In Darmok, episodio della quarta stagione di Star Trek – the next generation, viene messo in scena un problematico primo contattocon una civiltà aliena il cui linguaggio, totalmente esemplificativo e metaforico, risulta opaco al traduttore universale; l’incomprensione e l’ostilità che impediscono alle parti di fronteggiare insieme un comune nemico si risolvono solo quando il
capitano Picard riconosce la struttura sovraordinata alla lingua dei Tamariani (That’s how you communicate, isn’t it? By citing example. By metaphor!) e fornisce al suo omologo una nuova e antica storia a partire dalla quale fosse possibile interpretare sfiducia e conflittualità come propedeutiche a una nuova amicizia tra individui e popoli (They fought –racconta Picard -in the temple. They fought in the streets. Gilgamesh defeated Enkidu. They became great friends: Gilgamesh and Enkidu at Uruk). I Tamariani, popolo rude e sentimentale, avevano bisogno di una storia, di un mito, per orientarsi nel loro presente – quel presente che invece presso di noi è sottratto a ogni dimensione narrativa unitaria, frammentato com’è tra ambiti, contesti e narrazioni particolari, specialistiche e private.
Il linguaggio economico è forse agli antipodi di quello dei Tamariani, nel suo incorporare (storie di) successi e fallimenti in cifre non riconducibili ad altro che al proprio essere numero. Cifre peraltro prive di un segno algebrico che le connoti, visto che nel desiderato aumento del PIL(il “+”) possiamo trovare tanto una “grande opera” di riduzione delle perdite nella distribuzione dell’acqua potabile quanto la costruzione di un devastante ponte sullo stretto di Messina, mentre nella temutissima crescita negativa (il “-”, scaramanticamente non nominato dai mass media) verrà computata tanto una diminuzione del consumo di ansiolitici per sopraggiunta serenità quanto la chiusura di piccole attività indipendenti di trasformazione agroalimentare o di ristorazione per causa di normazione estremista in campo igienico-sanitario.
A Lama di Reno la multinazionale (lussemburghese?) Dufenergy vuole impiantare una centrale a Turbogas nell’area industriale occupata fino al 2006 da una cartiera, chiusa dopo anni e anni di agonia industriale; un iniziale appoggio a questo progetto è costato al PD(S) la perdita della maggioranza e quindi della giunta del Comune di Marzabotto (di cui Lama di Reno è importante frazione); smacco che, per l’importanza storica e simbolica del paese e per la sua notevole rete di rapporti internazionali, è stato ed è particolarmente duro da digerire. La nuova giunta ha espresso anche con atti formali la sua contrarietà alla Turbogas a Lama – eppure sembra che il progetto ormai possa andare avanti, una volta superata la valutazione di impatto ambientale. Non farò la storia di questa VIA, tirata per le lunghe in modo inconsueto; mi limiterò a dire che l’azienda ha presentato di recente (settembre 2009) delle nuove “integrazioni volontarie” con cui risponde alle contestazioni mossale - le più significative delle quali sono quelle dei cittadini residenti nella frazione, costituitisi in Comitato No-Turbogas.
Su sollecitazione di alcuni di loro mi sono occupato di rispondere all’allegato 5 delle integrazioni volontarie di Dufenergy che sostiene sulla base di dati più o meno corretti formalmente, ma assolutamente non pertinenti, che non vi sarà alcuna svalutazione immobiliare a seguito dell’inizio attività della Turbogas.
Ognuno di noi è immerso in una situazione paradossale, impossibilitato alla coerenza nei comportamenti e perfino a quella più astrattamente intellettuale. Sono anni che scrivo per denunciare il danno ambientale irrecuperabile dello sprawl, derivato da politiche che hanno assecondato il crescere della bolla immobiliare e sostenuto da un mercato del credito che ha avuto fasi di espansione rapaci. L’alto prezzo delle case è stato un elemento di feedback implementante lo stesso fenomeno da cui discendeva: più gli investitori si spostavano sul mattone più crescevano i prezzi delle case e più nuovi investitori venivano attratti dal settore edilizio - tra tutti il più vorace, il più sterile e il più pericoloso e illegale per la manodopera, il più allettante per gli amministratori e il più indispensabile, salvo l’alimentare, per le persone - e quindi tra tutte le realtà economiche quella che più andava socialmente orientata. Se, con questo background, mi sono trovato a scrivere in qualche misura a favore del mantenimento di un’alta valutazione degli immobili e contro un impianto nocivo che li avrebbe deprezzati è per una scelta etica, fatta guardando a monte dei fatti economici. La scelta di stare dalla parte di chi da questo sistema viene stritolato, prescindendo dal grado di condivisione o compromissione del passato; indipendentemente da quanto questi abbia creduto ieri di guadagnare da ciò che oggi lo schiaccia – nella fattispecie la (soprav)valutazione del proprio immobile. In fondo ciò che traccia una linea di continuità non schizofrenica tra le nostre incoerenze sono la prossimità e l’affetto nelle loro diverse gradazioni: è per il bene nostro e di chi sentiamo vicino che ci pieghiamo a compromessi e viviamo in contraddizioni; ed è esattamente per lo stesso motivo e soprattutto per le stesse persone che continuiamo a non fare del compromesso l’obiettivo del nostro agire, e ci muove ancora la necessità di trascenderlo - per quel poco che ognuno di noi possa fare.
Ma non delle mie contraddizioni volevo fare esibizione, quanto di quella tutta interna alle dinamiche di crescita economica, di cui avevo da tempo intuizione ma che ho visto manifestarsi con chiarezza in questa vicenda di Lama di Reno. La illustrerei in questo modo: la crescita economica sta nutrendosi di se stessa per poter continuare a crescere. La creazione di valore è alimentata dalla distruzione di valore senza che sia intervenuto mutamento sociale o innovazione tecnologica che possa fare da cornice a un riposizionamento dei rapporti produttivi.
All’interno del lavoro su Lama avevo elaborato, a uso dei Tamariani, il plot del film che è stato proiettato in quella frazione: vediamo il lavoratore dipendente espulso dall’appartamento in affitto nella periferia cittadina, gli vediamo appioppare un mutuo per comprarsi una casa a decine di chilometri da Bologna e lo osserviamo convincersi che, già!, adesso dovrà farsi x ore di viaggio per andare al lavoro ma “c’è l’aria buona ed è un buon posto per crescere i figli”; poi mentre ancora restituisce il debito alla banca gli costruiscono un impianto nocivo di fianco a casa – in cui neppure può sperare di lavorare perché di fatto unmanned.
Eppure sento che questa riduzione cinematografica non è sufficiente né completa; c’è un’altra storia che si svolge attorno a questa e la ricomprende, ed è la seguente: la crescita economica, penetrata in modo ancora perfettibile ma già profondo in ogni angolo del pianeta, si è scontrata per la prima volta nella nostra contemporaneità con i limiti delle risorse naturali. E’ successo nel 2007 con i prezzi del petrolio che si sono impennati, la crisi economica che ne è seguita, lo scoppio della bolla immobiliare e l’inevitabile credit crunch. Mentre questo accade osserviamo come – sul finire dell’illusoria festa – mattone e industria si sottraggano valore vicendevolmente, e il solo volano che riescano a mettere in moto è quello della distruzione di ricchezza (e ambientale). A Sasso Marconi (che confina con la Lama) un’importante azienda in crisi (Arcotronics) viene salvata concedendo l’edificabilità residenziale (villette) sull’area industriale – in cambio di questo Arcotronics si trasferirà a pochi chilometri recuperando un’altra area produttiva dismessa e promettendo di mantenere i livelli occupazionali, pur pendolarizzando i lavoratori di un altro stabilimento in valle (Vergato, che viene chiuso). Di fatto nel 2008 l’azienda ha denunciato una riduzione degli ordini del 40% e più di 400 lavoratori sono in cassa integrazione quest’anno, quindi gli esiti dello scambio sono probabilmente ancora aperti. E’ ancora nel 2008 che viene firmato il protocollo d’intesa tra Comune, Regione, Provincia e Dufenergy che mette i residenti di Lama di Reno davanti alla tavola già apparecchiata: il menù prevede una bella esternalità negativa a danno dell’aria che respirano e una secca perdita di valore delle loro case. Ed è nel 2009 che salta di nuovo fuori il progetto del 2006 di (termo)valorizzarel’altra cartiera marzabottese (in crisi, in cassa integrazione etc.), la Reno de Medici in pieno centro paese, con un inceneritore degli scarti del suo pulper.
Così Marzabotto-capoluogo, già arrivato in ritardo rispetto agli altri paesi della valle nella crescita edilizia, si scontra con un grosso limite: chi vi comprerà casa (a prezzi tuttora gonfiati) dovendo poi mandare i figli a scuola a cento metri dal camino di un impianto notoriamente nocivo?
Lo spazio economico sembra quindi essere impossibilitato a espandersi per raggiunti limiti, e consuma se stesso non per mancanza di immaginazione o fantasia (come ne La storia infinitadi Michael Ende e nelle illusioni spacciate dai propagandisti dei prodotti di qualitàe delle nicchie d’eccellenza) ma perché non ci sono più risorse disponibili a cui attingere – a partire da quelle che non sono neppure considerate stockscon rilevanza economica dalle teorie consolidate e che non possono essere importate: aria e acqua per prime. Sul territorio si sta stretti, e questa densità sgomitante genera il consumo del valore immobiliareda parte del valore termoelettrico della Turbogas. E appresso: l’acqua di cui la centrale ha sete è la stessa che per mezzo di un tubino dovrebbe andare a sostituire quella del torrente Setta nel potabilizzatore di Sasso in caso di incidente automobilistico con sversamento di sostanze tossiche sulla nuova, magnificamente progressiva e bipartigiana Variante di Valico, ed è la stessa acqua che la ricaduta di particelle nocive condirà e che verrà sottratta parzialmente e temporaneamente al suo fluire per consentire il raffreddamento della Turbogas; sempre la stessa che quattro chilometri più a monte qualcuno voleva stoccare in un enorme invaso, dando un interpretazione ad usum dei cavatori delle indicazioni legislative sul deflusso minimo vitale del fiume. Non c’è da concludere, dunque, che tutto il valorizzabile sia già valorizzato – e che quindi la sola possibilità di fare profitto sia nel prelevare valore dalla ricchezza detenuta da soggetti meno protetti?
Non diverso ciò che sta accadendo nel commercio al dettaglio, ma mi fermo qui.
A questo punto credo sia chiaro il nesso con l’episodio di Star Trek e la mitografia del capitano Picard. E’della sua prontezza che abbiamo bisogno, dell’universalità (stricto sensu!) dei suoi riferimenti culturali che necessitiamo per decifrare il mito di crescita in cui stiamo vivendo e (ri)scrivere la storia di quell’attività umana, Economia, che ha saputo porsi al centro delle nostre esistenze e ora per eccesso di densità sta implondendo; la storia del buco nero che ci trascina nel suo gorgo gravitazionale dopo essere stato la stella polare della nostra civiltà. Dobbiamo esserne capaci – collettivamente, diffusamente – perché abbiamo bisogno di emancipare la narrazione della nostra sciagura planetaria dall’épistémè economicistica che l’ha determinata.
Oppure aspettiamo i Tamariani e il finale conforto delle loro armi puntate alla nostra tempia - di noi che non sapremo spiegargli il perché e nemmeno il come, e blatereremo cifre che non rimandano più a nulla - se non al nostro (t)errore.
Wolf Bukowski
(walden.splinder.com)

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