggio 2009 - Firenze Fortezza da Basso - presso Terra Futura

Documento di sintesi/verbale dei lavori della giornata

La giornata e’ stata introdotta da due relazioni:
- di Mauro Bonaiuti, sulle connessioni tra le diverse dimensioni della crisi (economica, sociale, ecologica).
- di Marco Deriu, sul nesso tra le forme ed i contenuti della politica, che in particolare ha presentato una proposta specifica volta a dare vita ad un nuovo soggetto politico a livello nazionale.

Nella giornata si sono svolte anche le relazioni di
- Gianni Tamino
- Ugo Bardi
- Edoardo Salzano
- Andrea Masullo

L’incontro si e’ concluso con una tavola rotonda condotta da Andrea di Stefano (Valori), Pietro Raitano (Altreconomia), Gigi Sullo (Carta).

La discussione si e’ sviluppata lungo due binari: l’approfondimento di problematiche connesse alla crisi economica ed alle sue origini e l’esplorazione a piu’ voci sul cosa fare, qui ed ora, per individuare strategie ed azioni concrete di medio e lungo termine, per accompagnare/favorire un processo di transizione verso la societa’ equa e sostenibile ipotizzata dalle politiche della decrescita
Il documento che segue corrisponde ad una estrema sintesi delle problematiche affrontate, riorganizzate per grandi aree a partire dalle due relazioni introduttive, arricchite dai principali contributi emersi dalle altre relazioni e dal dibattito, come indicato di seguito :

1. CRISI MULTIDIMENSIONALE E PROCESSI DI LUNGO PERIODO
a. Crescita economica e crisi ambientale
b. Crescita ed ingiustizia sociale
c. Dissoluzione dei legami sociali e frammentazione dell’immaginario collettivo
d. La colonizzazione mediatica

2. LA CRISI ATTUALE E L’IPOTESI DEL COLLASSO
a. La crisi economica in atto e i rimedi tradizionali
b. La teoria del collasso

3. COSA FARE QUI ED ORA PER AVVIARE IL PROCESSO DI TRANSIZIONE
a. Inadeguatezza delle forze politiche e nuovi conflitti sociali non ancora rappresentati
b. Crisi ciclica o crisi di sistema?
c. Quale decrescita?
d. Citta’ e territorio: beni comuni
e. Verso un nuovo progetto di societa’ a partire dalla riconversione energetica

4. PERCHE’ DOTARSI DI UN NUOVO SOGGETTO POLITICO
a. Accelerare il processo di transizione verso una societa’ equa e sostenibile
b. Quale soggetto politico
c. Una nuova immagine/identita’ verso un immaginario collettivo condivisibile
d. Perplessita’ emerse

5. PROPOSTE OPERATIVE A TEMPI BREVI

1. CRISI MULTIDIMENSIONALE E PROCESSI DI LUNGO PERIODO

Per quanto gli economisti e gli esperti delle istituzioni internazionali non abbiano saputo dire nulla sull’avvento della crisi in atto, la loro ricetta per uscirne e’ unanime: ritornare alla crescita economica. E’ questa la risposta adeguata? Per comprendere la crisi attuale occorre tentare di inserirla nel contesto di alcuni processi fondamentali di tempo lungo che comprendono almeno quattro dimensioni: economica, ecologica, sociale e culturale (o immaginaria).
Emerge con chiarezza che e’ proprio la crescita economica all’origine dei processi degenerativi individuati a questi diversi livelli. Quella crescita economica avutasi a partire dal processo di industrializzazione (1820) caratterizzata da una velocita’ di espansione ignota ai periodi precedenti e che ha portato ad una progressiva diffusione del mercato come modello dominante di scambio sociale.

Crescita economica e crisi ambientale
La crescita economica e’ alla radice della crisi ambientale. Le attivita’ umane stanno cambiando l’ambiente del nostro pianeta in modo profondo e in alcuni casi irreversibile. In soli due secoli l’uomo ha radicalmente modificato il flusso di energia sul pianeta, bruciando combustibili fossili accumulati nel corso di molti milioni di anni e accumulando quantita’ crescenti di rifiuti e di inquinanti incompatibili con i cicli biogeochimici. Stime attendibili dicono che con un limitato aumento dei consumi del 2% annuo, tutte le risorse energetiche gia’ accertate si esaurirebbero nel 2050. Abbiamo ormai raggiunto il picco nella produzione di petrolio (vedi dati Aspo) inoltre, con la riduzione della disponibilita’ delle materie prime fondamentali, i prezzi aumenteranno, mettendo in discussione le stesse capacita’ accumulative del sistema.

Crescita ed ingiustizia sociale
Il processo di crescita/accumulazione/innovazione segue una logica auto-accrescitiva che aumenta il livello della produttivita’ e premia operatori e contesti socioeconomici piu’ efficienti e competitivi, concentrando una ricchezza straordinaria nelle parti piu’ sviluppate del mondo. I dati in nostro possesso confermano che e’ questo modello di sviluppo accelerato e a macchia di leopardo, che destina il pianeta ad una polarizzazione crescente tra paesi ed aree sempre piu’ ricche (quelle ad alto sviluppo economico) e paesi ed aree sempre piu’ povere (quelle a basso sviluppo).
La polarizzazione dei redditi (1% piu’ ricco possiede piu’ del 57% piu’ povero), fonte di ingiustizia globale, genera - sopratutto nel Sud del mondo - conflitti che si vanno a sommare a quelli legati allo sfruttamento delle risorse. Nel Nord del pianeta tuttavia, nonostante la forte crisi economica, paragonabile a quella degli anni Trenta, la reazione della societa’ appare per il momento molto al di sotto di quella che ci si potrebbe aspettare, quantomeno sulla base di una lettura di tipo marxista. Una prima motivazione la possiamo trovare nel fatto che nel nord ricco il calo dei redditi e’ in parte compensato dai risparmi accumulati, che fungono da ammortizzatore sociale. Tuttavia per capire la scarsa reattivita’ sociale dobbiamo volgere la nostra attenzione sopratutto alle trasformazioni della societa’ e dell’immaginario collettivo.

La dissoluzione dei legami sociali e la frammentazione dell’immaginario collettivo
La modernita’ ha comportato l’estensione della logica di mercato, centrata su relazioni di tipo impersonale e mercificato. Questo ha comportato l’avvio di un processo di progressiva dissoluzione dei legami sociali (ben argomentato dalla linea di ricerca Mauss, Malinowski, Polanyi) che si esprime oggi sotto forma di liquidita’ sociale (Bauman).
Con l’avvento della societa’ post-moderna e la fine delle “grandi narrazioni” si assiste inoltre ad un processo di progressiva frammentazione dell’immaginario collettivo, sostenuto - oltre che dalla dissoluzione dei legami sociali - da altri processi:
- il passaggio ad un sistema di produzione post-fordista (D. Harvey); in particolare la scomparsa della fabbrica (come luogo di produzione/relazione) la progressiva finanziarizzazione dell’economia , la flessibilita’ del mercato del lavoro, il precariato, ecc.
- il moltiplicarsi del numero e della varieta’ degli oggetti che ci circondano che consente la moltiplicazione all’infinito dei possibili universi di senso, incomunicanti e frammentati, sottraendo tempo/attenzione/intelligenza/risorse alle relazioni interpersonali necessarie alla costruzione di rappresentazioni condivise.
La graduale perdita di un orizzonte di senso condiviso - ad oggi - risulta l’ostacolo piu’ evidente al coagularsi di un progetto alternativo al sistema dominante.

La colonizzazione mediatica
Da questo possiamo forse concludere che non esiste un immaginario dominante? La risposta e’ senz’altro negativa. Nel contesto della societa’ liquida pochi attori economici si sono impossessati del controllo del sistema mediatico, sfruttandone la sua potente capacita’ di colonizzazione, creando cosi’ un immaginario collettivo funzionale alla accumulazione capitalistica: l’immaginario consumista, unico collante condiviso, di fronte ad una miriade di stimoli/occasioni/miraggi/ricatti, offerti dal sistema dominante.

2. LA CRISI ATTUALE E L’IPOTESI DEL COLLASSO

La crisi economica in atto e i rimedi tradizionali
Quanto detto ci aiuta a comprendere la crisi attuale? La crisi ecologica, in particolare l’aumento della domanda di energia, ha portato il prezzo del barile a superare i 140 $ nel Luglio 2008. L’elevato prezzo del petrolio avrebbe, secondo alcune attendibili analisi, innescato la riduzione delle aspettative di profitto nel mercato americano, facendo esplodere la bolla speculativa. La crisi finanziaria si e’ presto tramutata nella crisi economica (reale) che abbiamo sotto gli occhi (disoccupazione, riduzione dei redditi, ecc.).
Come la societa’ ha reagito alla crisi? Le reazioni alla crisi si rivelano in genere simili a quelle che si ebbero alla fine del XIX secolo al termine del primo grande processo di globalizzazione descritto da Polanyi (tensioni protezionistiche, difesa delle banche e dei grandi gruppi e soprattutto intervento protettivo dello Stato nazione), anche in questo caso, in modo largamente indipendentemente dalle ideologie di riferimento dei singoli governi.
La capacita’ di risposta autonoma della societa’ appare oggi ulteriormente indebolita dai processi di dissoluzione dei legami sociali e di frammentazione dell’immaginario collettivo. Si comprendono in questa prospettiva le spinte a demandare l’intervento unicamente all’autorita’ degli Stati e delle Banche Centrali e, nel contesto italiano, la crescente legittimazione che incontrano prassi di governo di tipo carismatico e autoritario. Ma e’ possibile una lettura in qualche modo unitaria delle varie dimensioni della crisi?

La teoria del collasso
Interessante, in questa chiave, la teoria del collasso delle societa’ complesse di J. Tainter. Nata dall’osservazione del declino delle piu’ importanti civilta’ della storia (Impero romano, civilta’ Maja, isola di Pasqua ed altre) sostiene che quando le strutture economico sociali superano una certa soglia di complessita’, i benefici della complessita’ iniziano a decrescere rapidamente e vengono ben presto ad essere superati dai costi, portando la societa’ stessa al collasso.
Tale ipotesi sembra confermata in particolare in un contesto caratterizzato da risorse limitate. Il sistema cerca di rimanere per quanto possibile in omeostasi, senza cambiare. Il sistema politico in particolare, cerca di bloccare le trasformazioni per mantenere gli equilibri attuali, ma anche l’omeostasi ha dei limiti fisici precisi, superati i quali il sistema crolla (U. Bardi). Alla luce dei trend descritti il collasso sembra lo scenario piu’ probabile, , anche se non disponiamo di evidenze empiriche sufficienti a trarre conclusioni, anche per la mancanza di ricerche in merito.
Tuttavia e’ possibile concludere che le risposte tradizionali basate sul rilancio della crescita - in particolare attraverso l’intervento della Stato, puo’ costituire nella migliore delle ipotesi (il keynesismo verde della obamaeconomics), una risposta di emergenza. Nel tempo lungo ogni modello basato sul rilancio della crescita non puo’ che condurre ad aggravare ulteriormente le cause profonde della crisi.

3. COSA FARE “QUI E ORA” PER AVVIARE Il PROCESSO DI TRANSIZIONE

Inadeguatezza delle forze politiche e nuovi conflitti sociali non ancora rappresentati
Viene presentata una chiave di lettura sul perche’ le attuali formazioni politiche non siano in grado di rappresentare le problematiche attuali. Le strutture dei partiti si sono storicamente formate intorno a conflitti centrati su quattro tipi di opposizione: centro/periferia; stato/chiesa; citta’/campagna; capitale/lavoro. Queste dinamiche sociali non spiegano i conflitti attuali, centrati invece su di una nuova frattura, legata alla globalizzazione, alle forme dei mercati ed alla molteplicita’ delle realta’ culturali e territoriali: movimenti migratori, societa’ interculturale, differenze culturali, non rientrano infatti nelle proposte dei partiti, ne’ nelle azioni dei governi. Un dato di rilievo che allontana la presa di coscienza dei fenomeni in corso, e’ che la nuova frattura taglia trasversalmente tutte le strutture economico/sociali e le stesse forze politiche, che sono quindi in difficolta’ a leggere ed interpretare queste nuove realta’, da cui loro stesse sono attraversate.

Crisi ciclica o crisi di sistema?
Resta aperta la domanda se il sistema capitalistico sia o no in grado di rilanciare una ripresa dell’economia a tempi lunghi, oppure ci troviamo di fronte ad un primo segnale di crisi di sistema. E’ probabile che la ripresa nel lungo periodo (prossimi 20-30 anni) non sia possibile, proprio per il sensibile aumento dei costi necessari per alimentare il processo di produzione (essenzialmente: costo del lavoro, delle materie prime/energia e dell’apparato statal-militare e dunque delle tasse) determinando cosi’ la fine del modo di produzione capitalistico (Wallerstein).

Quale decrescita?
Per chi segue queste tematiche e’ ormai chiaro che parlare di decrescita non significa ipotizzare una riduzione dell’occupazione o tantomeno del benessere, quanto piuttosto pensare ad un nuovo progetto di societa’, ad un nuovo immaginario, cimentandosi al tempo stesso con nuovi modi del vivere e del lavorare, dotandosi di uno sguardo di insieme che riparta dal bene comune. In altre parole, cio’ che caratterizza il progetto di societa’ della decrescita e’ il desiderio di costruire un nuovo orizzonte di senso condiviso attorno alle parole chiave della sostenibilita’, dell’equita’, e dell’autonomia.

Citta’ e territorio: beni comuni
Si rileva che sia stato un errore grave avere dimenticato che il conflitto tra interesse comune ed interessi meramente economici sia fondamentale. In questo quadro sia il territorio che la pianificazione territoriale sono beni comuni; quest’ultima come strumento per immaginare/orientare/qualificare/accogliere lo sviluppo della societa’, attraverso un lavoro di coordinamento complessivo tra le varie esigenze sociali. Cosi’ l’organizzazione della citta’ e del territorio, rientrano tra i beni comuni, in quanto condizionano pesantemente costi, tempi e relazioni, della vita quotidiana.

Verso un nuovo progetto di societa’ a partire dalla riconversione energetica
Esistono gia’ dei mattoni comuni di analisi condivisa e sono gia’ state sperimentate una grande quantita’ di singole azioni, buone pratiche e progetti, che non sono piu’ solo di “nicchia" (anche se politica continua ad ignorarle). Il problema e’ come valorizzarle e come riuscire a farle circolare, mettendole in rete. Forse oggi e’ realistico pensare di fare un lavoro di riconversione energetica consapevole, coinvolgendo le realta’ locali, per costruire concretamente sul territorio proposte alternative, centrate su problemi di interesse generale. Un lavoro che permetta di tenere insieme le molte esperienze positive autoreferenziali emerse e coinvolgere l’azione di quei potenziali milioni di persone che svolgono il ruolo di gruppo dirigente del nostro paese e di quelle centinaia di migliaia di piccoli investitori che operano sul territorio.
Alcune indicazioni emerse dal dibattito, per evitare il collasso:
- Ridurre il consumo di materia, riciclandola, ed utilizzare come fonte di energia il Sole o comunque fonti di energia rinnovabili derivate dal Sole: acqua, vento, ecc.; utilizzare processi produttivi ciclici, senza produzione di rifiuti; evitare le combustioni (G. Tamino). Una ampia dematerializzazione dell’economia sembra tecnologicamente alla portata dell’umanita’ moderna, ma le comunita’ non dispongono di alcun controllo sulla tecnologia.
- Indicare un processo complessivo di trasformazione (a partire dalla valutazione dell’insieme delle risorse presenti nel pianeta in rapporto al consumo attuale) che precisi un tetto complessivo sostenibile, a livello mondiale e regionale, ed un una quota personale di riferimento; in questo modo si riuscirebbe anche a recuperare una visione politica in cui l’individuo faccia parte del collettivo.
- Passare da una pianificazione grigia (generalizzata) ad una pianificazione a mosaico regionale, riconoscendo le esigenze della comunita’, ma rapportandole alle risorse reali, trovando le soluzioni piu’ adatte a raccordare comunita’/territorio/risorse/cultura.
- Affrontare il problema dell’alimentazione. Nel mondo c’e’ mezzo milione di persone che mangiano in eccesso, con punte di obesita’ abbastanza diffuse, e un miliardo di altre persone che non si nutrono a sufficienza, tanto da morirne in anticipo. Se non si fa qualcosa, avremo delle carestie spaventose. Da compiere -a livello planetario- un lavoro conoscitivo di approfondimento/ valorizzazione delle risorse alimentari territoriali, tanto da favorire in ogni regione l’autosufficienza alimentare, nell’intenzione di liberare le differenti realta’ socio/economiche dai ricatti delle multinazionali.
- Non dimenticare che la vera causa della fame e’ la poverta’, la produzione globale di cibo sarebbe oggi sufficiente per oltre i sei miliardi di abitanti della Terra, ma il cibo e’ distribuito in modo non equo. La sicurezza alimentare non si puo’ raggiungere se poche multinazionali hanno il controllo mondiale del settore agroalimentare.
- L’aggressivita’ commerciale di queste aziende, prima concentrata sul controllo delle sostanze chimiche impiegate in agricoltura, e’ ora rivolta al controllo delle risorse genetiche e delle sementi, grazie anche ai prodotti transgenici e ai brevetti biotecnologici, per controllare buona parte della produzione mondiale, riducendo quella biodiversita’ agricola che garantiva il cibo ai paesi in via di sviluppo.

4. PERCHE’ DOTARSI DI UN NUOVO SOGGETTO POLITICO
La pericolosita’ del momento e’ grande. E’ necessario tenere sotto controllo i tempi della azione politica, perche’ la crisi ecologica e climatica non ci danno molto tempo (si pensi al riscaldamento globale, all’esaurimento delle risorse, alla perdita di biodiversita’ ecc.) e le scelte che compiamo oggi avranno profonde ricadute per tempi assai lunghi.

Accelerare il processo di transizione verso una societa’ equa e sostenibile
Per uscire dalla crisi e’ necessario dar vita a nuove forme sociali e reinventare lo spazio pubblico e le istituzioni politiche che lo regolano. Non si tratta semplicemente di imporre nuovi temi e istanze alle forze politiche attuali e nemmeno di aggiungere una nuova forza politica allo spazio politico esistente. Come e’ stato notato da Stein Rokkan, l’attuale sistema politico in Europa come in Italia si e’ strutturato storicamente attorno a cleavages (o fratture politiche) determinate, sorte prima dai processi di unificazione nazionale (il conflitto centro/periferia e quello stato/chiesa) e di industrializzazione (il conflitto citta’/campagna e quello imprenditori/classe operaia). Oggi queste rigide opposizioni sono inadatte a dar conto del mutamento sociale, mentre i nuovi conflitti emersi nella seconda modernita’, con i processi di globalizzazione e con la crisi ecologica (il conflitto tra globale e locale, tra flussi e luoghi, tra crescita e sostenibilita’ solo per citarne alcuni) non trovano adeguata rappresentazione nello spazio politico attuale.
Si tratta dunque di articolare uno sguardo che ci aiuti a intravvedere una nuova configurazione dello spazio politico, mirando ad una riconfigurazione della struttura complessiva del sistema. Si tratta dunque di sollecitare un processo di transizione, con azioni volte a:
- Costruire uno nuovo spazio pubblico socio-ambientale capace di porre il tema dell’equita’ e della sostenibilita’ in una prospettiva piu’ ampia.
- Promuovere un’idea di cittadinanza piu’ ampia e inclusiva.
- Promuovere un cambiamento istituzionale che promuova forme costituzionali, giuridiche e forme di partecipazione piu’ adeguate alle sfide che ci attendono.
- Sperimentare nuovi spazi e strumenti partecipativi che promuovano forme di autorganizzazione locale.

Quale soggetto politico
L’idea e’ di dar vita ad un nuovo soggetto politico che si dia un terreno di azione sia locale che nazionale ma che non sia un partito elettorale. Uno spazio pubblico che favorisca la partecipazione e la condivisione fra quanti siano interessati al processo di transizione del sistema attuale verso una societa’ equa e sostenibile. Una nuova sede politica, organizzata a livello nazionale, che:
- non si ponga l’obiettivo di partecipare alla competizione istituzionale, ovvero non miri all’occupazione dei posti di potere quanto ad forme di azione politica autorganizzata e senza mediazioni, pur mirando ad influenzare le istituzioni politiche esistenti su singoli aspetti o decisioni.
- sia di tipo trasversale, che cioe’ coinvolga competenze e provenienze sociali e politiche differenziate, purche’ alternative al sistema;
- costituisca uno spazio di relazione mirata che si attivi in particolare la’ dove si trovino condizioni locali gia’ mature, e sia in grado di convogliare le necessarie competenze ove necessario, per sostenere uno sforzo di connessione/progettazione, funzionale alla nascita di una rete ampia di punti di eccellenza politico-sociale attraverso campagne tematiche specifiche che diffondano le buone pratiche raggiunte;
- si conquisti il proprio alone di visibilita’ sul campo, attraverso azioni e relazioni interpersonali e collettive mirate, per innescare un processo di radicamento sociale e territoriale;
- sia in grado di dare un contributo significativo alla narrazione della nuova societa’ equa e solidale, essenziale per la ricostruzione di un immaginario collettivo condivisibile.
- privilegiare forme di iniziativa pubblica che assumano come necessario il bisogno di produrre forme nuove dotate di una loro eccentricita’, capaci cioe’ di dare delle risposte sufficienti ai bisogni del contesto, ma anche in grado di produrre un cambiamento sistemico;

Una nuova immagine/identita’ verso un immaginario collettivo condivisibile
Nel dibattito e’ emersa la consapevolezza che per la ricostruzione di un immaginario collettivo non puo’ bastare il consumo critico, ne’ il prodotto biologco, ne’ le buone pratiche individuali; per accompagnare la transizione e’ necessaria una descrizione del mondo in cui viviamo che parli di questa crisi sistemica; una narrazione in grado di raccontare un altro modo di fare economia, di immaginare una societa’ desiderabile; che descriva e distingua l’economia proposta dalla politica della decrescita dall’economia “canaglia" attuale. Un possibile soggetto politico dovrebbe dunque mirare a mostrare che e’ possibile un altro tipo di economia; che si possono contenere gli sprechi, utilizzando meglio le strutture esistenti; che si possa riscoprire l’autoproduzione, la solidarieta’ collettiva, la regolamentazione del mercato e anche la ribellione contro leggi che consideriamo ingiuste. Che permetta dunque al contempo di riappropriarsi della politica, dei propri diritti e promuovere un senso piu’ consapevole dell’abitare su un unico e fragile pianeta.

Perplessita’ emerse
Le uniche perplessita’ presenti sulla proposta fatta, non sono tanto connesse alla necessita’ di un nuovo soggetto politico (necessita’ ormai ampiamente riconosciuta) quanto alle difficolta’ incontrate nelle esperienze degli ultimi decenni quando si sia tentato di mettere insieme soggetti diversi con l’obiettivo di federali intorno ad un unico progetto politico, tanto piu’ se si sceglie di muoversi al di fuori della forma partito (come nel caso dell’esperienza zapatista).

5. PROPOSTE OPERATIVE A TEMPI BREVI

Al termine della giornata (peraltro rivelatasi molto utile per costruire relazioni e verificare la concreta possibilita’ di acquisire ulteriori energie da coinvolgere nel progetto) sono stati indicati alcuni appuntamenti/percorsi:

- relativamente alla costruzione del nuovo progetto politico si considera opportuno la produzione di un testo scritto (su cui avviare un dibattito dapprima interno ai partecipanti) che affronti anche gli aspetti organizzativi e che parli dei grandi temi su cui lavorare;

- si propone - intanto - di creare un punto di coagulo fra tutti quelli che sono intervenuti oggi e fra chi altro sia interessato, per condividere contatti, documenti e letture fondanti, comunque utili per attivare un dibattito pubblico su questi temi, nella consapevolezza dell’urgenza della crisi;

- aprire all’interno delle riviste coinvolte in questo seminario, uno spazio di discussione sulle tematiche piu’ significative affrontate nel seminario, a seguito del quale convocare un eventuale secondo incontro, anche con finalita’ costituenti.


Decrescita: Intervista a Joan Martinez Alier economista ed ex presidente dell’Isee (International society for ecological economics)

10/03/2009

di Diego Barsotti

LIVORNO. Lei sostiene che oggi “Il sistema finanziario deve avere regole diverse da quelle attuali. In Europa e negli USA quello che e’ nuovo non e’ dunque il keynesismo e nemmeno il Keynes verde. Il nuovo e’ rappresentato dal movimento sociale per la decrescita sostenibile”. Chi dovrebbe dettare le nuove regole e chi controllarne il rispetto (e se del caso applicare sanzioni)?

“Il keynesismo verde e’ un’idea nuova. Keynes era a favore dell’aumento della spesa pubblica in caso di crisi a causa della mancanza di domanda . Lui diceva che quando l’investimento privato diminuisce per paura delle imprese di perdere capitale e quando al tempo stesso vi e’ una capacita’ produttiva inutilizzata e disoccupazione, lo Stato deve fare investimenti per uscire dalla crisi. Al contrario, la Destra diceva che il mercato risolve tutto, che si doveva aspettare che con la disoccupazione i salari diminuissero fino ad un punto di equilibrio che spingesse le imprese ad offrire piu’ opportunita’ di lavoro. Per Keynes, la diminuzione dei salari rappresentava una disgrazia. Ma Keynes non parlo’ di come dovevano essere gli investimenti pubblici. Quindi, quando ora si parla di keynesismo verde, o di Green New Deal, cioe’ di un New Deal verde, si vuole dire che questi investimenti devono promuovere le energie rinnovabili, il sistema dei trasporti pubblici, il miglioramento delle abitazioni, l’agricoltura biologica. Non sappiamo se questo sarebbe piaciuto a Keynes ma pensiamo di si’. Il suo problema, tuttavia, non era l’ecologia ne’ la scarsita’ di petrolio o il cambiamento climatico e neppure la crescita economica su larga scala. Il suo problema era la crisi del 1929.

Oggi la crisi e’ arrivata perche’ il petrolio e altri beni di consumo sono aumentati molto di prezzo fino a luglio 2008. Nella crisi del 1929 i beni di consumo diminuirono di prezzo gia’ nel 1925, ora il prezzo delle azioni delle imprese e delle banche ha iniziato a scendere a gennaio 2008 ma il prezzo del petrolio, del ferro, dell’alluminio… e degli alimenti ha continuato ad aumentare fino a luglio 2008. Per questo motivo la Banca Europea ha mantenuto gli interessi alti fino ad ottobre 2008, per frenare l’inflazione, anche se cosi’ facendo ha aggravato la crisi.

La crisi e’ arrivata perche’ e’ diminuita la vendita di automobili in USA a causa del prezzo del petrolio. Ed anche perche’ si era creata una grande quantita’ di debiti finanziari impossibili da pagare. Le banche hanno all’attivo i debiti che le famiglie gravate da ipoteche ed altri debitori devono loro. Molti di questi debiti non saranno mai pagati, e’ meglio cancellarli. E neppure si potra’ pagare tutto il debito pubblico che esiste.

Come diceva Frederick Soddy, l’economia ha tre livelli, tre livelli che devono essere in proporzione tra loro. Il livello della finanza rappresentato dalla “ricchezza virtuale”, sono debiti che crescono esponenzialmente, non e’ ricchezza reale. A livello inferiore c’e’ la ricchezza reale , l’economia produttiva che non puo’ crescere tanto da coprire i debiti. Inoltre, alla base c’e’ un altro livello, lo scantinato o sala macchine, l’economia reale-reale , l’economia dell’energia e dei flussi di materia, che cresce appena o non cresce affatto. Al contrario, gli stocks di carbone e di petrolio diminuiscono. La capacita’ dell’atmosfera di assorbire diossido di carbonio non puo’ aumentare. Non possiamo dimenticarci di questa economia reale-reale”.

Destra e sinistra, storicamente, si sono contraddistinte, l’una per perseguire una crescita economica con meno vincoli possibili per l’impresa e il mercato, l’altra per perseguire una crescita economica orientata secondo progetti e una piu’ giusta redistribuzione della ricchezza. Sia per l’una che per l’altra, la crescita economica e’ stata un obiettivo indiscutibile e intoccabile: cosa pensa del fatto che da qualche tempo e su entrambi gli schieramenti, comincia a essere messo in discussione sia il concetto che la prassi della crescita?
“Dal punto di vista ecologico (dalla discussione di Otto Neurath contro Von Mises e Hayek a Vienna nel 1920) si e’ detto a ragione, come gia’ scrisse K.W. Kapp nel 1950 (in “The Social Costs of Business Enterprise”), che il mercato non da’ valore al futuro ne’ ai danni che l’economia umana causa ad altre specie. Questo e’ certamente cosi’. Con la crisi stiamo assistendo alla “seconda morte di Friedrich von Hayek” che era resuscitato negli anni di Ronald Regan e Margaret Thatcher.

Per quanto riguarda la Sinistra, e’ vero che e’ stata a favore della crescita economica indotta dallo Stato. Tuttavia, ricordiamoci che lo stesso Marx parlo’ di “metabolismo della societa’”, ovvero che l’economia dipende (come Liebig aveva spiegato per l’agricoltura) dall’entrata e dall’uscita di materia e anche dall’entrata di energia. Certamente l’energia non si puo’ riciclare, si usa e si consuma. Questo e’ cio’ che dice la legge dell’entropia. Su questo concetto Nicholas Georgescu-Roegen, gia’ nel 1979, aveva pubblicato una selezione di testi in francese, tradotti da Jacques Grinevald, dal titolo “Demain la Decroissance”. La Sinistra marxista ebbe bisogno di molto tempo per accettare questo concetto anche se in Italia Giorgio Nebbia e Enzo Tiezzi, facevano parte di questa Sinistra e sono tra i primi economisti attenti all’ecologia in Europa. Dalla sua parte, la Sinistra social-democtratica europea si consolo’ per 20 anni con il Rapporto Brundtland del 1987, prodigo di argomentazioni come sviluppo sostenibile, eco-efficienza , modernizzazione ecologica”.

La decrescita allude a una riduzione complessiva dei flussi di materia e di energia, ma presuppone comunque l’aumento - e non certo una riduzione del benessere sociale. Non pensa che le attuali crisi globali (ambientale,economica, finanziaria) dimostrino quanto meno che puo’ esistere una decrescita infelice?
“Mi sembra che l’attuale decrescita economica (del 2 o 3% in Europa nel 2009) offra una buona opportunita’ pratica. Mi sembra positivo che l’economia di India e Cina crescano. Ci sono tante persone molto povere nel mondo. La crescita all’inizio aggrava la poverta’, tutti questi contadini e persone delle tribu’ indigene che in India perdono la loro terra a causa delle industrie e delle mine! Tuttavia, se la crescita continua, come in Italia e in Spagna dal 1950-1960 fino ad oggi, le persone vivono meglio. Pero’, per quale motivo voler superare i 25.000 euro di entrate all’anno per persona? Questa crescita implica, come Lei afferma, piu’ materia, piu’ energia, piu’ rischi per l’ambiente e per la salute (come accade con l’energia nucleare). Quindi, quando ora ci accorgiamo (come in Spagna) che la decrescita porta ad una diminuzione importante delle emissioni di diossido di carbonio, ad un freno alla distruzione delle coste e di altri paesaggi incantevoli, dobbiamo essere felici. Non mi sembra una decrescita infelice. E’ importante produrre meno diossido di carbonio. Nel 2009 le emissioni diminuiranno probabilmente dell’8% in Spagna, quando dal 1990 erano aumentate piu’ del 50%.

E’ pero’ necessario un cambiamento nelle istituzioni sociali per poter vivere con la decrescita. E’ necessario che la decrescita sia socialmente sostenibile. Forse introducendo la rendita di base , forse ridistribuendo il lavoro impiegatizio (per esempio, offrendo anni sabbatici ai lavoratori delle imprese così come e’ possibile per i professori universitari) e dando piu’ importanza sociale ed economica al lavoro domestico non remunerato, al lavoro volontario”.

Nel suo ultimo libro “Il manuale della sostenibilita’”, il direttore di Wwf Italia Gianfranco Bologna scrive: “Ritengo pericolose le proposte di sostituire il concetto di ’sostenibilita’ dello sviluppo’ che ormai sebbene con diverse sfaccettature si e’ consolidato nel dibattito politico-internazionale, con quello di ‘decrescita’, mentre diventa sempre piu’ importante un’opera di diffusione e informazione sul vero significato di sostenibilita’”. E’ d’accordo?
“Sono amico di Gianfranco Bologna, rispetto il suo lavoro, ma non concordo. Credo che dobbiamo cercare l’alleanza tra i due movimenti. Nel nord del mondo, un movimento per la decrescita economica che sia socialmente sostenibile, come gia’ disse Georgescu-Roegen, come oggi affermano Serge Latouche e altri autori. Nel sud del mondo l’economia deve crescere, pero’ senza distruggere tante vite umane e tante risorse naturali. In Europa compriamo a basso costo materie prime come l’acciaio e l’alluminio e, intanto, i costi sociali e ambientali li soffrono in Nigeria, in America Latina. Nel sud dobbiamo allearci con i movimenti della “giustizia ambientale”, con “l’ecologismo dei poveri” rappresentato da Ken Saro-Wiwa in Nigeria, da Chico Mendes in Brasile, da Medha Patkar in India”.

Intervista in spagnolo tradotta da Eva Pratesi
http://www.greenreport.it/contenuti/leggi.php?id_cont=18431

«Buen vivir significa poter sorridere»
por focuspuller Última modificación 13/02/2009 23:11

Intervista a Blanca Chancoso, leader della Confederazione delle nazioni indigene dell'Ecuador e portavoce dei movimenti di donne indigene in America Latina

terça-feira 10 de fevereiro de 2009

Giuseppe De Marzo, A Sud

In Ecuador siete riusciti ad ottenere una nuova costituzione che è il frutto delle lotte dei popoli indigeni. Oggi i popoli indigeni sono al Foro Sociale Mondiale e sono uno dei soggetti politici più importanti. Quali sono le vostre aspettative qui e come vedete il processo del FSM?

Credo che la cosa più importante sia che oggi in questo Forum gli indigeni non sono solo degli invitati, iniziamo ad essere parte della costruzione di un'alternativa di vita e per questo abbiamo una presenza attiva e apriamo di fatto degli spazi di riflessione importanti. Spero che questo ci permetta di riconoscere che in un altro mondo possibile ci sono popoli diversi che hanno gli stessi diritti. Anche se con cosmovisioni distinte, abbiamo delle responsabilità nel rispettarci mutuamente. Io credo che qui in questo Fsm uno dei temi centrali sia l'alternativa politica che prima si credeva venisse solo dal nord del mondo, mentre adesso viene dai tanti sud. Abbiamo dimostrato con le nostre lotte e vittorie che possiamo costruire alternative partendo dalle diversità, dando vita e sostanza a quella che è la vera democrazia a partire da quelli che sono gli stati plurinazionali, dove si garantiscono i nostri diritti e quelli della natura. Credo che in questo spazio abbiamo l'opportunità di far conoscere le realtà che stiamo vivendo, ribaltando l'immagine che in questi ultimi anni i governi volevano dare di noi quando sostenevano come gli indigeni avessero un atteggiamento egoista poiché si opponevano all'estrazione delle risorse. Questo da parte nostra non è egoismo, specie se consideriamo che hanno già estratto tutto quello che potevano e nonostante questo gli stati rimangono indebitati, mentre i popoli sono più poveri e gli indigeni vengono uccisi e rimangono senza terra. Noi siamo qui per dire che dobbiamo tutti insieme capire come costruire la solidarietà tra i popoli senza negare l'esistenza di uno o dell'altro.

Nella nuova Costituzione dell'Ecuador si parla per la prima volta al mondo di diritti della natura. Che valore ha per voi questa nuova Costituzione? Che cosa significa riconoscere diritti della natura?

Vedi, la Costituzione è stata una rivendicazione importante per i popoli indigeni, perché significa un elemento di cambio. Tuttavia non è il massimo. Ci sono risultati molto importanti, come il diritto della natura, ma affinché questi diritti vengano applicati ci devono essere dei responsabili e questi sono gli umani e le umane, i loro rappresentanti. Il riconoscimento dei diritti della natura, insieme alla plurinazionalità, è un elemento fondamentale nella nuova Costituzione. Tuttavia questo non garantisce che tutto ciò venga immediatamente applicato. Dobbiamo continuare a lottare affinché questi diritti vengano applicati e rispettati. Vi sono alcune contraddizioni nel discorso di accettazione della Costituzione da parte del governo e nell'applicazione delle politiche dello Stato ed è per questo che dobbiamo continuare a lottare e creare coscienza. La battaglia non è ancora stata vinta; è iniziata ed abbiamo ottenuto delle vittorie ma non è vinta del tutto.

In questo Forum si sta parlando moltissimo di un'altra idea dello sviluppo, a partire dal concetto di buen vivir.. Per voi popoli indigeni che significa superare l'idea attuale dello sviluppo?

Per noi buen vivir significa garantire lo spazio dove ogni individuo nasce, dove cresce e dove vive, garantire le opportunità di lavoro, di studio, il diritto alla salute e alla vita in quanto tale. Significa poter sorridere. Per noi tutto ciò è più importante dell'accumulazione di beni materiali. Avere le stesse possibilità, essere rispettati e rispettare. Noi crediamo che questo si debba costruire insieme perché siamo convinti che il cambiamento possa avvenire solo attraverso l'unione delle forze, altrimenti non ci potrà essere buen vivir. Vivere bene non è quanto vendi o quanto compri, bensì pensare a come possiamo vivere bene le nostre vite. Questa non è semplicemente una interpretazione, dobbiamo viverla concretamente. Vi sono esperienze millenarie che hanno dimostrato come sia possibile vivere in un'altra maniera e come il capitalismo non sia certo l'unica maniera di vivere e di relazionarsi.

Cosa vi aspettate dai movimenti sociali europei e del nord del mondo in questo forum?

Il mondo è di tutti e tutte; ci aspettiamo che ci sia un contributo da parte di tutti, nel rispetto e nell'appoggio reciproco. Dobbiamo camminare insieme ognuno nei propri spazi, garantendo la vita attraverso il sostegno reciproco. Ci deve essere un inter-apprendimento, non dobbiamo tornare al passato però dobbiamo considerare il passato per valutare il presente ed il futuro. Solo così ci sarà buen vivir e rispetto per la Madre Terra.

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Copyright 2008, by the Contributing Authors. Cite/attribute Resource. @media print { #print_citation {display:block;} } @media screen { #print_citation {display:None;} } focuspuller. (2009, February 13). «Buen vivir significa poter sorridere». Retrieved February 22, 2009, from World Social Forum TV Web site: http://www.wsftv.net/Members/focuspuller/news/abbuen-vivir-significa-poter-sorriderebb. Esta obra se publica bajo una licencia Creative Commons License.

Maggiori informarmazioni:
IT

Roberto Espinoza    http://www.youtube.com/watch?v=gg4g7FPyi6k

Boaventura de Sousa Santos FSM 2009 (italiano)
http://www.youtube.com/watch?v=U0rsgzsdrTw

ES
Desde los indigenas: El Buen vivir (sumak kawsay) en la constitución de Bolivia e Ecuador

[…] La noción del sumak kawsay es la posibilidad de vincular al hombre con la naturaleza desde una visión de respeto, porque es la oportunidad de devolverle la ética a la convivencia humana, porque es necesario un nuevo contrato social en el que puedan convivir la unidad en la diversidad, porque es la oportunidad de oponerse la violencia del sistema.

Sumak kawsay es la expresión de una forma ancestral de ser y estar en el mundo. El "buen vivir" expresa, refiere y concuerda con aquellas demandas de "décroissance" de Latouche, de "convivialidad" de Iván Ilich, de "ecología profunda" de Arnold Naes. El "buen vivir" también recoge las propuestas de descolonización de Aníbal Quijano, de Boaventura de Souza Santos, de Edgardo Lander, entre otros.  El "buen vivir", es otro de los aportes de los pueblos indígenas del Abya Yala, a los pueblos del mundo, y es parte de su largo camino en la lucha por la descolonización de la vida, de la historia, y del futuro.

Es probable que el Sumak Kawsay sea tan invisibilizado (o lo que es peor, convertido en estudio cultural o estudio de área), como lo fue (y es) el concepto del Estado Plurinacional. Mas, en la prosa del mundo, en su signatura de colores variados como el arcoiris, en su tejido con las hebras de la humana condición, esa palabra, esa noción del "buen vivir", ha empezado su recorrido. En los debates sobre la nueva Constitución ecuatoriana, junto a los derechos de la naturaleza y el Estado Plurinacional, ahora se ha propuesto el Sumak Kawsay como nuevo deber-ser del Estado Plurinacional y la sociedad intercultural. Es la primera vez que una noción que expresa una práctica de convivencia ancestral respetuosa con la naturaleza, con las sociedades y con los seres humanos, cobra carta de naturalización en el debate político y se inscribe con fuerza en el horizonte de posibilidades humanas.

- Pablo Dávalos es economista y profesor universitario ecuatoriano.

http://alainet.org/active/23920&lang=es

“El crecimiento económico como teleología (o como finalidad) social y fetichismo de la historia es un dispositivo simbólico y epistémico que tiene una función política: aquella de generar los consensos necesarios para posibilitar la acumulación del capital en su momento especulativo y neoliberal.”

Reflexiones sobre el sumak kawsay (el buen vivir) y las teorias del desarrollo
http://alainet.org/active/25617&lang=es

Desde la constitución de Ecuador
“A mas crecimiento, mas acumulación de capital, y por tanto mas explotación, mas degradación
[…] el crecimiento economico es violento por naturaleza[…]”

Videos

Nueva Constitución Ecuatoriana - entrevista a Pablo Davalos

http://www.youtube.com/watch?v=hMsjtvBRp4o
El buen vivir …. segun Pablo Davalos

http://www.youtube.com/watch?v=rvfQ5t4FefY

http://alainet.org/active/24609&lang=es

sobre el concepto originario de bien vivir (VS vivir mejor)
http://www.cepos.bo/ver1.0/index.php?option=com_content&task=view&id=98&Itemid=1&date=2009-04-01

3 definiciones de buen vivir
http://www.eluniverso.com/2008/08/06/0001/21/9E9ED37035D2400992E004EF86D08672.html

Buen vivir VS Desarrollo Sostenible
http://www.ruptura25.org/index.php?option=com_content&task=view&id=325&Itemid=51

http://www.decrecimiento.info/2009/02/el-buen-vivir.html

http://www.elcomercio.com/noticiaEC.asp?id_noticia=221648&id_seccion=1

UN KEYNES VERDE O UNA DECRESCITA SOSTENIBILE?

Febbraio 2009

Joan Martinez Alier

La crisi economica attuale ha fatto tornare Keynes di moda perchè ci sono capacità industriali nell’economia occidentale di cui non si approfitta. Aumenta la disoccupazione, una maggiore spesa pubblica è la ricetta adeguata in questi casi. Così ci sarà denaro per cambiare l’auto e comprare il surplus di case che deprime l’industria delle costruzioni negli Usa, in UK e in Spagna.

Keynes voleva che l’economia uscisse dalla crisi del 1929. Disse in modo esplicito che quello che sarebbe successo una volta che l’economia fosse uscita dalla crisi, non gli importava. Furono economisti posteriori come Harrod e Domar che convertirono la dottrina di Keynes in una dottrina di crescita economica su larga scala. più tardi arrivarono o resuscitarono i neoliberali come Hayek i quali dissero che il mercato sapeva molto di più dello stato. Ora stiamo ascoltando banchieri che chiedono di nazionalizzare le loro banche, per favore. Stiamo vedendo la resurrezione di Keynes (o la sua reincarnazione in Krugman y Stiglitz) però possiamo chiederci, di un Keynes che ragiona a piccola scala per uscire dalla crisi o di un Keynes anche che ragiona a grande scala per seguire un sentiero virtuoso di crescita economia?

Ed è qui che entra la attuale critica economica ecologica. La crescita economia è basata sull’energia del carbone, il petrolio e il gas naturale. ci sembra buono un Keynesianesimo verde che aumenta l’investimento pubblico nella conservazione di energia, nell’installazione di fotovoltaico, nel trasporto pubblico urbano e nella ristrutturazione di case, nell’agricoltura biologica. Ma non ci sembra giusto continuare con la fede nella crescita economica. Nei paesi ricchi serve una leggera decrescita economica che sia socialmente sostenibile. Dobbiamo entrare in una transizione socio-ecologica. L’economia deve decrescere in termini di materie e energia. Esiste già un accordo sociale in Europa affinchè le emissioni di diossido di carbonio decrescano del 2% per cento rispetto al 1990 però non era stato previsto che, di fatto, al decrescere del PIL già si stanno le emissioni di diossido di carbonio.

Non ci sono solo motivi ecologici per la decrescita. Ci sono psicologi che hanno constatato che la felicità non aumenta con l’aumento del PIL pro capite. Cioè aumenta a livelli molto bassi, non di piú. Ora, d’accordo, la decrescita causa difficoltà sociali che dobbiamo affrontare affinchè la nostra proposta sia socialmente accettata. Se la produttività del lavoro, cresce del 2% annualmente e se l’economia non cresce questo porterà ad un aumento della disoccupazione. La nostra risposta è doppia. Gli aumenti di produttività non sono bene misurati. Se vengono sostituiti gli operai con le macchine i prezzi di questa energia di macchine tengono conto della finitezza delle risorse, delle esternalità negative? Sappiamo che non è così. Inoltre bisogna separare il diritto a ricevere una remunerazione del fatto di avere un impiego salariato. Questa separazione già esiste in molti casi (bimbi e giovani, pensionati, persone che hanno il sussidio di disoccupazione) ma deve allargarsi di più. Si deve ridefinire il significato della parola sviluppo (tenendo in conto i servizi domestici non pagati e il volontariato) e si deve introdurre la copertura della “Stipendio del cittadino o Renta Básica”

Un’altra obiezione. Chi pagherà la montagna di crediti, le ipoteche e il debito pubblico se l’economia non cresce? La risposta deve essere: nessuno. Non possiamo forzare l’economia a crescere al ritmo dell’interesse composto con cui si accumulano i debiti.

Il sistema finanziario deve avere regole diverse da quelle attuali. In Europa e negli USA quello che è nuovo non è dunque il Keynesianesimo ne nemmeno il Keynes verde. Il nuovo è rappresentato dal movimento sociale per la decrescita sostenibile. La crisi apre aspettative per nuove istituzioni e abitudini sociali. L’obiettivo nei paesi ricchi deve essere vivere bene lasciando a margine l’imperativo della crescita economica.

Facciamo vedere il governo nascosto, costruiamo un’altra società

17 Settembre 2008

"Nessuno è più schiavo di colui che s’illude di essere libero" Goethe

Le oligarchie economiche, delle quali non vediamo mai la faccia, finanziano governi di sinistra e di destra mentre confluiscono negli stessi club segreti per dibattere amichevolmente sul nuovo ordine mondiale. E` una contraddizione? No, è una strategia rigorosamente pianificata.
Il nostro voto ogni 4 anni in un sistema bipolare è la forma più facile si farci credere che vivremo in una democrazia. Questo tipo di democrazia diretta, sorta da piani meticolosamente orchestrati dopo la seconda guerra mondiale, ha dimostrato essere la forma meno costosa di mantenere sottomessa la popolazione mentre il potere di poche famiglie si imperializza.
Con il passare degli anni, l’oscuro sistema finanziario è diventato sempre più onnipotente, portando la massima della crescita esponenziale fino all’esagerazione. L’economia reale si è convertita in una appendice della finanza, compiendo rapidamente la funzione di convertire i crediti in debiti e consumo. Tutto questo mentre al popolo gli si rubava doppiamente: plusvalenze impresariali e plusvalenze per i banchieri privilegiati dalla creazione di soldi. In questo contesto, le crisi fino ad ora non avevano sollevato nessun tipo di problema, visto che rappresentano dei momenti in cui i pesci più grandi approfittano per mangiarsi quelli medi e quelli piccoli.. Però questo sistema perfetto ha un nemico insuperabile d’ora in avanti: i limiti planetari. Non si può crescere sempre in un pianeta che dispone di risorse finite. Ora, all’inizio del secolo XXI, stiamo raggiungendo questi limiti. L’oro nero ci ha dato il primo avviso, gli altri combustibili fossili, minerali per l’industria, fertilizzanti per l’agricoltura, terre coltivabili, riscaldamento globale ed un lungo eccetera di risorse limitate che si possono aggiungere.
Mentre che quelli che ostentano il potere invisibile continueranno a dibattere amichevolmente su come sarà il nuovo ordine mondiale che risolverà l’attuale crisi strutturale e se la guerra, la fame o le malattie sono la migliore o peggiore strategia per i loro interessi, noi i popoli, abbiamo la responsabilità di approfittare di questa opportunità per agire prima che sia troppo tardi. Il potere non è tale senza l’obbedienza, senza il terrore. Siamo sempre di più gli indomabili e ci stiamo organizzando. Lettore, lettrice, ti facciamo sapere che puoi scegliere se continuare ad essere sottomesso o se vuoi essere libero.
Questa pubblicazione del 17 settembre del 2008 vuole attirare l’attenzione di coloro che vogliono ascoltare, per dire che i movimenti sociali facciamo al caso giusto per opporci alla dittatura economica tramata alle spalle della popolazione per poter costruire un’altra società ora e subito.

Fonte: http://www.17-s.info/it/facciamo-vedere-il-governo-nascosto-costruiamo-unaltra-societa-0

Ho rubato 492.000 euro a quelli che più ci derubano per denunciarli e costruire alternative di società

Enric Duran
17 Settembre 2008

Scrivo in queste pagine per rendere pubblico che ho espropriato 492.000 euro a 39 entità bancarie attraverso 68 operazioni di credito. Se includiamo gli interessi di mora, la cifra attuale del debito è di oltre 500.000 euro che non pagherò.
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E' stata un'azione individuale di insubordinazione alla banca che ho realizzato premeditatamente per denunciare il sistema bancario e per destinare i soldi ad iniziative che avvertano della crisi sistemica che stiamo iniziando a vivere e che cerchino di costruire un'alternativa di società.
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Si tratta di una azione aliena da ogni tipo di violencia, che rivendico come una nuova forma di disobbedienza civile, all'altezza dei tempi che corrono. Quando finanziamento al consumo e speculazione sono dominanti nella nostra società, cosa c'è di meglio che rubare a quelli che ci derubano e ripartire i soldi fra i gruppi che denunciano questa situazione e costruiscono alternative?

Lista delle banche coinvolte.
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Come ho potuto ottenere tanti soldi senza proprietà né avalli?

Dopo alcune indagini e prove, nella primavera del 2006, ho iniziato a portare avanti in maniera definitiva questa idea facendo credere, secondo il caso, alle diverse banche, casse di risparmio e istituti finanziari di credito (EFC, le "finanziarie", in Italia, ndt.) che volevo ristrutturare casa o comprare un'auto. In alcuni casi, anche attraverso una impresa creata con il proposito di poter giustificare determinati investimenti come l'acquisto di materiale audiovisivo per una casa di produzione.
Il vantaggio di chiedere un prestito come impresa è che il debito come impresa, anche una ditta individuale, non appare nella tua storia di debito personale, di modo che puoi andar aumentando il tuo indebitamento indefinitamente senza che il CIRBE (sistema di informazione sui debiti del Banco di Spagna) lo segnali. Esistono altri modi di ingannare il CIRBE che spiegherò a chi voglia realizzare un'azione con una finalità simile alla mia.

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Questi prestiti erano sollecitati senza nessuna garanzia di un'altra persona né di alcuna propietà: semplicemente con la mia firma. Con una professione inventata e una buona busta paga falsa che faceva credere che guadagnassi abbastanza per accedere al finanziamento. Il quid della questione sta nel fatto che le banche non hanno modo di comprovare se una busta paga che presenti loro sia reale o no, sempre che l'impresa e la persona esistano realmente.
Bisognava anche presentare gli estratti conto bancari adeguati, che ottenevo facendo circolare il denaro da conti di imprese a conti personali attraverso trasferimenti di stipendi per simulare entrate personali, che le banche prendevano per buoni. In alcuni casi mi chiedevano il contratto di lavoro, la dichiarazione dei redditi o il certificato di vita lavorativa. Alle mie aziende chiedevano le dichiarazioni dell'IVA trimestrali e, quando già avevano più di un anno, l'imposta per le società.
A tutto questo si può rispondere adeguatamente, e a volte con un'informazione vera. Altrimenti, con una stampante, una fotocopiatrice, fordici e scotch, si posson fare meraviglie!
In alcuni casi, ho dovuto comprare l'auto per la quale avevo chiesto il prestito, e poi mi son dovuto vendere tutto prima di finire di pagare perché non me lo potessero pignorare e così avere più fondi per finanziare le lotte.

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Sorprenderà che abbia ottenuto tutto questo, 492.000 euro senza coperture né garanzie, in un contesto di contrazione del credito. E' una dimostrazione di come la banca promuova l'indebitamento delle famiglie al di là di qualsiasi controllo e di qualsiasi misura di prevenzione dei rischi e del senso comune.
In nota segnalo un fatto che ci può far comprendere le possibilità e opportunità che ci sono per questo tipo di azioni: le banche e le finanziarie hanno bisogno di concedere crediti, perché è uno dei loro principali modi di ottenere benefici e perché, come già abbiamo spiegato in un altro articolo in precedenza, il sistema finanziario ha bisogno che di volta in volta si firmino sempre più richieste di crediti per poter creare sempre più denaro. E' una ruota che non si fermerà fino a che non collassi il sistema. Noi altri, invece di aiutare a far sì che la ruota giri, chiedendo crediti per produrre o per consumare, abbiamo l'opportunità e la responsabilità di metterci i bastoni, dentro quella ruota, facendo loro credere che vogliamo dei crediti e che così potranno creare questi soldi grazie a noi. Poi, non restituendo i prestiti, facciamo sparire questi soldi e quelli che erano stati creati dal nulla, con la garanzia che avevamo firmato di restituzione del debito. Questo sistema funziona a partire dalla fiducia e se in modi come questo riusciamo a seminare sfiducia, potremo fermarlo!

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Perché questa azione?

Questa crisi che abbiamo spiegato in articoli precedenti, specialmente nel suo versante energetico, era da prevedere. Tre anni fa venni a conoscenza degli studi sul picco del petrolio e pensai che nel momento in cui si fosse scatenata la crisi sarebbe stato fondamentale essere preparati. Questa potrebbe essere una opportunità per la rivolta sociale, un momento di cui si dovrebbe approfittare. Però se non ci prepariamo, il futuro potrebbe essere ancora peggiore di ciò che viviamo ora, dato che la gestione dell'austerità condotta dai potentati economici e politici potrebbe portarci verso un nuovo fascismo.
Spesso uno degli inconvenienti che incontriamo quando parliamo di trasformazione sociale nel presente è che ci costa identificare i nemici principali. Non a caso fanno di tutto perché sia difficile identificarli. Come abbiamo visto nell'articolo che parlava del sistema finanziario, ci sono meccanismi nascosti e perversi che fanno sì che una minoranza controlli la creazione del denaro e, a partire da ciò, fanno ballare il sistema economico al ritmo che più gli interessa. Smascherare questa minoranza, questo sistema bancario che ci porta al collasso ecologico, mi sembrava fondamentale e fu una motivazione chiara al momento di realizzare questa azione di insubordinazione finanziaria e renderla pubblica.
Un'altra ragione di un certo peso fu la possibilità di rafforzare i movimienti sociali perché si potessero preparare per la crisi, saggiando le alternative che possano convertirsi in esempio di una forma di vita praticabile quando questa crisi scoppi. Trovavo che per questo ci fosse bisogno di più soldi di quelli che possiamo ottenere con altri mezzi, giacché secondo la mia esperienza nei movimienti sociali, uno dei fattori importanti che limitano i progetti innovatori è sempre stato la mancanza di capacità economica per portare avanti progetti strategici da poter iniziare quando lo si creda conveniente e mantenere nel tempo.
Ci sono alternative di società che cominciano a mettersi in moto dalla pratica e senza idee troppo ben prestabilite. Ci sono molti gruppi che, a partire dall'autonomia e l'autogestione, stan cominciando a practicare forme di vita in cui credono, come alternativa al sistema capitalista attuale. Ci sono sforzi chiari e decisi per coordinarsi e organizzarsi unitariamente in rete, per cominciare a mettere in pratica un altro modello di società. Il cammino è iniziato, e ora bisogna mantenerlo e dargli forza.

A chi è andato il denaro?

Una volta pagate commissioni, interessi, notai, imposte e spese varie relazionate con l'azione e che non sono tra i soldi a disposizione per il cambio sociale, sono rimasti circa 360.000 euro che sono stati destinati a diverse azioni e iniziative dirette tanto a coscienziare sulla crisi sistemica (energetica, alimentare, economica…) quanto, specialmente, a far avanzare un ampio movimento sociale che metta in moto altri modi di vivere in società nello stesso tempo in cui si oppone al modello capitalista attuale, con l'obiettivo di sostituirlo.
Non darò dettagli in questo scritto per non dare problemi a progetti che hanno ricevuto questi soldi senza esserne responsabili, però confido che la memoria delle persone con cui ho condiviso il tempo negli ultimi periodi attiverà il passaparola che farà sì che molta gente possa sapere con certezza che la destinazione dei fondi è stata orientata in questo senso.

Un richiamo all'azione

Questa azione vuole essere soprattutto un richiamo perché ciascuno ponga di fronte a sé ciò che può e che vuole fare per cambiare lo stato delle cose entro il possibile o addirittura ciò che potrebbe sembrare impossibile…
Se io ho realizzato questa insubordinazione finanziaria, rischiando la mia libertà per dimostrare che il sistema economico è più vulnerabile di ciò che sembra e per conseguire tutto questo denaro per la costruzione di alternative, forse molte altre persone potranno fare qualcosa di più se credono in loro stesse, se sapranno liberarsi delle false paure dentro le quali veniamo educati premeditatamente all'interno del sistema e pensino risolutamente che solo dalla gente, dal basso, possiamo cambiare lo stato delle cose.
Avendo come esempio lo stile dell'azione che ho compiuto, magari ciascuno, secondo il suo contesto personale e economico, può accorgersi che ci sono cose alla loro portata:
- Voi affittuari, che patite l'aumento dei prezzi (che normalmente segue l'aumento dei prezzi della spesa) potete unirvi per iniziare uno sciopero degli affitti, come quello degli anni 1930 e 31; mi risulta che ci sia gente che ci sta già pensando…
Se state pagando un'ipoteca da pochi anni e vi resta ancora molto tempo da lavorare in un posto che non vi piace, forse potreste smettere di pagare l'ipoteca e occupare casa vostra. Se lo fate da soli forse avrete un problema (benché non più grande di quello che avete già, ma in più potrete riuscire a dedicarvi a ciò che vi piace e che sia coerente con le vostre idee e vocazioni) ma se molta gente si organizza, sarà la banca ad avere problemi…
- Se siete persone impegnate e volete collaborare con i movimenti sociali, ora sapete di avere la possibilità di chiedere alcuni prestiti e non pagarli per finanziare con essi le lotte, mettendo contemporaneamente i bastoni fra le ruote al sistema finanziario. Ci sono modi di farlo senza ricevere per questo nessuna accusa penale, è solo questione di farlo in una scala più piccola della mia e di non renderlo pubblico. In questo posso darvo una mano, ehehe.
- Se già siete sulla strada del dover vivere senza conto bancario perché vi hanno fatto una multa-penale (di queste che abbondano attualmente) che non volete pagare, perché non espropiate un po' di soldi alla banca prima che arrivi il momento di smettere di avere conti correnti?
- Certo però che con queste diverse opzioni e altre che vi possano venire in mente sarete morosi tutta la vita (o finché resista questo sistema finanziario in crisi…), di modo che sarebbe consigliabile che la pensiate come idea accompagnata da un piano personale per vivire in altro modo, senza conti correnti né proprietà.
- In ogni modo, se non potete o non volete realizzare nessuna delle azioni suddette, ci sono due cose più semplici che ognuno può fare e dovrebbe fare quanto prima: non domandare nessun credito e togliere i soldi dalla banca. Mantenendo prestiti, carte di credito e conti correnti, diventiamo complici di banche che rappresentano il cuore di un sistema capitalista che sta seminando la distruzione nel pianeta, la povertà e con essa la schiavitù delle nostre vite. Togliere il denaro dalla banca è una cosa che qualsiasi persona può fare se semplicemente si organizza un poco per gestire i suoi pagamenti ed entrate in altro modo.
- E se questo richiamo ti giunge tardi perché ci sono debiti che non hai potuto pagare e già appari nelle liste di morosità delle banche… perché non ti metti in contatto con me e creiamo un sindacato di morosi? Ci sono più persone inscritte nelle liste dei morosi che in quelle di disoccupazione… e vivere senza conti corrente è un'arte che varrebbe la pena condividere!

Ciò che farò a partire da ora.

Mentre scrivo questo comunicato pubblico ancora non c'è alcuna accusa penale contro la mia persona, il che prova che ho potuto realizzare l'azione fino alla fine al di fuori di qualsiasi controllo o sospetto della polizia.
In ogni modo, secondo il sistema giudiziario dello stato spagnolo (e senza parlare della sua motivazione etica), a partire da questa confessione mi si dovrebbe accusar di truffa maggiore (che si considera a partire dai 50.000 euro) e di insolvenza punibile (anche denominata sottrazione di beni). Per la prima accusa mi possono chiedere fra 2 e 6 anni, e per la seconda fra 1 e 3 anni. Così ho preferito rivendicare questa azione pubblicamente come disobbedienza civile affinché tutti possano sapere quello che si può fare e per mettere in questione il sistema finanziario stesso invece di nasconderlo come mi raccomanderebbe qualsiasi persona che pensi prima alla mia integrità personale.
Però, dato che la mia posizione è chiaramente di riconoscimento e difesa morale e politica dei fatti e dato che non penso che il sistema giudiziario sia legittimato per giudicarmi (come parte di un sistema politico totalmente antidemocratico, in quanto alle dipendenze degli stessi poteri economici che denuncio con la mia azione), ho deciso di accompagnare questa spiegazione pubblica dei fatti con la mia sparizione fisica. In questo modo eviterò che possibili rappresaglie contro la mia libertà o la mia persona fisica mi impediscano di continuare a difendere e a spiegare questi fatti pubblicamente e resterò attivo nei movimienti sociali catalani a partire dalla partecipazione virtuale pur trovandomi fisicamente in qualche altro luogo del mondo dove possa anche participare alle lotte sociali.
Più in là, mi riservo la possibilità di riapparire fisicamente in territorio catalano, se si dimostra che la società civile catalana è preparata per difendere la libertà di quelle persone che si oppongono pubblicamente ai poteri economici e politici della nostra società.
E se un giorno, per mia volontà o no, io venga giudicato, avviso che l'unico verdetto che accetterò sarà l'assoluzione per la considerazione da parte del tribunale che la mia azione non costituisce reato, a causa della sua motivazione etica e solidale contro gli attori sociali che maggior danno provocano a questa società e a favore del bene comune. A parte questo, non negozierò pene minori per evitare di compiere la pena, né pagherò una cauzione, né una multa, né negozierò il debito. Se lo stato è incapace di uscire dalla pressione dei poteri di fatto, che tutti lo vedano, mantenendo una persona come me in prigione.

A partire da ora potrete conoscere la mia identità e contattarmi attraverso la pagina web http://www.17-s.info dove potrete anche incontrare informazioni più dettagliate.
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LA FUSIONE TRA DUE TRADIZIONI ATTIVISTE

Questa azione, pur essendo innovatrice, non viene fuori dal nulla; storicamente, attivisti di diverse tendenze si sono arrischiati per il bene comune, fuori dalla legalità vigente, sia a realizzare azioni contro la banca per finanziare le lotte, sia a realizzare azioni pubbliche di disobbedienza civile per trasformare qualcosa. Nel campo delle espropriazioni bancarie, la tradizione risale al principio del secolo XX, in paesi come Francia e Italia, ed anche nello stato spagnolo, per esempio con lo spettacolare attacco al Banco di Spagna a Gijon da parte del "gruppo dei solidali", nel 1923. Personaggi mitici della nostra storia come Durruti, Quico Sabaté o Salvador Puig Antich, hanno partecipato ad azioni di questo tipo, che sono sempre pericolose perché si mette in gioco la vita dei partecipanti tanto quanto quella dei lavoratori delle filiali. Altri metodi clandestini, più sicuri per le persone però complicati, sono stati la falsificazione di monete o travel cheques. Per quest'ultima azione contro la Citybank, il mondo venne a conoscienza di Lucio Uturbia, che è ancora vivo e che recentemente ha tenuto varie conferenze in territorio catalano per presentare il documentario biografico: "Lucio, l'anarchico irriducibile".
La strategia della disobbedienza civile risale al secolo XIX per mano di Henry Thoreau e diventa universalmente conosciuta attraverso figure come quelle di Gandhi e Martin Luther King. Nello stato spagnolo la diobbedienza pacifica non comincia ad essere considerata una possibilità fino a dopo la morte del dittatore Franco, con qualche considerevole eccezione, come fu il caso di Lluis Maria Xirinacs. Dagli anni '80, alcuni dei movimenti sociali maggiormente considerati, come la diffusa insubordinazione al servizio militare e il movimento delle okkupazioni si basano su questa premessa disobbediente.
Una delle difficoltà del loro incontro si trova nel fatto che partono da situazioni opposte. La prima ha bisogno di clandestinità, la seconda è un'azione pubblica che basa la sua forza nell'appoggio sociale e nella legittimità degli atti. L'azione che ci riguarda oggi le può fondere perché è composta da due parti. La parte dell'azione diretta è stata già condotta a termine e la sua segretezza ha permesso il successo dell'azione. La disobbedienza civile conincia oggi, con la confessione e difesa pubblica che ne fa l'autore, mettendo in questione seriamente la legittimità morale della banca.
Se questo esempio resterà un caso isolato o sarà il seme per una nuova strategia d'azione, che sia pubblica o nascosta, lo diranno i tempi. La parola sta a ciascuna delle persone che vogliono cambiare le cose.

Fonte: http://www.17-s.info/it/ho-rubato-492000-euro-quelli-che-piu-ci-derubano-denunciarli-e-costruire-alternative-di-societa