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Ecologia torna su
Articoli riguardanti il rapporto tra decrescita e natura, e le problematiche ambientali
# Titolo Articolo Autore Letture
1 Manifesto per la terra
Creato: 22 Lug 2009
Manifesto per la terra
Mosquin/Rowe 153
2 Per una società della decrescita
Creato: 22 Lug 2009
La crescita è la chiave del progresso?
S. Latouche 280
3 L'etica della Terra
Creato: 15 Mar 2003

Oggi sappiamo abbastanza bene che cosa è l’uomo: è un animale, fa parte in tutto e per tutto dei cicli naturali, si nutre, si sviluppa, si riproduce e muore come gli altri mammiferi. Anche il suo comportamento è qualitativamente riconducibile a quello degli altri animali più simili. La differenza di informazione genetica rispetto a uno scimpanzé è di poco superiore all'uno per cento. La percezione dell’appartenenza della nostra specie alla Natura avrebbe dovuto essere accolta con grande serenità; era come liberarsi da un peso inutile. Invece non è stato così, o forse non ancora, almeno nella cultura occidentale. Nel linguaggio corrente, nell'etica, nel diritto, l’uomo è ancora considerato in contrapposizione con l’idea di animale.

Per inciso, quanto sopra detto non significa necessariamente che l’uomo sia soltanto un animale. Nella cultura occidentale, e quindi ormai in tutto il mondo, ancora oggi la nostra specie non è di fatto considerata una parte della Biosfera, ma come un elemento esterno rispetto al quale si misura ogni valore. Tanto è vero che l’espressione “l’ambiente” sottintende spesso “l’ambiente dell’uomo”, che resta l’unico riferimento per tutte le considerazioni etiche. Anche i cosiddetti ambientalisti parlano di solito di “tenere pulita la nostra casa”, conservare il “patrimonio di tutti”, consegnare la Terra in buono stato alle generazioni future. Il riferimento costante, considerato ovvio, è l’uomo. Oggi invece sappiamo che l’uomo non è nella posizione di “abitante di una casa”, ma è come un gruppo di cellule di un Organismo, da cui dipende totalmente. Infatti l’ecosistema globale è un Organismo e non “l’ambiente dell’uomo”: questa posizione della nostra specie deve ancora essere recepita dalle correnti filosofiche occidentali, oltre che da tutte le istituzioni.

La posizione “esterna” dell’uomo, esportata in tutto il mondo sull’onda della tumultuosa espansione dell’Occidente, è il sottofondo di pensiero che ha provocato i grossi guai in cui ci troviamo. Considerare l’uomo al di sopra o al di fuori dell’ecosistema ha causato anche il drammatico aumento di popolazione umana e la spaventosa crescita dei consumi che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli. Il funzionamento della Biosfera Per usare il linguaggio della teoria dei sistemi, un essere vivente è un sistema che si mantiene in situazione stazionaria lontana dall’equilibrio termodinamico. In altre parole, vive finché un flusso di energia lo attraversa continuamente senza che si alterino le sue condizioni generali, se si trascurano le piccole oscillazioni attorno ai valori standard. Il vivente è un sistema omeostatico, cioè è in grado di mantenersi nelle condizioni vitali autocorreggendo le variazioni accidentali non troppo grandi attraverso interazioni fra tutti i suoi sottosistemi, componenti e flussi energetici. La Biosfera nel suo complesso si comporta come un sistema vivente, anche se in generale su tempi più lunghi. Si noti che questo discorso è indipendente dalle considerazioni, di natura metafisica, se sia un essere vivente (Gaia), se sia sede di fenomeni mentali e - in tal caso - fino a che punto sia cosciente. Anche un ecosistema, ad esempio una porzione abbastanza grande ed inalterata di foresta pluviale equatoriale, si comporta come un sistema stazionario lontano dall’equilibrio, cioè come un essere vivente. Quando uno di questi sistemi perde le sue capacità di omeostasi per un intervento esterno troppo drastico, si ha la morte dell’essere vivente, o comunque la fine del sistema in quanto tale.

I tempi e la gravità degli interventi in grado di provocare fenomeni di questo tipo sono naturalmente molto diversi a seconda del sistema interessato. La cultura occidentale, considerando l’uomo al di fuori della Biosfera, ha reso possibile l’aggressione alla Natura che è iniziata da un paio di secoli, cioè da quando si è data il potere tecnico per farlo. A causa del modo di funzionare di questo modello culturale che sta invadendo tutta la Terra, le capacità omeostatiche complessive del Pianeta non sono più in grado di riportarlo in condizioni stazionarie. Inoltre molti ecosistemi vengono distrutti e non possono essere sostituiti con altri “artificiali”, perché questi ultimi dipendono spesso da interventi permanenti esterni per essere mantenuti in condizioni vitali. Come esempio, non possiamo illuderci che la riforestazione riporti in vita la foresta originaria: è meglio di niente, ma non può sostituire la ricchezza di vita e di spiritualità di una foresta naturale. In realtà la Terra è stazionaria solo se si considerano tempi dell’ordine di decenni, o secoli, non lo è più se consideriamo tempi dell’ordine di milioni di anni: il problema sta nel fatto che le modifiche causate dalla civiltà industriale nei cicli naturali hanno velocità dieci-centomila volte più grandi di quelle normali, che consentono alla vita di adattarsi gradualmente alle nuove situazioni. Usando un linguaggio non rigoroso, in natura è come se si passasse da una situazione stazionaria ad un’altra, senza transitori “pericolosi”. Comunque, agli effetti delle considerazioni qui esposte, è come se la Terra vivesse in situazione realmente stazionaria.

Oggi ci troviamo durante un transitorio “veloce”: il modo di procedere attuale non può durare a lungo. Quindi è probabile che molti parametri che caratterizzano ora il sistema globale non possano essere mantenuti se la Terra si riporta in situazione vitale. In particolare è abbastanza evidente che l’attuale popolazione umana esistente sul Pianeta è eccessiva per consentire alla Biosfera di funzionare, con un livello medio di consumi pro-capite pari a quello attuale. Sistema economico e popolazione umana Il sistema economico, cioè il processo di produrre-vendere-consumare, si può ricondurre ad un’unica variabile, il denaro. Il sottosistema economico non può funzionare in un sistema complesso e stazionario lontano dall’equilibrio, come la Biosfera, che dipende da un gran numero di variabili. In sostanza il processo economico impedisce l’omeostasi della Biosfera: il sistema complessivo cessa di essere stazionario. In un vivente questo corrisponde alla morte dell’organismo. Se poi consideriamo che il sistema economico attuale per mantenersi deve essere in crescita, a maggior ragione risulta chiaro che è incompatibile con il funzionamento del sistema più grande di cui fa parte. Un’economia complessivamente in crescita può soltanto essere un transitorio, un fenomeno patologico nella Biosfera, che porta necessariamente verso un punto “di catastrofe”. Questo è un elemento di ottimismo: il vero pessimismo è prevedere la continuazione degli andamenti attuali, che portano ad un mondo degradato, alla scomparsa della biodiversità, a psicopatie e criminalità, alla fine della varietà e della bellezza del mondo. L’uomo non evita mai le catastrofi, ma ne guarisce: speriamo che sia vero.

È sorprendente notare che esistono ben poche ricerche su un problema come quello del numero massimo di umani che la Terra può sopportare: ad esempio, nello studio riportato nel libro Assalto al pianeta di Pignatti e Trezza (Bollati Boringhieri, 2000) si parla di una popolazione ammissibile inferiore ai due miliardi di individui, in accordo con i valori di una ricerca effettuata all’Università Cornell. In una delle proiezioni ipotizzate nel famoso rapporto I limiti dello sviluppo si perveniva ad una situazione stazionaria solo stabilizzando la popolazione mondiale attorno al 1975, il che corrispondeva ad un numero di umani di poco inferiore a quattro miliardi, con un livello di consumi medio pro-capite minore di quello attuale. Sei miliardi di umani possono stare sul pianeta solo per tempi molto limitati, perché vivono e consumano “divorando” la Terra. Al di là di considerazioni numeriche, è comunque abbastanza evidente che, se si vogliono aumentare i consumi pro-capite, è necessario diminuire la densità di popolazione umana. Potrebbe essere un compito della scienza valutare se un prodotto può essere realizzato e in quale quantità senza mettere in pericolo il funzionamento vitale della Terra. Come esempio, è presumibile che, se si vogliono costruire e far circolare auto private con motore a scoppio, la popolazione mondiale debba essere molto inferiore al miliardo di abitanti, ipotizzando un’auto per famiglia. Competizione e selezione Una delle concezioni di fondo della nostra società è l’idea che competizione e selezione siano una specie di “molla del progresso”, anzi siano addirittura il modo di evolversi della vita. Quando, verso la metà dell’Ottocento, comparve l’idea dell’evoluzione biologica, furono messe in grande evidenza, come fattori quasi esclusivi dell’evoluzione, la lotta per la vita e la sopravvivenza del più adatto. Invece la novità principale era l’appartenenza della nostra specie alla Natura, con tutte le conseguenze che questo comporta. L’idea della sopravvivenza del più adatto come fattore di “progresso” non era una constatazione biologica, ma un bisogno della nascente civiltà industriale.

I recenti studi di Lynn Margulis hanno evidenziato che l’evoluzione biologica è stata in gran parte frutto della cooperazione e della simbiosi fra organismi unicellulari durante almeno un miliardo di anni. Con questo non si vuol dire che la competizione in natura non esista: è un fattore fra tanti. La sacralità della Terra Assieme all’operazione di essersi tirato fuori dalla Biosfera, ponendosi “al di sopra” di essa, l’uomo occidentale ha tolto l’anima al mondo. Ma oggi, anche senza uscire dalla nostra cultura, alcuni pensatori hanno ampliato il concetto di mente fino a renderlo indipendente dal supporto di un sistema nervoso centrale: la mente sarebbe semplicemente frutto di una certa complessità (Gregory Bateson). Anche lo psichiatra junghiano James Hillmann insiste spesso sull’idea di “Anima del mondo”. Da vie diverse ricompare la mente nella Natura, anche se per ora si tratta di idee con scarsa diffusione, sempre limitandosi alla cultura occidentale. Ricordiamo che, oltre alle filosofie di spiriti più o meno isolati, ci sono le religioni, che hanno un’influenza ben maggiore sulle moltitudini. Uno dei compiti principali delle religioni potrebbe essere quello di fornire una visione del mondo in cui inquadrare i fenomeni e di dare prescrizioni morali che non riguardino qualche problema immediato o a breve termine o solo questioni umane, ma che preservino la salute della Terra, in quanto bene in sé: questo compito non può essere affidato né alla politica, né ad istituzioni “pratiche”. Le religioni, più che pensare a quale sia “la verità”, potrebbero diffondere sentimenti di empatia e di amore verso tutti gli esseri senzienti, cioè verso tutte le entità naturali. A questo riguardo le tradizioni filosofico-religiose che maggiormente si sono preoccupate del bene del complesso naturale a tempo indefinito sono state alcune tradizioni di origine orientale (Buddhismo, Jainismo, Taoismo) e alcune culture animiste, soprattutto quelle native del continente americano. Spesso la percezione che si trattava di prescrizioni “ecologiche” non era molto evidente, almeno agli europei.

Ho citato prima alcuni pensatori di formazione occidentale, a cui aggiungerò il biochimico e filosofo Rupert Sheldrake, che scrive: Che cosa cambia se consideriamo la Natura viva piuttosto che inanimata? Primo, mettiamo in crisi le ipotesi umanistiche su cui la civiltà moderna è basata. Secondo, instauriamo un rapporto diverso con il mondo naturale e acquistiamo una prospettiva diversa della natura umana. Terzo, diventa possibile una nuova sacralizzazione della natura. (La rinascita della Natura, Ed. Corbaccio, 1993). Mi sono limitato agli scritti più recenti: si tratta di casi isolati, che non hanno avuto in pratica molto seguito, ma che comunque esistono. Se non altro, riescono a mettere in evidenza che, perché sia presente il senso del sacro, non è assolutamente necessario postulare l’esistenza di un Dio personale ed esterno al mondo e che si occupa esclusivamente degli umani, come nelle tradizioni originarie del Medio Oriente e diffuse nella cultura occidentale. Per quanto riguarda questi fondamenti religiosi dell’Occidente (anche della parte laica), una modifica positiva dell’atteggiamento verso il mondo naturale si avrebbe se venisse riconosciuta la matrice indiana-buddhista, e non giudaica, dell’insegnamento di Cristo. Conclusioni Ci possono essere innumerevoli scale di valori, ma da quanto accennato è evidente che il primo valore dovrebbe essere quello di consentire la vita della Biosfera, da cui dipendiamo: la sopravvivenza della Terra è essenziale.

L’etica della Terra non è solo una posizione filosofica, è soprattutto una necessità per mantenere in vita e in salute l’Organismo cui apparteniamo, assieme alle altre specie, agli ecosistemi, all’atmosfera, al mare, ai fiumi, alle montagne. Se poi invece della logica sistemica vogliamo ascoltare la voce del cuore o dell’anima, ecco un’espressione di una cultura nativa del continente americano (etnìa Wintu, che si trovava nel nord-ovest degli attuali Stati Uniti):Quando noi indiani uccidiamo, la carne la mangiamo tutta. Quando estraiamo le radici facciamo piccoli fori: quando costruiamo case facciamo piccoli buchi nel terreno. Non abbattiamo gli alberi: usiamo solo legno già morto. Ma quest’altra razza di uomo ara il terreno, abbatte gli alberi, uccide tutti gli animali. L’albero dice: “Non farlo. Mi fai male. Non ferirmi”. Ma l’uomo bianco lo abbatte e lo taglia in pezzi. Come può lo Spirito della Terra amare quest’uomo? Dovunque egli ha toccato, la Terra ne è rimasta ferita.

Guido Dalla Casa (articolo pubblicato sul numero di marzo 2003 della Rivista ALDAI)

 

Fonte: www.filosofiatv.org

G. Dalla Casa 151
Economia torna su
Articoli relativi al rapporto tra decrescita ed economia
# Titolo Articolo Autore Letture
1 La crisi economica come opportunità di crescita per la collettività
Creato: 26 Lug 2010
Per quanto indietro possa risalire la mia memoria, non riesco a ricordare un solo periodo storico in cui gli attori politici non si siano lamentati, chi più, chi meno, dell’andamento dell’economia. Benché quest’ultima abbia attraversato periodi anche prosperosi, nessun governante si è mai dichiarato interamente soddisfatto della situazione economica né ha mai smesso di decantare le pseudo-virtù della crescita infinita[1].

Anche quando il PIL cresce i discorsi politici alternano tra esaltazione e ammonimento contro i rischi di stagnazione dei mercati e tendono ad incentivare ulteriormente la crescita. Ora, non è mia intenzione negare l’esistenza delle crisi economiche. La mia critica verte sull’ovvietà delle loro implicazioni catastrofiche sulla vita della collettività. Contrariamente a quanto si è soliti pensare, per la qualità della vita i periodi di crisi economica ben gestiti (e sottolineo “ben gestiti”) possono addirittura rappresentare una opportunità per la collettività in quanto producono un calo della frenesia verso gli affari e gli acquisti. Il che significa, oltre che un aumento del tempo libero, un maggiore apprezzamento dei beni di cui già si dispone e un drastico calo delle spese futili.

Nei periodi di boom, invece, è tendenzialmente vero il contrario. Gli acquisti e gli investimenti tendono a salire, anche in proporzione ad una crescita semplicemente “ipotizzata” ma che qualunque problema imprevisto di una certa gravità può facilmente smentire. Prima i consumi e poi i prezzi tendono a lievitare e gli investitori, a tutti i livelli, paiono mossi da una fiducia che presto o tardi si rivela quasi sempre fuori luogo o quanto meno esagerata. La situazione che si viene quindi a creare è portatrice di numerosi e gravi problemi sui quali non possiamo soffermarci in questa sede, ma che ben conosciamo. Ditte che non rientrano nei loro investimenti e chiudono i battenti, piccoli azionisti che perdono i loro risparmi… Vorrei soltanto sottolineare che nei periodi di crisi ben gestiti lo stile di vita individuale tende semplicemente a farsi più sobrio ed equilibrato. I beni di cui già si dispone vengono maggiormente apprezzati e in generale gli interessi si spostano dalla ricerca coatta del profitto verso valori più vicini alla vera natura dell’uomo.

Così come in psicopatologia le crisi interiori rappresentano eventi certamente sofferti, ma che contengono già in sé i germi di un cambiamento importante e positivo da attuare, allo stesso modo le crisi economiche che puntualmente si ripresentano dopo un periodo di forte crescita vanno nel senso di un cambiamento positivo della società. La loro vera funzione, purtroppo ignorata dai media, è inerente al riequilibrio del sistema. E la realizzazione di questa dinamica passa anzitutto da una presa di coscienza collettiva degli errori e delle esagerazioni riguardanti le aspettative e lo stile di vita dei cittadini e delle scelte politiche scellerate di chi governa.

Tale modello di crisi mediato dalla psicoanalisi è perfettamente applicabile all’economia, la quale, da quanto si dimostra vorace ed irragionevole, costituisce la fonte della maggior parte dei nostri problemi. Il nostro sistema economico ha ormai dimostrato la propria incapacità a risolvere problemi d’importanza prioritaria come per esempio quelli legati all’inquinamento e al terrorismo. Oggi, l’economia non serve più nessuno, proprio perché tutti ne siamo asserviti. L’errore forse più fondamentale è che da quando si basa sul profitto indiscriminato, l’economia si è trasformata da semplice strumento per la gestione degli scambi in un fine che impone le sue leggi di Mercato su ogni altro sistema di valori. E da sempre, il massimo sistema di valori creato dall’uomo è rappresentato dalla religione. Così, il nostro sistema economico non ha più nulla di razionale, ma poggia su aspettative, speranze, credenze, emozioni che sono proprie della dimensione religiosa. Per questo, come ho tentato di dimostrare nel mio ultimo libro[2], quel che oggi chiamiamo “economia” è diventato una vera e propria religione inconsapevole che determina non soltanto lo stile di vita dei cittadini, ma anche la loro stessa psicologia trasformandoli di volta in volta in vittime sacrificali, gran sacerdoti, crociati, santi, fedeli d’amore oppure eretici da scartare.

Pertanto, quel che per questo nostro sistema è crisi, per la collettività rappresenta potenzialmente una fortuna. Quella collettività in realtà non ha nulla da temere dalla crisi in sé. L’unico problema, purtroppo di peso, cui stare particolarmente attenti è la propaganda dei politici e dei potenti gran sacerdoti che da sempre, per rilanciare il sistema, hanno fomentato guerre sante. In questo senso, si può dire che le guerre economiche sono fondamentalmente di natura religiosa.

Affermare attraverso i media che l’economia è in crisi e che la crisi significa per forza guerra e tragedia è una sorta di mantra recitato per favorire la ripresa attraverso una spinta lavorativa e produttiva più vigorosa da parte di tutti. Quel che non si dice però, in quanto per i credenti significherebbe infrangere un tabù, è che le crisi sono sempre il frutto proprio di quell’atteggiamento fanatico verso la crescita economica a causa del quale ogni calo del PIL viene percepito in modo apocalittico. Ogni flessione anche minima del PIL è in grado di suscitare i peggiori fantasmi nella mente dei fedeli. Eppure, il PIL cresce, per esempio, anche in virtù degli incidenti stradali!

Il parallelo tra crisi psicologica e crisi economica appare significativo. In luogo di essere ad ogni costo “curate”, le crisi economiche dovrebbero essere piuttosto “analizzate”. Oggi più che mai vi è bisogno di una grande presa di coscienza collettiva delle aberrazioni del sistema, degli aspetti religiosi inconsapevolmente proiettati sull’economia. Solo così, solo se l’economia torna ad essere vera scienza anziché ricettacolo inconsapevole della religiosità dell’uomo, ci si può aspettare una evoluzione realmente positiva della società.

Antoine Fratini



[1] Solo di recente alcuni sindaci illuminati (vere e proprie “mosche bianche”) hanno iniziato a sperimentare progetti di gestione del territorio “a crescita zero” (vedi l’esempio di Cassinetta di Lugagnano in Lombardia).

[2] Antoine Fratini, La religione del dio Economia, CSA Editrice, Crotone 2009.

A. Fratini 205
2 Decrescita o collasso? Appunti per un'analisi sistemica della crisi
Creato: 26 Apr 2010

Decrescita o collasso?

Appunti per un'analisi sistemica della crisi

di Mauro Bonaiuti [1]

Senza relazione non c'è verità

Non ci sono dubbi che il sistema economico sta affrontando una crisi globale di portata storica come non accadeva dal 1929. Le sofferenze, in particolare per i più deboli, non hanno precedenti negli ultimi settanta anni. Per quanto ormai nessuno neghi la dimensione globale della crisi, gli economisti negano decisamente che ci troviamo di fronte ad una crisi di sistema. I due concetti infatti, per quanto vengano sovente confusi, indicano due realtà ben diverse: mentre la prima fa rifermento alla scala del processo, ma rimane limitata essenzialmente alla sfera economica, la seconda coinvolge l'intero sistema ecologico-umano considerato nella sua interezza (Human Ecological System, HES, Raskin, 2008). Questo comprende, oltre alla dimensione economica, almeno altre tre dimensioni: quella biofisica, relativa cioè alle interazioni con l'ambiente naturale, quella sociale (di qui le relazioni economiche sono solo una parte) e infine una dimensione culturale (rappresentazioni, valori). In altre parole per crisi sistemica si deve intendere una sorta di crisi di civiltà, la cui evoluzione può portare al collasso, ossia alla perdita di complessità, in tempi più o meno lunghi, di un certo tipo di organizzazione sociale, e la sua sostituzione con qualcosa d'altro (Tainter, 1988).

Seguendo Gregory Bateson (1972), una lettura "a grana grossa" dei processi che possono condurre verso una crisi di questa natura ci deve portare a ricercare, all'interno del HES, innanzitutto quei processi di feedback positivo che possono portare il sistema lungo una spirale autoaccrescitiva. Tali processi, infatti, quando superano certe soglie, producono perturbazioni in altri sistemi che, se non adeguatamente compensati (feedback negativo) mettono a rischio le capacità di autoriproduzione del sistema stesso. La nostra analisi si concentrerà dunque prioritariamente sul tentativo di enucleare alcuni di questi processi "fondamentali" che caratterizzano l'evoluzione di tempo lungo del HES, a scala globale, oltre che sulle relazioni tra questi.

Crescita, accumulazione e innovazione come processo auto-accrescitivo

Il fatto che una parte dei profitti realizzati dalle imprese sia reinvestita andando ad accrescere la dotazione di capitale, la quale, attraverso l'innovazione tecnologica, diviene la base per realizzare nuovi profitti, rappresenta il tratto fondamentale dell'economia moderna che possiamo in questo senso, definire "capitalista". Questo processo spiega l'inarrestabile crescita economica che ha caratterizzato, sin dalla rivoluzione industriale, queste economie e che era invece sconosciuta a tutte le forme di organizzazione economica e sociale precedenti. I dati riportati da Angus Maddison illustrano bene questo fatto:
L'economia Europea è cresciuta di 47 volte dall'inizio del processo di industrializzazione (1820) ad oggi (2001), l'America del Nord addirittura 678 volte in termini reali, l'economia globale 53 volte. La popolazione è crescita di 2,9 volte in Europa nello stesso periodo (da 133 a 392 milioni di abitanti), 30,9 volte nel Nord America (da 11 a 340 milioni) e 6,1 volte a livello globale (da 1 a 6,1 miliardi). Nonostante il forte incremento della popolazione, i redditi pro capite sono cresciuti dal 1820 ad oggi ad una media del 1.2 l'anno, 24 volte più velocemente rispetto alle stime relative al periodo 1000-1820 (Maddison, 2005).
Se poniamo i dati relativi alla crescita dell'economia nel lungo periodo su un piano cartesiano possiamo notare chiaramente l'andamento di tipo esponenziale della curva per il periodo successivo a quella che Polanyi ha giustamente definito la "grande trasformazione".

FIGURE 1

COMPARATIVE LEVELS OF GDP PER CAPITA:

CHINA AND WEST EUROPE, 400–2001

(in 1990 international dollars)

SOURCE: Maddison (1998, 2001, and 2003a).

Già gli economisti classici, Adam Smith e Marx in particolare,  avevano inteso perfettamente che questo processo circolare e ricorsivo era il tratto fondamentale del sistema economico capitalista. Tuttavia, la controriforma neoclassica, mentre ha speso fiumi di parole  per celebrare la (presunta) natura autoregolativa dei mercati, ha  propugnato una visione di equilibrio economico generale, astorica, in cui  nulla viene detto per sottolineare la natura autoaccrescitiva del processo di crescita/accumulazione/innovazione. La crescita, ovviamente non può essere negata ma, nei modelli neoclassici (alla Solow), viene ricondotta essenzialmente agli incrementi di produttività, cioè al progresso tecnologico, considerato esogeno.  E' chiaro invece che, particolarmente in un contesto competitivo, crescita, accumulazione e innovazione fanno parte del medesimo processo autoaccrescitivo, in cui non solo il progresso tecnologico sostiene la crescita, ma la crescita diviene la fonte per successive innovazioni, in un processo circolare e, appunto, autoespansivo.

Questo processo, sia chiaro, non comporta un mero incremento quantitativo, al contrario alla crescita dimensionale si accompagna una trasformazione delle strutture (principio di emergenza).

Il processo di crescita ha comportato anche una profonda trasformazione delle strutture produttive, ossia delle imprese. Questo processo  ha raggiunto una sua maturità già agli inizi del ‘900, quando l’economia americana, prima fra tutte,  ha assunto la forma di quel “capitalismo monopolistico” ben descritto da Baran e Sweezy (1968). Avvantaggiandosi delle economie di scala connesse alla produzione di massa di stampo fordista, le imprese capaci di realizzare i maggiori profitti hanno assorbito quelle più deboli,  procedendo verso la concentrazione della produzione in poche grandi entità.

Ciò che importante sottolineare è come la crescita dimensionale comporti una inevitabile trasformazione della struttura (principio di emergenza), con conseguenze di non poco conto sugli equilibri/disequilibri del sistema. Pur nella straordinaria verità delle forme nei diversi contesti storici, geografici e politici, la capacita dimostrata da queste “megamacchine” di mantenere ed accrescere, attraverso  il controllo monopolistico di qualche risorsa, o semplicemente in virtù delle proprie dimensioni, la posizione di forza acquisita, resterà un tratto caratterizzante del processo di sviluppo capitalistico. Questo processo porterà successivamente il mondo produttivo a strutturarsi secondo le forme tipiche della grande impresa multinazionale (Amin, 2002).

Un'analisi sistemica non dovrebbe mai trascurare, inoltre, di analizzare a fianco dei flussi, l'andamento degli stocks (o strutture) implicati nel processo. Occorrerà dunque tenere in considerazione, ad esempio,  per quanto attiene la dimensione economica,  oltre ai redditi, l'andamento della ricchezza. Essa come vedremo può essere altrettanto rilevante nel condizionare il comportamento degli agenti.

In conclusione, per quanto l'analisi sistemica sia in grado di evidenziare una molteplicità di spirali autoaccrescitive di questo genere,  tuttavia il processo di crescita ed accumulazione del capitale assume, nella nostra prospettiva, un ruolo centrale nella dinamica del sistema mondo, e questo sia per la sua innegabile forza e  pervasività, sia perché, come vedremo, gli altri più significativi processi autodistruttivi - dalla spirale della crisi ecologica a quella della povertà/esclusione - risultano come conseguenze della prima.

 

La spirale della crisi ecologica e l'ecologismo dei poveri

 

La teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen (1971, 2003) rappresenta un punto di partenza imprescindibile per un'analisi critica dell’ortodossia economica, in particolare per quanto attiene il tema dei limiti ecologici alla crescita (Bonaiuti, 2001). Questi limiti sono, com’è noto, dovuti alla natura entropica del processo economico: secondo la legge di entropia ogni attività produttiva comporta l’irreversibile degradazione di quantità crescenti di energia e, sotto certe condizioni, anche di materia. Essendo la biosfera un sistema chiuso (scambia energia, ma non materia con l’ambiente) ne discendono due importanti conclusioni per l’economia: la prima è che l’obiettivo fondamentale del processo economico - la crescita illimitata della produzione e dei redditi - essendo basato sull’impiego di risorse energetiche e materiali non rinnovabili, risulta in contraddizione con le leggi fondamentali della termodinamica. Esso pertanto, va abbandonato o comunque radicalmente rivisto.

L’evidenza empirica accumulatasi negli ultimi trent’anni è del resto, a questo proposito, robusta e concorde: basta ricordare che l’impronta ecologica degli USA, ossia l’area degli ecosistemi terrestri ed acquatici richiesta per produrre le risorse consumate dalla popolazione americana, e per assimilarne i rifiuti, è circa 5 volte superiore alla disponibilità media globale. I valori dei paesi europei sono per ora circa due-tre volte superiori alla disponibilità media e la Cina ha un’impronta ecologica pro-capite oltre sei volte inferiore a quella americana (Chambers, C. Simmons, M. Wackernagel, 2000).

Non stupisce che un processo di crescita accelerata come quello descritto, debba prima o poi scontrarsi con i limiti biofisici del pianeta. Le simulazioni condotte già a partire dagli anni Settanta dagli studiosi del  MIT,  presentavano, per le fondamentali variabili economico ecologiche (disponibilità di risorse, popolazione, speranza di vita, produzione industriale, etc.): dapprima incrementi decrescenti a cui seguiva una vera e propria decrescita dei valori assoluti, secondo il caratteristico andamento “a campana”.  Quello che ci interessa sottolineare qui, non è certamente formulare una previsione sulle possibili date del picco delle diverse variabili, quanto  evidenziare  il tipo di andamento che possiamo attenderci  per le variabili fondamentali del sistema  A meno della comparsa di tecnologie “prometeiche” esso presenterà il classico andamento a campana: prima crescente e poi decrescente. Diciamo per inciso che le simulazioni più recenti rielaborate dal gruppo del MIT, confermano, nello scenario base, picchi per la disponibilità di cibo ed altre variabili chiave, dell'ordine di 10-20 anni e cioè tempi  estremamente ravvicinati se si considera l'”inerzia,” o più propriamente, i ritardi feedback, che caratterizzano i sistemi bio-economici (Meadows D. e D. Randes J., 2006). Certo agli indicatori aggregati, come l'impronta ecologica,  vanno senz'altro affiancati  altri indici più specifici, come i flussi di materia/energia, l'appropriazione umana della produzione primaria netta (HANPP) tuttavia,  per chi voglia leggerli senza pregiudizi, già i dati che abbiamo richiamato manifestano apertamente come il sistema produttivo globale sia, già oggi, insostenibile per la biosfera.

Ma vi è una seconda tipologia di relazioni che sorgono nell'interfaccia tra economia, ecologia e società: la crescita continua della produzione e dei consumi comporta un incremento dei flussi di materia/energia provenienti, solitamente, dai paesi più poveri, generando conflitti sociali nei territori dove tali risorse vengono sfruttate. Questo “ecologismo dei poveri,” analizzato in particolare dalla scuola di Joan Martinez-Alier, rappresenta un processo importante, sia in quanto presenta significativi impatti sulla sfera sociale e sulla cultura delle popolazioni locali, sia in quanto i prezzi di molte risorse essenziali per il sistema produttivo mondiale, sono legati  agli esiti di questi conflitti (Martinez-Alier, 2002). Come vedremo l'aumento dei costi delle risorse può giocare un ruolo fondamentale nel condizionare gli scenari di lungo periodo.

 

Limiti sociali allo sviluppo

L'analisi delle conseguenze della crescita economica sui sistemi sociali (quella che potremmo definire sostenibilità sociale) è certamente più complessa e controversa di quella relativa agli ecosistemi. Occorre riconoscere che la nostra comprensione della dinamica dei sistemi sociali è ancora estremamente limitata. Tuttavia, se non intendiamo rinunciare alla possibilità di raffigurarci possibili, per quanto incerti, scenari di in/sostenibilità futuri, le domande che sorgono in questo ambito risultano, per molti versi, imprescindibili.

Alla metà degli anni 70 Fred Hirsch, in un testo innovativo e straordinariamente in anticipo sui tempi, pose chiaramente la questione: esistono – al di la dei limiti ecologici (che egli peraltro considerava “incerti e lontani nel tempo”) dei limiti sociali alla crescita (Hirsch, 1976). Vediamo di cosa si tratta. Per cominciare Hirsch intuisce che la struttura delle preferenze degli individui subisce, mano a mano che aumenta la loro disponibilità economica, delle trasformazioni di tipo qualitativo. Questo è estremamente interessante dal nostro punto di vista poiché prefigura l'emergere di nuovi comportamenti legati alla scala del processo. Infatti l'osservazione del comportamento dei soggetti economici mostra come al crescere della scala dei consumi, una parte crescente della spesa delle famiglie si sposta dal consumo di beni “fondamentali” (ciò che è necessario per vivere, nutrirsi, coprirsi, ecc.) al consumo di beni “posizionali”. Quello che caratterizza un bene posizionale “puro” è il fatto che l'utilità che esso procura non è legata al suo “valore d'uso” (come nel caso del cibo), ma alla sua scarsità relativa. In altre parole ciò che conta, per i beni posizionali, è la differenza tra ciò che possiede ciascuno e ciò che possiedono gli altri. Tutti quei beni o servizi che vengono giustamente definiti “status simbol” (oggetti di prestigio, servizi più o meno esclusivi, ma anche ruoli professionali di leadership, ecc.) sono buoni esempi di beni posizionali. Anche l'istruzione, se la consideriamo unicamente come mezzo per ottenere un posto di lavoro ambito, è un possibile esempio di bene posizionale: mano a mano che aumenta il numero dei laureati, infatti, si riduce il beneficio del possedere una laurea. Naturalmente esistono una infinita varietà di sfumature e ciascun bene può presentare, a fianco di un certo valore d'uso (il del valore legato alla relazione con l'oggetto in sé, ad es. l'utilità del potersi spostare in auto) una più o meno ampia connotazione posizionale (l'utilità legata al fatto di possedere un'auto più prestigiosa e veloce degli altri).

Non deve sfuggirci la natura sistemica dell'interazione posizionale: mentre per i beni fondamentali possiamo trascurare l'interazione con altri individui – ad esempio il piacere che traiamo del bere un bicchiere d'acqua si può considerare ragionevolmente indipendente da ciò che fanno gli altri (i beni fondamentali sono dunque “beni privati”), il benessere associato al consumo di beni posizionali dipende dal comportamento degli altri soggetti. Anche in questo caso, al crescere della scala, emergono effetti generalmente discontinui. Superata una certa soglia, gli individui diventano “sensibili” alle interazioni con i propri “vicini”. Questo si osserva ad esempio nel caso di congestione fisica (traffico), ma anche quando, al crescere dei consumi, aumenta il numero di soggetti che condividono un certo spazio sociale (una strada, una spiaggia, un club): quando il numero di persone che posseggono quell'oggetto o frequentano quel luogo superano una certa soglia, il benessere individuale diminuisce rapidamente, con l'effetto che individui e gruppi si spostano verso altri oggetti/luoghi/simboli. In altre parole - per quanto sia ovviamente impossibile una misurazione rigorosa degli effetti sul benessere aggregato - risulta comunque chiaro che la competizione posizionale si presenta  generalmente come un gioco a somma zero o addirittura a somma negativa.

Come al solito quello che interessa qui non è tanto l'analisi dei comportamenti micro, quanto piuttosto il riconoscimento, dietro la dinamica della competizione posizionale, di un effetto aggregato (o sistemico)  con potenziali conseguenze auto accrescitive di lungo periodo. Come si è visto, seguendo le argomentazioni di Hirsch, la crescita economica aumenta la congestione/competizione posizionale. Tuttavia, è altrettanto vero che la competizione posizionale alimenta la crescita. E' possibile qui scorgere una dinamica per molti versi complementare a quella messa in atto dalle imprese attraverso la continua innovazione: l'ambizione a possedere oggetti “unici” (anche quando prodotti in milioni di esemplari) inseguendo “l'ultimo modello,” o i dettami della moda, di cui gli esperti di marketing sono al tempo stesso interpreti e modellatori  (attraverso il megafono mediatico) alimenta la produzione di continui nuovi oggetti/simboli rinforzando la crescita economica. Il circolo in questo modo si chiude e si autoalimenta, con l'importante aggravante che, a differenza di quanto accade per il consumo di beni fondamentali (o semplicemente di beni in quanto tali), la domanda di beni posizionali è, per sua natura, sostanzialmente illimitata.

A questo punto sorgono spontanee alcune domande di natura storico/antropologica che riguardano l'estensione, il radicamento, l'evoluzione dei consumi posizionali in ciascuna società, domande che richiederebbero inoltre una chiarificazione del legame che sussiste tra questo tipo di consumi (ma potremmo forse più propriamente parlare di stili di vita o di habitus) con le gerarchie sociali ed economiche. Domande che complessificano il quadro oltre i limiti che ci siamo imposti qui e che in buona parte attendono ulteriori ricerche. Possiamo tuttavia delineare un paio di passaggi sufficienti a trarre alcune prime conclusioni.

Il bisogno di distinzione sembra profondamente connaturato all'homo sapiens ed è presente nelle culture più diverse, anche le più semplici e arcaiche, e non va pertanto giudicato negativamente in quanto tale. Va dunque colta la specificità che caratterizza il consumo posizionale nelle società industriali contemporanee. Da tempi antichi il consumo posizionale è sempre stato connesso ad uno status sociale che trovava le propri radici per lo più al di fuori della sfera economica. Naturalmente le cose cambiano con l'avvento della società di mercato e del consumo di massa. Ancora una volta ritroviamo alla radice un problema sensibile alla scala. E' chiaro che è solo dopo l'avvento dell'economia di mercato, ed in particolare con quella trasformazione strutturale nota come “consumismo” che una parte significativa dei consumi divengono consumi posizionali di massa.

E' a questa scala che la relazione circolare tra crescita e aumento del consumo posizionale diviene insostenibile (in termini ecologici), in quanto non è immaginabile una rincorsa emulativa nei consumi posizionali estesa all'intera popolazione del pianeta. Come noto oggi circa l'ottanta per cento della popolazione si appropria solamente del 20% del consumo complessivo: in altre parole una parte assai significativa è rimasta sinora esclusa dalla competizione posizionale, ma sta bussando alle porte, desiderosa di entrare a far parte del gioco. Ne possiamo dunque concludere, a differenza di quanto sosteneva Hirsh, che non solo l'esistenza di limiti sociali allo sviluppo non sminuisce la rilevanza dei limiti ecologici, ma che, alla scala attuale, tra la crisi sociale e la crisi ecologica esiste una stretta e innegabile relazione.

L'ingresso di sempre nuovi giocatori nel ciclo della competizione posizionale, inoltre, da luogo ad un processo di frustrazione sistematica (e non occasionale) delle aspettative dei singoli, che si riflette in una perdita di benessere.  Rimanere bloccati nel traffico per recarsi al lavoro, spendere un parte significativa del proprio denaro e del proprio tempo per comprare oggetti che si dimostrano presto sostanzialmente identici a tutti gli altri,  studiare per molti anni per poi non riuscire a trovare lavoro, sono semplici esempi quotidiani di questa perdita di qualità della vita.

Tuttavia, le spese dei singoli agenti che abbiamo descritto vengono sommate negli indici della contabilità nazionale, che dunque mostrano un continuo aumento dei consumi e del Prodotto interno lordo.  Non solo: la frustrazione subita, (affiancata da altre cause di malessere ecologico e sociale che vedremo) da luogo ad un ampia serie di spese di carattere difensivo, (es. spese per la sicurezza,  assicurative, per la difesa della  salute, ecc.) che pur non portando alcun miglioramento nel benessere, portano ad un ulteriore incremento del PIL.

Questo aiuta a comprendere come i processi di competizione posizionale siano un fattore importante di quel paradosso del benessere su cui si è concentrata, giustamente, l'attenzione di un numero crescente di economisti negli ultimi anni.[2] In sostanza quello che si è presentata agli occhi dei ricercatori è una situazione in cui a fronte di un  aumento, anche massiccio, del reddito pro capite,   il benessere soggettivo  non aumenta o addirittura diminuisce.  Più precisamente l'indice così calcolato è diminuito per gli USA da 2,4  a 2,2 nel periodo compreso tra il 1946 e il 1991 a fronte di un aumento del reddito pro capite del 250% nello stesso periodo. Risultati ancora più impressionanti riguardano il Giappone dove a fronte di incrementi del reddito pro capite del 600% (dal 1958 al 1991) le persone che si dichiarano “molto felici” è rimasto sostanzialmente invariato. Se consideriamo i dieci paesi più avanzati possiamo concludere che nessuno di questi presenta una correlazione positiva tra il reddito pro capite e l'indice di benessere soggettivo, mentre due di essi (USA e Belgio) presentano una correlazione significativamente negativa (Kenny, 1999; E. Diener e E. M. Suh, 1997).

 

Come è già stato notato, la teoria economica standard, e l'azione politica che a questa si ispira, non è in grado di cogliere questo paradosso.   Tuttavia, sino a quando il processo economico era nella sua fase iniziale di sviluppo, in cui le interazioni posizionali risultavano complessivamente deboli (o altrimenti regolate) e il consumo era fondamentalmente consumo di beni privati, si poteva generalmente assumere che il comportamento autointeressato degli agenti (la smithiana mano invisibile) potesse condurre il sistema verso un maggiore “benessere sociale”, (quanto meno se siamo disposti ad ammettere che la produzione efficiente di beni privati coincida con il benessere).

Tuttavia, quando il sistema entra in quella che possiamo definire una “prima fase di  maturità”  in cui i bisogni fondamentali possono ritenersi soddisfatti e, in virtù della crescita economica e della popolazione, le interazioni tra i soggetti si fanno più intense, assumendo un prevalente carattere posizionale, un sistema di allocazione delle risorse che, come quello attuale, trascuri le proprietà emergenti a livello aggregato, non può che fallire nel perseguimento del benessere sociale.

Alcune conclusioni critiche a commento dell'analisi di Hirsh. Come abbiamo visto la competizione posizionale – a differenza dei “limiti ecologici” – non costituisce propriamente un “limite sociale alla crescita,” nel senso che questa non solo non impedisce la crescita stessa,  quanto piuttosto ne alimenta la continua espansione (feedback positivo).  Il processo, tuttavia, conduce, come abbiamo visto, ad una sorta di frustrazione generalizzata e dunque costituisce, più propriamente, un limite al “benessere sociale”. Indirettamente – questo è certo - la competizione posizionale, attraverso l'aumento dei consumi, spinge il sistema verso il limite ecologico. Il  processo ha indubbiamente portata sistemica, anche poiché la competizione posizionale non si scatena solamente a scala individuale, come negli esempi riportati, ma tra gruppi, tra regioni e sopratutto fra stati.

La “corsa agli armamenti” rappresenta l'esempio più ovvio. Ma non si deve dimenticare quanto molti stati tuttora investano affinché le proprie economie siano competitive e raggiungano gli standard di vita occidentali (il caso della Cina è a questo proposito paradigmatico, ma si potrebbe estendere ad altri paesi).  In generale se pensiamo a tutti gli sforzi economici e sociali, che – a varie scale – soggetti organizzati pongono in essere al fine di inseguire - o di difendere - posizioni di forza, di prestigio, o come si dice, di leadership, si comprende la portata delle dinamiche posizionali ed il loro ruolo determinante nella dialettica della modernità. Il re è nudo, ma sembra che nessuno voglia accorgersene: in altre parole occorre essere consapevoli della discontinuità che segna quest'ultimo passaggio di scala:  mentre infatti l'emergere del consumo posizionale di massa negli anni sessanta da un parte sosteneva  la crescita e dall'altra, proiettava  l'ombra della futura crisi  ecologica e sociale, la competizione posizionale planetaria, implicita nella logica della globalizzazione, rappresenta semplicemente una impossibilità rispetto alla quale non è ancora chiaro quali processi adattivi o di trasformazione radicale si vorranno tentare.

 

La spirale dell'esclusione e la critica dello sviluppo

 

In termini molto generali potremmo dire che, sino ad oggi, la questione della sostenibilità sociale è stata affrontata essenzialmente in termini di equità (Sachs, 2002, 2007). L'idea, ampiamente condivisa, è che, poiché i sistemi sociali sono sensibili alle differenze (di reddito, di status ecc), una maggiore diseguaglianza è considerata come un fattore generatore di conflitti ed instabilità sociale. Come è facile comprendere la domanda di fondo sottostante questo approccio alla sostenibilità è se la crescita e lo sviluppo siano da considerarsi, come sostiene la teoria neoclassica della convergenza,  portatori di una più equa distribuzione della ricchezza tra i diversi paesi e aree geografiche o piuttosto il contrario.

Fino alla metà degli Settanta il consenso verso le politiche di sviluppo, anche come strumento per favorire una più equa redistribuzione, è stato pressoché unanime.  Sono gli anni del boom economico, della produzione di massa e del patto keynesiano tra capitale e lavoro… Sul fronte internazionale, a partire dal famoso discorso sullo stato dell’Unione tenuto dal Presidente Truman nel 1949, lo sviluppo diviene la parola d’ordine con cui l’Occidente si presenta nei confronti dei paesi terzi (che non a caso divengono, da allora, “paesi in via di sviluppo”). È così che la politica egemonica dell'Occidente viene mascherata dietro un colossale programma di emancipazione universale: l’intero pianeta veniva chiamato a seguire l’Occidente lungo “magnifiche sorti e progressive” della crescita e dello sviluppo. (G. Rist, 1997)

Naturalmente non si vogliono negare qui i miglioramenti nelle condizioni materiali di vita che si sono avuti, quantomeno nei paesi occidentali, in questo periodo, e particolarmente nel ventennio 1955-75. Tuttavia, quantomeno a partire dagli anni Ottanta, è diventato sempre più evidente che, a dispetto delle pretese universaliste dell’Occidente, la ricetta dello sviluppo non era estensibile a tutti (S. Latouche,1993, 1997).

I dati di cui disponiamo a questo proposito parlano chiaro: il Prodotto Interno Lordo (PIL) dell’intero continente africano è, ancora oggi, inferiore al 2% del PIL globale. È ormai evidente che l’Africa, e molte zone interne dell'Asia, restano al palo. In generale, a livello planetario, le differenze di reddito tra i più ricchi e i più poveri si allargano drammaticamente. Un solo dato per tutti: il reddito annuale dell’ 1% più ricco del pianeta supera la somma dei redditi annuali del 57% della popolazione più povera (oltre 3 Miliardi e cinquecento milioni di persone; UNDP, 1999, 2002).

Lo scenario globale è sempre più quello in cui ricchezza e benessere coesistono con un vasto panorama di esclusi dal banchetto della società di consumo. Quali che siano le cifre di cui ci si serva per drammatizzare questa realtà (2 miliardi e 737 milioni di persone che vivono con meno di due dollari al giorno o un bambino morto ogni 3 secondi) esse stanno a testimoniare che non solo l'Occidente non è stato in grado di estirpare la vergogna della miseria, ma che alla crescita e al miglioramento delle condizioni dei più ricchi non corrisponde, come pretendevano i teorici dello sviluppo, alcun “naturale” miglioramento delle condizioni dei più poveri. Inoltre il dramma dell'esclusione non riguarda solamente le aree più povere del pianeta, ma si affaccia all’interno degli stessi paesi ricchi: qui diversi sono i percorsi di disagio e di  emarginazione, in ogni caso i così detti “nuovi poveri” si contano ormai in oltre 100 milioni tra Europa e Stati Uniti.

E' possibile  individuare una dinamica di fondo che renda conto di come e perché il grande sogno occidentale di offrire condizioni di vita materiale in continuo miglioramento per l’intera umanità sembra essersi infranto ?

Per quanto il quadro sia indubbiamente complesso e condizionato dalla diversità delle condizioni storiche e politiche di ciascun paese, per i critici dello sviluppo (I. Illich, F. Partant, S. Latouche)  il principale responsabile della miseria e dell'esclusione va ricercato proprio laddove si pretendeva di trovare la soluzione, ossia nelle politiche di crescita e sviluppo. Questo apparente paradosso può essere tuttavia compreso nell'ambito di un approccio sistemico: il processo di  crescita/accumulazione/innovazione segue, come abbiamo visto, una dinamica autocrescitiva. I maggiori investimenti che i paesi occidentali hanno realizzato a partire dagli albori del processo di industrializzazione,  hanno generato  un accelerato progresso tecnologico che ha dato luogo sia ad incrementi di produttività che a continue innovazioni. I forti profitti così realizzati sono stati reinvestiti alimentando ulteriori incrementi di produttività...  Data la natura competitiva dei mercati internazionali è evidente che chi non è riuscito a restare al passo con l'innovazione ed il progresso tecnologico si è trovato di fronte - oltre alla distruzione delle culture e delle economie tradizionali - ad un gap tecnologico sempre più difficile da colmare. E' ormai chiaro a tutti che, nei paesi più avanzati, la produttività ha raggiunto livelli tali che una minoranza è in grado di produrre tutto ciò di cui abbisognano le economie mondiali. Gli altri, i “naufraghi” dello sviluppo (intesi sia come individui che come interi stati nazione), sono incapaci di prendere parte a questo gioco poiché non  sono sufficientemente efficienti, competitivi.

Non stupisce che, nel tempo, questo vantaggio competitivo sia andato “depositandosi in strutture istituzionali (militari, finanziarie, tecnologiche, mediatiche) che tendono  a conservarne, e per quanto possibile, ampliarne il vantaggio posizionale conseguito. Se questa è la dinamica di fondo che ha segnato sino ad oggi la parabola dello sviluppo, non stupisce il trovarsi di fronte ad un’economia-mondo polarizzata, in cui i contrasti tra il centro e la periferia risultano sempre più marcati - sia su scala globale (S. Amin, 2002) che locale - e dove la crescita, anziché risolvere, alimenta il dramma della povertà e dell'esclusione (Latouche, 1993, 1997).

Va detto tuttavia  che, a fianco di questa dinamica di fondo, operano anche processi processi di natura riequilibrativa, (o feedback negativo). Questi processi di “perticolazione” della ricchezza (trickle dawn effect), sono dovuti a varie ragioni:  a livello nazionale sono legate alle dinamiche  riequilibrative  del  welfare state, e a livello internazionale, agli investimenti esteri e ai processi di imitazione/ apprendimento  della periferia. Essi  possono spiegare come ricchezza e benessere materiale  si diffondano verso una serie di paesi (come la Cina e l'India) dando luogo al sorgere di una nuova “classe media” globale.  La presenza di questi effetti, tuttavia, non mette in discussione le conseguenze polarizzanti del processo di crescita/accumulazione/innovazione che costituisce per dimensioni e storia, il processo primario. Questo sarà ovviamente tanto più vero quanto la dinamica autorinforzante del processo di crescita venga lasciata libera di dispiegarsi, in assenza, cioè, di qualsivoglia intervento redistributivo da parti delle istituzioni sovranazionali.  Come sappiamo questa è stata precisamente la politica sostenuta dal WTO, IMF, Banca Mondiale  in questi ultimi venticinque anni di globalizzazione.

Crescita e dissoluzione dei legami sociali

Se il problema della insostenibilità sociale trova un suo primo fondamentale ancoraggio nella questione della povertà e dell'esclusione, è ormai chiaro nell'analisi socio-antropologica contemporanea che non è possibile limitarsi alla sola questione dello sfruttamento e alle dinamiche,  pur importantissime, che abbiamo enucleato.  Già Marx, nella sua illuminante descrizione del feticismo della merce, aveva perfettamente inteso che dietro allo scambio si nascondeva una particolare struttura di relazioni sociali: in altre parole lo scambio di mercato nasconde – oltre ai rapporti di forza – le specifiche condizioni sociali (il “come” e il “dove”)  della produzione.

In continuità con questa lettura – ma arricchita delle seminali acquisizioni dell'antropologia di inizio secolo sulle società “primitive” (Malinowsky) e più in generale pre-industriali - la linea di pensiero che va da Mauss al MAUSS, passando per il fondamentale apporto di Karl Polanyi, consente di collocare la lezione marxiana in uno sfondo storico-antropologico ben più ampio e sopratutto di enucleare – a fianco dell'ineguaglianza – quella che possiamo ritenere una seconda dinamica sociale fondamentale. Tale dinamica ha che vedere con i processi mediante i quali gli esseri umani si organizzano in società, e quindi, per usare una formulazione semplificata, con il farsi e il dissolversi del legame sociale.

Secondo Polanyi il processo capitalistico, la grande trasformazione che la rivoluzione industriale ha portato con sé implica un duplice processo di mercificazione: i fattori di produzione, esseri umani e natura, devono essere ridotti a merci. La megamacchina lo richiede: il regolare approvvigionamento del lavoro e delle risorse naturali è infatti una necessità imprescindibile affinché il processo produttivo si svolga regolarmente, e sopratutto, gli enormi capitali investiti trovino una remunerazione adeguata e non troppo rischiosa.  E' così che tra Sette e Ottocento, prima in Inghilterra e poi sul continente, vengono a crearsi un mercato per le risorse naturali e sopratutto un mercato del lavoro. Che questo processo assomigli più a una metamorfosi, cioè , in termini sistemici, all'emergere di nuova forma di organizzazione sociale, che non a un processo di sviluppo “naturale e continuo” è stato sottolineato con forza dallo stesso Polanyi: mai, nelle organizzazione economico sociali del passato il lavoro era stato comprato e venduto come nell'Inghilterra di inizio Ottocento. Una serie di meccanismi istituzionali, di regole saldamente ancorate nella legge e nelle consuetudini, agivano, come sistemi di feedback negativo, impedendo che il lavoro, con tutto il portato di relazioni sociali e simboliche che esso porta con sé, potesse essere comprato e venduto sul mercato. Questo processo di riorganizzazione, fa sì che le relazioni di reciprocità su cui si fondavano i sistemi economico-sociali tradizionali vengano spezzati e sostituiti da scambi di merci.  L'economia, per riprendere le parole del grande economista, avanza sulla desertificazione del sociale.

Secondo Polanyi questa “grande trasformazione” comporta l'emergere non solo di un nuovo tipo di economia ma di un nuovo tipo di società.  In una prima fase essa richiede la rottura delle regole/relazioni che caratterizzavano il tipo di organizzazione sociale precedente e dei processi omeostatici che ne garantivano la stabilità. A ciò si accompagna il sorgere di una sfera  ampiamente autonoma di relazioni relazioni economiche (di mercato) accompagnata da un successivo aumento della complessità in questa sfera (specializzazione del lavoro, ecc) che finisce per dominare e dare forma alle seconde.

E' importante comprendere perché, mano a mano che il processo di trasformazione raggiunge una sua maturità e l'economia di mercato si diffonde in nuovi paesi ed e verso nuove società, questo processo comporti una  progressiva dissoluzione dei legami sociali. Come hanno mostrato i pionieristici lavori di Malinowski e di Marcel Mauss, ciò che caratterizza le relazioni di reciprocità tipiche della società tradizionali è “il triplice obbligo di donare ricevere e ricambiare.” Su questo obbligo, attraverso la molteplicità di doni e contro doni, si fondano e si mantengono i legami sociali. Questa conclusione è oggi supportata da un'ampia serie di ricerche  (A. Caillè, 1991, 1998 J.T. Godbout, 1993, 1998). Al contrario le relazioni di mercato si basano su quello che gli economisti definiscono  “scambio di equivalenti.” L'equivalenza di ciò che viene scambiato  consente alle relazioni di mercato di chiudersi nel momento in cui si effettua lo scambio, senza dunque che attorno ad essa si costruisca alcun legame tra gli individui. In altre parole le relazioni di mercato assumono un carattere impersonale: come disse sagacemente Milton Friedman,  ideologo del neoliberismo della scuola di Chicago, “nel grande supermercato globale non occorre conoscersi né tanto meno essersi simpatici.” Certo questa norma fondativa del mercato  presenta significativi vantaggi economici: essa ha consentito una straordinaria moltiplicazione del numero e della varietà dei beni scambiati: è stato calcolato che nella sola città di New York sono oggi disponibili 100 miliardi di diverse tipologie di beni. Ciò che normalmente non si dice, è che questa medaglia ha un suo rovescio: la diffusione delle relazioni di mercato si accompagna infatti ad una progressiva dissoluzione dei legami sociali.

Questo processo ha conosciuto una ulteriore accelerazione a partire dagli anni '80 con l'affermarsi del neoliberismo e globalizzazione dei mercati, come ha riconosciuto la letteratura sociologica più recente. In particolare nella lettura offerta da Bauman (2002, 2006) la dissoluzione dei legami sociali, nel contesto della contemporaneità, si esprime sotto forma di liquidità sociale.  Non a caso la società liquido-moderna è “una società di consumi”. Una società, cioè, in cui ogni cosa, beni e persone, sono trattati come oggetti di consumo e pertanto come qualcosa che perde utilità, attrazione,  in definitiva valore, molto rapidamente.  Pertanto la società liquida è una società mobile, impermanente, precaria, in cui tutto ciò che ha valore si trasforma rapidamente nel suo contrario, esseri umani inclusi. In definitiva, secondo la descrizione offerta da Bauman, la società moderna raggiunge livelli mai conosciuti prima di dissoluzione dei legami sociali.

Certo, come ci ricordano gli ottimisti, si osservano anche alcune dinamiche compensative. La scuola ed i nuovi sistemi di formazione e comunicazione consentono nuove forme di socialità. E' possibile, inoltre, attribuire nuove funzioni agli oggetti e agli strumenti che fuoriescono dalla cornucopia capitalistica:  usare la pubblicità contro la pubblicità (Adbuster, Casser de Pub), o le reti informatiche, originariamente progettate per scopi militari, per favorire la costruzione di reti sociali o solidali. Difficilmente, tuttavia, questi processi compensativi ci sembrano in grado di contrastare la forza dei processi di dissoluzione.

In conclusione  la “dissoluzione dei legami sociali” tipica delle società liquido-moderne, oltre a spiegare una parte significativa della perdita di benessere che si regista in queste società a partire dalla metà degli anni Settanta (Bruni e Porta, 2004), offra una prima chiave interpretativa del perché, nonostante il depauperamento dell'ambiente e le forti e crescenti ineguaglianze sul piano economico e sociale, queste società si mostrino, anche nel contesto della crisi, così poco reattive. Tuttavia per poter affrontare adeguatamente questo aspetto occorre introdurre un'ulteriore dimensione: quella relativa all'immaginario.

 

 

Frammentazione post-moderna e immaginario dominante

 

Ciò che caratterizza i sistemi biologici e sociali e che li differenzia dai sistemi fisici, è la capacità di cui i primi dispongono di formarsi “rappresentazioni” dell'universo in cui vivono.  Certamente anche gli animali sono in grado di farsi un'idea del mondo che li circonda, e di prendere decisioni a fronte di certi stimoli (signaling). Ad esempio, già organismi molto semplici, come gli organismi unicellulari sono in grado di stimare  la presenza di un certo composto chimico in un fluido e di muoversi di conseguenza nella direzione in cui tale composto è maggiore. Tuttavia ciò che sembra specifico delle organizzazioni socio-culturali umane è la capacita di negoziare tali rappresentazioni, dando luogo a rappresentazioni condivise (D. Lane, D. Pumain, S. van der Leeuw, G. West, 2009).

A differenza di quanto accade nell'attività omologa nell'ambito dei sistemi biologici (signaling) nella negoziazione la semantica conta. Il messaggio può essere completamente nuovo nella forma e tuttavia colui che lo invia si aspetta che il ricevente sia in grado di interpretarlo. Affinché ciò possa accadere è molto importante che le organizzazioni socio culturali umane  condividano “attribuzioni di valore” e “forme narrative” su cui i messaggi si basano. In altri termini, e più in generale, possiamo concludere che la formazione  di un immaginario condiviso è la premessa necessaria affinché individui e organizzazioni sociali possano intraprendere  un progetto o un'azione comune.

Ma, come argomenta Lyotard, con la fine della gradi narrazioni e l'avvento della società post moderna è precisamente questo orizzonte di senso condiviso che è venuto a mancare (Lyotard, 1979).  Sino a quando la tradizione religiosa (il cristianesimo in occidente), il marxismo e altre “grandi narrazioni” offrivano un comune orizzonte di senso, con i loro eroi e i loro miti nei quali identificarsi, non era difficile per ciascuno prendere posizione nella società e dare un senso al proprio ruolo e alla propria azione.   Tutto questo, quantomeno dagli anni Settanta, è scomparso, o comunque ha perso la sua presa sull'immaginario sociale [3].

L'immaginario postmoderno è un immaginario polimorfo, frammentato, dove la citazione prende il posto delle grandi narrazioni e la pluralità dei codici e delle forme narrative  si sostituisce all'universalismo che caratterizzava il grande progetto emancipatorio della modernità. Per quanto la condizione post-moderna sia caratterizzata da una innegabile libertà e varietà di espressione, essa nasconde al tempo stesso le ragioni profonde della frammentazione e della dipendenza. Ma cerchiamo di tratteggiare, seppure seguendo un ragionamento “a grana grossa”, le dinamiche che possono essere ritenute responsabili di questo processo di trasformazione.

Rispetto ai processi di tempo lungo di cui abbiamo detto sopra, potremmo avanzare l'ipotesi che  la frammentazione dell'immaginario sia connesso innanzitutto alla dissoluzione dei legami sociali che caratterizza il passaggio dalle società tradizionali alle società di mercato. In altre parole si può immaginare  che la dissoluzione dei legami sociali di tipo tradizionale - e dell'apparato di simbolico che le è proprio -  costituisca l'indispensabile premessa all'avanzare della modernità e dei suoi simboli.

Inoltre, come ha notato acutamente David Harvey (1990) occorre chiarire che la condizione post-moderna non si configura come rottura dalla modernità, quanto piuttosto come una “rivoluzione interna” alla modernità stessa, che finisce per accentuarne i tratti più profondi e caratterizzanti. L'esperienza comune alla modernità tutta da cosa è segnata, infatti, se non dall'incertezza e dalla frammentazione, dalla caducità e dal senso di cambiamento caotico? Nelle parole dei uno dei suoi massimi esperti “essere moderni vuol dire vuol dire trovarci in un ambiente che promette avventura, potere, gioa, crescita, trasformazione di noi stessi e del mondo e che al contempo minaccia di distruggere tutto ciò che abbiamo” (Berman, 1985, p. 25). In fondo il passaggio alla post modernità non ha fatto altro che accentuare questa tendenza.

Come non leggere qui la  stretta connessione tra l'esperienza comune dell'essere moderni e le trasformazioni economiche e sociali sottostanti. Già Marx aveva sottolineato come un tratto fondamentale dell'economia capitalista fosse il sua condanna all'incessante innovazione.  Harvey si spinge ancora oltre mostrando con chiarezza come la trasformazione che segna l'immaginario  postmoderno sia connesso al passaggio dall'organizzazione economico sociale fordista a quella post-fordista. Va premesso che il post-fordismo come già il fordismo non rappresenta per Harvey semplicemente un sistema di organizzazione del lavoro, ma un nuovo sistema di organizzazione economica e sociale, in cui le istituzioni pubbliche e la società civile si adeguano alle mutate condizioni proprie “dell'accumulazione flessibile”. La scomparsa della grande fabbrica, la finanziarizzazione dei processi economici, la flessibilità sul mercato del lavoro (lavori a tempo parziale, temporanei o in subappalto), la  centralità assunta dai servizi (di marketing, assicurativi,  immobiliari, informatici); la straordinaria differenziazione dei prodotti e l'accelerazione nella rotazione dei consumi “ sono inseparabili da [quello]  specifico modo vivere, di pensare, di sentire la vita” che definiamo post-moderno.

Semmai il fatto più sorprendente è la totale accettazione della liquidità e della frammentazione che caratterizza  il postmodernismo: il suo “galleggiare e sguazzare nelle correnti caotiche del cambiamento quasi non ci fosse null'altro”. Non stupisce che Jameson definisca l'architettura postmoderna come “deliberata superficialità” e non sarebbe difficile estendere questo giudizio, in particolare alla moda, all'intrattenimento, all'industria degli eventi culturali.

Nel contesto della contemporaneità la frammentazione dell'immaginario è legata, inoltre, alla moltiplicazione degli artefatti che caratterizza la società dei consumi. E' importante rendersi conto che gli oggetti di cui ci circondiamo, attraverso il tempo che spendiamo con loro e per loro, divengono per ciascuno strumenti con cui ciascuno costruisce la propria identità, per quanto angusta e frammentata. Non vi sono dubbi, e non entreremo in dettagli su questo,  che le imprese impiegano molte risorse per alimentare questo processo.  Il budget relativo a marketing e alla pubblicità è secondo solo a quello delle spese militari e come ben sanno gli esperti del settore, la potenza di fuoco del sistema mediatico è tale è tale che l'efficacia di una “campagna” non è mai messa in discussione.  A differenza di quanto sostengono molti intellettuali post moderni, la capacita del sistema mediatico di colonizzare l'immaginario è enorme. Caos e frammentazione non devono dunque portarci a concludere che nella società liquida non esiste un immaginario dominante.  Come ci avverte Serge Latouche questo sarebbe un grossolano errore:  nella società dei legami deboli, l'immaginario consumista resta il solo collante  condiviso (Latouche, 2007).

Indubbiamente l'homo consumens dispone oggi di una  incredibile libertà di scelta.  Tuttavia, il cittadino-consumatore può operare le proprie scelte solo all'interno di un set predefinito, non può determinare ex ante l'insieme delle cose fra cui può scegliere (Bauman, 2002; 2006). E fra queste c'è senz'altro la tecnologia, ossia il come della produzione.  In altre parole il sistema di mercato promette libertà, ma veicola dipendenza. Arriviamo qui ad un aspetto fondamentale: è chiaro che la questione dell'immaginario si lega strettamente a quella dell'autonomia/dipendenza (Castoriadis, 1998, 2005) [4].

In conclusione la condizione dell'immaginario post-moderno sembra segnata dalla compresenza di due polarità apparentemente contraddittorie: individualizzazione e omologazione. Da un lato sembra chiaro che la frammentazione dell'immaginario rende impossibile una presa d'atto collettiva delle contraddizioni in cui il sistema è intrappolato e, di conseguenza, estremamente difficile un'azione coordinata in questa direzione. L'esperienza del movimento contro la globalizzazione e da questo punto di vista illuminante.  Dall'altro ci si potrebbe chiedere come mai una società che pure conosce un grado di libertà individuale apparentemente così elevato, è in realtà così conformista nelle decisioni collettive. Ho il sospetto che ancora una volta la spiegazione possa essere ricercata nella scala del processi. La frammentazione del legame sociale e la straordinaria concentrazione delle ricchezza legati all'espansione dell'economia a scala globale ha reso possibili, ed efficaci, strumenti di condizionamento dell'immaginario collettivo funzionali alla creazione di un uomo massa che non avrebbero senso, né potrebbero essere mantenuti,  a scale più ridotte. Tali strumenti stanno mostrando tutta la loro efficacia nell'impedire di squarciare il velo che occulta la connessione tra la libertà nelle scelte di consumo individuali e l'oppressione della gabbia collettiva.

 

Crisi e rendimenti decrescenti

 

Ritorniamo dunque al contesto della crisi attuale. I processi che abbiamo analizzato possono esserci d'aiuto per comprendere la dinamica della crisi? Innanzitutto cosa l'ha scatenata? Interpellati, con alcune rarissime eccezioni, le molte migliaia di economisti che nulla avevano detto sull'avvento della crisi, ci hanno ripetuto in infinite versioni la storia dei mutui sub prime, riconducendo la crisi agli eccessi nella concessione del credito del mercato americano. E' noto che le regole che presiedono alla concessione e moltiplicazione del credito, in particolare per i così detti derivati,  sono eccessivamente lasche... non a caso è su questa deregolamentazione si è costruita la fortuna del capitalismo finanziario degli ultimi trent'anni. Tuttavia le cose sono probabilmente più complesse di così.

Innanzi tutto va chiarito che, fra i sistemi che abbiamo analizzato, quello finanziario è certamente il più sensibile.  Gli agenti formano le loro aspettative a partire da un'ampia serie di segnali. A differenza di quanto accade nei sistemi sociali o nella biosfera, i sistemi finanziari dispongono di indici che riportano minuto per minuto l'andamento dei mercati, e questo fa si che, quando si scateno eventi eccezionali, si inneschi un processo di feedback positivo (effetto panico) tra l'andamento degli indici e il comportamento degli agenti che amplifica notevolmente le oscillazioni. Questo chiarisce perché il sistema finanziario sia più veloce e sensibile di altri nelle sue oscillazioni e perché le crisi nei tempi moderni si manifestano  generalmente a partire dal collasso delle borse. L'esplosione della bolla speculativa si trasferisce poi, inevitabilmente, all'economia reale.

Resta aperta la domanda: che cosa ha scatenato la crisi? Joan Martinez Alier, economista ed ex Presidente dell'International Society of Ecological Economics, ha avanzato l'ipotesi che la crisi finanziaria sia stata innescata dall'eccessivo aumento del prezzo del petrolio, che raggiunse i 140 $ il barile nel Luglio del 2008, mettendo in crisi le aspettative di profitto, in particolare del mercato americano dell'auto. Alcune ricerche più recenti sembrano confermare questa ipotesi (Hamilton, 2009). Ma se le cose stanno in questi termini  quella a cui stiamo assistendo potrebbe rappresentare non  solamente la crisi economica più grave degli ultimi settanta anni, ma un primo segnale di una crisi di sistema.

Dall'economia reale la crisi si è poi trasferita alla società. Novanta milioni di persone scivolano sotto la soglia dei due dollari al giorno secondo le stime della Banca Mondiale. I disoccupati si contano a decine di milioni in Europa. Conformemente alla lezione polanyiana, la società reagisce alla crisi auto  difendendosi: neoprotezionismo, difesa delle banche e dei grandi gruppi, richieste di protezione sociale e salariale, sono tutte forme in cui si è espressa l'autodifesa della società. Tuttavia essa prende soprattutto la forma di una richiesta di intervento protettivo dello  Stato nei confronti degli shock  provenienti dai mercati.  Non a caso, nonostante le differenze politiche, dall'America di Obama, all'Italia berlusconiana, dalla Cina “comunista” all'Inghilterra, i governi e le banche centrali intervengono, certo con misure a volte parziali e discutibili, ma comunque intervengono, iniettando nel sistema enormi ammontari di liquidità,  in misura assai più significativa di quanto avvenne negli anni '30.

Tuttavia, considerata la gravità della situazione economica e sociale, ci si domanda come mai i conflitti siano tutto sommato contenuti e scarsa la capacità di reazione della società.  Secondo quanto visto in precedenza ciò può essere legato a due fattori principali: Nel nord ricco del pianeta, il calo dei redditi è molto forte, ma la ricchezza accumulata durante i decenni della crescita economica, per quanto mal distribuita, è molto maggiore di quanto fosse negli anni Trenta. Inoltre le politiche monetarie e fiscale messe in atto dai governi, hanno impedito il tracollo del sistema finanziario e sostengono in culche modo la domanda, pur trsferendo il peso dell'operazione sulle genrerazioni future, già gravate di un debito enorme e in via di espansione.  Inoltre, se escludiamo alcune minoranze consapevoli e attive, i fattori di liquidità sociale e di frammentazione dell'immaginario collettivo di cui si e detto, ostacolano fortemente il coagularsi di un progetto alternativo e dunque l'autorganizzazione della società.

Certo è possibile che nel medio periodo le economie avanzate tornino a conoscere - per qualche tempo - di crescita dell'ordine dell'uno due per cento,  ma questo significa forse che la crisi di sistema sia risolta?

In un suo recente articolo lo storico ed economista Immanuel Wallerstein (2009), che da tempo segue un approccio sistemico, avanza l'ipotesi che il sistema capitalista non sia di fronte ad una, per quanto grave, crisi ciclica, ma, appunto ad una crisi di sistema. Questo non implica, nella prospettiva di Wallerstein, che il sistema economico non possa conoscere un qualche ripresa a breve quanto, piuttosto, che nei prossimi 20-30 anni l'aumento dei costi necessari per alimentare il processo di produzione – essenzialmente costi del lavoro, delle materie prime/energia e costi relativi all'apparato statale e militare (e dunque delle tasse) - impedirà una nuova fase di crescita ed accumulazione globale di lungo periodo, determinando la fine del modo di produzione capitalistico così come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi. Certo si tratta di un'ipotesi, per altro non nuova nell'ambito delle teorie di derivazione marxista, e che tuttavia Wallerstein ha avuto il merito di presentare ben prima dell'affacciarsi della crisi. E' interessante notare - al di la un certo riduzionismo economico (le varie dimensioni della crisi sono infatti tutte ricondotte in termini di costi economici) - le affinità tra l'analisi di Wallerstein e l'approccio sviluppato, in una cornice ben diversa, dall'archeologo e studioso di sistemi complessi, Joseph Tainter nel suo Il collasso delle società complesse (1988). Analizzando i processi di decadenza delle più importanti civiltà della storia (l'Impero romano, la civiltà Maya, l'isola di Pasqua, e numerosi altri) Tainter individua un principio comune a tutti questi casi. Al crescere della complessità delle strutture economico-sociali, oltre una certa soglia, i benefici della complessità presentano incrementi decrescenti. Pertanto, superata una certa soglia di complessità, queste megamacchine  (eserciti, burocrazie, corporazioni) cominciano a presentare costi che superano i benefici. Tesi nel tentavo di superare i problemi che queste stesse strutture generano, coloro che le governano possono essere spinti ad ignorare i segnali che preannunciano una crisi di sistema, (come appunto un aumento dei “costi” - non intesi qui in senso strettamente economicistico – provenienti dai vari sottosistemi) e, sviati da alcuni comportamenti tipici dei sistemi complessi, (come incertezza delle informazioni, ritardi di feedback, ecc.) spingere verso un'ulteriore espansione, fino al collasso del sistema.

Questo è solo uno dei possibili scenari ipotizzabili (Raskin, 2008), tuttavia è chiaro che i processi di lungo periodo che abbiamo analizzato - e che trovano nella crescita ed accumulazione illimitata la loro radice comune - si possono inscrivere facilmente  in questa cornice interpretativa.

Al momento l'ipotesi di Wallerstein, che prevede appunto una aumento delle varie dimensioni del costo di produzione (lavoro, risorse, tassazione) non mi pare trovi riscontri empirici sufficienti a trarre conclusioni definitive (anche per la tragica mancanza di ricerche sistematiche in merito), tuttavia è evidente che se il quadro complessivo risultasse fondato,  da una crisi di questa natura non si esce certo con qualche iniezione di  keynesianesimo verde, finanziato tra l'altro con la creazione di nuovo debito. E' ormai sempre più evidente che dalla crisi si esce solo con un nuovo progetto di società e dunque con una profonda revisione delle principali istituzioni che governano la società attuale.

[1] Università di Bologna, corrispondenza a: mauro.bonaiuti chiocciola unibo.it

[2] Cfr. B. S. FREY, A. STUTZER, Happiness and Economics. How the Economy and Institutions Affect Well-being. Princeton University Press, Princeton, New Jersey, 2002. E. DIENER, R. BISWAS-DIENER, Will Money Increase Subjective Well-being? Social Indicator Research, vol. 57, n. 2, pp. 119-169, 2002. In lingua italiana vedi anche l'ottima raccolta di testi a cura di LUIGINO BRUNI E PIER LUIGI PORTA, Felicità ed economia, Edizioni Guerini e Associati, Milano, 2004.

[3] L´immaginario sociale è la modalità specifica con cui una società riproduce la rappresentazione di se stessa e fonda in essa la sua identità. L´immaginario sociale si struttura dunque come un campo di significati che consente a una società di riconoscersi nell´immagine del mondo che essa stessa ha elaborato, ma esso permane nel tempo lungo come se non avesse una origine e fosse una costellazione di simboli senza tempo.

[4] Porre da sé le proprie leggi, autodeterminazione, autoistituzione esplicita, questo è il significato fondamentale di ciò che intendiamo per autonomia. Ivan Illich (1974) preferiva l'espressione convivialità ma l'idea di fondo non era diversa: la società conviviale è la società che mantiene il controllo dei propri strumenti, in altre parole che decide come e cosa produrre senza delegarne la decisione ad esperti o a rappresentanti.

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M. Bonaiuti 1033
3 Cosa nasconde il PIL - slide
Creato: 18 Gen 2010

Cosa nasconde il PIL? Ce lo dicono le slide di Karin Munck

 

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Karin Munck 323
4 L'attualità di Cecil Pigou
Creato: 07 Dic 2009

50 anni fa moriva Arthur Cecil Pigou, economista inglese, nato nel 1877, allievo, nell'Università di Cambridge, di Alfred Marshall (1842-1924); nel 1908 gli successe sulla cattedra di Economia. Pigou scrisse nel 1912 la sua principale opera, "Ricchezza e benessere", di cui pubblicò varie riedizioni col titolo "Economia del benessere", a partire dal 1920. 
Fra le altre sue opere si può ricordare "L'economia dello stato stazionario", pubblicata nel 1935 in piena crisi economica, in un tempo che assomiglia sotto molti aspetti a quello odierno. Fu uno dei primi sostenitori dell'imposta sul reddito e dell'intervento dello Stato per correggere i "fallimenti del mercato", fonti di diseconomie esterne, di danni e costi per alcuni soggetti economici in seguito all'operare, anche se lecito, di altri soggetti economici.
Vale la pena di ricordare Pigou a cinquant'anni dalla morte, in un momento in cui le sue anticipazioni non solo trovano conferma negli eventi di questo periodo, ma possono farci comprendere meglio quello che ci aspetta. Il contributo di Pigou alla "economia del benessere"si può così riassumere: nella vita economica le azioni di ogni soggetto economico non sono isolate, ma influenzano, nel bene e nel male, altri soggetti economici circostanti, "esterni", e da questi stessi sono influenzati.
Se una fabbrica sta vicina ad altre (si pensi ai poli industriali) ne trae vantaggio perché tutte mettono in comune servizi, strade, aeroporti e ciascuna trae beneficio da questa integrazione; le economie integrate però possono anche essere fragili proprio perché dipendono l'una dalle altre. D'altra parte ogni attività di un soggetto economico può provocare "diseconomie esterne", cioè danni e costi ai soggetti economici vicini.

Immaginiamo un soggetto economico, un vignaiolo, che produce uva, un bene utile, e che, vendendola, guadagna diciamo 100 lire all'anno; un giorno accanto alla vigna si insedia una fabbrica di scarpe, in modo del tutto legittimo, anzi lodevole perché produce una merce, le scarpe, di cui c'è bisogno e fa lavorare gli operai e assicura benessere alle loro famiglie. Però dal camino della fabbrica escono dei fumi che ricadono sulla vigna vicina e danneggiano l'uva al punto che il vignaiolo, dopo l'arrivo della fabbrica, guadagna soltanto 50 lire all'anno. Il vignaiolo va dal fabbricante di scarpe e gli chiede un risarcimento per il danno subito.
A questo punto possono succedere varie cose. Il fabbricante tira fuori dalle sue tasche le 50 lire perdute dal vignaiolo e il vignaiolo ritorna a guadagnare 100 lire all'anno ed è contento. Il fabbricante di scarpe può continuare ad inquinare (e la natura non è contenta) ma guadagna di meno e deve recuperare i soldi dati al vignaiolo; può farlo aumentando il prezzo delle scarpe, che vengono a costare di più e si vendono di meno, e il fabbricante deve ridurre la produzione licenziando gli operai, con danno alle loro famiglie. Oppure il fabbricante può diminuire il salario agli operai con danno alle loro famiglie.

Oppure il fabbricante di scarpe, invece di dare 50 lire al vignaiolo, con la stessa cifra compra un filtro da mettere sul camino in modo da non inquinare più, e sono così contenti la natura, il venditore di filtri e il vignaiolo che, cessato l'inquinamento, ricomincia a produrre l'uva che gli assicura un guadagno di 100 lire all'anno. Ma il fabbricante di scarpe deve recuperare le 50 lire spese per il filtro e torniamo al caso precedente.

A questo punto fabbricante e operai vanno "dallo stato", da una autorità superiore a tutti, e chiedono che sia ristabilita una situazione di giustizia: che il vignaiolo e il fabbricante siano compensati per il loro lavoro, gli operai abbiano lo stesso salario di prima, le scarpe costino come prima e possano essere più facilmente vendute. A questo punto "lo Stato" può dare 50 lire al fabbricante di scarpe e sono contenti tutti: vignaiolo, fabbricante di scarpe, fabbricante di filtri, operai, acquirenti delle scarpe ed è contenta anche la natura non più inquinata. Ma "lo Stato" deve recuperare le 50 lire aumentando le tasse al vignaiolo, al fabbricante di scarpe, al venditore di filtri, agli operai e agli acquirenti di scarpe, e alla fine sono scontenti tutti.

A meno che, come suggerisce Pigou, le tasse non siano applicate sulla base del reddito e pesino di meno sui redditi minori. La parabola del vignaiolo riflette eventi davanti a tutti noi ogni giorno. I fabbricanti di una merce (diciamo di oggetti di plastica) hanno un legittimo guadagno e assicurano un salario ai loro operai: purtroppo l'aumento della plastica in circolazione fa aumentare la massa dei rifiuti inquinanti e danneggia la salute degli abitanti di un paese. Si può applicare una imposta sugli oggetti di plastica e con il ricavato pagare gli ospedali in cui ricoverare gli ammalati, ma in questo caso gli acquirenti comprano di meno la merce inquinante, diminuiscono i rifiuti e gli ammalati, ma i fabbricanti sono costretti a fabbricare meno plastica e licenziano gli operai. Lo Stato, per assicurare un reddito ai disoccupati (la cassa integrazione), deve aumentare le tasse o diminuire le pensioni e le spese per gli ospedali.

Un altro caso: il consumo di carbone, petrolio, gas naturale e elettricità fa aumentare l'inquinamento atmosferico dovuto all'anidride carbonica che provoca mutamenti climatici e costi; per diminuire queste diseconomie esterne gli stati fanno pagare qualche soldo a chi usa combustibili e elettricità (la cosiddetta "carbon tax") per indurlo a consumarne di meno; i minori danni al clima comportano però minori guadagni per chi vende energia e merci dipendenti dall'energia e per i lavoratori dei relativi settori.

Che fare ? I governi si arrovellano su questi problemi nelle innumerevoli conferenze sul clima: forse farebbero bene a rileggere Pigou per far sì che le diseconomie esterne, sociali e ambientali che ci sono sempre, non ricadano sulle classi meno abbienti e che anche i ricchi paghino.

 

Giorgio Nebbia

(Articolo pubblicato su LaGazzetta del Mezzogiorno, venerdì 30 ottobre 2009)

G. Nebbia 179
5 Energia e miti economici - seconda parte
Creato: 28 Lug 2009
L’analisi di Georgescu Roegen dimostra (in tema di reperimento energetico) la necessità di puntare sul flusso solare piuttosto che sulle riserve del pianeta.
Georgescu Roegen 187
6 Energia e miti economici - prima parte
Creato: 28 Lug 2009
La complessa analisi scientifica di Georgescu Roegen su entropia, sistemi di produzione, progresso tecnologico, energia e risorse, ambiente, crescita-stato stazionario-decrescita…
Georgescu Roegen 162
7 Il Sud avrà diritto alla decrescita?
Creato: 28 Lug 2009

Seguendo la falsariga dei pubblicitari, i media chiamano «concetto» qualsiasi progetto che si limiti al lancio di un nuovo gadget, ivi compreso di carattere culturale. Non c'è da stupirsi, in queste condizioni, che sia stata posta la questione del contenuto del «nuovo concetto» di decrescita. Correndendo il rischio di deludere, ripetiamo qui che la decrescita non è un concetto, nel senso tradizionale del termine, e che propriamente parlando non esiste una «teoria della decrescita», come gli economisti hanno potuto elaborare delle teorie della crescita.

La decrescita è semplicemente uno slogan, lanciato da coloro che procedono a una critica radicale dello sviluppo, con lo scopo di spezzare il conformismo economicista e di delineare un progetto di ricambio per una politica del dopo-sviluppo (1).
La decrescita in quanto tale non costituisce un'alternativa concreta, ma è piuttosto la matrice che permette di costruire delle alternative (2). Si tratta quindi di una proposta necessaria per riaprire gli spazi dell'inventitività e della creatività, bloccati dal totalitarismo economicista, sviluppista e progressista. Attribuire ai suoi fautori il progetto di una «decrescita cieca», cioè di una crescita negativa senza rimettere in questione il sistema, e sospettarli, come fanno alcuni «alter-economisti», di voler impedire ai paesi del Sud di risolvere i loro problemi, significa essere sordi se non addirittura in malafede.

Il progetto di costruzione, al Nord come al Sud, di società conviviali autonome ed econome implica, per parlare con rigore, più una «a-crescita», come si parla di a-teismo, che una de-crescita. Si tratta d'altronde molto precisamente di abbandonare una fede e una religione: quella dell'economia. Di conseguenza, bisogna senza tregua decostruire l'ipostasi dello sviluppo.

Malgrado tutti i fallimenti accumulati, il legame irrazionale con il concetto-feticcio di «sviluppo», svuotato di ogni contenuto e ri-qualificato in mille modi, traduce l'impossibilità di tagliare i ponti con l'economicismo e, alla fine, con la crescita stessa.
Il paradosso è che gli «alter-economisti», spinti in posizione di difesa, finiscono per riconoscere tutti i misfatti della crescita, pur continuando a volerne far «beneficiare» i paesi del sud. E si limitano, al nord, alla sua «decelerazione». Un numero crescente di militanti «altermondialisti» concedono ormai che la crescita che abbiamo conosciuto non è né sostenibile, né auspicabile, né durevole sia socialmente che ecologicamente. Tuttavia, la decrescita non sarebbe una parola d'ordine valida e il Sud dovrebbe avere diritto a un «tempo» di questa maledetta crescita, per il fatto di non aver conosciuto lo sviluppo.

Messi all'angolo nell'impasse tra «né crescita né decrescita», ci rassegnamo a una problematica «decelerazione della crescita» che dovrebbe, secondo la pratica sperimentata nei concilii, mettere tutti d'accordo su un malinteso. Però, una crescita «decelerata» condanna a escludersi dai vantaggi di una società conviviale, autonoma ed economa, fuori crescita, senza tuttavia conservare il solo vantaggio di una crescita vigorosa ingiusta e distruttrice dell'ambiente: vale a dire l'occupazione.
Se rimettere in causa la società di crescita getta nella disperazione il mondo operaio, come alcuni sostengono, non è però una riqualificazione di uno sviluppo svuotato della sua sostanza economica («uno sviluppo senza crescita») che renderà speranza e gioia di vivere ai drogati di una crescita mortifera. Per capire perché la costruzione di una società fuori crescita è anche necessaria e auspicabile al Sud oltreché al Nord, bisogna ritornare all'itinerario degli «obiettori di crescita». Il progetto di una società autonoma ed economa non è nato ieri, ma si è costruito nel filone della critica allo sviluppo. Da più di 40 anni, una piccola «internazionale» anti o post sviluppista analizza e denuncia i misfatti dello sviluppo, proprio al Sud (3). E questo sviluppo, dall'Algeria di Huari Bumedien alla Tanzania di Julius Nyerere, non era soltanto capitalista o ultra-liberista, ma ufficialmente «socialista», «partecipativo», «endogeno», «self reliant/aucentrato», «popolare e solidale». Sovente era anche messo in opera o appoggiato dalle organizzazioni non governative (Ong) umaniste. Malgrado alcune micro-realizzazioni significative, il suo fallimento è stato considerevole e il programma che doveva portare alla «realizzazione di ogni essere umano e di tutti gli esseri umani» è crollato nella corruzione, nell'incoerenza e nei piani di aggiustamento strutturale, che hanno trasformato la povertà in miseria.

Questo problema concerne le società del Sud, che abbiano intrapreso la costruzione di economie di crescita, per evitare di ritrovarsi più tardi nell'impasse alla quale questa avventura le condanna. Per loro si tratterebbe, sempre che siano ancora in tempo, di «de-svilupparsi», cioè di levare gli ostacoli che si ergono sulla loro strada, per realizzarsi altrimenti. Non si tratta però in alcun caso di fare qui l'elogio senza sfumature dell'economia informale. In primo luogo, perché è chiaro che la decrescita nel Nord è una condizione per la realizzazione di tutte le alternative nel Sud. Fino a quando l'Etiopia e la Somalia saranno condannate, nei momenti in cui la carestia è forte, a esportare prodotti alimentari per i nostri animali domestici, fino a quando ingrasseremo il nostro bestiame da carne con delle gallette di soja prodotte dai terreni conquistati con il fuoco nella foresta amazzonica, soffocheremo qualsiasi tentativo che permetta una vera autonomia al Sud (4). Osare la decrescita nel Sud, significa tentare di innescare un movimento a spirale per mettersi sull'orbita del circolo virtuoso delle «8 R»: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Rilocalizzare, Redistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Questa spirale introduttiva potrebbe organizzarsi con altre «R», contemporaneamente alternative e complementari, come Rompere, Riannodare, Ritrovare, Reintrodurre, Recuperare ecc. Rompere con la dipendenza economica e culturale nei confronti del nord. Riannodare con il filo di una storia interrotta dalla colonizzazione, dallo sviluppo e dalla mondializzazione. Ritrovare e riappropriarsi di un'identità culturale propria. Reintrodurre i prodotti specifici dimenticati o abbandonati e i valori «antieconomici» legati alla loro storia. Recuperare le tecniche e i know how tradizionali.

Se, al Nord, vogliamo davvero manifestare una preoccupazione di giustizia più forte che la sola e necessaria riduzione dell'impatto ecologico, forse bisognerà dare spazio a un altro debito il cui rimborso è a volte richiesto dai popoli indigeni stessi: Restituire. La restituzione dell'onore perduto (quella del patrimonio saccheggiato è molto più problematica) potrebbe consistere nello stabilire una partnership di decrescita con il Sud.
Al contrario, mantenere, o ancora peggio, introdurre la logica della crescita al Sud con il pretesto di farlo uscire dalla miseria creata da questa stessa crescita non può che occidentalizzarlo ancora di più. C'è in questa proposta che deriva da un buon sentimento - voler «costruire scuole, centri di cura, reti di acqua potabile e rinnovare l'autonomia alimentare» (5) - un etnocentrismo banale che è precisamente quello dello sviluppo. Di due cose l'una: o viene chiesto ai paesi interessati cosa vogliono, attraverso i loro governi o con inchieste realizzate presso un'opinione manipolata dai media, e allora la risposta sarà senza incertezze; prima di quei «bisogni fondamentali» che il paternalismo occidentale attribuisce loro, sono richiesti condizionatori, telefonini, frigoriferi e soprattutto automobili (Volkswagen e General Motors prevedono di fabbricare 3 milioni di auto l'anno in Cina nei prossimi anni e Peugeot, per non restare indietro, sta facendo investimenti giganteschi...); aggiungiamo, certo, per la gioia dei loro dirigenti, centrali nucleari, aerei da guerra e carri armati Amx... Oppure ascoltiamo il grido di dolore di un leader contadino guatemalteco: «lasciate in pace i poveri e non parlate più di sviluppo» (6). Scommettere sull'invenzione sociale Tutti gli animatori di movimenti popolari, da Vandana Shiva in India a Emmanuel Ndione in Senegal, dicono la stessa cosa. Difatti, se incontestabilmente tutti i paesi del Sud vogliono «ritrovare l'autonomia alimentare», questo significa che l'avevano persa. In Africa, fino agli anni '60, prima della grande offensiva dello sviluppo, questa autonomia esisteva ancora. Non è forse l'imperialismo della colonizzazione, dello sviluppo e della mondializzazione che ha distrutto questa autosufficienza e che ogni giorno aggrava un po' di più la dipendenza? Prima di essere massicciamente inquinata dai rifiuti industriali, l'acqua, che venisse o meno dal rubinetto, era potabile. Per quel che riguarda poi le scuole e i centri di cura, siamo così sicuri che siano le istituzioni più adatte per introdurre e difendere cultura e salute? Ivan Illich un tempo aveva avanzato dei seri dubbi sulla loro pertinenza, anche per il Nord (7) .

«Ciò che continuiamo a chiamare aiuto - sottolinea a giusto titolo l'economista iraniano Majid Rahnema - non è che una dipendenza destinata a rafforzare le strutture generatrici della miseria. Invece, le vittime spoliate dei loro veri beni non vengono mai aiutate quando cercano di smarcarsi dal sistema produttivo globalizzato per trovare alternative conformi alle proprie aspirazioni» (8).

Tuttavia, l'alternativa allo sviluppo, nel Sud come nel Nord, non potrebbe essere un impossibile ritorno indietro, né l'imposizione di un modello uniforme di «a-crescita». Per gli esclusi, per i naufraghi dello sviluppo, non può essere altro che una sorta di sintesi tra la tradizione perduta e la modernità inaccessibile. Formula paradossale che riassume bene la doppia sfida. Possiamo scommettere su tutta la ricchezza dell'inventività sociale per coglierla, una volta che la creatività e l'ingegnosità saranno liberate dalla gabbia economicista e sviluppista. Il dopo-sviluppo, d'altronde, è necessariamente plurale.

Si tratta della ricerca di modi di realizzazione collettiva nei quali non sarà privilegiato un benessere distruttore di ambiente e legami sociali.

L'obiettivo di vivere una buona vita può venire declinato in molteplici modi, a seconda dei contesti. In altri termini, si tratta di ricostruire/ritrovare delle nuove culture. Se siamo per forza obbligati a dargli un nome, possiamo chiamare questo obiettivo umran (realizzazione) come lo fa Ibn Kaldûn (9), swadeshi-sarvodaya (miglioramento delle condizioni sociali di tutti) come lo fa Gandhi, bamtaare (stare bene assieme) come fanno i Toucouleurs, o fudnaa/gabbina (fascino di una persona ben nutrita e senza preoccupazioni) come presso i Borana dell'Etiopia (10). L'importante è segnare il punto di rottura con l'impresa di distruzione che si perpetua sotto l'egida dello sviluppo o della mondializzazione. Queste creazioni originali, di cui è possibile trovare qui e là degli avvii di realizzazione, aprono la speranza per un dopo-sviluppo.

Senza alcun dubbio, per mettere in opera queste politiche di «decrescita», c'è bisogno come preliminare, al Sud come al Nord, di una vera e propria cura di disintossicazione collettiva. La crescita, in effetti, è stata ad un tempo un virus perverso e una droga. Majid Rahnema afferma giustamente: «per infiltrarsi negli spazi locali, il primo Homo oeconomicus aveva adottato due metodi che non possono che ricordare l'uno l'azione del retrovirus Hiv e l'altra i mezzi impiegati dai trafficanti di droga» (11). Si tratta della distruzione delle difese immunitarie e di creazione di nuovi bisogni. Spezzare le catene della droga sarà molto difficile, anche perché è nell'interesse dei trafficanti (cioè la nebulosa delle società multinazionali) di mantenerci in stato di schiavitù. Tuttavia, abbiamo buone speranze di essere sollecitati dallo choc salutare della necessità.

Autore: Serge Latouche

 

note:


(1) Cfr. «Sviluppo, una parola da cancellare», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 2001. Vedi anche La Décroissance. Le journal de la joie de vivre, Casseurs de pub, 11, place Croix-Pâquet, 69001 Lione.

(2) Cfr. «Brouillions pour l'avenir: contributions au débat sur les alternatives», Les Nouveaux cahiers de l'Iued, n.14, Puf, Parigi-Ginevra, 2003.

(3) Questo gruppo ha pubblicato The Development Dictionary, Zed Books, Londra, 1992. Una traduzione francese è in via di pubblicazione presso Parangon, con il titolo Dictionnaire des mots toxiques.

(4) Senza contare che questi «traslochi» planetari contribuiscono a sregolare ancora di più il clima, che le culture speculative da latifondisti privano i poveri del Brasile di fagioli e che, per di più, si rischiano catastrofi biogenetiche del tipo della mucca pazza...

(5) Jean-Marie Harribey, «Développement durable: le grand écart», L'Humanité, 15 giugno 2004.

(6) Citato da Alain Gras, Fragilité de la puissance, Fayard, Parigi, 2003, p.249.

(7) L'uscita del primo volume delle sue opere complete (Fayard, Parigi, 2004) è l'occasione per rileggere Némésis médicale, che resta assolutamente attuale.

(8) Majid Rahnema, Quand la misère chasse la pauvreté, Fayard/Actes Sud, Parigi-Arles, 2003, p.268.

(9) Storico e filosofo arabo (Tunisi 1332-Il Cairo 1406).

(10) Gudrun Dahl e Gemtchu Megerssa, «The Spital of the Ram's Horn : Boran concepts of development», in Majid Rahnema e Victoria Bawtree, The Post-Development Reader, Zed Books, Londra, 1997, p.52 e seguenti.

(11) Majid Rahnema, ibid., p.214.

S. Latouche 134
8 Lo sviluppo in questione
Creato: 28 Lug 2009

Sommario: Lo sviluppo sostenibile permette di conciliare tutto e il suo contrario. Ha permesso alle istituzioni di recuperare la critica ecologista e di sviarla. Ha favorito la creazione di una casta di "sviluppisti" in politica, nelle istituzioni, dedita a salvaguardare i suoi interessi. La decrescita si oppone a questo equivoco. Esiste per ricordare che dobbiamo smettere di deresponsabilizzarci sulla tecnoscienza. Che la problematica umana ed ecologica è soprattutto filosofica e politica. E quindi che le risposte saranno filosofiche e politiche. Ciò di cui abbiamo bisogno prioritariamente non è più scienza e tecnica, ma più condivisione e sobrietà.

Come criticare lo sviluppo?

Per rispondere a questa domanda mi piacerebbe parlarvi da uomo di comunicazione. Sono stato, lo confesso, per dieci anni direttore artistico nel primo gruppo europeo di comunicazione. Vi tranquillizzo, sono oggi un pubblicitario pentito.
Ma mi rimane di quell'epoca qualche regola di comunicazione. Una delle più elementari è questa: c'è quello che dite e il modo in cui questo viene recepito. Che può essere molto diverso, persino opposto. Il vostro proposito può essere compreso nel significato opposto rispetto a quello che voi pensate di dargli. Per esempio, immaginiamo per caso, che io usi il termine "sviluppo". Il dizionario lo definisce così: rendere più grande, più forte, dare ampiezza. Può sembrare esclusivamente positivo.

Ma se dico la parola "sviluppo" alla nostra società attuale, come la percepirà? Quello che prevale nel nostro mondo è l'economicismo. Cioè viviamo in un mondo immerso nell'inversione di valori, dove l'economia è non più considerata come un mezzo ma come un fine. Tutti i termini che si avvicinano più o meno all'economia saranno quindi recepiti prima di tutto nella loro dimensione economica. Se vi dico crescita, penserete "crescita economica". Se vi dico liberalismo, voi non penserete al liberalismo filosofico dei Lumi, il liberalismo che ha dato origine alla rivoluzione, penserete al liberalismo economico.

Allo stesso modo, il termine sviluppo sarà interpretato dalla nostra
società in modo del tutto naturale come "sviluppo economico".

La nostra società descrive come sviluppate le società di consumo. Gli altri abitanti del mondo sono "in via di sviluppo" o "sottosviluppati". Così, la civiltà dell'automobile, della televisione e del telefono portatile è considerata come l'esito logico e ineluttabile di ogni società umana. Ancora una volta, con parole diverse, l'uomo bianco rivela il proprio etnocentrismo. Lo sviluppo realmente esistente non è infatti altro se non l'occidentalizzazione del mondo.

E lo sviluppo sostenibile? Sarà logicamente compreso come "sviluppo economico iscritto nella durata", ricoperto di uno strato di pittura verde passato dai pubblicitari per illuderci meglio e propinarcelo per ecologico. Vi cito la defnizione dello "sviluppo sostenibile" data nel 2001 da Michel de Fabiani, presidente di British Petroleum Francia: "Lo sviluppo sostenibile è prima di tutto produrre più energia, più petrolio, più gas, forse più carbone ed enegia nucleare, e certamente più energie rinnovabili. Allo stesso tempo, bisogna assicurarsi che ciò non avvenga a scapito dell'ambiente."

Cioè: inquinare di più salvaguardando l'ambiente. Come precisa un grande ecologista locale, assessore al comune di Lione: "Lo sviluppo sostenibile, significa conciliare la crescita e la protezione dell'ambiente."

E' stato dimostrato e ridimostrato che più crescita economica significa necessariamente più inquinamento. La crescita verde, la crescita pulita, la crescita sostenibile, come lo sviluppo sostenibile, sono ossimori, cioè giustapposizioni di due parole in contraddizione. Louis Schweitzer, il dirigente di Renault dichiarava al mensile "Enjeux Les Echos", nel numero di dicembre 2004, "lo sviluppo sostenibile non è né un'utopia, né una forma di contestazione, ma la condizione di sopravvivenza dell'economia di mercato." E quando Louis Schweitzer parla di "economia di mercato", non parla di "economia dei mercati", un'economia a dimensione umana e rispettosa dell'ambiente, fondata su piccole entità economiche, parla del capitalismo.

Due anni fa, il senatore Marcel Deneux - che non è un rappresentante della sinistra, ma un signore di destra - concludeva così il suo rapporto di valutazione dell'ampiezza dei cambiamenti climatici: "Di primo acchito, il concetto di "sviluppo sostenibile" può raccogliere più o meno tutti i suffragi, a condizione spesso di non essere investito di contenuti troppo espliciti. Alcuni di questa espressione recepiscono soprattutto il primo termine "sviluppo", comprendendo che lo sviluppo come concepito fino ad ora deve essere perseguito e amplificato; e, inoltre, in modo durevole. Altri percepiscono nell'aggettivo "sostenibile" la critica degli eccessi dello sviluppo attuale, cioè l'esaurimento delle risorse naturali, l'inquinamento, le
emissioni incontrollate di gas a effetto serra...

L'ambiguità dell'espressione "sviluppo sostenibile" garantisce il suo
successo, anche, o addirittura soprattutto, nei negoziati internazionali, nei quali, dal momento che lo sviluppo viene proclamato sostenibile, quindi implicitamente senza effetti negativi, è consacrato come il modello assoluto da generalizzare su tutto il pianeta."

Per gli studenti qui presenti del "Master Etico sullo sviluppo sostenibile", citerò anche la rivista Capital. Un articolo nel numero
del mese di luglio 2004 era dedicato alle "professionalità del futuro
e come prepararvisi". Uno di questi mestieri è quello di Responsabile dello sviluppo sostenibile. Cito: "Idealisti, astenetevi! Il responsabile dello sviluppo sostenibile non è qui per salvare il pianeta, ma per fare in modo che l'impresa rispetti le nuove norme di qualità dell'ambiente. E per evitare i conflitti sociali o le polemiche con i consumatori."

Parlare di sviluppo, inteso come crescita economica, per i paesi
occidentali, è un non senso. I paesi ricchi consumano l'80 % delle
risorse naturali del pianeta pur rappresentando solo il 20 % della
popolazione mondiale.

Il nostro livello di sviluppo economico presuppone il saccheggio sistematico del resto della Terra e l'asservimento economico di
popolazioni intere. Il livello attuale di "sovrasviluppo" dei paesi ricchi è già insopportabile per la biosfera. Non è quindi realizzabile per l'altro 80% degli abitanti del pianeta. D'altra parte, chi potrebbero saccheggiare loro per diventre sviluppati a loro volta?

Cito Serge Latouche, professore emerito di economia a Orsay:

"E' perché lo "sviluppo sostenibile", questa contraddizione in termini, è allo stesso tempo terrificante e disperato! Almeno con lo sviluppo non sotenibile si poteva conservare la speranza che questo processo mortifero avrebbe avuto fine, vittima delle sue contraddizioni, dei suoi fallimenti, del suo carattere insopportabile e del fatto che esaurisse le risorse naturali... Si poteva così riflettere e lavorare a un doposviluppo, rabberciare una post-modernità accettabile. In particolare, reintrodurre il sociale, il politico nel rapporto di scambio economico, ritrovare l'obiettivo del bene comune e della buona vita nel commercio sociale. Lo sviluppo sostenibile, ci priva di ogni prospettiva di uscita, ci promette lo sviluppo per l'eternità!"

Questa critica non è nuova. Nel 1993, Serge Latouche intitolava già uno dei suoi articoli così: "La truffa dello sviluppo sostenibile."

Due anni prima, Nicholas Georgescu-Roegen, il padre della Bioeconomia, già ci metteva in guardia: "Non c'è il minimo dubbio che lo sviluppo sostenibile sia uno dei concetti più perniciosi".

Allora ci si risponde: "Si, ma lo sviluppo di cui parliamo non è lo
sviluppo economico o l'occidentalizzazione del mondo, è uno sviluppo umano o sociale, uno sviluppo sostenibile, come è stato definito". Il problema è che se voi decidete di chiamare i martelli "tenaglie" e se chiedete ai vostri contemporanei di passarvi una tenaglia chiamandola martello, questo non può funzionare. Voi non potete astrarvi dal mondo nel quale vivete e dal senso che dà alle parole. Così, usando il termine "sviluppo sostenibile", non fate che alimentare la megamacchina che distrugge l'umanità e la natura.

Il sistema possiede una capacità straoridnaria di recuperare tutto e si nutre soprattutto delle cattive contestazioni.

Né lo sviluppo, né la crescita, nella loro dimensione economica, quella comunemente intesa, possono essere sostenibili, perché sono la causa del carattere insostenibile della nostra civiltà. "Non si risolve un problema con i modi di pensiero autogenerati" diceva Einstein e non potremo andare verso un mondo più ecologico proponendo come rimedio ciò che è all'origine della nostra malattia.

Allora perché un tale successo per questo concetto? Prima gli ecologisti erano allontanati dal potere. Era un discorso troppo pericoloso per le istituzioni. Lo sviluppo sostenibile permette di conciliare tutto e il suo contrario. Ha permesso alle istituzioni di recuperare la critica ecologista e di sviarla. Ha favorito la creazione di una casta di "sviluppisti" in politica, nelle istituzioni, dedita a salvaguardare i suoi interessi. La decrescita si oppone a questo equivoco. Esiste per ricordare che dobbiamo smettere di deresponsabilizzarci sulla tecnoscienza. Che la problematica umana ed ecologica è soprattutto filosofica e politica. E quindi che le risposte saranno filosofiche e politiche. Ciò di cui abbiamo bisogno prioritariamente non è più scienza e tecnica, ma più condivisione e sobrietà.

Autore: Vincent Cheynet  - collaboratore della rivista francese "La Decroyance"

V. Cheynet 143
9 Manifesto - Serge Latouche
Creato: 28 Lug 2009

La corrente di pensiero che si riferisce alla decrescita ha conservato fino a oggi un carattere quasi confidenziale. Nel corso di una storia già lunga ha prodotto, ciò nonostante, una letteratura non disprezzabile che si trova rappresentata in numerosi campi di ricerca e d'azione nel mondo.1 Nata negli anni sessanta, il decennio dello sviluppo, da una riflessione critica sui presupposti dell'economia e sul fallimento delle politiche di sviluppo, questa corrente riunisce ricercatori, attori sociali del Nord come del Sud portatori di analisi e di esperienze innovatrici sul piano economico, sociale e culturale. Nel corso degli anni si sono intrecciati dei legami spesso informali tra le sue diverse componenti e le esperienze e le riflessioni si sono mutuamente alimentate. Il movimento per la decrescita s'inscrive dunque nel più amppio movimento dell'International Network for Cultural Alternatives to Development (INCAD) e si riconosce pienamente nella dichiarazione del 4 maggio 1992. Intende proseguire e ampliare il lavoro così cominciato. Il movimento mette al centro della sua analisi la critica radicale della nozione di sviluppo che, nonostante le evoluzioni formali conosciute, resta il punto di rottura decisivo in seno al movimento di critica al capitalismo e della globalizzazione. Ci sono da un lato quelli che, come noi, vogliono uscire dallo sviluppo e dall'economicismo e, dall'altro, quelli che militano per un problematico "altro" sviluppo (o una non meno problematica "altra" globalizzazione). A partire da questa critica, la corrente procede a una vera e propria "decostruzione" del pensiero economico. Sono pertanto rimesse in discussione le nozioni di crescita, povertà, bisogno, aiuto ecc. Le associazioni e i membri della presente rete si riconoscono in tale impresa. Dopo il fallimento del socialismo reale e il vergognoso scivolamento della socialdemocrazia verso il social-liberalismo, noi pensiamo che solo queste analisi possano contribuire a un rinnovamento del pensiero e alla costruzione di una società veramente alternativa alla società di mercato. Rimettere radicalmente in questione il concetto di sviluppo è fare della sovversione cognitiva, e questa è la condizione preliminare del sovvertimento politico, sociale e culturale. Il momento ci sembra favorevole per uscire dalla semiclandestinità dove siamo stati relegati finora e il grande successo del colloquio di La ligne d'horizon2, "Défaire le développement, refaire le monde", che si è tenuto presso l'UNESCO dal 28 febbraio al 3 marzo 2002, rafforza le nostre convinzioni e le nostre speranze.

Rompere l'immaginario dello sviluppo e decolonizzare le menti

Di fronte alla globalizzazione, che non è altro che il trionfo planetario del mercato, bisogna concepire e volere una società nella quale i valori economici non siano più centrali (o unici). L'economia dev'essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo. Bisogna rinunciare a questa folle corsa verso un consumo sempre maggiore. Ciò non è solo necessario per evitare la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra ma anche e soprattutto per fare uscire l'umanità dalla miseria psichica e morale. Si tratta di una vera decolonizzazione del nostro immaginario e di una diseconomicizzazione delle menti indispensabili per cambiare davvero il mondo prima che il cambiamento del mondo ce lo imponga nel dolore. Bisogna cominciare con il vedere le cose in altro modo perché possano diventare altre, perché sia possibile concepire soluzioni veramente originali e innovatrici. Si tratta di mettere al centro della vita umana altri significati e altre ragioni d'essere che l'espansione della produzione e del consumo. La parola d'ordine della rete è dunque "resistenza e dissidenza". Resistenza e dissidenza con la testa ma anche con i piedi. Resistenza e dissidenza come atteggiamento mentale di rifiuto, come igiene di vita. Resistenza e dissidenza come atteggiamento concreto mediante tutte le forme di autorganizzazione alternativa. Ciò significa anche il rifiuto della complicità e della collaborazione con quella impresa dissennata e distruttiva che costituisce l'ideologia dello sviluppo.

Illusioni e rovine dello sviluppo

La attuale globalizzazione ci mostra quel che lo sviluppo è stato e che non abbiamo mai voluto vedere. Essa è lo stadio supremo dello sviluppo realmente esistente e nello stesso tempo la negazione della sua concezione mitica. Se lo sviluppo, effettivamente, non è stato altro che il seguito della colonizzazione con altri mezzi, la nuova mondializzazione, a sua volta, non è altro che il seguito dello sviluppo con altri mezzi. Conviene dunque distinguere lo sviluppo come mito dallo sviluppo come realtà storica. Si può definire lo sviluppo realmente esistente come una impresa che mira a trasformare in merci le relazioni degli uomini tra loro e con la natura. Si tratta di sfruttare, di valorizzare, di trarre profitto dalle risorse naturali e umane. Progetto aggressivo verso la natura e verso i popoli, è -come la colonizzazione che la precede e la mondializzazione che la segue- un'opera al tempo stesso economica e militare di dominazione e di conquista. È lo sviluppo realmente esistente, quello che domina il pianeta da tre secoli, che causa i problemi sociali e ambientali attuali: esclusione, sovrappopolazione, povertà, inquinamenti diversi ecc. Quanto al concetto mitico di sviluppo, è nascosto in un dilemma: da una parte, esso designa tutto e il suo contrario, in particolare l'insieme delle esperienze storiche e culturali dell'umanità, dalla Cina degli Han all'impero degli Inca. In questo caso non designa nulla in particolare, non ha alcun significato utile per promuovere una politica, ed è meglio sbarazzarsene. Dall'altra parte, esso ha un contenuto proprio, il quale designa allora necessariamente ciò che possiede in comune con l'avventura occidentale del decollo dell'economia così come si è organizzata dalla rivoluzione industriale in Inghilterra negli anni 1750-1800. In questo caso, quale che sia l'aggettivo che gli si affianca, il contenuto implicito o esplicito dello sviluppo è la crescita economica, l'accumulazione del capitale con tutti gli effetti positivi e negativi che si conoscono. Ora, questo nucleo centrale che tutti gli sviluppi hanno in comune con tale esperienza, è legato a rapporti sociali ben particolari che sono quelli del modo di produzione capitalistico. Gli antagonisti di "classe" sono ampiamente occultati dalla pregnanza di "valori" comuni ampiamente condivisi: il progresso, l'universalismo, il dominio della natura, la razionalità quantificante. Questi valori sui quali si basa lo sviluppo, e in particolare il progresso, non corrispondono affatto ad aspirazioni universali profonde. Sono legati alla storia dell'Occidente e trovano scarsa eco nelle altre società. Al di fuori dei miti che la fondano, l'idea di sviluppo è totalmente sprovvista di senso e le pratiche che le sono legate sono rigorosamente impossibili perché impensabili e proibite. Oggi questi valori occidentali sono precisamente quelli che bisogna rimettere in discussione per trovare una soluzione ai problemi del mondo contemporaneo ed evitare le catastrofi verso le quali l'economia mondiale ci trascina. Il doposviluppo è al contempo postcapitalismo e postmodernità.

I nuovi aspetti dello sviluppo

Per tentare di scongiurare magicamente gli effetti negativi dello sviluppo, siamo entrati nell'era dello sviluppo aggettivato. Si è assistito alla nascita di nuovi sviluppi autocentranti, endogeni, partecipativi, comunitari, integrati, autentici, autonomi e popolari, equi…senza parlare dello sviluppo locale, del microsviluppo, dell'endosviluppo, dell'etnosviluppo! Affiancando un aggettivo al concetto di sviluppo, non si tratta veramente di rimettere in discussione l'accumulazione capitalistica; tutt'al più si pensa di aggiungere un risvolto sociale o una componente ecologica alla crescita economica come un tempo si è potuto aggiungerle una dimensione culturale. Questo lavoro di ridefinizione dello sviluppo riguarda, in effetti, sempre più o meno la cultura, la natura e la giustizia sociale. In tutto ciò si tratta di guarire un male che colpirebbe lo sviluppo in modo accidentale e non congenito. Per l'occasione è stato addirittura creato uno spauracchio, il malsviluppo. Questo mostro è solo una chimera, poiché il male non può colpire lo sviluppo per la buona ragione che lo sviluppo immaginario è per definizione l'incarnazione stessa del bene. Il buon sviluppo è un pleonasmo perché lo sviluppo significa buona crescita, perché anche la crescita è un bene contro il quale nessuna forza del male può prevalere. È l'eccesso stesso delle prove del suo carattere benefico che meglio rivela la frode dello sviluppo. Lo sviluppo sociale, lo sviluppo umano, lo sviluppo locale e lo sviluppo durevole non sono altro che gli ultimi nati di una lunga serie di innovazioni concettuali tendenti a far entrare una parte di sogno nella dura realtà della crescita economica. Se lo sviluppo sopravvive ancora lo deve soprattutto ai suoi critici! Inaugurando l'era dello sviluppo aggettivato (umano, sociale ecc.), gli umanisti canalizzano le aspirazioni delle vittime dello sviluppo del Nord e del Sud strumentalizzandoli. Lo sviluppo durevole è il più bel successo di quest'arte di ringiovanimento di vecchie cose. Esso illustra perfettamente il procedimento di eufemizzazione mediante aggettivo. Lo sviluppo durevole, sostenibile o sopportabile (sustainable), portato alla ribalta alla Conferenza di Rio del giugno 1992, è un tale "fai da te" concettuale, che cambia le parole invece di cambiare le cose, una mostruosità verbale con la sua antinomia mistificatrice. Ma nello stesso tempo, con il suo successo universale, attesta la dominazione della ideologia dello sviluppo. Ormai la questione dello sviluppo non riguarda soltanto i paesi del Sud, ma anche quelli del Nord. Se la retorica pura dello sviluppo con la pratica legata dell'espertocrazia volontarista non ha più successo, il complesso delle credenze escatologiche in una prosperità materiale possibile per tutti e rispettosa dell'ambiente resta intatto. L'ideologia dello sviluppo manifesta la logica economica in tutto il suo rigore. Non c'è posto in questo paradigma per il rispetto della natura reclamato dagli ecologisti né per il rispetto dell'uomo reclamato dagli umanisti. Lo sviluppo realmente esistente appare allora nella sua verità. E lo sviluppo alternativo come un miraggio.

Oltre lo sviluppo

Parlare di doposviluppo non è soltanto lasciar correre l'immaginazione su ciò che potrebbe accadere in caso di implosione del sistema, fare della fantapolitica o esaminare un problema accademico. È parlare della situazione di coloro che attualmente al Nord come al Sud sono esclusi o sono in procinto di diventarlo, di tutti coloro, dunque, per i quali il progresso è un'ingiuria e una ingiustizia, e che sono indubbiamente i più numerosi sulla faccia della Terra. Il doposviluppo si delinea già tra noi e si annuncia nella diversità. Il doposviluppo, in effetti, è necessariamente plurale. Si tratta della ricerca di modalità di espansione collettiva nelle quali non sarebbe privilegiato un benessere materiale distruttore dell'ambiente e del legame sociale. L'obiettivo della buona vita si declina in molti modi a seconda dei contesti. In altre parole, si tratta di ricostruire nuove culture. Questo obiettivo può essere chiamato l'humran (crescita/rigoglio) come in Ibn Khald?n, swadeshi-sarvo-daya (miglioramento delle condizioni sociali di tutti) come in Gandhi, o bamtaare (stare bene assieme) come dicono i toucouleurs, o in altro modo. L'importante è esprimere la rottura con l'impresa di distruzione che si perpetua sotto il nome di sviluppo oppure, oggi, di mondializzazione. Per gli esclusi, per i naufraghi dello sviluppo, può trattarsi soltanto di una sorta di sintesi tra la tradizione perduta e la modernità inaccessibile. Queste creazioni originali di cui si possono trovare qua e là degli inizi di realizzazione aprono la speranza di un doposviluppo. Bisogna al tempo stesso pensare e agire globalmente e localmente. È solo nella mutua fecondazione dei due approcci che si può tentare di sormontare l'ostacolo della mancanza di prospettive immediate. Il doposviluppo e la costruzione di una società alternativa non si declinano necessariamente nello stesso modo al Nord e al Sud. Proporre la decrescita conviviale come uno degli obiettivi globali urgenti e identificabili attualmente e mettere in opera alternative concrete localmente sono prospettive complementari.

Decrescere e abbellire

La decrescita dovrebbe essere organizzata non soltanto per preservare l'ambiente ma anche per ripristinare il minimo di giustizia sociale senza la quale il pianeta è condannato all'esplosione. Sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sembrano dunque strettamente legate. I limiti del patrimonio naturale non pongono soltanto un problema di equità intergenerazionale nel condividere le disponibilità, ma anche un problema di giusta ripartizione tra gli esseri attualmente viventi dell'umanità. La decrescita non significa un immobilismo conservatore. La saggezza tradizionale considerava che la felicità si realizzasse nel soddisfare un numero ragionevolmente limitato di bisogni. L'evoluzione e la crescita lenta delle società antiche si integravano in una riproduzione allargata ben temperata, sempre adattata ai vincoli naturali. Organizzare la decrescita significa, in altre parole, rinunciare all'immaginario economico, vale a dire alla credenza che di più è uguale a meglio. Il bene e la felicità possono realizzarsi con costi minori. Riscoprire la vera ricchezza nel fiorire di rapporti sociali conviviali in un mondo sano può ottenersi con serenità nella frugalità, nella sobrietà e addirittura con una certa austerità nel consumo materiale. La parola d'ordine della decrescita ha soprattutto come fine il segnare con fermezza l'abbandono dell'obiettivo insensato della crescita per la crescita, obiettivo il cui movente non è altro che la ricerca sfrenata del profitto per i detentori del capitale. Evidentemente, non si prefigge un rovesciamento caricaturale che consisterebbe nel raccomandare la decrescita per la decrescita. In particolare, la decrescita non è la crescita negativa. Si sa che il semplice rallentamento della crescita sprofonda le nostre società nel disordine con riferimento alla disoccupazione e all'abbandono dei programmi sociali, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Si può immaginare quale catastrofe sarebbe un tasso di crescita negativa! Allo stesso modo non c'è cosa peggiore di una società lavoristica senza lavoro e, peggio ancora, di una società della crescita senza crescita. La decrescita è dunque auspicabile soltanto in una "società di decrescita". Ciò presuppone tutt'altra organizzazione in cui il tempo libero è valorizzato al posto del lavoro, dove le relazioni sociali prevalgono sulla produzione e sul consumo dei prodotti inutili o nocivi. La riduzione drastica del tempo dedicato al lavoro, imposta per assicurare a tutti un impiego soddisfacente, è una condizione preliminare. Ispirandosi alla carta su "consumi e stili di vita" proposta al Forum delle ONG di Rio, è possibile sintetizzare il tutto in un programma di sei "R": rivalutare, ristrutturare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Questi sono i sei obiettivi interdipendenti un circolo virtuoso di decrescita conviviale e sostenibile. Rivalutare significa rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, nonché cambiare i valori che devono essere cambiati. Ristrutturare significa adattare la produzione e i rapporti sociali in funzione del cambiamento dei valori. Per ridistribuire s'intende la ridistribuzione delle ricchezze e dell'accesso al patrimonio naturale. Ridurre vuol dire diminuire l'impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e di consumare. Per fare ciò bisogna riutilizzare gli oggetti e i beni d'uso invece di gettarli e sicuramente riciclare i rifiuti non compressibili che produciamo. Tutto ciò non è necessariamente antiprogressista e antiscientifico. Si potrebbe, nello stesso tempo, parlare di un'altra crescita in vista del bene comune, se il termine non fosse troppo alternativo. Noi non rinneghiamo la nostra appartenenza all'Occidente, di cui condividiamo il sogno progressista, sogno che ci ossessiona. Tuttavia, aspiriamo a un miglioramento della qualità della vita e non a una crescita illimitata del PIL. Reclamiamo la bellezza delle città e dei paesaggi, la purezza delle falde freatiche e l'accesso all'acqua potabile, la trasparenza dei fiumi e la salute degli oceani. Esigiamo un miglioramento dell'aria che respiriamo, del sapore degli alimenti che mangiamo. C'è ancora molta strada da fare per lottare contro l'invasione del rumore, per ampliare gli spazi verdi, per preservare la fauna e la flora selvatiche, per salvare il patrimonio naturale e culturale dell'umanità, senza parlare dei progressi da fare nella democrazia. La realizzazione di questo programma è parte integrante dell'ideologia del progresso e presuppone il ricorso a tecniche sofisticate alcune delle quali sono ancora da inventare. Sarebbe ingiusto tacciarci come tecnofobi e antiprogressisti con il solo pretesto che reclamiamo un "diritto di inventario" sul progresso e sulla tecnica. Questa rivendicazione è un minimo per l'esercizio della cittadinanza. Semplicemente, per i paesi del Sud, colpiti in pieno dalle conseguenze negative della crescita del Nord, non si tratta tanto di decrescere (o di crescere, d'altra parte), quanto di riannodare il filo della loro storia rotto dalla colonizzazione, dall'imperialismo e dal neoimperialismo militare, politico, economico e culturale. La riappropriazione delle loro identità è preliminare per dare ai loro problemi le soluzioni appropriate. Può essere sensato ridurre la produzione di certe colture destinate all'esportazione (caffè, cacao, arachidi, cotone ecc., ma anche fiori recisi, gamberi di allevamento, frutta e verdure come primizie ecc.), come può risultare necessario aumentare la produzione delle colture per uso alimentare. Si può pensare inoltre a rinunciare all'agricoltura produttivista come al Nord per ricostituire i suoli e le qualità nutrizionali, ma anche, senza dubbio, fare delle riforme agrarie, riabilitare l'artigianato che si è rifugiato nell'informale ecc. Spetta ai nostri amici del Sud precisare quale senso può assumere per loro la costruzione del doposviluppo. In nessun caso, la rimessa in discussione dello sviluppo può ne deve apparire come una impresa paternalista e universalista che la assimilerebbe a una nuova forma di colonizzazione (ecologista, umanitaria…) Il rischio è tanto più forte in quanto gli ex colonizzati hanno interiorizzato i valori del colonizzatore. L'immaginario economico, e in particolare l'immaginario dello sviluppo, è senza dubbio ancora più pregnante al Sud che al Nord. Le vittime dello sviluppo hanno la tendenza a non vedere altro rimedio alle loro disgrazie che un aggravarsi del male. Penano che l'economia sia il solo mezzo per risolvere la povertà quando è proprio lei che la genera. Lo sviluppo e l'economia sono il problema e non la soluzione; continuare a pretendere e volere il contrario fa parte del problema. Una decrescita accettata e ben meditata non impone alcuna limitazione nel dispendio di sentimenti e nella produzione di una vita festosa o addirittura dionisiaca.

Sopravvivere localmente

Si tratta di essere attenti al reperimento delle innovazioni alternative: imprese cooperative in autogestione, comunità neorurali, LETS e SEL3, autorganizzazione degli esclusi del Sud. Queste esperienze che noi intendiamo sostenere o promuovere ci interessano non tanto per se stesse, quanto come forme di resistenza e di dissidenza al processo di aumento della mercificazione totale del mondo. Senza cercare di proporre un modello unico, noi ci sforziamo di realizzare in teoria e in pratica una coerenza globale dell'insieme di queste iniziative. Il pericolo della maggior parte delle iniziative alternative è, in effetti, di chiudersi nella nicchia che hanno trovato all'inizio invece di lavorare alla costruzione e al rafforzamento di un insieme più vasto. L'impresa alternativa vive o sopravvive in un ambiente che è e dev'essere diverso dal mercato mondializzato. È questo ambiente dissidente che bisogna definire, proteggere, conservare, rinforzare sviluppare attraverso la resistenza. Piuttosto che battersi disperatamente per conservare la propria nicchia nell'ambito del mercato mondiale, bisogna militare per allargare e approfondire una vera società autonoma ai margini dell'economia dominante. Il mercato mondializzato con la sua concorrenza accanita e spesso sleale non è l'universo dove di muove e deve muoversi l'organizzazione alternativa. Essa deve cercare una vera democrazia associativa per sfociare in una società autonoma. Una catena di complicità deve legare tutte le parti. Come nell'informale africano, nutrire la rete dei "collegati" è la base del successo. L'allargamento e l'approfondimento del tessuto di base è il segreto del successo e deve essere il primo pensiero delle sue iniziative. È questa coerenza che rappresenta una vera alternativa al sistema. Al Nord, si pensa prima ai progetti volontari e volontaristici di costruzione di mondi differenti. Alcuni individui, rifiutando in tutto o in parte il mondo in cui vivono, tentano di mettere in atto qualcos'altro, di vivere altrimenti: di lavorare o di produrre altrimenti in seno a imprese diverse, di riappropriarsi della moneta anche per servirsene per un uso diverso, secondo una logica altra rispetto a quella dell'accumulazione illimitata e dell'esclusione massiccia dei perdenti. Al Sud, dove l'economia mondiale, con l'aiuto delle istituzioni di Bretton Woods, ha cacciato dalle campagne milioni e milioni di persone, ha distrutto il loro modo di vita ancestrale, soppresso i loro mezzi di sussistenza, per gettarli e stiparli nelle bidonvilles e nelle periferie Terzo mondo, l'alternativa è spesso una condizione di sopravvivenza. I "naufraghi dello sviluppo", abbandonati a loro stessi, condannati nella logica dominante a scomparire, non hanno scelta per restare a galla che organizzarsi secondo un'altra logica. Devono inventare, e almeno alcuni inventano effettivamente, un altro sistema, un'altra vita. Questa seconda forma dell'altra società non è totalmente separata dalla prima, e ciò per due ragioni. Innanzitutto, perché l'autorganizzazione spontanea degli esclusi del Sud non è mai totalmente spontanea. Ci sono aspirazioni, progetti, modelli, o anche utopie che informano più o meno questi "fai da te" della sopravvivenza informale. Poi, perché, simmetricamente, gli "alternativi" del Nord non sempre hanno possibilità di scegliere. Anch'essi sono spesso degli esclusi, degli abbandonati, dei disoccupati o candidati potenziali alla disoccupazione, o semplicemente degli esclusi per disgusto… Ci sono dunque possibilità di contatto tra le due forme che possono e devono fecondarsi reciprocamente. Questa coerenza d'insieme realizza un certo modo, certi aspetti che François Partant attribuiva alla sua proposta centrale:

dare a dei disoccupati, a dei contadini rovinati e a tutti coloro che lo desiderano la possibilità di vivere del loro lavoro, producendo, al di fuori dell'economia di mercato e nelle condizioni da loro stessi determinate, ciò di cui ritengono di aver bisogno. 

Rafforzare la costruzione di tali altri mondi possibili passa per la presa di coscienza del significato storico di queste iniziative. Numerose sono già state le riconquiste da parte delle forze dello sviluppo delle imprese alternative isolate, e sarebbe pericoloso sottovalutare le capacità di recupero del sistema. Per contrastare la manipolazione e il lavaggio del cervello permanente a cui siamo sottoposti, la costruzione di una vasta rete sembra essenziale per condurre la battaglia del buon senso.

 

Autore: Serge Latouche

S. Latouche 172
10 Manifesto per una economia umana
Creato: 28 Lug 2009
Manifesto redatto da Nicholas Georgescu-Roegen, Kenneth Boulding e Herman Daly a Nyach (Stato di New York) nel 1973. Ma sembra scritto oggi…. E’ una breve descrizione dell’innovativa idea di economia degli autori; i destinatari sono soprattutto gli economisti (e il loro ruolo).
N.Georgescu Roegen, K.Boulding e H.Daly 153
11 Per una decrescita sostenibile, pacifica e conviviale: un approccio sistemico
Creato: 28 Lug 2009

Georgescu-Roegen, padre fondatore della bioeconomia, è stato il primo a presentare la decrescita come una conseguenza invitabile dei limiti imposti dalle leggi di natura. Se vogliamo comprendere per quali ragioni il modo tradizionale di fare economia, teorizzato dagli economisti neoclassici e diffuso dagli apologeti della globalizzazione e del pensiero unico, non è sostenibile, dobbiamo partire dalla teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen. (1) La critica di Georgescu-Roegen ruota attorno a due punti fondamentali, che richiamerò brevemente.

1) Teoria della produzione e prima legge della termodinamica

La teoria tradizionale della crescita economica è basata su una funzione aggregata di produzione neoclassica del tipo:
Q = A f (K, L, R)
Ciò significa essenzialmente che la produzione (Q) cresce al crescere della quantità di lavoro (L), dello stock di capitale (K) e del progresso tecnologico (A).
Soprattutto essa assume che sia possibile produrre un qualsiasi quantità di prodotto, (Q0) riducendo a piacimento le risorse naturali (R), purché venga aumentato sufficientemente lo stock di capitale. (2)

In altre parole, la teoria neoclassica assume completa sostituibilità fra risorse naturali e capitale fabbricato dall'uomo. Una assunzione che non a caso, è anche alla base della definizione neoclassica di sviluppo sostenibile. Ciò significa che - come ha affermato il premio Nobel per l’economia Robert Solow - "non c'è in linea di principio alcun problema, il mondo può, in effetti, andare avanti senza risorse naturali". (3) E' possibile dimostrare, tuttavia, che tale assunzione viola le leggi della termodinamica. Se, come affermano i neoclassici, la funzione di produzione altro non è che una ricetta, Solow e Stiglitz implicitamente affermano che sarà possibile, riducendo la quantità di farina, cuocersi una pizza più grande semplicemente utilizzando un forno tecnologicamente più avanzato, oppure due cuochi al posto di uno. Com'è evidente, questa formulazione semplicemente non rispetta il bilancio dei materiali: un modo diverso di leggere la prima legge della termodinamica.
Questo errore si spiega con la pretesa, tipicamente neoclassica, di estendere a tutti i fattori della produzione quella sostituibilità che esiste solo - pur con evidenti ripercussioni sociali - tra capitale e lavoro. Essa manifesta inoltre l’incapacità da parte degli economisti di fare i conti con i fondamenti del processo economico. La prima legge della termodinamica sancisce, in conclusione, che il flusso di materia che “entra” nel processo economico coincide necessariamente con il flusso di scarti che ritroviamo in uscita (beni prodotti + rifiuti). (4)
In generale, dunque, la produzione di quantità crescenti di beni e servizi implicano l’utilizzo di quantità maggiori di materie prime ed energia e, pertanto, un più incisivo impatto sugli ecosistemi.

2) Degradazione entropica e limiti alla crescita

Anche il secondo principio della termodinamica - o legge di entropia - ha rilevanti conseguenze per il processo economico. Secondo Georgescu-Roegen, infatti, ogni attività produttiva comporta l'irreversibile degradazione di quantità crescenti di materia ed energia.
Essendo la biosfera un sistema chiuso (scambia energia, ma non materia con l'ambiente), ne discendono due importanti conclusioni per l'economia: l'obiettivo fondamentale del processo economico, la crescita illimitata della produzione (e dei redditi), essendo basato sull'impiego di risorse non rinnovabili, finirà inevitabilmente per esaurire le basi energetiche e materiali su cui si fonda. Esso, pertanto, va abbandonato o, comunque, radicalmente rivisto.
L'evidenza empirica accumulatasi negli ultimi trent'anni è del resto, a questo proposito, robusta e concorde. (5) Certo i dati possono essere sempre messi in discussione, ma, a uno sguardo d'insieme, essi manifestano con evidenza a chi voglia leggerli senza pregiudizi quanto il sistema produttivo globale sia, già oggi, insostenibile per la biosfera. La decrescita, quantomeno nel lungo periodo, assume dunque i tratti di una necessità ecologica.
La seconda conclusione è di natura metodologica: la rappresentazione pendolare del processo economico, presentata in apertura di ogni manuale di economia, secondo la quale la domanda stimola la produzione e quest'ultima fornisce il reddito necessario ad alimentare nuova domanda, in un processo reversibile e apparentemente in grado di riprodursi all'infinito, andrà sostituita da una rappresentazione circolare ed evolutiva, in cui il processo economico risulti radicato nell'ambiente biofisico che lo sostiene. Questa revisione epistemologica, oltre a ricordarci l'inevitabile carattere fisico, materiale di ogni processo economico - riportando la scienza economica dalle rarefatte atmosfere della matematica, all'universo concreto del vivere quotidiano (6) - fornisce un imprescindibile carattere transdisciplinare alla “nuova economia”.

Il progresso tecnologico non è la soluzione alla crisi ecologica

Da sempre gli economisti ortodossi hanno difeso la crescita economica dagli attacchi degli ecologisti con una molteplicità d’argomentazioni, il cui fulcro teorico ruota attorno al concetto di progresso tecnologico. L'idea fondamentale è che il progresso tecnologico consentirà, come già avvenuto in passato, di "oltrepassare i limiti,” giungendo a produrre quantità crescenti di beni con un uso sempre minore di materia ed energia. Questo fenomeno, noto in letteratura come dematerializzazione del capitale, ha suscitato grande interesse negli economisti, che hanno visto nei recenti successi della new economy, la più evidente manifestazione della sua efficacia. (7) Il passaggio dal capitalismo "fordista", con le sue fabbriche fumose, alla civiltà on line comporterebbe, secondo questi autori, la transazione definitiva verso un'economia leggera, verso un capitalismo pulito, caratterizzato da un bassissimo consumo di risorse materiali e da un ridotto impatto sugli ecosistemi.
Naturalmente l’innovazione tecnologica sarà favorita da un ritmo accelerato di crescita economica. Ecco dunque che crescita e progresso tecnologico vengono a formare un binomio inscindibile e, paradossalmente, la sola possibile soluzione della crisi ecologica.

Quest’idea è stata recentemente espressa in modo estremamente chiaro dal presidente americano Bush, il quale ha dichiarato: "La crescita è la chiave del progresso ambientale, in quanto fornisce le risorse che consentono di investire nelle tecnologie avanzate: essa è la soluzione non il problema." (8) Certo non stupisce che questa sia l’opinione del presidente americano e dei leader occidentali. Il fatto è che, pur con diverse sfumature, questa posizione è condivisa dall’intero arco delle forze politiche e persino da alcune importanti associazioni ambientaliste, passando per le principali tecnocrazie internazionali, dalla Banca Mondiale al WTO, per finire con le varie commissioni sullo sviluppo sostenibile sia in sede ONU che nell’ambito dell’Unione Europea. Resta dunque la domanda fondamentale: è vero che il progresso tecnologico comporta una riduzione dell’impatto sugli ecosistemi e in particolare sui consumi di materia ed energia?
E' certamente corretto affermare che le tecnologie informatiche e, più in generale, le cosiddette nuove tecnologie, siano capaci di produrre reddito con un minore impiego di risorse naturali. Tuttavia, mentre i consumi di numerose risorse per unità di prodotto sono effettivamente diminuite nei paesi più avanzati, i consumi assoluti di risorse continuano ad aumentare. Alcuni dati basteranno a chiarire questo punto:
Una unità di GNP (9) può essere prodotta oggi con meno energia che all'inizio degli anni Ottanta. L'intensità dell'energia (misurata come energia per unità di GNP) è diminuita addirittura del 32% negli USA dal 1980 al 2000. Ma questa diminuzione dell'intensità di energia non ha portato a una riduzione del consumo totale di energia. Il consumo totale di energia (Primary Energy Consumption) è aumentato del 23% negli USA nello stesso periodo. Considerazioni analoghe valgono per i principali paesi europei. (10)

Se realizziamo poi un'analisi comparata, il paradosso risulta confermato: le economie più efficienti, come gli Stati Uniti o la Norvegia, hanno consumi energetici pro capite oltre tre volte superiori a quelli di economie nettamente meno efficienti, come il Messico o l'Ungheria. (11)
Come è possibile, dunque, che ad un aumento dell’efficienza corrisponda un aumento – anziché una riduzione – nei consumi totali di energia?

Un approccio sistemico alla teoria economica: il modello stocks e flussi

Per comprendere compiutamente il paradosso dell’efficienza, occorre abbandonare la tradizionale rappresentazione del processo di produzione, in favore di un nuovo approccio in grado di considerare, a fianco dei flussi (materie prime, prodotti intermedi), gli stocks coinvolti nel processo. (12) Tali stocks sono essenzialmente di tre tipi: capitale naturale (ecosistemi), capitale economico (impianti), forza lavoro (intesa come lavoro organizzato). A differenza dei flussi, che vengono trasformati nell’ambito del processo di produzione, gli stocks in quanto sistemi autopoietici, sono ancora presenti e quindi riconoscibili al termine del processo. Come noto, la teoria tradizionale della produzione assume che le quantità prodotte dipendano unicamente dai flussi in input e dalla tecnologia impiegata. In questo modo si trascura il ruolo fondamentale giocato dagli stocks, ossia dai sistemi, sia di natura biologica (la biosfera ed i suoi sottosistemi) che di natura economica e sociale (impianti, strutture formali e informali di organizzazione del lavoro) nell’ambito del processo di produzione. (13)
Ora, il punto essenziale è che questi sistemi richiedono continui apporti di materia/energia (e lavoro) per mantenersi “in condizioni di efficienza”. Le organizzazioni produttive, non diversamente dalla biosfera, sono infatti strutture dissipative. (14) Queste strutture, come noto, si mantengono lontano dall’equilibrio termodinamico grazie a continui apporti di energia provenienti dall’esterno del sistema. Diveniamo così consapevoli come tali strutture (stocks) necessarie alle economie avanzate per produrre innovazione tecnologica (imprese multinazionali, centri di ricerca, burocrazie, sistemi di trasporto, ecc.) richiedano enormi flussi di materia/energia (e lavoro), non solo – e non tanto – per produrre benessere, quanto – innanzitutto - per mantenere sé stesse. Alcuni esempi aiuteranno a comprendere questo punto.
Con ogni probabilità un giovane ingegnere occidentale, impiegato in una società di software, utilizza direttamente meno risorse naturali di quanto non ne utilizza, ad esempio, un operaio indiano impiegato in uno stabilimento per la produzione di coloranti. Tuttavia quante risorse e quanto lavoro richiede la produzione sociale di un ingegnere? E delle tecnologie informatiche in generale? Si può forse programmare computer senza recarsi al lavoro in automobile o senza disporre di una casa arredata con ogni comodità? In conclusione le strutture economiche (imprese multinazionali di produzione e servizi) e le organizzazioni (sistemi di trasporto, cura, svago, istruzione, ricerca, ecc.) necessarie alle democrazie avanzate per farsi promotrici dell'innovazione tecnologica richiedono esse stesse, per poter essere mantenute, enormi quantità di lavoro e di risorse naturali, e questo indipendentemente dalla loro capacità di produrre benessere.
Non solo, i flussi di materia/energia necessari al mantenimento di tali strutture aumentano al crescere della scala e della complessità di questi sistemi. Comprendiamo dunque perché maggiore progresso tecnico, implicando generalmente strutture più grandi e più complesse, significhi maggiore consumo di materia/energia e maggiore sfruttamento del lavoro.
Ecco dunque che, nelle giustificazioni razionali che vengono portate a sostegno di ogni nuova soluzione tecnologica ai problemi sociali ed ecologici, vi sia un livello, del tutto essenziale, che tende a rimanere inconscio. Di fronte ad ogni nuova tecnologia la domanda che abitualmente ci poniamo è semplicemente se questa sia più o meno efficiente della precedente, cioè, in termini ecologici, se consuma più o meno risorse. Di fronte ad una risposta positiva a questa domanda siamo certi di aver compiuto un passo avanti - per quanto piccolo - sulla via della sostenibilità. E qui, invece, ci inganniamo. Le automobili di oggi consumano certamente meno carburante di quelle di trenta anni fa, tuttavia ben difficilmente potremmo affermare che gli avanzamenti tecnologici nel settore dell'auto abbiano portato ad una riduzione dell’impatto di questo strumento sugli ecosistemi, o a una riduzione nei consumi di carburanti. (15)
La riformulazione della teoria della produzione in termini sistemici che abbiamo qui abbozzato, ci porta a considerare la questione del progresso tecnologico da una prospettiva completamente diversa, ponendoci nuovi interrogativi. Posti di fronte ad ogni innovazione tecnologica, occorrerà innanzitutto domandarsi quali sono le tipologie di strutture (biologiche, economiche, sociali) implicate nella produzione di quel bene, e quali sono i flussi di materia energia e lavoro che queste presuppongono per automantenersi. È possibile infatti che la quantità di risorse assorbita dai sistemi necessari alla produzione della nuova tecnologia sia superiore a quella risparmiata direttamente dalla tecnologia stessa. I dati presentati ad esempio da Denis Cheynet a proposito dell’auto confermano questa ipotesi. (16) Se traduciamo in ore lavoro il costo necessario all’acquisto dell’auto e vi aggiungiamo i costi sociali legati agli incidenti automobilistici – la velocità reale di questo mezzo di trasporto scende sotto i 20 Km orari. Si consideri inoltre che nel calcolo non sono stati inclusi i costi del carburante e i costi di manutenzione della rete stradale. In altre parole, se consideriamo i costi per il mantenimento delle strutture (stocks) indispensabili al suo funzionamento, la velocità media dell’auto è comparabile, e probabilmente inferiore, a quella della bicicletta. Naturalmente con la differenza che la prima richiede una tonnellata di metallo per spostare un uomo, rispetto ai 10/15 chilogrammi della seconda; oltre al consumo di molte altre risorse, la maggior parte delle quali non rinnovabili. Senza considerare, inoltre, i costi psicologici e sociali, e quindi il tempo che potrebbe essere “liberato” dal lavoro di fabbrica, o lungo le strade (come autisti e/o come manutentori), e rivolto ad altre attività, meno alienati, socialmente più vantaggiose e più rispettose dell'ambiente.
Inoltre occorrerà valutare quale impatto la nuova tecnologia potrà avere sugli equilibri dei sistemi ai diversi livelli (biologico, economico e sociale). È infatti possibile (come è accaduto per l'auto e per le tecnologie informatiche) che tali innovazioni spostino ciascun sistema verso un nuovo equilibrio, con conseguenti, anche significative, trasformazioni nelle quantità dei flussi necessari al mantenimento dei sistemi nella nuova condizione di equilibrio. I progressi tecnologici a cui abbiamo assistito nell’ambito delle tecnologie informatiche hanno portato, ad esempio, a una riduzione del prezzo dei prodotti e quindi a un aumento – anziché una riduzione – dei consumi. Il cosiddetto effetto rimbalzo (17) non è altro che un esempio dell’assestarsi del sistema economico verso un nuovo equilibrio. Allo stesso modo i progressi compiuti dalle tecnologie dell'auto hanno favorito, attraverso l'affermarsi di un nuovo sistema di trasporti, (si pensi alla progressiva estensione della rete stradale, ecc.) un significativo incremento nei flussi di materia ed energia, (per es. un aumento nel consumo di gomma e petrolio) dovuti, non certamente alle dirette trasformazioni della nuova tecnologia (le auto più efficienti) quanto piuttosto alla nuova condizione di equilibrio raggiunta dal sistema.
Quanto detto, ci consente di offrire una diversa e - credo - più profonda interpretazione delle trasformazioni strutturali legate al progresso tecnologico, oltre al cosiddetto paradosso dell’efficienza. Se le ipotesi che abbiamo avanzato sono corrette è evidente che il progresso tecnico non può rappresentare, né oggi né in futuro, la soluzione alla crisi ecologica (e sociale). Al contrario, il suo inscindibile associarsi alla crescita economica comporta l’evolversi della struttura produttiva verso scale più ampie e più complesse, con un conseguente aumento del degrado entropico, e dello stress a cui sono sottoposte le strutture sociali (sradicamento, sfruttamento del lavoro, stress, alienazione, ecc).
Tali trasformazioni, contrariamente a quanto previsto dalla teoria ortodossa, comportano una riduzione anziché un aumento del benessere sociale. Questa osservazione ci introduce al secondo grande paradosso dell’economia contemporanea.

Il paradosso del benessere

Secondo l’economia ortodossa, a un aumento dei consumi di beni e servizi corrisponde necessariamente un incremento del benessere del consumatore. Un’ipotesi specifica è introdotta per garantire che non vi siano eccezioni a questa regola. (18) Tuttavia, è sempre più evidente che le economie occidentali presentano, a fianco di un continuo aumento dei consumi, un’altrettanto evidente riduzione del benessere sociale, attestata da numerosi indicatori. Il Genuine Progress Indicator (GPI) – per esempio – mostra, a partire dagli anni Ottanta, un andamento decrescente, con una chiara inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti. (19) Come è dunque possibile che a un aumento della produzione (e del consumo) si accompagni una riduzione del benessere sociale?
Il modello stock e flussi consente di offrire un’interpretazione anche di questo paradosso. Un aumento della quantità di beni consumati, e dunque del flusso di beni prodotti, comporterà infatti, a differenza dei modelli ortodossi, (20) una alterazione negli equilibri dei sistemi (stocks) coinvolti nel processo di produzione. Poiché gli stocks che partecipano al processo di produzione, sono gli stessi coinvolti nel processo di creazione del benessere, (21) una alterazione in questi ultimi potrà risolversi in una riduzione di benessere. Tralasciando qui spiegazioni più formali, un incremento dei consumi - e quindi della produzione - comporta una riduzione del benessere sociale in quanto riduce la qualità degli stocks biologici e sociali coinvolti nel processo di creazione del benessere. (22) In certi casi tale alterazione può condurre ad una perdita totale di resilienza di tali sistemi (o di alcuni loro sottosistemi) con conseguenze tragiche per il benessere delle popolazioni (crisi ecologiche o sociali).
La teoria ortodossa, non considerando il ruolo svolto dai sistemi biologici e sociali nel processo di produzione (e nel consumo) di beni, non è in grado di cogliere le conseguenze di queste trasformazioni strutturali, e le relative conseguenze di lungo periodo sul benessere economico e sociale.
Più di venticinque anni or sono Ivan Illich aveva profeticamente intuito quanto queste megamacchine (sistemi di produzione, trasporto, cura, ecc.), superata una certa soglia, producano varie forme di disutilità, sino a divenire pericolose per la sopravvivenza dell’intero corpo sociale che le ha generate (e per la biosfera). La rappresentazione sistemica del processo economico mediante stock e flussi consente di fornire una spiegazione analitica delle ragioni che stanno alla base di questo fenomeno, offrendoci uno strumento concettuale per tentare di valutare le conseguenze delle trasformazioni strutturali che diversi modelli di società presuppongono.

Verso una decrescita conviviale e sostenibile

Quello alla decrescita è innanzitutto un appello. Come tale ha il merito di esprimere l’urgenza di una inversione di rotta rispetto al paradigma dominante della crescita. Poiché - come abbiamo visto - crescita e sviluppo sono inscindibilmente connessi, l’invito alla decrescita indica al tempo stesso una prospettiva alternativa rispetto ai diversi modelli di sviluppo realmente esistenti, comunque aggettivati (sostenibile, durevole, alternativo ecc.) (23).
È bene riconoscere, tuttavia, che questo appello si presta ad alcuni fraintendimenti. Per tentare di sgombrare il campo da tali possibili equivoci, va chiarito subito cosa la decrescita non è: non è un programma masochistico-ascetico di riduzione dei consumi, nell’ambito di un sistema economico-sociale immutato. Come ha affermato più volte Serge Latouche, parafrasando Hanna Arendt, non vi sarebbe nulla di peggio di una società di crescita senza crescita. (24) È evidente che una politica economica incentrata su una drastica riduzione dei consumi creerebbe, data l’attuale struttura del sistema produttivo e delle preferenze, una drammatica riduzione della domanda globale e dunque un aumento significativo della disoccupazione e del disagio sociale. Non è questa, dunque, la prospettiva qui auspicata.
Decrescita, inoltre, non significa condannare i paesi del Sud del mondo ad un’ulteriore riduzione dei loro redditi procapite. (25)
Per quanto la decrescita alluda, sul piano economico, a una riduzione complessiva delle quantità fisiche prodotte e delle risorse impiegate, essa va intesa piuttosto come una complessiva trasformazione della struttura socio-economica, politica, e dell’immaginario collettivo verso assetti sostenibili. Questo nella prospettiva di un significativo aumento - e non certo di una riduzione - del benessere sociale.
Tale trasformazione presenta dunque un carattere multidimensionale. A scopo esplicativo, è possibile individuare quantomeno quattro livelli (o sistemi) sui quali il processo di decrescita influisce: ecologico, sociale, politico e immaginario. Per quanto sia consapevole della straordinaria vastità del problema, può essere utile cercare di individuare alcuni circoli virtuosi che il processo di decrescita può innescare a ciascuno di questi livelli e tra questi.

Perché piccolo è... effettivamente bello

A livello economico decrescita significa innanzitutto riduzione nei flussi materiali di produzione e consumo. Come abbiamo visto, questa non si ottiene né incentivando lo sviluppo e il progresso tecnologico secondo la logica sino ad oggi prevalente, né invocando le virtù ascetiche del risparmio energetico. Essa richiede piuttosto una trasformazione profonda delle strutture economico-produttive (stocks).
Questo implica innanzitutto una riduzione delle dimensioni (scala) dei grandi apparati produttivi (imprese trans-nazionali), e, più in generale, delle grandi organizzazioni (tecnocrazie, sistemi di trasporto, cura, svago, ecc.). Il cammino verso un sistema economico e sociale sostenibile non potrà avviarsi seriamente sino a quando non si diverrà consapevoli che la gran parte delle risorse (e del lavoro) sono oggi impiegate - come abbiamo mostrato - non per produrre benessere, ma per alimentare le tecnostrutture stesse. Più è alto il grado di complessità, maggiore è l'entropia, maggiori sono le risorse che tali megamacchine esigono semplicemente per la loro autoconservazione. L’esempio dell’automobile, riportato in precedenza, mostra come una tecnologia più semplice possa essere più efficiente, da un punto di vista sistemico, di una più complessa.
L’approccio bioeconomico suggerisce che il benessere è legato, più che ai flussi di beni e servizi prodotti, alle condizioni delle strutture (stocks) che intervengono nel processo di produzione e consumo. Come accade nell’universo biologico, in cui gli organismi non tendono alla massimizzazione di alcuna variabile, ma utilizzano risorse e assumono dimensioni adeguate al contesto ecologico in cui vivono, così le strutture economiche (impianti, beni durevoli, ecc.) dovrebbero essere ripensate secondo forme e dimensioni tali da garantire una duratura capacità di produrre benessere in condizioni di minima dissipazione entropica. Le condizioni per un benessere duraturo non si ottengono, infatti, puntando sulla massimizzazione dei flussi di reddito e consumo a breve, quanto piuttosto cominciando ad immaginare e a realizzare strutture (tecnologie, beni durevoli, relazioni sociali), in grado di “sostenere” un buon livello di benessere, in modo duraturo, pur dissipando quantità modeste di materia/energia. Questo non significa affatto invocare un ritorno al passato, né tantomeno avere come unico obbiettivo la minimizzazione dei flussi di risorse naturali.
È possibile chiarire questo punto con un semplice esempio. Da un punto di vista entropico, è certamente meglio per il pescatore dedicare un certo ammontare di lavoro e di risorse per costruirsi una rete, o una barca da pesca (stock), piuttosto che affidarsi alla semplice pesca con le mani. Questo significa che, da un punto di vista bioeconomico, non si auspica la minimizzazione nell’uso delle risorse, né il regresso tecnologico, né tantomeno lo sciopero dell’ingegno. Ingegno, risorse naturali, e lavoro andrebbero finalizzati - tuttavia - alla cura e alla progettazione di quegli stock (sistemi naturali, impianti, beni durevoli, relazioni sociali, valori) che sono in grado di produrre benessere in modo duraturo, pur utilizzando quantità modeste di risorse ed energia. In altre parole, tali soluzioni ricercano le migliori combinazioni tra complessità, benessere ed entropia, nella consapevolezza che, generalmente, le soluzioni più complesse sono anche le più energivore. In generale occorrerà spostare il baricentro dell’attenzione, nel processo economico, dai flussi agli stocks (naturali, economici, relazionali) in quanto questi ultimi sono in grado di sostenere un benessere (più) duraturo, pur con modesti apporti di materia, energia e lavoro.

Decrescita: differenze tra Nord e Sud

Questa raccomandazione vale in modo particolare per le economie meno avanzate. Queste dovrebbero finalizzare le proprie risorse innanzitutto nella realizzazione di quei sistemi (ri)produttivi (stocks) - in particolare (sistemi di coltivazione, impianti, ecc.) beni durevoli (case, infrastrutture per il trasporto, per la distribuzione dell’acqua, per l’istruzione, ecc.) - che sono in grado di garantire un benessere adeguato e duraturo, pur in presenza di flussi modesti di reddito, di risorse e di beni di consumo. Parallelamente si tratterà di conservare /consolidare quegli stocks (ecosistemi, sistemi di relazioni sociali, neoclaniche, ecc.) che sono già presenti e in grado di produrre benessere, pur con modesti apporti di risorse. In sintesi si tratta di consolidare gli stocks nella prospettiva di una riduzione dei flussi. Come si può vedere si tratta di un modello economico che muove esattamente nella direzione opposta rispetto a quello che si va attualmente affermando in questi paesi. Gli interessi del capitale internazionale e delle imprese multinazionali, premono infatti nella direzione di una massimizzazione dei flussi a breve, anche al prezzo del depauperamento/distruzione degli stocks. Quando anche tali flussi (beni, risorse, capitali) ricadessero nelle mani delle popolazioni locali – anziché prendere la volta dei paesi ricchi – essi andrebbero indirizzati alla realizzazione di sistemi tecnologici relativamente semplici, duraturi, che consentissero maggiore autonomia e reale sostenibilità della economie locali.
Al contrario, per quei paesi che sono già passati per una fase prolungata di modernizzazione-industrializzazione e che pertanto possiedono livelli elevati di ricchezza (impianti, infrastrutture, beni durevoli), la ricetta sarà quella della decrescita in senso proprio: riduzione dei flussi attraverso la ristrutturazione degli stock, la quale non può non passare – in alcuni casi – per una vera e propria riduzione della scala delle organizzazioni produttive e delle tecnocrazie. (26) È evidente, in conclusione, che il processo di decrescita, così definito, consente di realizzare un cammino verso condizioni di autentica sostenibilità ecologica.

Decrescita e sostenibilità sociale

Il secondo livello, o seconda via della decrescita, è quello che influisce sulla dimensione dell’equità, della giustizia e della pace; in altre parole su quella che possiamo definire sostenibilità sociale. Attraverso quale processo la decrescita può favorire il prevalere di relazioni pacifiche tra gli esseri umani? Anche qui la storia può fornirci indicazioni importanti. Essa ci insegna che una civiltà fondata sull’espansione è incompatibile con la conservazione della pace. La biologia e l’antropologia ci mostrano che comportamenti particolarmente aggressivi e competitivi possono favorire la specie in contesti espansivi, ma in contesti non espansivi – quali quelli a cui la nostra specie si va necessariamente approssimando (la biosfera è infatti ormai pressoché interamente colonizzata) – sono i comportamenti cooperativi a risultare premianti. (27) La decrescita, cioè la (ri)organizzazione del processo economico secondo modalità non predatorie, in particolare di quelle risorse possedute da altre società, è la premessa indispensabile per pensare ad un modello economico sostenibile (anche) da un punto di vista sociale.
Se questo è vero a livello “macro” (rapporti tra società), a livello “micro” cosa può favorire l’affermarsi di un’economia più giusta? L’idea qui suggerita è che la decrescita, attraverso il progressivo trasferimento di quote crescenti della domanda verso la produzione di beni relazionali, favorisce la sostenibilità sociale. Con l’espressione “beni relazionali” si intende quel particolare tipo di "beni" che non possono essere goduti isolatamente, ma solamente nella relazione tra chi offre e chi domanda. Esempi di questo tipo di "beni" sono i servizi alla persona (cura, benessere, assistenza), ma anche l'offerta di servizi culturali, artistici e religioso/spirituali. Nelle società avanzate vi è una specifica domanda di qualità della vita. Ma tale domanda non si soddisfa grazie alla produzione di maggiori quantità di beni tradizionali" (Zamagni, 1997). È piuttosto una domanda di attenzione, di cura, di conoscenza, di partecipazione, di nuovi spazi di libertà, di spiritualità. È questa la via dell’economia solidale e civile. Non vi è dubbio, inoltre, che queste forme di produzione della ricchezza, fondate come sono su forme organizzative di tipo cooperativo o associativo, generalmente di piccole dimensione, a loro volta favoriscono l’affermarsi di un processo di decrescita.

Decrescita e convivialità/partecipazione

Il terzo livello è quello che potremmo definire degli assetti politici. La decrescita, grazie alla riduzione delle dimensioni delle imprese, delle istituzioni e dei mercati, valorizza la dimensione locale, favorendo l’affermarsi di forme politiche partecipate e conviviali. Conviviale, secondo Ivan Illich, oltre ad alludere alla piacevolezza del vivere assieme, indica una forma di organizzazione sociale e del lavoro "che consente […] l'autonomia di ciascun lavoratore, intesa come potere di controllo sulle risorse e sui programmi". In altre parole "conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento (la tecnologia) per realizzare le proprie intenzioni". (28) Convivialità, secondo Illich, è dunque sinonimo di partecipazione.
Partecipazione, innanzitutto, alla definizione delle modalità di produzione della ricchezza, e quindi al controllo democratico della tecnologia.
La partecipazione a forme di organizzazione del lavoro maggiormente conviviali consente al lavoratore di migliorare il proprio benessere in quanto contribuisce a liberare ciascuno dagli ingranaggi della Megamacchina tecno-scientifica che domina il mercato globale. (29) Si tratta cioè di offrire ad un numero crescente di soggetti una migliore qualità della vita all'interno di organizzazioni meno disumanizzanti, portatrici di senso, che consentano di liberare maggiori quantità di tempo libero, di ridurre lo stress e l'alienazione, offrendo maggiori possibilità di controllo e partecipazione sulle forme e sulle finalità del processo economico. Questa tensione verso la riappropriazione delle principali attività umane, come il lavoro, lo scambio, la salute e il sapere, e delle relative istituzioni (l'impresa, il mercato, l'organizzazione sanitaria, la scuola, ecc.) è pensabile solo all'interno di una società di decrescita, una società cioè, in cui le dimensioni delle organizzazioni siano tali da rendere pensabile qualche forma di controllo da parte di coloro che vi prendono parte. D’altro canto, forme maggiormente partecipate di definizione delle modalità di produzione e distribuzione della ricchezza sono indispensabili per ottenere il consenso necessario a organizzare un cammino di decrescita conviviale. Anche a questo livello, dunque, l’anello si chiude, generando un possibile circolo virtuoso fra decrescita e partecipazione.

Decrescita e immaginario collettivo

Il quarto livello, e quindi la quarta tipologia di sistemi investiti dal processo di decrescita, è quello culturale/valoriale, in altre parole quello dell’immaginario collettivo. Poiché anche i valori, come ha mostrato Castoriadis, hanno un carattere sistemico, l’affermarsi di una società e di un’economia di decrescita porta inevitabilmente con sé l’affermarsi di nuovi valori (il piacere di vivere, l’armonia con la natura, la lentezza, l’equità, la partecipazione, possono essere alcuni esempi). Allo stesso tempo l’affermarsi di tali valori è indispensabile per legittimare il passaggio verso una società conviviale. A questo proposito dovrebbe essere ormai chiaro che, in una prospettiva sistemica, l’eterno interrogativo se debbano cambiare prima le strutture o prima l’immaginario collettivo, serva solo a ritardare il cambiamento... è evidente che entrambi sono necessari e l’una accompagna e sostiene la trasformazione dell’altro.

Decrescita sostenibile o crescita autodistruttiva?

Per concludere, può essere utile mettere in evidenza come anche tra i processi evidenziati a questi quattro diversi livelli (ecologico, sociale, politico e valoriale), sussistano importanti effetti sinergici.
In primo luogo l’affermarsi di prassi politiche partecipate a livello locale favorisce la sostenibilità ecologica (e sociale). (30) A livello locale, infatti, possiamo ritrovare la volontà e le conoscenze necessarie a proteggere e valorizzare le caratteristiche peculiari dei luoghi (risorse naturali, beni pubblici, conoscenze, saperi tradizionali, ricchezze sociali e relazionali). (31) A questa scala , tali peculiarità sono viste come ricchezze (stocks) da accrescere e valorizzare e non come risorse (flussi) da sfruttare a fini di profitto, come accade nelle "catene lunghe" dell'economia globale. (32) La partecipazione dei cittadini ai processi di definizione delle modalità di produzione della ricchezza favorisce il rispetto dei criteri di sostenibilità ecologica e sociale, come mostrano le ormai numerose esperienze di economia solidale e partecipativa.
In secondo luogo, il trasferimento della domanda verso la produzione di beni relazionali, mentre favorisce la sostenibilità sociale, favorisce anche, indirettamente, la sostenibilità ecologica. La produzione di beni relazionali, infatti, implica la degradazione di quantità molto modeste di materia/energia. (33)
Infine, mentre l’affermarsi di stili di vita ecologicamente sostenibili contribuisce a trasformare l’immaginario collettivo, veicolando una cultura non espansiva ma di equilibrio/cooperazione, possiamo sottolineare che, viceversa, tali valori sono indispensabili per l’affermarsi, a livello politico-sociale, di condizioni di pace e di equità. Fra sostenibilità ecologica, immaginario non espansivo, e condizioni di convivenza pacifica/equa è possibile l’instaurarsi di un importante circolo virtuoso, che l’approccio sistemico consente di analizzare.
Certo non si ignorano – a fianco delle sinergie – le possibili contraddizioni che il processo di decrescita potrebbe alimentare. Una per tutte: non vi è dubbio che la crescita economica conosciuta, nel dopoguerra, dalle economie occidentali ha contribuito a diluire il conflitto per la distribuzione dei redditi. Quando le dimensioni della torta aumentano è almeno teoricamente possibile immaginare di attribuirne una fetta più grande a ciascuno, diluendo così il conflitto distributivo. Indubbiamente, questo è quello che è successo nei paesi più ricchi durante gli anni di maggiore successo delle politiche di sviluppo. Al contrario è presumibile che, a parità di altre condizioni, in una società di decrescita i conflitti distributivi potrebbero riacutizzarsi.
Certamente, come in tutte le rappresentazioni evolutive, il fattore tempo risulta decisivo. Non è difficile rendersi conto che, qualora si arrivasse “troppo tardi”, e la crisi economico-ecologica imponesse la decrescita, per esempio attraverso l’impennata dei prezzi delle risorse energetiche, tutti i circoli virtuosi sin qui individuati si invertirebbero. La scarsità delle risorse favorirebbe l’imposizione di modelli politici autoritari, spazzando via le forme germinali di partecipazione, e rendendo la democrazia una scatola vuota. L’imposizione politico militare si salderebbe con la cultura espansivo–competitiva rendendo il perseguimento dell’equità sociale e della pace un sogno del passato. Del resto i segni dell’avanzare di questo genere di dinamiche nella storia di questo inizio secolo non sono così difficili da individuare. Questo esercizio di immaginazione può essere molto utile. Ecco che la prospettiva della decrescita, da posizione estrema di una minoranza radicale, come viene comunemente presentata, trasfigura nel suo opposto, assumendo i tratti, probabilmente più veritieri, dell’urgenza e della necessità.

di Mauro Bonaiuti

note:

1 Per una più ampia trattazione di quest’argomento mi sia consentito rinviare a M. Bonaiuti, La teoria bioeconomica. La nuova economia di Nicholas Georgescu-Roegen, Carocci, Roma 20001; e ancora all’Introduzione a N. Georgescu-Roegen, Bioeconomia. Verso un’economia ecologicamente e socialmente sostenibile, Bollati Boringhieri, Torino, 2003.

2 Assumendo che la funzione di produzione assuma la tradizionale forma tipo Cobb Douglas utilizzata da Solow/Stiglitz:
Q = Ka Rb Lc con: a+ b+ c = 1
Sarà possibile produrre qualsiasi output Q0 aumentando la quantità di capitale e riducendo indefinitamente la quantità di
risorse naturali secondo l'espressione: Rb = Q0/ Ka Lc

3 Cfr. R. M. Solow, Intergenerational equity and exaustible resources, Review of Economic Studies, 1974, p. 11.

4 Su questo punto si vedano gli interessanti studi sul “bilancio dei materiali” portati avanti in Italia in particolare da Giorgio Nebbia.

5 Basti ricordare che l'impronta ecologica - ossia l'area degli ecosistemi terrestri ed acquatici richiesta per produrre le risorse che la popolazione umana consuma e per assimilare i rifiuti - è, negli USA, circa 5 volte superiore alla disponibilità media globale. In altre parole, se si estendesse a livello globale il livello di consumi dell'americano medio, occorrerebbero circa cinque pianeti per sostenerne il livello di vita. I valori per i paesi europei sono circa due - tre volte superiori alla disponibilità media globale. Si consideri che la Cina ha ancora un'impronta ecologica pro-capite oltre sei volte inferiore a quella americana. Cfr. N. Chambers, C. Simmons, M. Wackernagel, Sharing Nature's Interest. Ecological Footprints as an indicator of Sustainability, Earthscan Pub., 2000; tr. it. Manuale delle impronte ecologiche, Ed. Ambiente, Milano, 2002.

6 In conclusione, se vogliamo distillare una filosofia dalla teoria bioeconomica, questa ci insegna che, in definitiva, la produzione di qualsiasi bene o servizio, comporta un'opportunità in meno per gli esseri viventi che verranno dopo di noi. In altre parole il processo economico di produzione comporta inevitabilmente un "costo" (in termini di materia/energia degradata), e che tale costo sarà sempre maggiore di zero. La natura, contrariamente a quanto ritenevano gli economisti classici, Marx compreso, non offre nulla gratis.

7 Cfr, A.H. Toffler, Creating a new civilization, Turner, Atlanta.

8 Cfr. Le Monde, 16 Febbraio, 2002.

9 GNP sta per Gross National Product (Prodotto Interno Lordo). Esso corrisponde al valore dei beni e servizi finali prodotti in una data economia in un anno, ndr.

10 Negli Usa si è passati da un consumo di Energia per dollaro di PIL pari a 16321 nel 1980 (misurato in Btu per dollaro di PIL al cambio 1995) a 11.014 nel 2000. Il consumo totale di energia nella stesso periodo è passato 78,47 a 99,32 quadrilioni di Btu. Fonte: Database Energy Information Administration, Marzo 2004.

11 L'efficienza (misurata qui dall'indice di produttività del lavoro) posta quella USA = 100, risulta 31 per il Messico e 51 per l'Ungheria, 131 per la Norvegia (91 è la media Europea). Il consumo pro capite di energia (misurato in milioni di Btu) risulta rispettivamente: 59 per il Messico, 110 Ungheria, 150 media EU, 341 USA, 422 per la Norvegia. Come si può notare all'aumentare dell'efficienza aumenta anche, con una correlazione molto stretta, il consumo pro capite di energia. Fonti: OCSE, Energy Information Administration, Marzo 2004.

12 L’approccio qui proposto, pur rifacendosi al modello fondi e flussi introdotto da N. Georgescu-Roegen, presenta alcune significative differenze. In particolare si considerano qui, al posto dei fondi (terra, e capitale intesi come quantità costanti) gli stocks (capitale naturale, capitale economico, organizzazione del lavoro) intesi come sistemi autopoietici. Ciò che viene conservato nel tempo, è - qui - la capacità del sistema di mantenere la propria struttura organizzativa a fronte di perturbazioni esterne. Cfr. Introduzione a “Bioeconomia. Verso un’economia ecologicamente e socialmente sostenibile,” Bollati Boringhieri, 2003, pp. 24-44.

13 Un’analisi completa non dovrebbe mancare di considerare, tra gli stocks, anche i sistemi di valori, ossia l’immaginario collettivo. Per ragioni di semplicità espositiva si è trascurato qui di inserire questa quarta tipologia di sistemi, la cui rilevanza è fuori discussione.

14 Il riferimento è qui in particolare ai lavori di Ilya Prigogine, Cfr. I. Prigogine e I. Stengers, La nouvelle alliance. Métamorphose de la science, Gallimard, Paris (trad. it. La nuova alleanza, Longanesi, Milano 1981); I. Prigogine, La fin des certitudes, Jacob, Paris (trad. it. La fine delle certezze, Bollati Boringheri, Torino 1997); H. Maturana e F. Varela, The tree of Knowledge, New sciences Library, Boston (trad. it. L'albero della conoscenza, Garzanti, Milano).

15 Vedi il saggio di D. Cheynet, qui pubblicato.

16 Si veda il saggio di D. Cheynet, in questo volume. L’autore, che si rifà all’originale intuizione di Ivan Illich, calcola una velocità media dell’auto di 16,8 Km/orari.

17 Cfr. l’articolo di F. Schneider, qui tradotto.

18 Si tratta, come noto, dell’ipotesi di non sazietà: ad una quantità maggiore nel consumo di ciascun bene corrisponde un incremento di utilità.

19 Cfr. il sito http://www.rprogress.org/projects/gpi/

20 Come noto, nella concezione neoclassica, l’utilità dipende unicamente dai flussi di beni e servizi consumati.

21 Ricordiamo che tali stock, secondo le ipotesi qui introdotte, sono individuabili a tre livelli: biologico (la biosfera), economico (sistema produttivo, impianti, infrastrutture ecc.) e sociale (strutture informali, relazioni sociali, ecc).
Un’analisi completa non dovrebbe mancare di considerare un quarto livello, ossia quello delle conoscenze/valori che definiscono l’immaginario collettivo.

22 Per una illustrazione più compiuta e formalizzata di tale processo mi sia consentito rinviare al modello presentato nella mia Introduzione a N. Georgescu-Roegen, Bioeconomia. Verso un’economia ecologicamente e socialmente sostenibile. Bollati Boringhieri, Torino, 2003.

23 Vedi il saggio di S. Latouche qui pubblicato.

24 Cfr. S. Latouche, Assurdità del produttivismo e degli sprechi: per una società della decrescita, Le Monde Diplomatique, Nov. 2003.

25 Non si tratta quindi di un appello rivolto ai paesi del Sud, quanto piuttosto e, innanzitutto, ai paesi del Nord. Anche per i paesi meno avanzati, tuttavia, la decrescita comporta un significativo cambiamento di prospettiva: non si tratterebbe più, infatti, di seguire questi ultimi lungo il sentiero dello sviluppo. Questa via, oltre ad essere distruttiva per gli ecosistemi, è – in ogni caso - loro preclusa in quanto gli aumenti della domanda globale sono ampiamente coperti dagli aumenti di produttività dei paesi Occidentali. Si tratterà dunque, anche per i paesi del Sud, di puntare in un’altra direzione. Su questo punto si rimanda alle più ampie considerazioni sviluppate in seguito.

26 Da un punto di vista economico, l'ipertrofia dimostrata dal sistema produttivo poggia – tra l’altro - sul fatto che le imprese non pagano i costi ecologici e sociali necessari al loro funzionamento. Il recupero di queste esternalità costituisce uno strumento molto importante – per quanto non sufficiente - per una società di decrescita. Essa potrebbe essere attuata, come ha proposto H. Daly, attraverso un progressivo trasferimento della tassazione dal reddito al consumo di risorse. Questo porterebbe ad una spontanea ristrutturazione del sistema produttivo su scala più sostenibile, favorendo l’emergere di una società conviviale.

27 Cfr. K. Boulding, Evolutionary Economics, Sage, London, 1981, M. Bonaiuti, Relazioni e forme di un’economia “altra” in Mauss n. 2, Bollati Boringhieri, Torino, 2004.

28 Cfr. Ivan Illich, La Convivialità, Mondadori, Milano, 1974, p. 14.

29 Cfr, S. Latouche, La megamachine, La decouverte, Paris (trad.it.La Megamacchina, Bollati Boringheri, Torino 1995).

30 Cfr. A. Magnaghi, Progetto locale, Bollati Boringhieri, Torino, 2000.

31 Si fa qui riferimento in particolare all’esperienza della Rete del Nuovo Municipio.

32 Occorre ovviamente essere consapevoli dei rischi impliciti in questa concezione, qualora venisse assolutizzata. Il territorio non va quindi inteso come sistema chiuso, (localismo difensivo), ma come sottosistema aperto di un più vasto sistema economico e sociale sostenibile. Cfr. la "Carta della Rete del Nuovo Municipio".

33 Naturalmente questo non deve portare a credere che sia possibile sostituire interamente la produzione di beni tradizionali con beni relazionali. Tale sostituzione non è infatti estensibile a tutti i settori produttivi, né tantomeno a livello globale. Anche questo processo di sostituzione, per quanto importante non va assolutizzato. In questo caso diventerebbe pericoloso, non diversamente dai miti della dematerializzazione del capitale, della esaltazione campanilistica o xenofoba del territorio, o della esaltazione della partecipazione.

M. Bonaiuti 257
12 Rovesciamo il paradigma dello sviluppo
Creato: 28 Lug 2009

Non è banale in questi giorni affrontare il tema delle periferie e della qualità della vita nei territori che le compongono. Tanto meno diviene banale, allora, discutere del modello economico che soggiace le relazioni che nelle periferie, tra loro e con il centro, si instaurano. Una delle sperimentazioni più ambiziose degli ultimi anni è stata certamente quella di provare ad utilizzare lo strumento della finanza agevolata per cambiare il modello di sviluppo economico locale nelle aree periferiche di Roma. Partendo da una concezione meno ortodossa e monolitica di "sviluppo economico", che non può essere più interpretato solo come crescita di addetti e fatturato, per arrivare ad un approccio integrato di politiche diverse (sociali, ambientali, urbanistiche ed economiche), raramente usate in modo sinergico. Ciò che ne è scaturito - in un work in progress ben al di là dall'essere definito e completato, nonché adeguatamente testato - merita di essere discusso e approfondito anche per collocare meglio l'oggetto della discussione di oggi.

Tutto parte da una legge nazionale...

E anche ciò non è banale, oggi che la programmazione in materia economica e la capacità delle politiche nazionali di innescare processi dinamici è assai remota. Questa relazione racconterà in estrema sintesi quello che il Comune di Roma sta facendo dei fondi stanziati dal Ministero delle Attività Produttive in attuazione dell'art. 14 della legge 266/19972. Si tratta di un caso positivo e virtuoso di interazione tra livelli di governo nazionale e locale, come dimostrano anche gran parte delle esperienze nelle altre città coinvolte3.

Dal 1999 ad oggi la città di Roma ha gestito quasi un terzo del totale stanziato a livello nazionale: circa 56 milioni di euro, dunque, sui 171 totali. Di questi, 22 milioni, pari al 39%, sono stati dedicati alle attività di servizio alle imprese e la restante parte ai contributi a fondo perduto: un comportamento poco distante dalla media nazionale, che ha distribuito rispettivamente il 30% e il 70% sulle due misure. Per quanto riguarda le aree della città su cui concentrare gli interventi, è stato da subito chiaro che queste dovevano essere nella periferia. La prima scelta della Giunta comunale fu quella di individuare alcune aree, in base ad indicatori socio-economici di minore sviluppo, e di procedere con un criterio di rotazione più o meno equo per la destinazione dei fondi. Così si è proceduto per i primi tre programmi: 1999, 2000 e 2001. Giunti al termine del 2001 si è capito però che occorreva dare maggiore coerenza agli interventi, procedere verso una chiara direzione di politiche integrate, sfruttande al meglio le opportunità specifiche di ciascun territorio, riconoscendo la grande varietà delle micro-città ricomprese nella città di Roma e dunque anche la diversità delle loro esigenze e potenzialità.

Il programma per il 2002 ha così delineato una "fascia della periferia" su cui l'Amministrazione comunale può intervenire in modo complessivo o selezionandone specifiche porzioni, potendo in questo modo modulare la maggiore o minore intensità dell'intervento programmato e orientando questo tipo di misure verso quelle aree dove vi siano anche altri interventi di tipo sociale, ambientale, urbanistico. Tale fascia è stata ripresa e leggermente modificata - utilizzando come unità geografica le zone urbanistiche - nell'ultimo programma approvato dalla Giunta comunale, con delibera n. 89 del 23 febbraio 20054.
Nel corso di questi anni a Roma sono così state finanziate più di 700 imprese, per un ammontare di investimenti previsti di circa 50 milioni di euro, per un'occupazione attesa a regime pari a circa 3.300 posti di lavoro aggiuntivi, con una media di più di 4,5 nuovi posti di lavoro per impresa finanziata.

Gli otto assi di una strategia di sistema

Nell'attuazione di questi programmi di sostegno alle piccole imprese è andata via via manifestandosi l'esigenza di dare maggiore solidità all'efficacia dell'intervento di pura matrice economica. Servono - per un'azione di sviluppo locale efficace e coerente con lo spirito della legge nazionale - presenza sul territorio, relazioni attive con i cittadini e con il tessuto di potenziali e attuali imprenditori, rivitalizzazione del rapporto fiduciario tra amministrazione e abitanti. Perchè l'obiettivo è far nascere o consolidare piccole imprese in grado, con la loro presenza, di riqualificare un territorio. Dunque si tratta di immaginare un modello di relazioni molecolare, di rete, in cui l'impresa non è una monade isolata dal tutto, frutto soltanto dello spirito animale dell'imprenditore, ma la tessera di un mosaico sociale e territoriale che va costruito - e si autocostruisce - giorno per giorno.
Si parla di piccole, spesso micro, imprese. Dunque situazioni di scarsa patrimonializzazione, con pochi addetti, in cui ciò che conta è più il fattore umano, con la sua triade di sapere, saper essere e saper fare, che il capitale. E' nato così un sistema complesso di interventi tramite i quali si attua l'art. 14 della l. 266/97 a Roma. Non solo contributi alle imprese, quindi, ma anche rete di rapporti, relazioni, informazioni che aiutino la crescita del tessuto sociale prima ed economico poi. Sono otto gli assi che oggi possono essere identificati all'interno di questa strategia: l'animazione sociale; le politiche integrate; gli strumenti tecnico-economici; i presidi territoriali; il credito e la legalità; le filiere privilegiate; l'orientamento alla responsabilità di impresa; l'approccio di prossimità.

Alcuni già consolidati, altri in fase di test, altri in avvio, questi assi - a volte ben intersecati e sovrapposti - riassumono bene la vasta gamma di interventi realizzata e progettata.

1. Animazione sociale

Non c'è sviluppo economico senza tessuto sociale. Non si potrà mai diventare imprenditori se non ci si sente neanche intraprendenti. Non si potrà scommettere su un progetto economico, rischiando tempo, energie, coinvolgimento emotivo, capitale, se non si ha fiducia nella comunità in cui questo progetto si dovrà realizzare. Tutto ciò è più che mai vero in una grande città, con i rischi di frantumazione sociale, dispersione di reti, distanza dell'istituzione dai cittadini. Per questo il primo asse della strategia di Autopromozione sociale deve essere l'attivazione di un serio intervento di animazione sociale, prima di qualunque iniziativa specificatamente economica. Iniziative ricreative, di aggregazione, di partecipazione popolare su specifici territori, possono facilitare la riattivazione di rapporti fiduciari con l'amministrazione pubblica e avviare percorsi di empowerment e di sollecitazione all'intraprendenza individuale. Ad oggi sono sei i territori in cui si andrà sperimentando queste iniziative: Tor Bella Monaca-Torre Angela, Acilia, San Basilio, Laurentino, Corviale, Quartaccio. Zone note della periferia romana, tra le più complesse. Non a caso tra quelle che hanno mostrato - in relazione al resto della città - meno capacità progettuale quando sollecitate da appositi bandi per agevolazioni.

2. Politiche integrate

E' cresciuta nel tempo la consapevolezza interna al Comune di Roma dell'importanza di dare maggiore probabilità di successo agli interventi in campo economici integrandoli in più ampie azioni su specifiche aree della città, che abbiano ad oggetto la riqualificazione urbana, sociale o ambientale.
Ha poco senso favorire la nascita di una bottega artigiana lì dove non c'è passaggio di abitanti perchè la viabilità urbana non lo permette. Oppure sostenere la nascita di una gelateria senza che vi sia un luogo vivibile in cui consumare il gelato. E' da queste considerazioni - basate anche sulla concreta esperienza, sulla storia di vere imprese, fallite o di successo - che l'intervento di Autopromozione sociale si associa spesso con i Contratti di quartiere o con la riqualificazione delle piazze urbane (programma originariamente noto come "100 piazze"), cioè con forme di intervento urbanistico locale, spesso progettato insieme agli abitanti.

3. Strumenti tecnico-economici

Fare impresa è e resta un'attività complessa, che richiede doti e capacità significative, nonché abilità tecniche che si possono trasmettere e imparare, ma che non si può non avere. Per questo restano fondamentali alcune attività standard per la promozione d'impresa come l'orientamento, la consulenza, l'assistenza tecnica. Oggi esistono due Centri servizi, uno a nord (San Basilio) e uno a sud (Garbatella) della città, per fornire assistenza tecnica, orientamento, formazione, tutoraggio alle imprese e agli imprenditori (anche solo aspiranti tali) che desiderano accedere alle agevolazioni. Con l'intento specifico di sollecitare l'intraprendenza e l'imprenditorialità dei migranti è stato aperto uno sportello operativo presso la sede della Caritas di Roma di via delle Zoccolette, noto punto di riferimento degli stranieri nella nostra città. E con gli stessi fini - almeno per la fase informativa - è ormai costante la collaborazione con la Consulta dei cittadini stranieri del Comune di Roma.

Se la componente tecnica è la più collaudata, non bisogna sottovalutare le difficoltà di ripensarne modalità e contenuti alla luce di quanto esposto, concependo l'intervento tecnico come momento di responsabilizzazione dell'individuo, di condivisione di finalità (sull'efficacia, sull'efficienza, sulla trasparenza ecc.), di ingresso in una rete. Dunque la tecnica come veicolo per la strategia.

4. Accumulatori di progettualità

Il riferimento è a quelle strutture fisiche, localizzate sul territorio, che possono realmente fungere da "accumulatori" delle progettualità, da nodi di rete, da punti di partenza per progetti locali. Si tratta degli incubatori di impresa (ad oggi quattro, presto saranno cinque), dei centri servizio (due), dei poli di animazione sociale (sei), dello sportello per migranti (uno), della Città dell'altra economia, dello sportello per la prevenzione dell'usura. Contandole, 16 strutture (17 se si considera anche la forte partnership con la Consulta delle persone straniere) sul territorio cittadino in grado di esprimere anche fisicamente quella strategia di rete e di relazioni che si intende perseguire. Fra le diverse strutture citate, il ruolo principale di "accumulatori di progettualità" spetta certamente agli incubatori di impresa, veri presidi sul territorio, in grado di catalizzare nel tempo le energie più positive.

In breve:

- incubatore di Corviale (Incipit): opera dal 2002, ha vocazione territoriale - nel senso che mira allo sviluppo locale del quartiere -, ospita fino a 10 imprese attive in diversi settori economici e ne può associare fino a 15. Si tratta di una struttura di grande qualità dal punto di vista funzionale e architettonico, che ancora deve sviluppare appieno le sue potenzialità sul territorio. Ad oggi sono tre le imprese che sono riuscite a trovare una propria autonomia dopo il periodo di insediamento;

- incubatore di Cinecittà (Start): collocato all'interno degli studios, partito nel 2003, unico in Europa, l'incubatore di Cinecittà è a vocazione, ospita cioè soltanto imprese attive nel settore della produzione audio-video e del multimediale. Progetto che mira a dare forte sostegno a imprese che operano in un settore di nicchia, ad elevata competitività e che richiede una costante crescita della qualità offerta. Ospita 8 imprese e ne associa 10. Sono 5 le imprese che si accingono a uscire per fine anno, alcune con ottime potenzialità di sviluppo;

- incubatore imprese sociali (InVerso): dimensionato su circa 1000 metri quadri, ospita fino a 15 imprese e ne associa 20. Anch'esso a vocazione, è dedicato esclusivamente alle imprese non profit della città: cooperative, cooperative sociali, altre forme imprenditoriali purché prive di scopo di lucro. Si trova nel quartiere di Garbatella;

- incubatore per imprese dello spettacolo (Play): ancora un incubatore a vocazione, questo dedicato esclusivamente ad imprese operanti nella filiera della produzione di eventi culturali e ricreativi (teatro, cinema, danza, musica ecc.). Ospita 8 imprese e ne associa 10, anch'esso insediato a Garbatella;

- incubatore per imprese ICT Open Source: nascerà entro l'inizio del 2006 tra la Tiburtina e San Basilio. Dovrebbe ospitare 8 giovani piccole imprese in grado di lavorare su piattaforme Linux e in generale con l'uso e l'implementazione di free software. L'obiettivo è favorire a Roma la nascita di un piccolo polo del software libero, che possa proporsi come riferimento - anche di mercato - per pubblica amministrazione, imprese e cittadini.

5. Credito e legalità

La cultura del fare impresa è intrinsecamente collegata con il rapporto che una collettività ha con il denaro e con i suoi diversi utilizzi. Il denaro serve a fare impresa, è uno dei prodotti del fare impresa, troppo spesso si identifica - nell'immaginario collettivo più o meno manipolato dalla vulgata economica - con i fini dell'imprenditore. Una sana ed equilibrata crescita economica dei territori non può dunque che associarsi con una cultura del denaro che lo riesca a contestualizzare come strumento indispensabile, mai come fine ultimo. Serve dunque un lavoro attento, cauto, che va dallo strumento tecnico, che aiuta ad entrare in possesso di denaro, all'attività di sensibilizzazione e alfabetizzazione sulla finanza aziendale e le sue implicazioni.

Di qui le scelte di: attivare dei fondi di garanzia per favorire l'accesso al credito delle piccole imprese beneficiarie delle agevolazioni; coinvolgere in questa operazione due banche di cui il Comune di Roma è socio e dalla forte connotazione territoriale e responsabile, Banca di Credito Cooperativo di Roma e Banca Popolare Etica5; avviare una collaborazione con il delegato del Sindaco in materia di prevenzione all'usura, Tano Grasso, per l'attivazione di un centro apposito nel quartiere di Quartaccio.

6. Filiere privilegiate

Un lavoro di ricerca e presenza nei territori implica anche l'individuazione progressiva di determinate esigenze, che possono assumere caratteristiche a volte molto specifiche. E' in questo caso, allora, che si sviluppano misure di intervento mirate su particolari settori o filiere produttive.

E' quanto è accaduto nel tempo con i bandi per:

- artigiani del centro storico: ne sono stati finanziati 50, purché si impegnassero ad ospitare almeno un tirocinante proveniente da aree periferiche, nella prospettiva di contrastare il duplice fenomeno dell'abbandono delle botteghe artigiane e il loro concentrarsi nel centro della città;

- librerie: un'analisi spaziale delle librerie presenti a Roma ha evidenziato la loro fortissima concentrazione intorno al centro. Da lì è nato il progetto di un'azione volta alla nascita solo di nuove librerie, purché ubicate nelle periferie. Oggi il risultato è che ne sono nate 16, che hanno permesso a 120 mila abitanti di avvicinarsi ad una libreria, portando la percentuale cittadina di abitanti che ne hanno una a meno di 500 metri dal 22% al 31%, con un aumento percentuale pari al 41%. Ora la sfida è rendere sostenibile questo progetto, continuando a garantire assistenza e promozione a delle imprese che operano in un settore - quello dell'editoria e della vendita al dettaglio nell'editoria - assai fragile e sempre più dominato da pochi grandi operatori;

- imprese dell'intrattenimento: dopo alcuni avvenimenti della primavera 2004, che portarono sulle prime pagine delle cronache cittadine l'assenza di locali di divertimento nelle periferie, si è avviato un altro progetto dai contenuti simili a quello delle librerie, con la finalità di far nascere nuovi luoghi di aggregazione, intrattenimento, socializzazione. Sono così stati selezionati 19 progetti, ora in fase di avvio e consolidamento, che vanno dal teatro di quartiere alla sala da ballo, dal centro ricreativo multiculturale alle aree giochi per i bambini;

7. Orientamento alla responsabilità

Una scelta chiara della Giunta del Comune di Roma è l'utilizzo dello strumento agevolativo per riorientare
verso comportamenti virtuosi le pratiche delle imprese cittadine. Questo obiettivo viene perseguito attraverso un insieme di azioni, diverse per tipologia e livello di impatto:

- requisiti preferenziali per l'accesso alle agevolazioni;
- strutture di servizio, informazione e formazione;
- sensibilizzazione nei confronti dei cittadini;
- lancio di progetti specifici in grado di incidere sui processi produttivi, economici e finanziari.

Si è arrivati così ad un 15% di piccole imprese (tra le agevolate) che si impegnano a valutare l'impatto socio-ambientale della propria attività, oltre alla nascita di diverse botteghe del commercio equo e solidale e a punti vendita o di trasformazione dei prodotti dell'agricoltura biologica. Ciò significa che vi è un numero crescente di operatori a Roma che inizia a cimentarsi con la cultura della responsabilità d'impresa e degli strumenti per gestirla. Anche per questo, per rafforzare e dare sostegno nel tempo a un simile incentivo, si è pensato di costruire uno strumento che accompagni le imprese in questo nuovo percorso di "responsabilizzazione" socio-ambientale. E' evidente, infatti, che se si vuole promuovere una crescita culturale dei piccoli imprenditori (ma non solo) è opportuno fornire loro tutte attività di formazione, guida metodologica, aggiornamento, condivisione delle informazioni. Ecco perché è stato attivato un Centro per l'Impresa Etica e Responsabile, che avrà il compito di sollecitare, formare, assistere il tessuto produttivo romano in questo percorso. Per dare ulteriore forza al progetto è stato siglato uno specifico protocollo di intesa con la Camera di Commercio di Roma per perseguire congiuntamente l'obiettivo di un'azione di sensibilizzazione e formazione sulle imprese cittadine.
All'interno delle pratiche di responsabilità d'impresa assumono un ruolo guida e trainante, come accennato, i progetti sull'altra economia. Ad oggi il più rappresentativo è senza dubbio quello della Città dell'altra economia, spazio permanente che - a metà tra centro servizio e incubatore di impresa - si collocherà all'interno dell'ex mattatoio di Roma e, con 3.500 metri quadrati a disposizione, darà vita ad un fondamentale punto di promozione, messa in rete e consolidamento delle esperienze dell'altra economia cittadina.

Unica esperienza del genere in Europa, questo progetto può inoltre rappresentare il fulcro - come stabilito dalla Giunta comunale nel febbraio 2005 - per lo sviluppo di un vero e proprio Distretto cittadino dell'altra economia, una rete fitta cioè di scambi e relazioni, economiche e finanziarie, ma anche culturali e sociali, che, dal commercio elettronico ai gruppi di acquisto, sviluppi a vario livello la nuova imprenditoria cittadina secondo un coerente approccio alla riqualificazione dei territori.
8. Approccio di prossimità

Questo punto riguarda meno ciò che si fa e più il come lo si fa. E riguarda più l'amministrazione, il Comune di Roma, come motore del tutto, che i cittadini o gli operatori economici. E' la strada che Autopromozione sociale sta scegliendo: quella di una relazione diretta, possibilmente basata su rapporti di reciproca conoscenza e collaborazione con le imprese. Non è una strada facile, perché nel frattempo va mantenuta la funzione di controllo nel rispetto delle procedure amministrative. Ma non è possibile promuovere sviluppo locale senza mettersi in gioco alla pari degli altri attori, al di là dei ruoli formalmente riconosciuti e oltre le responsabilità di cui non ci si può spogliare.

Troppo spesso gli strumenti di finanza agevolata sono diventati nel tempo un sistema a sé, completamente distante dai reali processi di sviluppo, e troppo spesso questo ha generato nei proponenti una tensione tutta rivolta alla graduatoria e al forzare i progetti dentro i requisiti di gara piuttosto che alle effettiva realizzazione del progetto d'impresa. E questo dipende non solo dalle tendenze al free-riding, che pure ci sono, ma anche dall'atteggiamento della Pubblica amministrazione al formalismo astratto, che mai è opportuno e che nelle politiche economiche diviene surreale.

L'intervento a favore dei migranti

Il mondo dell'imprenditorialità immigrata risulta fortemente dinamico, variegato e complesso. Ciò vale sia a livello nazionale sia per la città di Roma: risulta evidente l'aumento di attività autonome in tutto il territorio cittadino, oltre a territori più "storici", come Esquilino Pigneto, Torpignattara, Magliana, Casilino, Trastevere, Ostiense, Porta Furba. Aumenta l'allontanamento dall'ethnic business, cioè di imprese rivolte a soddisfare prevalentemente bisogni interni alle comunità, a favore della creazione di imprese nelle quali clienti e prodotti non hanno legami con il paese di origine. Diventano più sofisticate le forme societarie, anche se continua a dominare la ditta individuale7.
Ciò nonostante, tra le oltre 700 imprese selezionate dal Comune di Roma fino alla fine del 2004, per più di 4 mila progetti pervenuti, la presenza di cittadini immigrati era praticamente nulla. I pochi casi, del tutto accidentali, non potevano certo considerarsi rappresentativi di una vis economica crescente e che di certo merita attenzione da parte dell'ente locale. Per questo si è deciso di avviare una sorta di progetto pilota per favorire la diffusione presso le comunità di immigrati delle informazioni relative alle opportunità di contributi e di servizi. E per riuscire al meglio in questo obiettivo si è deciso di progettare un bando destinato soltanto ai cittadini stranieri8.

Il lavoro di preparazione è durato diversi mesi e si è avvalso del contributo sia dell'Istituto per gli studi sulla popolazione del CNR, sia della Caritas, sia della Consulta per le persone straniere presso il Comune di Roma. Quest'ultimo partner - coinvolto anche in fase attuativa - si è poi rivelato fondamentale per raggiungere le diverse comunità di immigrati, fungendo da ponte e moltiplicatore per le attività di comunicazione promosse dal Comune.

Dalla fase istruttoria sono emerse alcune linee-guida, che hanno condizionato i contenuti del bando:

- concentrarsi sulle micro-imprese, favorendo la fuoriuscita dall'economia sommersa;
- attivare anche forme di sostegno finanziario (in forma di prestito) per ovviare alle difficoltà di accesso al credito e alla ridotta capacità patrimoniale;
- premiare i progetti in grado di valorizzare le competenze alte degli immigrati, troppo spesso mal utilizzate e sacrificate nel nostro mercato del lavoro.

Ci si è così concentrati su un progetto ideale intorno ai 50 mila euro (tra investimenti iniziali e spese di gestione in avvio), rispetto ai quali il Comune metteva a disposizione un 40% di contributo a fondo perduto e un altro 40% di finanziamento a tasso agevolato (1,5%) rimborsabile in 5 anni. Il bando, uscito a fine 2004, è stato aperto 4 mesi. Sono state più di mille le persone che hanno chiesto informazioni o hanno ricevuto orientamento e assistenza tecnica. 180 i progetti pervenuti, 31 quelli finanziati.
Tra questi esercizi commerciali (alimentari e abbigliamento soprattutto), artigiani (parrucchieri e sartoria), attività editoriali e culturali (giornali, radio), consulenza alle aziende, pompe funebri per persone di rito mussulmano, servizi diversi (dai viaggi ai telefoni).

In queste settimane sono in avvio i progetti, che a volte si sono confrontati con difficoltà particolari, che superano quelli già noti per ogni piccola impresa9. Una fra tutte: il diverso atteggiamento nei confronti dei cittadini immigrati da parte di chi affitta un locale per l'attività imprenditoriale.

Mentre in media sono due o tre le mensilità richieste come caparra, si stanno verificando casi in cui la richiesta arriva a 12 mensilità, spingendo l'impresa a rinunciare al progetto e dunque anche all'agevolazione. Resta dunque un lavoro importante da svolgere, sia in fase di tutoraggio di queste imprese, sia nell'elaborazione di strumenti tecnici pensati ad hoc, come potrebbe essere un sistema di fideiussioni garantite dal Comune da rilasciare ai proprietari dei locali.

Il risultato più importante, comunque, al di là del significato umano, oltre che economico, di ciascuna delle esperienze che partiranno, è l'aver avviato un dialogo forte con le comunità, essere riusciti a far conoscere loro queste opportunità. Di lavoro da fare ne resta tanto, le difficoltà - come detto - sono diverse e a volte spinose, ma da questo momento in poi, per un cittadino immigrato, sarà forse un po' più semplice scegliere di trovare una propria via al reddito, sviluppare un'idea, mettere in gioco le proprie competenze.

di Alessandro Messina - dirigente dell'Ufficio di Autopromozione sociale del Comune di Roma - intervento al convegno intitolato "Migranti, credito, sviluppo locale. Nuove relazioni economiche per la qualità sociale" - 25 novembre 2005

 

 

Riferimenti bibliografici

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A. Messina 160
13 Abbasso lo sviluppo sostenibile! Evviva la decrescita conviviale!
Creato: 22 Lug 2009

"Non vi è il minimo dubbio che lo sviluppo sostenibile sia uno dei concetti più nocivi."
Nicholas Georgescu-Roegen, (corrispondenza con J. Berry, 1991).(1)

Viene definito ossimoro (o antinomia) una figura retorica consistente nel giustapporre due parole contraddittorie, come "l'oscura chiarezza", cara a Victor Hugo, "che viene giù dalle stelle...". Questo espediente inventato dai poeti per esprimere l'inesprimibile è sempre più utilizzato dai tecnocrati per far credere all'impossibile. Così, una guerra pulita, una globalizzazione dal volto umano, un'economia solidale o sana, ecc. Lo sviluppo sostenibile è una di queste antinomie.

Già nel 1989, John Pessey della Banca Mondiale catalogava 37 diverse accezioni del concetto di "sustainable development".(2) Il solo rapporto Brundtland (World commission 1987) ne conteneva ben sei. François Hatem, che al tempo ne aveva individuate 60, propose di suddividere le teorie al momento disponibili sullo sviluppo sostenibile in due categorie: ecocentriche e antropocentriche, secondo che avessero come obiettivo principale la protezione della vita in generale (e quindi di tutti gli esseri viventi, o quantomeno di quelli che non sono già condannati), o il benessere dell'uomo.(3)

Sviluppo sostenibile, o come far durare lo sviluppo

Esiste quindi un'apparente divergenza dei significati sostenibile/durevole. Per alcuni lo sviluppo sostenibile/durevole è uno sviluppo rispettoso dell'ambiente. L'accento insiste quindi sulla conservazione degli ecosistemi. Lo sviluppo in questo caso significa benessere e qualità della vita soddisfacente e non ci si pone troppi interrogativi sulla compatibilità dei due obiettivi, sviluppo e ambiente. Questo atteggiamento è abbastanza diffuso tra i militanti del mondo associativo e tra gli intellettuali umanisti. L'attenzione verso i grandi equilibri ecologici deve arrivare fino a rimettere in discussione certi aspetti del nostro modello economico di crescita, addirittura del nostro stile di vita. Ciò potrebbe condurre alla necessità di inventare un altro paradigma di sviluppo (ancora uno! Ma quale? Non si sa). Per altri, l'importante è che lo sviluppo in quanto tale possa durare all'infinito. Questa è la posizione degli industriali, della maggior parte dei politici e di quasi tutti gli economisti. A Maurice Strong, che dichiarava il 4 aprile 1992: "Il nostro modello di sviluppo, che porta alla distruzione delle risorse naturali, non può tenere. Dobbiamo cambiare", fanno eco i propositi di Gorge Bush (senior): "Il nostro livello di vita non è negoziabile".(4) Sugli stessi toni, a Kyoto, Clinton dichiarava senza peli sulla lingua: "Non firmerò niente che possa nuocere alla nostra economia"(5) Com'è noto, Bush junior ha fatto di meglio...
Lo sviluppo sostenibile è come l'inferno, lastricato di buone intenzioni. Non mancano esempi di compatibilità tra sviluppo e ambiente a dimostrarlo. Evidentemente, l'attenzione all'ambiente non è necessariamente contraria agli interessi individuali e collettivi degli agenti economici. Un direttore della Shell, Jean-Marie Van Engelshoven, si può permettere di dichiarare: "Il mondo industriale dovrà essere in grado di rispondere alle attuali aspettative se vuole, in modo responsabile, continuare a creare ricchezza in futuro". Jean-Marie Desmarets, l'Amministratore Delegato di Total, parlava allo stesso modo prima del naufragio dell'Erika e dell'esplosione della fabbrica di fertilizzanti chimici di Tolosa...(6) Con un certo senso dell'umorismo, i dirigenti di BP hanno deciso che la loro sigla non avrebbe più dovuto leggersi "British Petroleum", ma "Beyond Petroleum" (oltre o dopo il petrolio)...(7)

La coincidenza di interessi ben definiti può, effettivamente, realizzarsi in teoria e in pratica. Esistono industriali persuasi della compatibilità tra gli interessi della natura e gli interessi dell'economia. Il Business Council for Sustainable Development, cinquanta dirigenti di grandi imprese rappresentati da Stephan Schmidheiny, consulente di Maurice Strong, ha pubblicato un manifesto presentato a Rio de Janeiro poco prima dell'apertura della conferenza del 92: Cambiare rotta, riconciliare lo sviluppo dell'impresa e la protezione dell'ambiente. "Come dirigenti d'impresa - proclama il manifesto - condividiamo il concetto di sviluppo sostenibile, che permetterà di rispondere alle esigenze dell'umanità senza compromettere le opportunità delle generazioni future".(8)

Ed è questa, effettivamente, la scommessa dello sviluppo sostenibile. Un industriale americano esprime il concetto in modo molto più semplice: "Vogliamo che sopravvivano sia lo strato di ozono che l'industria americana".

Sviluppo tossico

Vale la pena guardare più da vicino, tornando ai concetti, per verificare se la sfida ha ancora senso. La definizione di sviluppo sostenibile del rapporto Brundtland tiene conto solo della durevolezza. Si tratta di un "processo di cambiamento per il quale lo sfruttamento delle risorse, l'orientamento degli investimenti, i cambiamenti tecnici e istituzionali avvengono in modo armonico e rinforzano il potenziale attuale e futuro dei bisogni dell'uomo". Non ci si deve illudere, tuttavia. Non è della protezione dell'ambiente che parlano i potenti - certi imprenditori ecologisti parlano persino di "capitale sostenibile", il colmo dell'ossimoro! - ma prima di tutto dello sviluppo.(9) Ed ecco la trappola. Il problema del concetto di sviluppo sostenibile non è tanto nel termine sostenibile, che è tutto sommato una bella parola, quanto nella parola sviluppo, che è decisamente un "termine tossico". A ben vedere sostenibilità significa che l'attività umana non deve produrre un livello di inquinamento superiore alla capacità dell'ambiente di rigenerarsi. Non è altro che l'applicazione del principio di responsabilità del filosofo Hans Jonas: "Agisci in modo che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuità di una vita autenticamente umana sulla terra". Tuttavia, il significato storico e pratico dello sviluppo implicito nel programma della modernità, è fondamentalmente contrario alla sostenibilità così concepita. Si può definire lo sviluppo come un'impresa volta a mercificare i rapporti tra le persone e con la natura. Si tratta di sfruttare, di valorizzare, di trarre profitto dalle risorse naturali e da quelle umane. La mano invisibile e l'equilibrio degli interessi ci garantiscono che tutto procede per il meglio nel migliore dei mondi possibili. Perché preoccuparsi? La maggior parte degli economisti, che siano liberali o marxisti, sostengono una visione che permette allo sviluppo economico di perdurare. Così l'economista marxista Gérard d'Estanne de Bernis dichiara: "Non staremo qui a disquisire di semantica, non ci chiederemo neanche se l'aggettivo "durevole" (sostenibile) aggiunga qualche cosa alle definizioni classiche di sviluppo, teniamo conto della realtà e parliamo come tutto il mondo [...] E' chiaro che sostenibile non rimanda al concetto di durata ma a quello di irreversibilità. In questo senso, qualunque sia l'interesse delle esperienze prese in considerazione, il fatto è che il processo di sviluppo in paesi come l'Algeria, il Brasile, la Corea del Sud, l'India o il Messico non si è rivelato "durevole" (sostenibile): le contraddizioni irrisolte hanno spazzato via i risultati degli sforzi compiuti e condotto a una regressione".(10) Effettivamente, se si accetta la definizione di sviluppo indicata da Rostow come "self-sustaining growth" (crescita auto-sostenibile), l'aggiunta dell'aggettivo durevole o sostenibile al termine sviluppo è inutile e costituisce un pleonasmo. Ciò è ancora più evidente nella definizione di Mesarovic et Pestel.(11) Per loro è la crescita omogenea, meccanica e quantitativa che è insostenibile, mentre una crescita "organica" definita dall'interazione delle parti con l'insieme è un obiettivo sopportabile. Storicamente questa definizione biologica è precisamente quella dello sviluppo! Le sottigliezze di Herman Daly, che tenta di definire uno sviluppo a crescita zero non stanno in piedi, né in teoria, né in pratica.(12) Come sottolinea Nicholas Georgescu-Roegen: "Lo sviluppo sostenibile non può in alcun caso essere separato dalla crescita economica. [...] In verità, chi ha mai potuto pensare che lo sviluppo non implichi necessariamente una forma di crescita?"(13) Infine, si potrebbe affermare che aggiungere l'aggettivo sostenibile al concetto di sviluppo non significa certo rimettere seriamente in discussione lo sviluppo esistente, quello che domina il pianeta da due secoli, ma semplicemente concepirlo in un'accezione ecologica. E' alquanto improbabile che ciò basti a risolvere i problemi.

La crescita zero non è sufficiente

Infatti, le caratteristiche durevole o sostenibile non rimandano allo sviluppo "realmente esistente", ma al concetto di riproduzione. La riproduzione sostenibile ha regnato sul pianeta più o meno fino al XVIII secolo. Tra gli anziani del terzo mondo ci sono ancora degli "esperti" di riproduzione sostenibile. Gli artigiani e i contadini che hanno conservato buona parte dell'eredità ancestrale nel modo di agire e di pensare vivono spesso in armonia con il proprio ambiente; non sono predatori della natura.(14) Ancora nel XVII secolo, con gli editti sulle foreste, i regolamenti sugli abbattimenti per la ricostituzione dei boschi, la coltivazione di querce che ancora ammiriamo destinate alla costruzione di vascelli 300 anni dopo, Colbert si dimostra un esperto di "sustainability". I suoi provvedimenti sono il contrario della logica mercificatrice. Ecco, si dirà, una forma di sviluppo sostenibile. Ma allora lo si deve dire di tutti quei contadini che hanno piantato nuovi olivi e nuovi fichi dei quali non avrebbero mai visto i frutti, pensando alle generazioni future e questo senza esservi obbligati da nessuna legge, semplicemente perché i loro genitori, i loro nonni e tutti coloro che li avevano preceduti avevano fatto la stessa cosa.(15) Ormai, neanche la riproduzione sostenibile è più possibile. Ci vuole tutta la fede degli economisti ortodossi per pensare che la scienza del futuro risolverà tutti i problemi e che la sostituibilità illimitata della natura attraverso l'artificio sia possibile. Come si chiede Mauro Bonaïuti, possiamo davvero continuare a ottenere lo stesso numero di pizze diminuendo sempre la quantità di farina e aumentando il numero dei forni o quello dei cuochi ? E anche qualora si dovesse riuscire a sfruttare nuove energie, sarebbe sensato costruire "grattacieli senza scale né ascensori, esclusivamente sulla base della speranza che un giorno trionferemo sulla legge di gravità ?"(16) Contrariamente a quanto sostenuto dall'ecologismo riformista d'un Hermann Daly o d'un René Passet, lo status quo e la crescita zero non sono né possibili, (né auspicabili...). "Noi possiamo riciclare le monete di metallo usate, ma non le molecole di rame disperse dall'uso".(17) Questo fenomeno, che Nicholas Georgescu-Roegen ha battezzato la "quarta legge della termodinamica", è forse discutibile in termini di teoria astratta, ma non dal punto di vista dell'economia concreta. Dall'impossibilità che ne consegue di una crescita illimitata non risulta, secondo lui, la necessità di un programma di crescita zero, ma quello di una decrescita. "Non possiamo - scrive - produrre frigoriferi, automobili o aerei a reazione 'migliori e più grandi' senza produrre anche dei rifiuti 'migliori e più grandi'".(18) Quindi, il processo economico è di natura entropica. "La terra ha dei limiti - sottolinea Marie-Dominique Pierrot - e trattarla come qualcosa che si possa sfruttare all'infinito attraverso la mitizzazione del concetto di crescita, significa condannarla a scomparire. Non si può invocare la crescita illimitata e accelerata per tutti e allo stesso tempo chiedere che ci si preoccupi delle generazioni future. Il richiamo alla crescita e la lotta alla povertà costituiscono solo delle formule magiche e delle parole d'ordine buone per tutte le stagioni. Si tratta dell'idea magica della torta della quale basta aumentare le dimensioni per nutrire tutto il mondo e che rende 'innominabile' la questione della possibile riduzione delle parti di alcuni".(19) La nostra ipercrescita economica oltrepassa già largamente la capacità di carico della terra. Se tutti i cittadini del mondo consumassero come gli americani medi i limiti fisici del pianeta sarebbero già ampiamente superati.(20) Se prendiamo come indice del "peso" ambientale del nostro stile di vita "l'impronta" ecologica di questa categoria in termini di superficie terrestre necessaria, otteniamo risultati insostenibili sia dal punto di vista dell'equità nei diritti di sfruttamento della natura, che dal punto di vista della capacità di rigenerarsi della biosfera. Prendendo in considerazione i bisogni di risorse e di energia necessarie ad assorbire i rifiuti e gli scarti della produzione e del consumo e aggiungendoci l'impatto dell'habitat e delle infrastrutture necessarie, i ricercatori del World Wide Fund (WWF) hanno calcolato che lo spazio bioproduttivo pro capite dell'umanità è di 1,8 ettari. Un cittadino degli Stati Uniti consuma in media 9,6 ettari, un canadese 7,2, un europeo medio 4,5. Siamo quindi molto lontani dall'uguaglianza planetaria e ancora di più da uno stile di civilizzazione sostenibile, che si dovrebbe limitare a 1,4 ettari, nell'ipotesi che la popolazione attuale resti stabile.(21)

Uscire dall'economicismo

Possiamo discutere queste cifre, ma purtroppo sono confermate da un numero imponente di indici (che sono d'altra parte serviti a stabilirle). Per sopravvivere o durare è quindi urgente organizzare la decrescita. Se siamo a Roma e dobbiamo andare a Torino in treno e per sbaglio abbiamo preso la direzione di Napoli, non basta rallentare la locomotiva, frenare o fermarsi, bisogna scendere e prendere un altro treno nella direzione opposta. Per salvare il pianeta e assicurare un futuro accettabile ai nostri figli, non dobbiamo semplicemente moderare le tendenze attuali, bisogna decisamente uscire dallo sviluppo e dall'economicismo, così come dobbiamo uscire dall'agricoltura a sfruttamento intensivo che ne è parte integrante, per farla finita con le mucche pazze e le aberrazioni transgeniche. La decrescita dovrebbe essere perseguita non soltanto per preservare l'ambiente, ma anche per restaurare quel minimo di giustizia sociale senza la quale il pianeta è condannato all'esplosione. Sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sono strettamente connesse. I limiti del "capitale" natura non pongono soltanto un problema di equità intergenerazionale nella suddivisione delle parti disponibili, ma anche un problema di equità tra i membri attualmente viventi dell'umanità. La decrescita non significa necessariamente un immobilismo conservatore. L'evoluzione e la crescita lenta delle società antiche si integravano in una riproduzione allargata ben temperata, sempre in armonia con le esigenze della natura. "La società tradizionale era sostenibile perché aveva adattato il proprio stile di vita all'ambiente - conclude Edouard Goldsmith - e la società industriale non può sperare di sopravvivere perché, al contrario, ha cercato di adattare l'ambiente al proprio stile di vita".(22) Pianificare la decrescita significa, in altri termini, rinunciare all'immaginario economico, cioè alla convinzione che di più per tutti significhi più uguaglianza. Il benessere e la felicità si possono raggiungere a costi inferiori. La saggezza di molte culture suggerisce che la felicità si realizza nella soddisfazione di una quantità sensatamente limitata di bisogni. Riscoprire la vera ricchezza nella promozione di relazioni sociali conviviali in un mondo sano si può fare con serenità nella frugalità, nella sobrietà, persino con una certa austerità nei consumi materiali. "Una persona felice - sottolinea Hervé Martin - non consuma antidepressivi, non consulta psichiatri, non tenta di suicidarsi, non rompe le vetrine dei negozi, non acquista continuamente oggetti costosi e inutili, insomma, partecipa solo marginalmente all'attività economica della società."(23) Una decrescita voluta e ben impostata non impone alcun limite nell'esercizio dei sentimenti e alla promozione di una vita conviviale, anche dionisiaca.(24)

Autore: Serge Latouche

note:

(1) Mauro Bonaïuti, La teoria bioeconomica. La "nuova economia" di Nicholas Georgescu Roegen, Carocci, Roma 2001, p. 53.

(2) J. Pezzey, Economic analysis of sustainable growth and sustainable development, World Bank, Environment Department, Working Paper n° 15, 1989.

(3) Christian Comeliau, Sviluppo dello sviluppo sostenibile, o blocchi concettuali? Tiers-Monde n° 137, gennaio-marzo 1994, pp. 62-63.

(4) Jean Marie Harribey, L'economia economa, L'harmattan, Parigi 1997.

(5) Carla Ravaioli, "Lettera aperta agli economisti. Crescita e crisi ecologica". Manifesto libri 2001, p. 20.

(6) Green magazine, maggio 1991. Questo esempio, come i precedenti, è tratto da Hervé Kempf, L'economia alla prova dell'ecologia. Hatier, Parigi 1991, pp. 24/25.

(7) Carla Ravaioli, op.cit., p. 30.

(8) Cambiare rotta, Dunod, l992, p. ll.

(9) Carla Ravaioli, op. cit., p. 32.

(10) Gérard de Bernis, Sviluppo sostenibile e accumulazione, Tiers-Monde n° l37, p. 96.

(11) Mesarovic et Pestel, Strategie per sopravvivere, Mondadori, Milano 1974.

(12) Un aumento del reddito (in senso hicksiano) senza danno al capitale naturale permetterebbe di affermare che una crescita sostenibile rappresenta una contraddizione in termini, non uno sviluppo sostenibile. V. Gianfranco Bologna, "Italia capace di futuro" WWF-EMI, Bologna 2001, pp. 32 e ss.

(13) NGR 1989 p. 14, Bonaïuti, op. cit., p. 54.

(14) A dispetto della civetteria con cui viene contestata la saggezza dei "buoni selvaggi", questa si fonda semplicemente sull'esperienza. I "buoni selvaggi" che non hanno rispettato il loro ecosistema sono scomparsi nel corso dei secoli...

(15) Questa osservazione di Castoriadis richiama la saggezza millenaria già evocata da Cicerone in "De senectute". Il modello dello "sviluppo sostenibile" che realizza il principio di responsabilità è descritto da un verso di Catone: "Pianterà un albero a vantaggio di un altro tempo". Lo commenta così: "Di fatto l'agricoltore, per anziano che sia, al quale viene chiesto per chi lo pianta, non esita a rispondere: 'Per gli dei immortali, che vogliono che non mi accontenti di ricevere questi beni dai miei antenati, ma che li trasmetta anche ai miei discendenti' ". Cicerone, Catone il vecchio (De senectute), VII-24, Les belles lettres, Parigi, 1996, p. 96.

(16) Bonaïuti Mauro, La "nuova economia" di Nicholas Georgescu-Roegen. ed. Carocci, Roma 2001, pp. 109 et 141.

(17) Ibidem, p. 140.

(18) Op. cit., p. 63.

(19) Marie-Dominique Perrot, Globalizzare il non senso, L'Age d'homme, Losanna, 2001, p. 23.

(20) Una bibliografia esauriente dei rapporti e dei libri pubblicati sull'argomento dal famoso rapporto del Club di Roma in Andrea Masullo, "Il pianeta di tutti. Vivere nei limiti perché la terra abbia un futuro". EMI, Bologna, 1998.

(21) A cura di Gianfranco Bologna, Italia capace di futuro, WWF-EMI, Bologna, 2001, pp. 86-88.

(22) E. Goldsmith, La sfida del XXI secolo, Le rocher, l994, p.330.

(23) Hervé René Martin, La globalizzazione raccontata a coloro che la subiscono, Climats, 1999. p. 15.

(24) Kate Soper, Ecologia, natura e responsabilità. Rivista del MAUSS n° 17, primo semestre 2001, p. 85.

S. Latouche 245
14 Immaginare un’economia altra: Rete e Distretti di Economia Solidale
Creato: 22 Lug 2009

“…non riesco ad immaginare l’Impero Britannico o gli Stati Uniti divenire autenticamente socialisti, più di quanto non riesca ad immaginare un elefante che fa le capriole od un ippopotamo che salta una siepe.” (J. B. S. Haldane, Della misura giusta, 1927)


Introduzione

Nel vivace dibattito che circonda l’economia solidale (ES) alcune domande sembrano ritornare ciclicamente, come irrisolte: innanzitutto ci si interroga se l’ES sia da considerarsi alternativa oppure complementare (2) rispetto all’economia dominante. Questo interrogativo rimanda a quale concezione dell'essere umano sia sottesa all’economia neoliberista, da un lato, e a quella solidale dall’altro e, soprattutto, quale sia il rapporto che quest’ultima debba intrattenere con il mercato. Seguendo l’approccio che da Mauss, attraverso Polanyi, arriva sino a Godbout e Laville, cercherò di offrire alcune risposte a queste domande. Si affronteranno poi, secondo un approccio sistemico, alcune questioni legate alla degenerazione del mondo cooperativo e alle forme istituzionali favorevoli all’affermarsi di un’economia autonoma, solidale e sostenibile. Una prospettiva in cui diviene strategico lo sviluppo dei Distretti di Economia solidale (DES), intesi come reti di soggetti in grado di proteggere le forme germinali di questa economia altra dalla concorrenza distruttiva del Mercato globale.

1. Critica alle ipotesi antropologiche della teoria standard

La moderna teoria del consumatore, come del resto l’intera economia neoclassica, si basa su di una lunga serie di assunti o ipotesi. Tra questi alcuni hanno un carattere generale, o potremmo dire antropologico, sono cioè relativi alla concezione dell'essere umano sottesa alla teoria, altri hanno un carattere più tecnico e servono a garantire la deducibilità, date certe premesse, di alcune conclusioni "desiderate" (unicità, stabilità dell'equilibrio, ecc.). Insieme costituiscono l’intelaiatura assiomatica su cui si regge l'intero edificio neoclassico. Vorrei soffermarmi qui in particolare sulle prime, radunando alcune critiche che sono state portate in particolare dagli antropologi, ma anche da sociologi ed economisti, alla concezione dell’Homo Oeconomicus.

1.1. Egoismo materialista

Tratto fondamentale della concezione dell’HO, ossia di quella che definiamo dottrina utilitarista, è l’ipotesi secondo cui gli esseri umani sono guidati dalla logica egoista del calcolo dei piaceri e dei dolori, in altre parole dal puro interesse personale. Tale egoismo assume nella dottrina utilitarista un carattere eminentemente materialista, nel senso che l’utilità (o benessere) di ciascuno risulta dipendere essenzialmente dalla quantità di beni posseduti o consumati. Non voglio negare, sia chiaro, che l’interesse egoistico rappresenta una componente importante del comportamento umano, sostenuto tra l’altro da fattori biologici ben radicati nella storia evolutiva della nostra specie. Quella che viene qui posta in discussione è l’idea secondo cui si possano ricondurre all’egoismo materialista la generalità delle scelte economiche. Questo principio è tanto più inaccettabile quando viene esteso a criterio interpretativo prevalente, se non esclusivo, dell’intero comportamento sociale (il cosiddetto utilitarismo generalizzato).

Contributo fondamentale di Marcel Mauss, e dell’antropologia francese che a lui si è ispirata, è quello di aver mostrato come quella egoista non sia la sola possibile motivazione dell’azione sociale : nelle società arcaiche, come è noto, il triplice obbligo di donare, ricevere e ricambiare assume un ruolo fondamentale, costituivo del legame sociale e non può essere interamente riconducibile ad una pulsione egoista e tanto meno materialista. Ciò che in queste società veniva scambiato non erano per lo più beni economici ma beni personali, o appartenenti al clan, del quale conservavano per sempre la traccia originale e simbolica. In generale potremmo dire che la ricerca antropologica ci ha mostrato come per millenni gli uomini si siano preoccupati più di “rispettare le forme e i riti” e di “mantenere la propria reputazione” che di massimizzare la propria ricchezza economica. Merito del filone antiutilitarista, e più in generale degli economisti che si sono occupati di reciprocità, è l’aver mostrato che questo genere di relazioni sociali assume un ruolo rilevante, e irriducibile alla logica dello scambio di equivalenti, anche nella contemporaneità (Godbout, 1993 e1998; Zamagni, 1998).

1.2. Naturalismo e universalismo

È questa la concezione secondo cui l’economia rispecchia leggi naturali e che porta a considerare le leggi economiche come a-temporali, valide cioè al di la di qualsiasi contesto storico. Per estensione a questa viene fatta corrispondere una concezione universalista secondo la quale, cioè, le leggi economiche sono applicabili in ogni contesto spaziale, istituzionale e culturale.

Questa concezione naturale o universale della scienza economica ha radici antiche: risale quantomeno all’illuminismo e fa tutt’uno con la pretesa della fisica classica di stabilire leggi semplici, valide in ogni tempo ed in ogni luogo. Tuttavia, come era solito ripetere Georgescu-Roegen, la fisica stessa ha perduto molte delle gemme di cui risplendeva ai tempi di Laplace. Limitandoci al piano antropologico è possibile mostrare, innanzitutto, che i tratti caratterizzanti l’HO non sono generalmente riscontrabili nelle civiltà premoderne(4): nel caso dell'Europa l’affermarsi del linguaggio dell’interesse è relativamente tardo, e indiscutibilmente connesso alla modernità, in particolare al trionfo della ragione scientifica e delle classi medie (Caillè, 1991).

Egoismo e scarsità procedono insieme e si collocano di fatto alla fine della storia umana e non all’inizio, come pretenderebbe la dottrina ortodossa e anche l’etica del lavoro, come l’egoismo, non hanno alcun connotato di “fatto antropologico primordiale”. Piuttosto queste caratteristiche si dimostrano espressione della modernità e di quella occidentale in particolare.

Come hanno mostrato in particolare gli studi di M. Sahlins (1980), nelle società arcaiche di cacciatori e raccoglitori non è rintracciabile alcuno sforzo di incrementare la produttività del lavoro, come dimostra il fatto che il tempo a esso dedicato non supera mediamente le quattro ore al giorno. La maggior parte della giornata è dedicata all'ozio, al gioco o alle celebrazioni rituali. Ancora in pieno medioevo, in Europa, usi e tradizioni religiose imponevano una settimana lavorativa assai più breve di quella oggi riconosciuta come frutto delle lotte sindacali. Per avere una misura di come l’avvento del mercato autoregolato e della rivoluzione industriale abbiano trasformato alla radice i valori e le motivazioni che orientano l’azione economica, basta ricordare che nelle culture dell’antichità si era pienamente uomini solo in quanto sottratti alle necessità materiali e all’obbligo del lavoro. Ne possiamo concludere che egoismo e centralità degli interessi materiali – lungi dal configurarsi come naturali – sono dunque tratti antropologici istituiti (Polanyi, 1974).

Nel contesto dei paesi più ricchi l’impossibilità di individuare leggi economiche universali ha portato ad un rinnovato interesse per la dimensione locale, con un’attenzione tesa a valorizzare le qualità peculiari dei luoghi e a promuovere l’autogoverno delle società locali (Magnaghi, 2000) e di cui l’economa solidale rappresenta, come vedremo, una delle più vivaci espressioni.

1.3. Razionalità strumentale e reciprocità

L’Homo Oeconomicus è razionale e tutta la scienza economica è informata dal principio di razionalità. Ciò che possiamo dire innanzitutto è che, a partire dagli anni Settanta con i pionieristici studi di Herbert Simon (sul fronte delle decisioni di impresa) e soprattutto, recentemente, attraverso le ricerche di psicologia economica (Tversky e Kahneman), si è potuto mostrare come gli individui generalmente non seguano gli assiomi di razionalità e, nel prendere decisioni, non seguono normalmente strategie che massimizzano l’utilità attesa.

In un senso molto generale è razionale quel comportamento che, dati certi fini, individua i mezzi più appropriati a conseguirli: dato un fine C, se A consente di ottenere B e B consente di ottenere C, allora l’individuo razionale perseguirà A per ottenere C. In questo senso la razionalità è strumentale. Impiegando un certo reddito è possibile acquistare beni che consentono al consumatore, con ragionevole certezza, di raggiungere un certo livello di benessere/utilità. In questo senso la razionalità economica è strumentale. È evidente quali sono le conseguenze della generalizzazione di questa modalità di interazione sociale: ciascuno diviene il mezzo per il conseguimento dei fini di altri individui ed è inevitabile che in questo processo ciascuno finisca per percepirsi come un oggetto, portando ad una generale reificazione dei rapporti umani.

Al contrario, come vedremo, l’economia solidale è fondata su relazioni di reciprocità e questa costituisce effettivamente un aspetto importante del comportamento umano (Caillé, 1998, Godbout, 1998,): "non sempre siamo disposti ad interagire con altri al solo scopo di conseguire determinati obiettivi; quanto a dire che l'interazione non è solo pura attività strumentale” (Zamagni, 1998).

1.4. Individualismo o atomismo sociale

Secondo la teoria neoclassica l’unità di analisi è l'individuo: il comportamento economico è determinato dalla somma dei comportamenti individuali. Indiscutibilmente dominante nell’ambito dell'ortodossia neoclassica, l’individualismo metodologico ha esteso la propria influenza ben oltre i confini della scienza economica e, come ha giustamente evidenziato Alain Caillé, rappresenta oggi il “primo paradigma” nell’ambito delle scienze sociali. Secondo questa impostazione non solo è possibile, ma anche necessario, “riferire l'insieme dei fenomeni sociali esclusivamente alle decisioni e ai calcoli degli individui” (Caillè, 1998, p.8). La dimensione sociale o di gruppo è assente dall’analisi economica standard.

Difficilmente si potrebbe immaginare un’ipotesi più irrealistica di quella secondo cui il comportamento economico può prescindere dalla dimensione sociale. È evidente che sia il comportamento del consumatore che quello delle imprese è determinato, oggi più che mai, dalle interazioni con molteplici soggetti organizzati.

Sicuramente la concezione che sta alla base delle diverse esperienze di economia solidale può considerarsi alternativa all’individualismo, quantomeno nel senso che si ritiene ormai acquisita la consapevolezza che le relazione di reciprocità, e ancor più di rete, sono ben altro che la somma dei comportamenti individuali. Le reti inoltre mettono in relazione unità sociali non individuali (ad esempio: gruppi di acquisto, cooperative di produttori, ecc.).

2. Caratteristiche e dilemmi dell'economia solidale

Come ha mostrato J. L. Laville (1998), seguendo le orme di K. Polanyi (1974), il contesto economico e sociale in cui si è sviluppata l’economia solidale è caratterizzato dalla compresenza di tre sfere, distinte, ma in reciproca relazione tra loro, ciascuna basata su un diverso principio di scambio sociale(5):

1. La sfera sociale, o settore tradizionale. In questo ambito, il principio che regola le relazioni sociali è, principalmente, il principio di reciprocità.

2. L'economia di mercato. È questa la sfera delle relazioni basate sul principio di scambio di equivalenti e ad essa generalmente corrisponde il settore privato dell'economia.

3. Economia non di mercato o settore pubblico. In questo ambito il principio che regola le relazioni sociali è, prevalentemente, il principio della distribuzione.

Come noto i rapporti tra queste tre sfere hanno subito nel tempo radicali trasformazioni. Nelle società arcaiche, come ci hanno mostrato gli studi Mauss e Sahlins, le relazioni economiche erano ispirate al principio e alla pratica della reciprocità. Sino a tempi recenti, ossia sino alla rivoluzione industriale borghese, l’attività economica era in ampia parte inglobata nell'ambito del settore tradizionale. Nonostante esistessero forme di mercato e di scambio, sia a livello locale che internazionale, la maggior parte delle relazioni economiche, soprattutto nelle campagne, era di tipo non monetario. In ogni caso il peso delle consuetudini e delle tradizioni (si pensi ai diritti feudali) erano tali da poter affermare che la sfera sociale dominava e dava forma a quella economica. Il settore pubblico aveva invece un ruolo assai limitato, che difficilmente andava oltre le tradizionali funzioni amministrative e militari.

Con l'espandersi del settore privato, in seguito ai processi di industrializzazione e modernizzazione, si è verificata una drastica riduzione delle funzioni di protezione sociale assicurate nell’ambito del settore tradizionale, che ha finito, nel mondo occidentale, per ridursi essenzialmente all’economia domestica. D’altro canto i noti "fallimenti" del mercato, in particolare nel fornire certe tipologie di beni pubblici e servizi sociali, hanno portato ad una altrettanto imponente espansione del settore pubblico, nel ruolo di Stato-Provvidenza. Negli anni del dopoguerra l’espansione dello stato sociale, assicurata dalle politiche economiche di stampo keynesiano, anziché limitare ha favorito l’ulteriore crescita del settore privato, sino a capovolgere quelle che erano le condizioni iniziali: è oggi possibile affermare che le relazioni di mercato, i rapporti di scambio, condizionano e danno forma alle relazioni sociali. Negli ultimi venti anni, con l’avanzare dei processi di globalizzazione, si è assistito ad un’ulteriore estensione della sfera del mercato ed ad una corrispondente ritirata sia della sfera pubblica che di quella sociale.

È in questo contesto che nasce e si sviluppa l’economia solidale. Un fenomeno che si caratterizza come una sorta di reazione evolutiva nei confronti dei processi in corso. Innanzitutto rispetto al vuoto, in termini relazionali, lasciato dalla progressiva disgregazione del settore tradizionale, che procede di pari passo con la mercificazione dei rapporti sociali indotti dall’economia di mercato. Se a questo quadro aggiungiamo la consapevolezza, ormai sempre più diffusa, dell’incapacità del settore pubblico di fare fronte efficacemente ai problemi sopra ricordati, comprendiamo quali siano le spinte propulsive che sono all’origine dell’emergere di esperienze di economia solidale. Non stupisce quindi che la diffusione e la forza di queste sia assai maggiore in quei paesi,America latina6, Africa, ecc , in cui le forme di esclusione sociale sono più forti.

Per comprendere meglio in che senso l'economia solidale sia da un lato mutualmente connessa con l’economia di mercato e, dall’altro, in relazione con la sfera pubblica e sociale, consideriamo separatamente queste relazioni.

L’economia solidale intrattiene rapporti con il mercato in quanto le organizzazioni non profit scambiano, almeno in parte, i propri servizi sul mercato, ricevendone in cambio risorse che sono indispensabili per l’auto sostentamento di queste organizzazioni. Per quanto il baricentro del processo economico possa essere spostato dai mercati globali a quelli regionali e locali, e per quanto allo scambio monetario siano affiancate varie forme di reciprocità, è difficile immaginare forme di economia solidale che non intrattengano alcun rapporto con il mercato.

D’altro canto l’economia solidale ha rapporti con il settore pubblico, sia perché da questo riceve incentivi e sovvenzioni, sia in quanto lo stato contribuisce a definire la cornice istituzionale nella quale opera l’economia solidale. Il confronto politico con gli attori istituzionali (a livello globale come locale), nel quale molte organizzazioni dell’economia solidale sono attivamente impegnate, è evidentemente un aspetto di fondamentale rilevanza.

Ma l’economia solidale è in relazione anche, e forse in primo luogo, con la sfera sociale. Da questa non solo trae le risorse, in termini di impegno volontario, ma con essa condivide quella cultura di relazioni di reciprocità che ne costituisce il tratto dominante. In questa sfera gli individui si sentono persone, scambiandosi beni scambiano significati, e quindi senso, motivazione. Qui prendono la parola, discutono, partecipano, decidono.

È evidente che l’economia solidale può assumere una configurazione diversa a seconda della vicinanza più o meno stretta con le tre sfere sopra indicate e, a questo proposito, le posizioni, anche tra gli studiosi, differiscono significativamente: innanzitutto rispetto al diverso rapporto che questa dovrebbe intrattenere con il mercato. C’è chi, come Zamagni (1998, Bruni e Zamagni, 2004), è favorevole ad un’apertura dell’economia solidale al mercato, nella convinzione che vi sia spazio, in questo, sia per relazioni di scambio di equivalenti sia per relazioni di reciprocità. Secondo questa prospettiva, ampiamente condivisa nell’ambito dell’attuale terzo settore, le relazioni di reciprocità veicolate dallo scambio di beni relazionali sono in grado di contaminare i tradizionali rapporti di mercato, innescando una logica imitativa che dovrebbe portare ad una maggiore diffusione dei comportamenti reciprocanti propri dell’economia solidale. Altri, come Serge Latouche (2003) viceversa temono che l’abbraccio con il mercato si risolva nella mercificazione e nello svilimento dei principi dell’economia solidale, e pertanto suggeriscono una strategia "di nicchia" nella quale, cioè, l’economia solidale sia in qualche modo protetta dall’ingerenza del mercato. È questo, probabilmente, il “dilemma” principale in cui si dibatte oggi il variegato mondo delle economie alternative o solidali.

Dal mio punto di vista, seguendo un approccio sistemico, penso che l’economia solidale dovrà rifuggire ogni forma di riduzionismo, evitare cioè fughe verso una relazione troppo stretta con ciascuna delle tre sfere sopra indicate. Vediamo in che senso:

1) Evitare un abbraccio troppo stretto con il mercato e con le sue logiche mercificanti. L’economia solidale e i principi essenziali su cui si fonda, reciprocità e cooperazione, non sono nuovi. La sorte che ha subito, ad esempio, ampia parte del movimento cooperativo è una testimonianza di come un abbraccio troppo stretto con il mercato e le sue logiche possa condurre ad completo svilimento dei propri principi ispiratori. Ci sono molti riscontri empirici del fatto che un processo del genere è in corso anche nell’attuale terzo settore. D’altronde mi sembra chiaro che l’economia solidale non può fare a meno, in una qualche misura, del mercato. La dimensione del mercato ha infatti a che vedere non solo con la quantità e qualità dei beni e servizi scambiati, ma anche con gli spazi di libertà individuali, quantomeno nella misura in cui questi spazi sono connessi alle possibilità di accesso ad un pluralità d’offerta di beni e servizi. Inoltre il mercato consente alle organizzazioni dell’economia solidale di affermarsi autonomamente, in modo indipendente dal settore pubblico.

2) Evitare inoltre la fuga nella tradizione: l’economia solidale non può, credo, ridursi ad un ritorno all’economia tradizionale, centrata sull’auto-produzione e sull’assenza di scambi monetari; nonostante il fascino che il ritorno “alla natura” e a forme di vita comunitarie esercita su alcuni (penso al vasto movimento dei produttori biologici, ma non solo) e nonostante io condivida il carattere personale delle relazioni e l’agire sulla base del principio di reciprocità dell’economia tradizionale. Appare inoltre chiaro che ben difficilmente oggi gli individui acconsentirebbero ad un ritorno a forme di organizzazione sociale di tipo tradizionale : la storia testimonia come l’espansione dell’economia di mercato si sia di fatto accompagnata, almeno in Occidente, alla liberazione dai legami di natura personale caratteristici delle società tradizionali, una trasformazione che appare oggi quasi irreversibile.

3) È evidente peraltro che l’economia solidale deve guardarsi da un rapporto troppo stretto con gli Enti pubblici. La dipendenza finanziaria dal settore pubblico, legata ad un rapporto esclusivo con gli Enti locali e lo Stato, e la burocratizzazione e le logiche impersonali che sono proprie a queste istituzioni non possono evidentemente costituire la via verso un’autentica affermazione dell’economia solidale.

Va detto tuttavia che, se l’impersonalità della macchina burocratica impedisce a quest’ultima di porsi come valido sostituto dell’ES, è sempre bene tenere presente che la società civile non può rappresentare un valido sostituto del settore pubblico, in particolare in quanto garante del principio di equità e dei diritti fondamentali.

Possiamo a questo punto trarre alcune prime, parziali conclusioni. Da questa prima ricognizione emerge l’importanza di garantire autonomia e peso adeguato ad una pluralità di istituzioni: Stato, mercato e varie espressioni della società civile/economia solidale. Ciascuna di queste, oltre a ispirarsi a principi diversi, risponde, in qualche misura, a bisogni diversi. Semplificando potremmo dire che lo Stato si fa garante principalmente della sfera dei bisogni “primari” e dei diritti inalienabili mentre il mercato, attraverso la produzione di beni e servizi, alimenta quella che potremmo chiamare le sfera dell’utile. La società civile e l’economia solidale, infine, attraverso la generazione di beni relazionali, si incaricano essenzialmente del mantenimento del legame sociale. Il riconoscimento del carattere multidimensionale dei bisogni umani e della natura essenzialmente irriducibile di ciascuna tipologia (l’accesso ad internet non può essere in alcun modo un sostituto dell’accesso all’acqua potabile) e, quindi, il fatto che istituzioni diverse sono necessarie per soddisfare bisogni di natura diversa è, per quanto semplice, un passo in avanti di portata storica rispetto all’attuale subordinazione, nell’immaginario oltre che nella prassi, alla omnipervasività del mercato.

Alcune questioni restano tuttavia in sospeso. Quale dovrebbe essere, in particolare, il rapporto delle varie forme di economia solidale con il mercato? Da un lato infatti abbiamo visto come l’economia solidale risulta essere, sia per la concezione dell'essere umano che ne è all’origine, sia per i principi fondamentali a cui si ispira7, alternativa all’economia del Mercato globale. D’altro lato è difficile immaginare un’economia solidale in grado di espandersi senza qualche forma di scambio di equivalenti, cioè senza mercato. Quello che è indispensabile considerare è che dietro il concetto di mercato si nascondono significati ben diversi.

3. Il mercato tra spersonalizzazione e reciprocità

Tra i molteplici significati che la parola mercato assume è possibile individuare due polarità opposte, ai cui estremi troviamo le piazze di mercato (agorà) ed il Mercato globale della teoria economica ortodossa. Il mercato come agorà è un'istituzione umana millenaria, comune a moltissime culture. "Uno degli indici della perennità dell’istituzione del mercato-incontro, al di fuori dell’invenzione dell’economia (e del contesto capitalistico occidentale), è il fatto che a differenza dalla altre nozioni economiche fondamentali come lo sviluppo o il lavoro, esistono parole per dirlo in quasi tutte le lingue ed in particolare nelle lingue africane"8. Il mercato come agorà è un luogo variopinto e ricco di profumi, in cui le persone si incontrano per scambiarsi beni, ma non solo per questo. Lo scambio, in quanto scambio personale, contiene sempre una dimensione di dono che va oltre il prezzo pattuito. È inoltre il luogo per incontrare parenti e amici, per scambiare notizie, per annunciare pubblicamente avvenimenti importanti, come matrimoni o funerali. In questa accezione il mercato è, con ogni evidenza, un’istituzione prima sociale e solo poi economica.

Al contrario, ciò che caratterizza il Mercato globale è l’assoluta impersonalità dei rapporti. Come ha riconosciuto sagacemente Milton Friedman, nel supermercato globale non occorre che le persone si parlino, né tantomeno che si piacciano9. Questo carattere impersonale dei rapporti ha certamente favorito gli scambi, al punto che nelle moderne economie occidentali i consumatori dispongono di grandi quantità di beni e di ampie possibilità di scelta. Quello che tuttavia non si dice è che il carattere impersonale dello scambio porta con sé, insieme ad indubbi vantaggi, conseguenze assai perniciose. L’anonimato, l’impersonalità delle relazioni di mercato si diffonde infatti inevitabilmente dalla sfera economica alla sfera delle relazioni sociali. I casi di adulterazione degli alimenti, traffico di bambini o di organi, fughe di capitali in isole off-shore, di cui sono piene le cronache, non rappresentano che gli esempi estremi di quel generalizzato disinteresse per l’altro che, generatosi all’interno dei rapporti di mercato, si estende inevitabilmente alla società civile, portando ad una generalizzata mercificazione dei rapporti sociali. Questa tendenza è estremamente pericolosa: non si tratta infatti, come saremmo portati a pensare, di fenomeni episodici dovuti all’immoralità di qualcuno. I valori hanno una genesi sistemica: finiscono inevitabilmente per uniformarsi alle logiche che i mercati globali privilegiano e selezionano. Tuttavia, come è stato mostrato, nessun sistema economico - nemmeno il più liberista - può funzionare senza un minimo grado di fiducia tra produttori e consumatori.

Il mercato dunque - contrariamente a quanto presume la teoria ortodossa o quantomeno la sua versione volgare - non è un’entità astratta, né universale, ma rappresenta piuttosto un’istituzione socialmente e politicamente condizionata, che si presta ad una moltitudine di forme particolari.

Come abbiamo visto nell'ambito delle relazioni di mercato è possibile oscillare da un massimo ad un minimo di personalizzazione dei rapporti, a cui corrisponde un grado più o meno elevato di inclusione della sfera economica nell'ambito della sfera delle relazioni sociali. Come osserva Zamagni, nell’ambito dell’istituzione mercato vi è spazio sia per le relazioni di scambio di equivalenti che per le relazioni di reciprocità10. Occorre tuttavia essere ben consapevoli che, affinché la contaminazione possa realizzarsi nella direzione che tutti auspichiamo - ossia verso un’estensione delle relazioni di reciprocità e non il contrario - i mercati dovranno probabilmente assumere dimensioni e forme ben diverse da quelle che caratterizzano l’attuale economia globale. Ma questo ci introduce ad un nuovo aspetto, importante quanto trascurato: la scala degli apparati. Vediamo di cosa si tratta.

4. Della misura giusta… ovvero la questione della scala

Inizierei la mia riflessione richiamando la frase di J. B. S. Haldane, uno dei maggiori biologi e genetisti dell’inizio del ‘900, citata in apertura: “…non riesco ad immaginare l’Impero Britannico o gli Stati Uniti divenire autenticamente socialisti, più di quanto non riesca ad immaginare un elefante che fa le capriole od un ippopotamo che salta una siepe.”

Per quanto le differenze più evidenti tra gli organismi viventi siano differenze di dimensioni, gli stessi scienziati naturali vi hanno fatto ben poco caso. Consideriamo un caso molto semplice. Pensiamo ad un gorilla alto una ventina di metri, all’incirca l’altezza di King Kong. Pensate che un animale del genere potrebbe esistere veramente, camminare o reggersi in piedi? È evidente che il gorilla non solo sarebbe dieci volte più alto delle scimmie che conosciamo, ma sarebbe anche dieci volte più largo e più spesso. Questo significherebbe che il suo volume e il suo peso sarebbero all’incirca mille volte maggiori, mentre la sezione della sua spina dorsale sarebbe solo cento volte maggiore di quella di un normale gorilla: quindi ogni centimetro quadrato delle ossa del “mostro” dovrebbe reggere un peso dieci volte più grande normale. Poiché l’osso femorale si spezza sotto un peso del genere, le ossa di King Kong si frantumerebbero ad ogni passo, con grande sollievo per la giovane Ann!

In altre parole una variazione di dimensioni porta con se una variazione di forma, cioè una modifica nella struttura dell’organismo.

Ancora più assordante è il silenzio che circonda la questione della scala nella scienza economica. Per quanto nel mondo economico esistano micro imprese composte da una sola persona e giganti - come la General Motors - capaci di fatturare cifre superiori alla somma del PIL dei Paesi dell’Africa sub-sahariana, nei manuali di economia il processo economico è descritto in modo totalmente indipendente dalla questione delle dimensioni. Per l’economista ortodosso non si pone alcun problema… “per raddoppiare la produzione, è sufficiente raddoppiare la quantità degli input…”. Se un cenno viene fatto alla questione della scala è solo a proposito delle così dette economie di scala, il principio secondo cui all’aumentare della produzione si riducono i costi medi. Un principio, dunque, che porta semplicemente ad inseguire la crescita delle dimensioni delle strutture produttive (impianti, reti distributive, ecc.) in vista di una riduzione dei costi. Non a caso il principio delle economie di scala ha ispirato l’introduzione della catena di montaggio, la produzione di massa e la diffusione dei grandi oligopoli industriali.

Haldane, già negli anni tra le due guerre, giunse alla lucida consapevolezza che, in natura, ogni animale ha una misura giusta ed intuì che, così come non esistono gorilla alti venti metri, allo stesso modo non era possibile conciliare gli ideali di equità ed emancipazione del socialismo con le dimensioni dell’impero. Non voglio fare del riduzionismo biologico, occorre tuttavia rendersi conto che, superata una certa soglia, anche il gigantismo delle istituzioni economiche dà origine a trasformazioni della struttura di altri sistemi, con evidenti ripercussioni sul piano ecologico e sociale. Crisi ecologiche, perdita di autonomia, alienazione, condizioni di vita e di lavoro disumane, arricchimento di pochi a danno di molti, diffusione della corruzione, sono solo alcuni esempi delle distorsioni connesse alle dimensioni degli apparati economico-produttivi.

Particolarmente interessante è poi evidenziare il legame esistente tra la questione della scala ed i fenomeni degenerativi in atto nelle grandi imprese, in particolare quando esse assumono una prevalente connotazione finanziaria. Il caso Consorte-Unipol-BNL è esemplare a questo proposito perché riguarda imprese che, come le cooperative, dovrebbero perseguire finalità solidali. Innanzitutto possiamo notare che lo scandalo ha investito, non a caso, le “grandi” cooperative. Queste, incalzate dalla concorrenza e in particolare dall’ingresso di nuove imprese straniere, hanno già da molti anni operato una scelta strategica che le ha portate ad uniformarsi alla logica di mercato che caratterizza l’impresa privata. Non a caso oggi, in termini di organizzazione del lavoro, immaginario, sostenibilità ecologica, il mondo delle cooperative non presenta differenze significative rispetto a quello della grande impresa privata.

L’ultimo passo di questa mutazione è il salto dal capitalismo industriale a quello finanziario. Se si vuole essere competitivi nell’era della globalizzazione non si può, secondo l’illuminato parere degli stessi leaders della sinistra, non possedere almeno un’assicurazione e una grande banca. Tuttavia quando il rapporto tra soci e rappresentanti in consiglio di amministrazione è di circa 50.000 ad 1, (senza che sia previsto alcun meccanismo di rotazione, per cui i rappresentanti restano gli stessi per più di dieci anni) e si realizzano utili per 120 milioni di euro l’anno, non dovrebbe stupire nessuno se il controllo sul management che gestisce questi soldi è quantomeno lacunoso. Dovrebbe essere così chiaro a tutti che il problema della corruzione (per non parlare delle altre forme degenerative a cui sono soggette le grandi imprese) non è imputabile alle debolezze morali del singolo, ma assume piuttosto la forma di una patologia sistemica, legata alla scala ed alla dinamica del sistema cooperativo.

Acquisire consapevolezza del fatto che il troppo grande è in generale pericoloso per gli equilibri, non solo ecologici, ma anche sociali, non deve tuttavia portarci a cadere nella trappola opposta. Non si deve pensare cioè che la soluzione a tutti i mali del capitalismo stia nell’infinitamente piccolo. Certo occorre spostare il baricentro dell’economia, e dunque la dimensione delle imprese, dalla scala globale ad una scala di dimensioni inferiori, diciamo prevalentemente regionale e, per molti prodotti, locale. Questo non significa, come pensano alcuni, che l’alternativa alle multinazionali vada trovata nell’autoproduzione o nelle piccole comunità isolate. “Piccolo è bello” non significava, per lo stesso Schumacher, “tanto più bello quanto più piccolo” e non a caso egli pose l’attenzione sulle tecnologie intermedie. Per quanto le esperienze di autoproduzione e le piccolissime cooperative di produttori biologici (ma potremmo citare molti altri casi) siano indubbi esempi di buone pratiche, con ogni evidenza, non saranno mai in grado di sostenere un progetto economico alternativo. Il numero e la diversità dell’offerta di prodotti è infatti legata alla scala del sistema: mentre possiamo farci lo yogurt in casa, non possiamo altrettanto facilmente costruirci telefoni o computer. In altre parole quanto più complessi e differenziati sono i nostri bisogni quanto più diversificata dovrà essere l’offerta (e di conseguenza il numero e la complessità dei produttori).

In conclusione, a meno che la società non sia composta di uomini come Henry David Thoreau - disposto a vivere di solo pane di segale e buone letture in una capanna da lui stesso costruita sulle rive del lago di Walden - la questione della giusta misura (per le imprese e per i mercati) non può essere risolta né affidandosi alle forze del mercato e alla loro naturale tendenza al “sempre più grande ”, né cullandoci nel mito di un eden “infinitamente piccolo”.

Ipotizzare che fenomeni come il fallimento del comunismo, e le degenerazioni del mondo cooperativo, possano essere legati alla scala degli apparati ci aiuta a capire quanto questa dimensione possa essere rilevante, e ancora poco compresa, rispetto alle questioni su cui ci stiamo interrogando. Essa ci costringe a porre al centro delle nostre riflessioni la questione sul “come” della produzione, in altre parole la questione della tecnologia, da cui dipende ormai non solo l’equilibrio della biosfera, ma gli stessi equilibri economici e sociali.

Conviviale, secondo I. Illich, è quella forma di organizzazione del lavoro "che consente (oltre alla sopravvivenza e all'equità) l'autonomia di ciascun lavoratore, intesa come potere di controllo sulle risorse e sui programmi". Ancora: "conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni"11. Quella società cioè che prevede qualche forma di controllo democratico e partecipato sulla tecnologia. In questa linea possiamo leggere anche il progetto di una società autonoma di Cornelius Castoriadis12. Un progetto di società che muove in questa direzione non può dunque prescindere dal ripensare le proprie istituzioni ponendo al centro la questione della scala, premessa indispensabile per immaginare le forme di un possibile rapporto non distruttivo tra individuo, società e biosfera.

5. Nuove forme di mercato

La prima fra le varie istituzioni ad esser posta in discussione, nel progetto di una società autonoma e solidale, è naturalmente il mercato, ponendo innanzitutto il problema di quali forme di mercato possano favorire l’espansione di un’economia autonoma e solidale.

Ecco che l’approccio sistemico richiama lo sviluppo di una morfologia dell’impresa e del mercato, così come la biologia ha sviluppato un’anatomia (ed un’anatomia patologica!) del mondo animale e vegetale. Che cos’è oggi una multinazionale capace di fatturare una produzione maggiore del prodotto interno lordo di alcuni stati se non un caso manifesto di ipertrofia patologica? Quest’arte tassonomica, descrittiva, applicata all’universo economico è probabilmente ciò che Marshall immaginava quando parlava della biologia come la Mecca della scienza economica.13 Certo è normale che prima si siano scoperte le leggi della fisica classica, con il loro carattere universale ma che poi, anche per le scienze naturali, sia venuta l’era della termodinamica e della biologia, con il loro portato di evoluzione, diversità, qualità, descrizione.

Per cominciare, l’approccio bioeconomico mostra che, in termini molto generali, le tipologie di mercato più adeguate alla creazione di forme di economia autonoma e solidale non sono quelle “perfettamente competitive” quanto piuttosto quelle caratterizzate dalla compresenza di comportamenti competitivi e cooperativi. Inoltre, mentre in contesti espansivi gli atteggiamenti competitivi possono essere premianti, in contesti a somma zero (di crescita stagnante) come quelli che caratterizzano le economie mature, risultano vincenti i comportamenti cooperativi14.

Dunque una prima conclusione (ma è evidente che l’applicazione di strumenti di derivazione sistemica all’analisi delle forme di mercato richiede ricerche più ampie) è che le tipologie di mercato più adeguate a favorire lo sviluppo di forme di economia autonoma e solidale non sono né quelle in cui la concorrenza è spinta verso un massimo (concorrenza perfetta), né quelle in cui, al contrario, si realizzano le forti concentrazioni oligopolistiche.

Com’è noto alla stessa teoria economia ortodossa, forme di mercato intermedie consentono anche ad organizzazioni di dimensioni medio-piccole di disporre di margini più ampi rispetto ai mercati perfettamente concorrenziali permettendo, da un lato, di formulare contratti di lavoro più rispettosi dei diritti (ad esempio riducendo la precarietà del lavoro e/o facendo un più limitato ricorso alla terziarizzazione) e, dall'altro, di sopportare i maggiori costi ambientali connessi al rispetto delle condizioni di sostenibilità ecologica.

Queste forme di mercato moderatamente competitivo, che tuttavia non degenerano in forme di oligopolio, possono essere ottenute in diversi modi. Possiamo evidenziarne, tuttavia, due modalità fondamentali. La prima, e più semplice, è quella di offrire sul mercato un prodotto o servizio che si distingue per un particolare connotato, come ad esempio quella di essere "etico" (finanza etica commercio equo), oppure ad elevata qualità ambientale (prodotti biologici e simili) o caratterizzandosi attraverso l’adozione di criteri di responsabilità sociale d'impresa ecc. È questa la via della differenziazione sociale, etica o ambientale che è stata imboccata dal cosiddetto "terzo settore", una sorta di applicazione del principio di diversificazione del posizionamento di mercato tipica delle teorie di marketing.

Esiste tuttavia un sistema ben più efficace ed incisivo per proteggersi dalla concorrenza dei mercati internazionali ed è quello di costituire una rete di soggetti (produttori e consumatori) che, sul territorio, si impegnano a scambiare i propri beni e servizi prioritariamente all’interno della rete. È la via proposta, ad esempio, da Euclides Mance (2003) e fatta propria da diverse reti di economia solidale nel mondo, in particolare in America Latina. Gli aderenti a queste reti si impegnano volontariamente a rispettare criteri che possono variare di caso in caso ma generalmente contengono i fondamentali principi di equità e sostenibilità ecologica. Ed è questa la logica che ha dato vita, in Italia, alla Rete di Economia Solidale (RES) e al suo interno ai Distretti di economia Solidale (DES). Come vedremo questa strategia delle reti consente ai soggetti dell’ES di raggiungere un’elevata autonomia dal Mercato capitalistico, un aspetto che non è stato sinora sufficientemente sottolineato. Questa autonomia consentirebbe loro anche, qualora raggiungessero una scala adeguata, di realizzare scelte ben più radicali in termini politici, sociali ed ecologici, di quelle possibili all’interno del comune “terzo settore”. Ma prima di commentare queste profonde differenze, cerchiamo di comprendere meglio quali sono le caratteristiche dei Distretti di Economia Solidale.

6. I Distretti di economia solidale (DES)

Dobbiamo innanzitutto dire che, in Italia, le reti di soggetti che si sono fatte promotrici della creazione dei DES comprendono, ad oggi, le imprese dell’economia solidale (Botteghe del commercio equo, cooperative sociali, piccoli artigiani); i consumatori (generalmente organizzati in Gruppi di Acquisto Solidale), i risparmiatori-finanziatori (ad esempio le realtà della finanza etica), ma che i distretti sono aperti a tutti i soggetti, in particolare gli Enti locali, che intendono sottoscrivere i principi contenuti nella Carta della Rete Italiana di Economia Solidale.

Vediamo quali sono questi principi:

1) Cooperazione e reciprocità. I rapporti tra i soggetti del Distretto si ispirano ai principi di cooperazione e reciprocità. Pur garantendo la pluralità dell’offerta e delle forme di scambio, i soggetti appartenenti al distretto si impegnano a realizzare gli scambi prioritariamente all’interno del distretto stesso, favorendo l’instaurarsi e il diffondersi di relazioni sociali ed economiche fondate sulla reciprocità e sulla cooperazione.

2) Valorizzazione della dimensione locale. I distretti intendono valorizzare le caratteristiche peculiari dei luoghi (conoscenze, saperi tradizionali, peculiarità ambientali, ricchezze sociali e relazionali) […]. In questa concezione il territorio non va inteso come sistema chiuso (localismo difensivo), ma come sottosistema aperto di un più vasto sistema economico e sociale sostenibile (cfr. "Carta del Nuovo Municipio").

3) Sostenibilità sociale ed ecologica. I DES intendono muovere verso forme di organizzazione economico-sociale sostenibili, sia da un punto di vista sociale (equità) che ecologico. A tale proposito essi definiscono autonomamente le dimensioni del proprio territorio (scala). In questa prospettiva essi potranno inoltre individuare dei limiti (soglie) di reddito minimo e massimo per i soggetti aderenti al Distretto. […] I soggetti aderenti ai DES si impegnano inoltre a svolgere le proprie attività economiche secondo modalità tali da consentire una riduzione dell'impronta ecologica del distretto e comunque tali da non compromettere, nel lungo periodo, la capacità di carico degli ecosistemi. Si ritiene strategico, a tale fine, favorire la chiusura locale dei cicli di produzione e consumo.

La realizzazione pratica dei tre principi fondamentali enunciati viene perseguita attraverso il metodo della partecipazione attiva dei soggetti, nell'ambito dei distretti, alla definizione delle modalità concrete di gestione dei processi economici propri del distretto stesso”15.

In sintesi, il DES si configura come un tentativo di immaginare e praticare forme, seppur germinali, di economia autonoma, solidale e sostenibile. Questo tentativo è certamente molto ambizioso in quanto implica, per le organizzazioni che intendono aderire, sia la definizione partecipata delle modalità di organizzazione/cooperazione all’interno della rete, sia un certo controllo sulla tecnologia – controllo normalmente di esclusivo appannaggio dell’imprenditore - al fine di perseguire gli obiettivi dell’autonomia e della sostenibilità ecologica.

Per non concludere…

Siamo ora in grado di riprendere alcune delle domande poste in apertura, in particolare se le varie forme di ES siano da considerarsi alternative o piuttosto complementari rispetto all’economia di mercato capitalista. Per quanto attiene alle Reti di Economia Solidale, la risposta ci sembra essere chiara: alternativa, come abbiamo visto, è anzitutto la concezione dell’essere umano che le sostiene. Inoltre, facendo proprio il principio della sostenibilità ecologica e sociale, le reti di economia solidale accolgono l’idea di limite al proprio interno, contrapponendosi, in questo modo, al principio base del capitalismo, fondato sulla crescita e sull’accumulazione illimitata del capitale. In alcuni casi, come per i Distretti di Economia solidale, sono previsti esplicitamente dei limiti di reddito massimo per i soggetti aderenti alla rete16. Se non anti-capitaliste, queste reti si inscrivono sicuramente in un contesto che potremmo comunque definire alter-capitalista.

Certamente oggi, affinché l’ES possa diffondersi su vasta scala, e in particolare considerando la pervasiva colonizzazione che l’immaginario collettivo ha subito da parte dell’ideologia dominante (individualismo, egoismo, competizione selvaggia ecc.), sembra necessario un vero salto antropologico. Il lavoro da fare da questo punto di vista è enorme, anche se, qualora le istituzioni preposte alla in/formazione (mezzi di comunicazione e scuola innanzitutto) fossero orientate in questo senso, apprendere la cultura della cooperazione non sarebbe, come hanno dimostrato biologi ed antropologi, né più difficile né meno naturale che apprendere la cultura dell’individualismo e della competizione.

Resta tuttavia un aspetto irrisolto. Le relazioni di reciprocità, poiché presuppongono la conoscenza di tipo personale sono possibili solo ad una certa scala, assai limitata, e certamente insufficiente per sostenere la tecnologia di cui abbiamo necessità per soddisfare i nostri bisogni. Questo ci obbliga a immaginare nuove forme organizzative, e di scambio, di tipo ibrido in cui la relazione personale sia mescolata con qualche forma di scambio impersonale (di mercato). Anche se le relazioni di cooperazione sembrano possibili ad una scala più ampia di quelle di reciprocità, la vera sfida che ogni autentica forma di economia alternativa dovrà affrontare nel prossimo futuro è come trovare i giusti rapporti sulla base dei quali mescolare cooperazione, efficienza e controllo della tecnologia.

Questo genere di sperimentazioni richiede in ogni caso, e soprattutto negli stadi iniziali, un significativo livello di protezione nei confronti del Mercato globale. A questo fine è strategica, appunto, quella “rivoluzione delle reti” di cui abbiamo parlato e che è, in questa fase, forse il solo strumento in grado di garantire sufficiente protezione al nuove realtà dell’ES, possibilmente in cooperazione con le istituzioni locali. Un’alleanza, quella con la parte più vitale e partecipata delle istituzioni politiche locali, dalla quale ben difficilmente un progetto di economia autonoma e solidale può prescindere oggi 17.

Autore: Mauro Bonaiuti - Docente di Economia alle Universtità di Modena e di Bologna


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M. Bonaiuti 237
15 La decrescita reale
Creato: 22 Lug 2009

Sommario:
Da qualche anno si è affacciata sulla scena culturale dei principali paesi europei una nuova idea, che alimenta aspettative sopite e reazioni abbastanza animose: è l’idea utopica e controversa di “decrescita economica”, sostenuta da un movimento ampio e trasversale che mira ad avere valenze emancipative radicali, ma è generalmente percepito come una minaccia al buon senso, prima ancora che al benessere comune. La decrescita non è però solo una nozione ideale, etica, ma anche un processo reale che interessa da tempo tutte le società capitalistiche sviluppate. E’ l’intreccio perverso tra stagnazione dello sviluppo produttivo e processi striscianti di svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale, che durano da alcuni decenni e hanno ripercussioni molto negative sulle condizioni di esistenza della maggior parte di individui. 
Né le implicazioni complessive e di lunga durata, né le cause profonde, strutturali, di questo intreccio sono state comprese adeguatamente dalle scienze economiche. In gioco rimangono vecchi attori e fenomeni ben noti, come il gonfiamento dell’economia finanziaria e le enormi masse monetarie accumulate, necessarie per far funzionare il sistema. E in gioco entra, cambiandone in parte le regole, lo stesso sviluppo esponenziale dell’economia dei servizi, basata su attività di tipo individuale e su prestazioni personali la cui produttività non risulta intensificabile in misura adeguata, secondo le esigenze dei processi di valorizzazione dei capitali.

Degrado delle condizioni di vita e svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale nelle società capitalistiche avanzate.

* Questo scritto era stato concepito come contributo all’attività dei gruppi di lavoro della “Scuola estiva della decrescita”, svoltasi all’isola di Polvese (PG) nell’estate del 2005. Per questo manca di note nel testo ed è corredato solo da una bibliografia essenziale. Si è scelto di inserirlo comunque nella sua versione originale anche per l’interesse che può assumere ai fini di una comprensione della situazione economica attuale.

1. Il carattere ambivalente, ideale e reale, della “decrescita”

E’ stato lo stesso Serge Latouche, ispiratore dell’attuale movimento della decrescita, a rilevare che l’idea di decrescita è prima di tutto una provocazione. Alcuni dei suoi critici più severi ne hanno denunciato il carattere non realistico, l’esser orientata all’indietro, e si è parlato perfino di una sua intima propensione elitaria, antipopolare. E’ difficile sostenere comunque che nell’idea di decrescita non siano contenute una molteplicità di suggestioni interessanti, utili per ripensare radicalmente il modello di sviluppo economico produttivo in cui ci troviamo immersi. Essa può servire a sostenere nuove pratiche di vita, e anche a denunciare le logiche della crescita incessante di denaro, o l’uso di indicatori dello sviluppo di un PIL che non si sa più che cosa stiano ad indicare e che interpretano come un aumento della ricchezza e del benessere comune anche le attività connesse con il maggior consumo di carburante e l’usura degli autoveicoli , provocati dagli ingorghi crescenti della circolazione, o l’incremento produttivo dei psicofarmaci usati per curare i disagi mentali laceranti, sempre più diffusi all’interno di tutte le società capitalistiche avanzate. 
Credo che sia difficile però negare anche che nel modo in cui la categoria “decrescita” viene spesso impiegata vi sono più di un aspetto abbastanza problematico, su cui dovremmo riflettere più approfonditamente. Intendo riferirmi in primo luogo ad una impostazione che potremmo definire “naturalistica”, e che sembra prevalere a volte nella lettura delle implicazioni, dei vincoli e degli stessi limiti, del modello produttivo e di consumo dominanti. I suoi limiti maggiori vengono ridotti spesso alle dimensioni materiali, fisiche, o alle pratiche produttive e di consumo più concrete e immediatamente visibili. Non si può dimenticare però che oggi la “costruzione” o meglio la manipolazione delle dimensioni socio culturali, simboliche e istituzionali, ideologiche e psicologiche, sono diventati ormai largamente predominanti nella attuale organizzazione mercificata delle esperienze individuali.
Forse è proprio su questo piano che si possano rilevare le implicazioni più negative e disgreganti dei modelli di produzione e di consumo prevalenti, per le quali non sarà molto facile trovare delle soluzioni soddisfacenti. Sul piano della produzione manipolata delle dimensioni simboliche si possono riscontrare infatti anche i maggiori punti di forza dell’agire capitalistico, le ragioni principali delle sue capacità di coinvolgimento dei soggetti e, dunque, della sua riproduzione. E con questi aspetti delle società sviluppate, apparentemente contraddittori ma molto significativi, non si può non fare i conti.
Penso poi che si dovrebbe discutere della validità degli atteggiamenti antieconomici generici, di principio, che vanno emergendo anche all’interno degli attuali movimenti per la decrescita. Così andrebbe discussa la forte tendenza a limitare la propria azione nello sviluppo delle iniziative personali, individuali o dei piccoli gruppi, concependole a volte come un antidoto contro la degenerazione imperante nelle grandi dimensioni dell’azione sociale, non solo economiche ma anche politiche.
Il rischio, in entrambi i casi, è di lasciare fuori dalla riflessione tanto il problema di una necessaria e possibile economizzazione alternativa delle risorse comuni, quanto l’esigenza di uno sviluppo adeguato dei processi di governo collettivo delle condizioni essenziali della produzione sociale. In entrambi i casi penso che si rischierebbe di trascurare le esigenze e i nodi, ancora del tutto insoddisfatti ed irrisolti, di una più ampia e solida democratizzazione partecipativa dell’azione e delle scelte collettive, comuni e condivise: di una democratizzazione che si dovrebbe dare appunto anche sul piano delle grandi dimensioni istituzionali, arrivando ad investire le stesse istituzioni statuali o para statuali della globalizzazione (locali, nazionali e macro regionali, se è vero che la globalizzazione capitalistica si dispiega in tutte queste dimensioni).

Penso che non si tratti di cose di poco conto. Ci sarebbe molto da discutere a questo proposito. Qui mi voglio occupare invece prevalentemente della decrescita come fenomeno economico reale, già consolidato ormai da tempo, prima ancora che il concetto di decrescita come ideale cominciasse ad affermarsi. Questo ci riporta alla ambivalenza o al duplice carattere del concetto di decrescita, e cioè al fatto che la decrescita può essere considerata tanto un ideale, un orientamento etico o un progetto di trasformazione emancipativa dell’ordine esistente, quanto un processo in corso, che si può vedere all’opera nelle dinamiche economiche (e ci sarebbe da aggiungere anche sociali) capitalistiche di questa fase storica.
Diversamente da quanto avviene per la componente ideale della nozione di decrescita, carica di contenuti positivi o desiderabili, il fenomeno della decrescita economica reale sembra denso solo di valenze negative. Potremmo considerare questi aspetti negativi anche con uno sguardo compiaciuto, se ci fermassimo al fatto che essi ci forniscono maggiori spunti di riflessione per il rifiuto dell’economia capitalistica. Ma non dovremmo dimenticare che essi implicano un peggioramento delle condizioni di vita per un numero considerevole di persone. E ciò va tenuto presente in quanto si è rinviati a dei problemi economici reali, dei quali non ci si può disinteressare, perché dal modo di affrontare quei problemi può dipendere il nostro futuro.

Ricondurre le difficoltà economiche che interessano attualmente le società capitalistiche avanzate (SCA) al concetto di “decrescita” potrà apparire per molti aspetti abbastanza forzato, arbitrario. Al di là di tutte le difficoltà il processo di “crescita” economica capitalistica sta continuando comunque il suo corso, specialmente nei suoi impatti devastanti sull’ambiente circostante, naturale e socio culturale. E’ anche vero però che il concetto di decrescita sembra dar conto, meglio di altri, delle difficoltà più rilevanti incontrate dalle società sviluppate nel sostenere i forti livelli di crescita economico produttiva di cui avrebbe bisogno per non generare forti squilibri, economici e sociali. Esso permette di denunciare inoltre non solo la perdita di significatività delle logiche di crescita incessante della ricchezza monetaria, ma anche i limiti incontrati dai processi di valorizzazione capitalistica delle risorse economiche, specialmente lavorative, cos’ come dei beni comuni e dei servizi di pubblica utilità, necessari per far fronte ai nuovi bisogni, emergenti nelle società complesse, altamente sviluppate.
Da diversi decenni quasi tutte le SCA si trovano di fronte ad un duplice ordine di difficoltà, a due tipi di fenomeni, apparentemente contraddittori ma in realtà legati strettamente tra loro. Da un lato si è di fronte ad un considerevole rallentamento delle possibilità di crescita economico produttiva reale, oltre che a notevoli difficoltà di impiego delle risorse lavorative più qualificate. Da un altro lato si assiste ad un lento, strisciante ma altrettanto considerevole processo di svalutazione inflazionistica delle ricchezza sociale, accumulata in forma monetaria (SIRM).
La portata reale dei processi di SIRM è sicuramente molto più ampia, sia in termini qualitativi che quantitativi, di quanto ci fanno credere le elaborazioni statistiche ufficiali. E già questo, associato ai bassi livelli di crescita della produttività che il sistema registra sul piano complessivo, basterebbe per motivare le affermazioni sullo stato di decrescita reale in cui si trovano le economie avanzate. Più che ai dati statistici, quantitativi, dei tassi di crescita economica monetaria, la situazione di decrescita deve essere però ricondotta alle condizioni concrete di vita che caratterizzano la parabola evolutiva o forse meglio involutiva delle SCA.
Condizioni di decrescita reale si possono individuare nell’aumento considerevole dei costi della vita e dei processi della riproduzione sociale, che derivano anche dall’acuirsi dei fenomeni di degrado degli ambienti naturali e sociali. Esse si possono rilevare poi nel fatto che ormai da molti anni non si assiste più ad una riduzione considerevole dei tempi di lavoro ma anzi, da più punti di vista, ad un loro sostanziale prolungamento. Condizioni di decrescita reale si potrebbero ravvisare inoltre nella più o meno drastica riduzione dei vincoli di tutela ambientale e dei diritti sociali già acquisiti, così come nelle dismissioni pubbliche di una buona parte delle attività di cura dei patrimoni culturali e naturali comuni, in corso in molti paesi sviluppati.
Va rilevato infine che le implicazioni della nuova condizione di “decrescita reale” vanno oltre alle difficoltà economiche sperimentate nelle condizioni concrete di vita. Esse si fanno valere nella perdita di significatività del modo di produzione e del modello di sviluppo capitalistici, legati in maniera indissolubile alle logiche di una crescita economico produttiva incessante quale condizione dell’aumento continuo del benessere generale. E si può dire che la ragione principale di questa perdita di significatività sia riconducibile alle notevoli diseconomie o alla scarsa razionalità economica che gli istituti della valorizzazione capitalistica (IVC) stanno dimostrando proprio nei settori di punta o più avanzati delle economie capitalistiche: i settori dell’economia terziaria o dei servizi, individuali e collettivi, pubblici e privati.
Il problema maggiore può essere individuato infatti nel divario che immancabilmente si viene a verificare tra le condizioni di stazionarietà produttiva, che si verificano tanto nei settori dei servizi individuali quanto in quello dei beni comuni, e le esigenze di crescita economico monetaria incessante, esponenziale, derivanti dalla stessa esistenza degli istituti IVC, interessi, rendite e profitti di diversa natura.
Nel divario tra le limitate possibilità di crescita produttiva reale e la crescita continua ed esponenziale delle masse monetarie accumulate, indotta dall’esistenza degli IVC, vengono infatti a radicarsi in primo luogo tutta una serie di manifestazioni di svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale. La continua svalutazione della ricchezza accumulata costringe ognuno a rilanciare nel gioco continuo della crescita delle proprie disponibilità monetarie, e ad ulteriore inasprimento delle condizioni di sfruttamento di ogni risorsa, per far fronte al processo sistematico di distruzione, parziale ma inarrestabile, delle masse di ricchezza accumulate in forma monetaria.

Evidenziati i limiti e gli aspetti negativi, bisognerà tener presente però che il fenomeno della decrescita economica reale, non consiste solo di aspetti o effetti negativi. Esso porta anche ad una lenta ma inevitabile ridefinizione dell’immaginario collettivo, oltre che degli assetti di potere costituiti (visto che il modo di produzione e il modello di sviluppo attuali, capitalistici, sono principalmente modo di produzione e sviluppo di relazioni di potere / dominio sociale). Con questo, e con le notevoli diseconomie che vengono ormai verificandosi su scala sempre più ampia, si aprono anche delle possibilità di un diverso impiego o una diversa valorizzazione, non capitalistica, di una parte considerevole dei servizi di pulica utilità e delle risorse comuni, lavorative e ambientali.
Credo che per far maturare e cogliere meglio queste opportunità si debbano sviluppare delle conoscenze molto solide e approfondite delle strutture economico produttive esistenti, dei problemi in campo, dei limiti ma anche delle persistenti potenzialità evolutive dei sistemi esistenti. Il che significa rifare i conti con le loro dinamiche di funzionamento e di riproduzione ma anche arrivare a coglierne le logiche costitutive più profonde.
E’ con questo spirito che cercherò di indagare nei prossimi due paragrafi le questioni delle cause e della natura dei fenomeni di stagnazione produttiva e di svalutazione inflazionistica della ricchezza monetaria all’interno delle SCA. Credo che una riflessione approfondita su questi aspetti possa aiutare ad ampliare e consolidare le attuali prospettive di valorizzazione economica alternative, specialmente per quanto riguarda i beni relazionali e le attività individuali definite di servizio (non sottoponibili ad adeguati, dal punto di vista capitalistico, processi di standardizzazione e di intensificazione produttiva), ma anche dei beni comuni e delle risorse scarse o non riproducibili secondo le logiche dell’economia di scala e di tempo che hanno dominato la fase dello sviluppo economico industriale.
Nel quarto paragrafo mi occuperò invece, brevemente, della perdita di significatività sociale del modello di crescita economico monetaria, incessante ed esponenziale, considerando la questione da un punto di vista interno alle stesse logiche economiche dominanti. Dedicherò infine solo qualche pagina alla indicazione di alcuni dei problemi principali con cui gli approcci economici alternativi, specialmente quelli solidaristici, si trovano, e si troveranno in misura ancora maggiore in un futuro non lontano, a dover fare i conti. L’argomento avrebbe richiesto un capitolo a parte. Ma esso dovrà essere ripreso comunque, collettivamente, perché è dalla messa a fuoco dei problemi e delle difficoltà che si pongono agli approcci alternativi che dipenderanno le possibilità di un loro consolidamento o, viceversa, la loro permanenza in una situazione di marginalità e di subalternità alle logiche e alle dinamiche strutturali dello sviluppo oggi dominanti.
Una ormai lunga esperienza storica ci dice che il capitalismo non “cresce” solamente, in termini quantitativi, ma si “sviluppa”, evolve, adattandosi ai problemi ed ai bisogni che esso stesso finisce per sollevare, inglobando nel suo seno anche le istanze che si vorrebbero nate proprio per risultarne divergenti, antagoniste. Uscire da questo circolo vizioso non è impossibile, ma richiede un impegno che deve iniziare appunto, in primo luogo, da una comprensione più adeguata della realtà esistente.


2 Gli sviluppi dell’economia terziaria come causa principale del rallentamento della crescita produttiva nelle SCA 

L’intreccio tra un lungo e considerevole rallentamento della crescita produttiva e una svalutazione inflazionistica della ricchezza accumulata in forma monetaria (SIRM), altrettanto considerevole e sostenuta nel tempo, risulta un fenomeno abbastanza recente nella storia del capitalismo moderno. Esso ha assunto delle manifestazioni particolarmente marcate tra gli anni 70 e 80, in quasi tutte le SCA, ed è stato individuato dalla scienza economica ufficiale con il termine poco gradevole di stagflazione. 
Con il termine stagflazione veniva indicata più precisamente una situazione di inflazione persistente, come aumento prolungato dei prezzi, in presenza di una stagnazione economico produttiva diffusa, vista come sovrapproduzione di beni e riduzione delle capacità di assorbimento dei mercati. Le difficoltà economiche riconducibili a saturazione dei mercati avrebbero dovuto portare, secondo le teorie economiche dominanti, ad una riduzione dei prezzi dei beni, cioè ad una situazione di deflazione, non ad un loro aumento. E proprio il discostarsi dei processi reali da questo schema interpretativo, dominante all’interno delle teorie economiche ufficiali, creava le maggiori difficoltà nell’interpretazione del fenomeno stagflazionistico.
Dell’intreccio stagnazione inflazione si sono date negli ultimi decenni diversi tipi di interpretazioni che non è il caso di ricordare qui. Basta dire che non si è trovata alcuna soluzione univoca soddisfacente, in grado di mettere d’accordo le diverse correnti interpretative. Ma quel che più conta dal nostro punto di vista è però il fatto che il fenomeno della stagflazione è stato considerato come sostanzialmente esaurito nell’arco del decennio indicato, mentre i livelli di inflazione rilevati attualmente vengono considerati del tutto normali, endemici, non più significativi. Ora le difficoltà della crescita economico produttiva e i fenomeni inflazionistici vengono considerati per lo più separatamente e sono ricondotti a condizioni congiunturali, di breve o medio periodo.
Gli approcci sono quasi sempre di tipo “soggettivo”, nel senso che l’origine dei problemi viene individuata nel comportamento scorretto degli agenti economici, individuali o collettivi. Quando si affronta il tema dell’inflazione nell’ambito delle scienze economiche ufficiali lo si fa ancora e sempre ponendo in primo piano gli aumenti salariali, anche se da molti anni ormai il potere d’acquisto dei salari è diminuito considerevolmente. Per quanto riguarda invece le difficoltà incontrate sul piano della crescita economico produttiva le interpretazioni convergono principalmente su due fattori. In primo luogo è sempre presente il vecchio tema dell’eccesso di sviluppo della potenza e delle forze produttive (che porterebbe ad effetti di sovrapproduzione non assorbibili da una domanda sostanzialmente stazionaria). In secondo luogo, ma ormai ovunque in primo piano, vi è poi il riferimento alla concorrenza più o meno sleale portata dai paesi emergenti. Questa accentuerebbe sia la carenza di domanda interna che il problema dei costi produttivi più elevati nelle SCA: anche se nel frattempo il numero dei paesi emergenti sembra essersi ristretto notevolmente, riducendosi al solo continente asiatico, a causa di considerevoli difficoltà che anche le economie arretrate stanno incontrando, sia sul fronte interno che della concorrenza internazionale.

Il crollo recente delle aspettative trionfalistiche riposte sulle nuove economie, informatiche e virtuali, sviluppate all’interno delle SCA, ora sommerse da una montagna di strumentazioni, magliette e aggeggi cinesi, potrebbe perfino divertire se non ci fossero di mezzo questioni molto serie come la disoccupazione diffusa e la precarizzazione delle attività lavorative. Sotto il profilo teorico c’è da chiedersi comunque che fine possano aver fatto le ipotesi, a lungo dominanti, che vedevano nello sviluppo dei settori tecnologici d’avanguardia l’ancora di salvezza delle economie avanzate, oltre che il motore principale dello sviluppo economico mondiale.
Si continua a cercare affannosamente l’emergere di qualche nuovo settore in grado di far uscire tutti dalle difficoltà. Si avanzano le ipotesi più fantasiose sulla novità e sul carattere epocale di ogni innovazione tecnologica e cambiamento congiunturale. Ma una risposta abbastanza solida si otterrebbe solo se si guardasse al problema da un punto di vista complessivo, in termini economici (capitalistici), e di lungo periodo. Si vedrebbe allora che un “nuovo” settore economico si è già sviluppato, da molto tempo, almeno per le SCA, e continua ad avere a suo modo un ruolo “propulsivo” nel cambiamento del sistema della produzione e riproduzione sociale complessiva.
Mi sto riferendo, in sostanza, allo sviluppo della cosiddetta economia terziaria o dei servizi che in questi ultimi decenni è andato crescendo in misura esponenziale un po’ ovunque. E qui penso che ci trovi precisamente al cuore del problema, alla base di uno dei nessi causali che è in grado di far comprendere, a mio avviso, sia il problema della stagnazione nella crescita economico produttiva che lo stesso fenomeno della SIRS.
Credo che il nodo di fondo, su cui non si è riflettuto ancora abbastanza, tanto nelle teorie economiche ufficiali quanto negli approcci critici, stia nel fatto che il settore ormai largamente predominante dell’economia dei servizi non risponde pienamente alle esigenze della valorizzazione competitiva dei capitali presenti all’interno delle SCA. Più precisamente, l’economia dei servizi non risponde alle esigenze della valorizzazione dei capitali accumulati in forma monetaria in quanto non può dar luogo a quei processi di intensificazione della produttività delle attività lavorative che avevano caratterizzato, almeno a periodi ciclici, tutta la storia del capitalismo moderno (dal capitalismo agrario a quello manifatturiero, industriale e delle grandi e piccole produzioni di massa). E si può dire senza troppi dubbi che il nuovo settore economico terziario o dei servizi non può portare a significativi sviluppi di crescita intensiva di produttività, pari a quelli che hanno contrassegnato le tradizionali produzioni di massa standardizzate, perché è composto prevalentemente di attività di tipo individuale, personale. Ovvero perché si basa su attività che danno luogo a prestazioni caratterizzate da forti elementi qualitativi, singolari, e non si prestano a quegli ampi processi di standardizzazione ed organizzazione automatica necessari al capitalismo, almeno sinora, per ottenere ampie economizzazioni di scala.

Dovrebbe essere abbastanza chiaro che quando si tratta di attività di cura e assistenza, di istruzione e formazione, ma anche di relazione e mediazione, non si possono ottenere processi di intensificazione di produttività pari a quelli ottenuti nel campo delle produzioni tradizionali, di prodotti agricoli, di indumenti, automobili o elettrodomestici. Per avere un’idea dell’ampiezza del problema si deve pensare che entro le attività di servizio non vanno ricondotte solo le attività svolte nei settori pubblici e fuori dai circuiti della valorizzazione capitalistica. Ci sono anche le attività di amministrazione economica, di diversa natura, di distribuzione e di comunicazione, di vendita, marketing e pubblicizzazione dei prodotti, di mediazione commerciale e giuridica, di valorizzazione economica dell’ambiente e del territorio, di sicurezza e assicurazione. Così come ci sono le attività svolte nelle “industrie” dello svago, del turismo e dello spettacolo.
L’elenco può finire qui, anche perché ognuno ha la possibilità di sperimentare, quotidianamente, di persona, quanto ormai siano venute sviluppandosi le attività “economiche” di tipo individuale, personale, non adeguatamente standardizzabili o sottoponibili ad ampi processi di automazione. Per chiudere questa breve ricostruzione del fenomeno del rallentamento della crescita produttiva nelle SCA credo che sia opportuno aggiungere solo un paio di precisazioni.
Va detto, in primo luogo, che non si deve guardare alla “natura” dei beni e servizi prodotti. Che si tratti di servizi di cura o di beni immateriali, come l’istruzione e la formazione, poco importa dal punto di vista della valorizzazione capitalistica, come aveva rilevato a suo tempo Marx, anche se muovendo da altri punti di vista. Importa invece che la produttività delle attività o - per usare dei termini più impersonali - delle strutture e dei processi che sostengono la “produzione” di un qualsiasi bene o servizio sia appunto intensificabile, e cioè che ad ogni sequenza temporale prestabilita si sia in grado di far capo a un maggior numero di beni e servizi della stessa qualità di quelli precedenti.
In secondo luogo va tenuto presente che le difficoltà di crescita economico - produttiva a cui intendo riferirmi vanno rilevate sul piano complessivo e non dal punto di vista dei singoli capitali o capitalisti. Si deve guardare più precisamente alle esigenze di valorizzazione, come incremento incessante delle masse monetarie accumulate, che i sistemi economici capitalistici presentano nel loro complesso (e in quanto facenti capo ad una unita monetaria nazionale come lo Yen o anche macro regionale come L’Euro). Poi va aggiunto che soffermarsi sui limiti e le difficoltà incontrate attualmente dalle SCA sul piano della crescita produttiva complessiva non significa negare che esista ancora un potenziale innovativo e di crescita produttiva rilevante, almeno per alcuni settori economici capitalistici. Il fatto è però che l’impatto economico di questi settori risulta troppo limitato rispetto al peso enorme assunto dalle attività di servizio e dall’economia terziaria nel suo complesso, ovvero, più specificatamente, rispetto alle masse monetarie enormi che attendono di essere accresciute in termini capitalistici.
La concorrenza portata dai paesi emergenti nelle produzioni di massa tradizionali, a elevata intensificazione della produttività, viene sicuramente a ridurre ancora di più il già debole peso che questi settori dell’economia tradizionale occupano all’interno delle SCA, indebolendo ulteriormente le loro possibilità di crescita produttiva. E a questo va aggiunto un particolare non irrilevante, e cioè che una buona parte dei beni e servizi prodotti nell’ambito della economia terziaria non sono esportabili, si possono consumare solamente in loco, e non possono influire quindi positivamente nella bilancia degli scambi con l’estero. La ricerca di beni a basso prezzo, provenienti dai paesi a più bassi costi produttivi, non viene compensata in misura adeguata dall’esportazione dei servizi individuali, appunto non esportabili, prodotti in abbondanza all’interno delle SCA. E lo squilibrio che viene a determinarsi nella bilancia dei pagamenti non può che alimentare i processi di SIRM già presenti per dinamiche di tipo “strutturale”, non soggettivo.
La presenza di un’elevata SIRM e di basse possibilità di crescita produttiva spinge all’estero i capitali più attivi, contribuendo ad aumentare le difficoltà produttive e gli squilibri riscontrabili all’interno delle SCA. Ma si deve tener fermo che la ragione prima delle difficoltà è comunque interna e che nessuna politica protezionistica può porvi pieno rimedio, a meno che la ruota della storia non venga fatta girare all’incontrario, cioè riducendo drasticamente le pretese dello sviluppo capitalistico o il livello generale dei consumi.

Sottolineate ampiamente le difficoltà comportate - sul piano delle possibilità di crescita produttiva delle SCA - dallo sviluppo dell’economia dei servizi, bisogna riconoscere infine che quest’ultima ha assunto comunque un’importanza decisiva nel contribuire alla crescita economica imponente avvenuta un po’ ovunque nella parte centrale del novecento, fino intorno agli anni ‘70. Gli sviluppi iniziali dell’economia dei servizi, pubblici e privati, hanno sostenuto o meglio provocato una crescita economica che si può definire di tipo estensivo, in quanto fondata sulla crescita del volume dei fattori economici, in primo luogo del fattore lavoro e poi della domanda solvibile. La prima fase di sviluppo dell’economia terziaria ha reso possibile l’ingresso di quasi tutte le donne nel mondo del lavoro retribuito, mentre la creazione di nuovi bisogni, e di nuove attività in grado di soddisfarli, ha ampliato il livello della domanda di beni e servizi, sostenuto in misura considerevole anche dall’intervento statale.
L’intervento dello stato e lo sviluppo dei servizi pubblici hanno esercitato a loro volta un ruolo centrale nel favorire questo tipo di crescita estensiva, che è andato di pari passo, almeno fino agli anni 70, con il compimento dei processi di intensificazione produttiva registrato nei settori della produzione di massa tradizionali. E’ stato questo connubio di crescita estensiva ed intensiva a rendere il secondo dopoguerra uno dei periodi a crescita produttiva più sostenuta e prolungata nella storia del capitalismo. I problemi sono sorti quando il ciclo di crescita estensiva legato all’espansione dell’economia dei servizi ha raggiunto una sua prima fase di compimento e i deboli processi di crescita intensiva, persistenti nei settori della produzione di massa, sono divenuti insufficienti a reggere tutto il sistema della valorizzazione capitalistica, applicato sui volumi di denaro enormi che erano andate nel frattempo accumulandosi.
A quel punto, in concomitanza con la crescita enorme delle masse monetarie accumulate, si sarebbe reso necessario il passaggio ad un nuovo, più ampio e sostenuto, ciclo di crescita produttiva di tipo intensivo nei nuovi settori economici, che però l’economia terziaria non ha reso possibile per le ragioni che ho indicato. Sono cominciati allora i gravi problemi di SIRM nei quali siamo ancora immersi e di cui non si può prevedere una rapida soluzione. Ma qui siamo rinviati ad una spiegazione più esauriente del secondo lato della stagflazione, il fenomeno inflazionistico, su cui è il caso di soffermarci ora più a fondo.


3. Le istituzioni della valorizzazione capitalistica come condizione strutturale degli attuali processi di svalutazione inflazionistica della ricchezza monetaria (SIRM)

Bisogna rilevare, prima di tutto, che l’indagine sulle cause della SIRM rinvia inevitabilmente al problema della natura della ricchezza capitalistica, accumulata in forma monetaria. Non si tratta di ricondurre la ricchezza monetaria, astratta, ad una qualche sostanza che ne stia al fondamento, come il lavoro, il tipo di valori d’uso prodotti o la loro utilità. Basta guardare alla natura processuale della formazione della ricchezza capitalistica, e cioè al movimento di crescita incessante della masse monetarie accumulate, che risulta determinato, o meglio imposto, comunque vadano le cose in campo produttivo, dagli stessi istituti o istituzioni della valorizzazione capitalistica (IVC). 
E’ in relazione a questa crescita incessante che si può definire la natura o funzione sociale della ricchezza accumulata, in forma monetaria, all’interno dei sistemi capitalistici. Così, in questi sistemi, una parte della massa monetaria complessiva viene puntualmente svalutata o distrutta nel momento in cui essa non può far capo ad adeguati (reali, non puramente nominali) incrementi periodici del suo valore di partenza, a prescindere dal tipo di ragioni che possono determinare tale impedimento. Questo può avvenire nella forma del gonfiamento di bolle speculative di diversa natura, attraverso crack finanziari, aumento repentino dei beni scarsi, su cui si riversa la ricchezza monetaria in eccesso, nella speranza di ottenere degli incrementi sostanziosi, a breve o medio termine.
Tutto il processo presenta caratteri fortemente relativi: relativi a pratiche ed abitudini sociali, e relativi, soprattutto, ai rapporti di potere dominio tra gli individui che stanno alla base di tali pratiche. Anche la “sostanza” della ricchezza capitalistica, accumulata in forma monetaria, può essere definita in termini relativi o relazionali, nel senso che il denaro viene a contare o a farsi valere come relazioni di potere, come potere di disposizione, generico, universale o universalmente fungibile, che vale su uomini, esseri viventi e cose, all’unica condizione che essi vengano resi disponibili alle relazioni di scambio mercantile.
Allo stesso modo si può dire che il processo della crescita economica non viene a contare oggi tanto per l’incremento della massa (fisica) di beni e servizi a cui può dar luogo all’interno di un sistema economico sociale. Esso sembra contare, principalmente, in quanto venga a creare e riprodurre delle differenze (o degli incrementi differenziali) di potere tra gli agenti economici - individui, imprese e nazioni - rispetto alle loro sequenze patrimoniali annuali . E si deve parlare di sequenze patrimoniali perché tutto deve essere ricondotto al fluire incessante di scansioni temporali, tanto che a contare non risulta più nemmeno il volume della ricchezza prodotta, considerato in termini assoluti, ma appunto il fluire o il riprodursi di incrementi differenziali nella loro valutazione periodica incessante (o meglio nella valutazione dell’evolversi incessante dei patrimoni di potere degli agenti).
Riconosciuto tutto ciò, bisogna rilevare però che sarebbe abbastanza fuorviante ritenere, come si tende a fare oggi, che la formazione della ricchezza capitalistica sia un processo del tutto “libero”, soggettivo, arbitrario. Così non è puramente soggettivo o arbitrario il potere di disposizione (e i suoi incrementi) a cui la formazione della ricchezza monetaria rinvia e deve rinviare comunque. Riguardo alla natura del potere di disposizione “contenuto” nella ricchezza capitalistica bisognerebbe fare parecchie precisazioni. Qui, per spiegare in termini sufficientemente chiari le ragioni dei processi inflazionistici attuali, può bastare la riduzione usuale del potere di disposizione monetario a potere di disposizione su beni e servizi, che entrano ed escono dai circuiti di scambio mercantile, ma devono essere prima, in qualche modo, sempre prodotti e distribuiti.

Seguendo l’impostazione tradizionale ormai comunemente accettata, almeno per quanto riguarda i fenomeni di medio e lungo periodo, si può dire in sostanza che vi è un processo di SIRM quando gli incrementi ricorrenti, continui, delle masse monetarie accumulate non corrispondono più ad adeguati incrementi del valore dei beni e servizi prodotti, e attivati nei circuiti mercantili della valorizzazione capitalistica. Più precisamente, per venire alla questione che ci interessa di più qui, possiamo ritenere che gli attuali processi di svalutazione inflazionistica sono riconducibili al fatto che il volume complessivo delle masse monetarie continua a crescere in misura eccessiva, cioè maggiore di quanto possa crescere la produzione di beni e servizi nel suo complesso (determinata sulla base dei prezzi correnti).
Dato il carattere non crescente o addirittura calante del volume dei salari e della spesa pubblica che si registra quasi ovunque dalla fine degli anni ‘80, si può dire poi, senza ombra di dubbio, che alla base del divario oggi esistente tra gli incrementi delle masse monetarie complessive e la crescita produttiva reale, effettiva, vi sia proprio la responsabilità principale - determinante - degli stessi IVC, come gli interessi, le rendite e i profitti da attività speculative.
Tale responsabilità non riguarda solo la distruzione periodica, ciclica, di masse di ricchezza enormi, che avviene in occasione delle crisi finanziarie di diversa natura, ma anche l’aumento dei costi complessivi della produzione e riproduzione sociale, ovvero dei costi della vita che vengono a gravare su tutti i gruppi sociali, compresi quelli che non hanno quasi nulla da ricavare dai processi della valorizzazione dei capitali monetari. Il problema dell’aumento dei costi “di vita” si fa valere in misura particolare in questa fase di sviluppo economico perché gli IVC si applicano anche a beni scarsi e ad attività che non possono portare ad aumenti significativi della produttività, come appunto le attività di servizio individuali o i servizi di pubblica utilità. Non potendo portare ad alcuna seria, continua e reiterata riduzione dei costi di produzione, l’applicazione degli IVC porta infatti direttamente ad un aumento continuo dei prezzi di mercato dei beni e servizi su cui vengono applicandosi. E si deve rilevare che si tratta di un fenomeno che viene ad assumere una particolare rilevanza all’interno delle SCA, assieme all’aumento considerevole dei prezzi dei beni scarsi tesaurizzabili, su cui viene applicandosi specialmente le attività speculative in periodi di scarsa crescita produttiva, perché, con lo sviluppo dell’economia terziaria, il complessificarsi e il degrado delle condizioni e degli ambienti di vita sul pianeta, questo tipo di attività e di beni è diventato ormai largamente preponderante nel processo della produzione / riproduzione sociale.
A questo punto i termini principali della questione dovrebbe già essere abbastanza chiari, almeno per chi abbia una qualche famigliarità con le faccende economiche, ma forse alcune precisazioni risultano ancora opportune, almeno per i non esperti.

Non dovrebbe sollevare dubbi particolari il fatto che sia la stessa esistenza degli IVC a determinare, nelle condizioni di crisi grave o quando si presentano impossibilità di valorizzazione soddisfacente, la distruzione ciclica di una parte delle masse monetarie complessive. Si ritiene infatti ormai comunemente che questa distruzione di denaro faccia parte delle logiche “economizzanti” del capitalismo e che sia perfino sintomo di una certa sua efficienza.
Può invece destare molti dubbi, non solo tra i difensori del sistema ma anche tra gli economisti più “rigorosi”, l’affermazione per cui gli stessi IVC siano la causa prima o determinante dell’aumento dei prezzi di beni e servizi, e del costo della vita più in generale. Fino ad ora infatti una delle funzioni sociali progressive degli IVC è stata proprio quella di portare ad una sostanziale riduzione dei prezzi dei beni principali, almeno rispetto al livello dei salari o del potere d’acquisto mediamente acquisito. In secondo luogo, stando sempre a quanto sostiene l’ortodossia economica dominante, gli IVC dovrebbero seguire comunque gli andamenti produttivi reali e quando anche venissero a discostarsene in qualche misura ci penserebbe il mercato a raddrizzare il tutto.
In effetti anche negli attuali fenomeni di SIRM il mercato interviene in qualche modo a sanare le situazioni “anomale” (gli incrementi delle masse monetarie derivanti da attività di valorizzazione che eccedono gli effettivi incrementi di produttività vengono infatti periodicamente “distrutte”). Ma il mercato interviene solo a posteriori, colpendo per altro i diversi agenti sociali in maniera molto diversificata, mentre almeno una parte molto rilevante degli IVC agiscono a priori, precedendo cioè tanto gli effetti regolatori del mercato quanto lo svolgimento dei processi produttivi, e determinando con ciò la stessa configurazione, le tendenze e i vincoli, del sistema economico sociale, oltre che i livelli dei prezzi esistenti.
Mi riferisco in particolare alle rendite che vengono ad applicarsi sui terreni, le abitazioni ed altre risorse che hanno assunto oggi n ruolo cruciale, ma ci si deve riferire anche all’ampio ventaglio dei profitti derivanti da attività speculative. Nel caso delle attività speculative si deve rilevare inoltre che quando esse vengono a seguire in qualche modo gli andamenti produttivi precedenti rispondono sempre ai cali di produttività all’incontrario: non moderando le proprie aspettative secondo le possibilità produttive reali, ma mettendosi anzi alla ricerca delle situazioni di maggior valorizzazione possibile, magari creando artificiosamente prospettive meravigliose di arricchimento, individuale e collettivo, che esistono solo nella mente degli investitori sprovveduti.
A queste considerazioni essenziali va aggiunto solo che i processi di valorizzazione capitalistica, relativi agli istituti delle rendite, degli interessi e dei profitti da speculazione, si fanno valere a priori, e non tenendo spesso nel dovuto conto gli andamenti produttivi prevedibili, perché non sono orientati da principi di razionalità economica, come vorrebbero gli economisti più ingenui, o in malafede, ma da logiche e relazioni di potere dominio sociale di tipo competitivo. E si può dire che essi si traducono in aumento inflazionistico dei prezzi ogni volta che vengono applicandosi ad attività la cui produttività non risulti adeguatamente incrementabile) perché non portando in genere a diminuire i costi di produzione di un dato bene o servizio, l’applicazione delle tagliole degli interessi, delle rendite ecc., ai processi della sua produzione, commercializzazione e vendita, non può che determinare un aumento inevitabile del suo prezzo finale che viene amplificato in relazione al volume degli interessi, delle rendite e dei profitti di diversa natura che, direttamente o indirettamente vengono a gravare sul suo costo di mercato.
Per tutta questa serie di ragioni che abbiamo appena visto, l’effetto inflazionistico viene inevitabilmente ad amplificarsi nel tempo, anche se di questo le statistiche ufficiali non vengono generalmente a tenere alcun conto. Ad ogni ciclo produttivo la tagliola dell’incremento di prezzo (dovuto ad una pluralità di IVC) si fa infatti valere di nuovo senza molte possibilità di sconti, perchè ognuno è disposto a cedere sulla parte che gli spetta. E in più l’aumento del volumi monetari determinato dall’aumento dei prezzi, connesso all’esistenza degli IVC, porta anche ad una svalutazione del valore delle masse monetarie complessive là dove all’incremento di queste non corrispondono adeguati incrementi del livello della produzione complessiva e/o adeguate possibilità di valorizzazione capitalistica. Ad ogni aumento del potere di disposizione nominale del denaro, rappresentato dall’aumento della massa monetaria complessiva, dovrebbe sempre corrispondere un incremento del suo potere di disposizione reale, sul volume dei beni e servizi prodotti, e se questo non avviene non si può che assistere all’inevitabile rilancio di un ulteriore incremento dei prezzi.

Può risultare interessante evidenziare, a questo proposito, il fenomeno della moltiplicazione o amplificazione degli effetti inflazionistici derivanti dalla valorizzazione capitalistica, perché da esso la situazione di SIRM attuale deriva le sue caratteristiche peculiari. Possiamo dire, in sostanza, che vi è un effetto di amplificazione dei fenomeni inflazionistici derivanti dagli IVC (applicati a processi produttivi non intensificabili) in quanto questi si fanno valere almeno su un triplice ordine di piani. Un primo effetto moltiplicatore si ha perché fenomeni di SIRM si fanno valere appunto, in maniera più immediata e visibile, nell’aumento del prezzo dei beni e servizi specifici, a produttività non intensificabile ma prodotti sotto regime di valorizzazione capitalistica, ed una seconda volta, al livello più mediato, si fanno valere nel deprezzamento degli incrementi monetari ottenuti al livello complessivo, cioè nella riduzione del valore della massa di denaro accumulato. Questa si può far valere a sua volta nella forma di una distruzione di una parte di denaro accumulato (crisi finanziarie) ma anche che nel rilancio di forme di aumento generalizzato, indistinto, dei prezzi. In quest’ultimo caso l’aumento dei prezzi si farà valere sul piano complessivo, su tutti i beni in genere, anche su quelli la cui produzione è intensificabile in una misura adeguata a sostenere i rincari imposti dagli IVC, oltre che, in seconda battuta su l prezzo dei beni scarsi e delle attività di servizio a produttività non sistematicamente incrementabile. Va notato infine che effetti di amplificazione delle manifestazioni inflazionistiche si danno nella determinazione del prezzo dei beni e servizi non producibili o riproducibili secondo i principi delle economizzazioni capitalistiche di tempo e di scala, in quanto su di essi (sulla loro produzione e commercializzazione) vengano applicandosi contemporaneamente una pluralità di IVC a priori: non solo le rendite (legalizzate e di posizione), gli interessi e i profitti di natura ordinaria, ma anche quelli di tipo speculativo, che prediligono tutti i beni scarsi che si prestino ad una qualche forma di tesaurizzazione.

Per una verifica della fondatezza di quanto siamo andati dicendo sinora credo che sia sufficiente riferirsi all’andamento dei prezzi, negli ultimi 40 anni, di un bene come le abitazioni, dove gli effetti multipli della SIRM appaiono più inequivocabili. A determinare l’aumento dei prezzi del bene casa concorrono infatti un po’ tutti gli IVC cui abbiamo fatto riferimento. Esso risulta inoltre un bene a produttività relativamente non intensificabile (se non in termini molto ridotti). Ed infine la casa assume più rilevanza di ogni altro bene nel determinare l’aumento dei costi di vita all’interno delle SCA, almeno se ci si riferisce appunto agli ultimi decenni, in cui è stata più consistente l’espansione delle attività economico produttive di tipo terziario e la caduta delle possibilità di crescita produttiva complessive. L’arco di tempo di 40 anni, dalla metà degli anni 60 ai primi del 2000, non è una scelta casuale ma coincide sia con gli inizi del fenomeno di stagflazione sia con l’arco lavorativo di una vita media. Devo dire che questa coincidenza è del tutto accidentale, ma ci dovrebbe far riflettere sul fatto che gli effetti inflazionistici emergenti nelle SCA vengono a colpire l’attività di risparmio o le possibilità di previdenza assicurativa di un singolo lavoratore, nell’arco della sua esistenza e non di quella delle prossime, future, generazioni.

Se ci si limita al caso italiano, di una città media, non soggetta a particolari effetti moltiplicatori dell’attività speculativa che si hanno nelle grandi città, si può rilevare che il costo di una abitazione di media grandezza e qualità è aumentato di circa 100 volte negli ultimi 40 anni, passando da circa 5 a 500 milioni di vecchie lire. L’aumento esponenziale ha assunto tendenze cicliche abbastanza regolari. Tra la fine degli anni 60 e la metà degli anni 80, in poco più di 15 anni, il prezzo delle abitazioni è aumentato di circa 10 volte (da 5 a 50 milioni). Altrettanto ha fatto dalla fine degli anni 80 agli inizi del 2000, e sta ancora aumentando in misura esponenziale, nonostante il tasso annuo di inflazione si sia nel frattempo ridotto notevolmente, almeno stando alle statistiche ufficiali. Il livello degli affitti è aumentato nel frattempo in misura meno considerevole, ma pur sempre in maniera molto rilevante, crescendo, nei quarant’anni indicati di circa 70 volte (da una media di 14 mila lire mensili alle circa 900 mila attuali, intorno ai 500 Euro).
E’ chiaro che per comprendere la reale consistenza di questi aumenti bisogna riferirsi al parallelo aumento ottenuto dalla maggior parte dei redditi da lavoro (visto anche che il costo del lavoro continua ad essere considerato come la causa maggiore dei fenomeni inflazionistici). Gli stipendi medio – bassi , che compongono la gran parte del monte salari, sono aumentati nello stesso periodo di circa 25 volte ! passando da circa 80 mila lire mensili a due milioni (intorno ai 1100 Euro, mi riferisco evidentemente sempre al periodo che va dalla fine degli anni 60 agli inizi del 2000).
Dati alla mano il calcolo delle relazioni tra costo o “valore” del lavoro e costo del bene casa si può fare abbastanza facilmente. Se inizialmente ci voleva l’equivalente di cinque anni di lavoro medio, per acquistare un appartamento di medie dimensioni, agli inizi del 2000 ne erano richiesti almeno venti, che vengono quasi a raddoppiare se si aggiungono gli interessi dovuti agli istituti bancari! Per pagare l’affitto di un appartamento di dimensioni e qualità medie ci voleva da circa un sesto a un ottavo di un salario medio. Ora ce ne vuole circa la metà , e in molti casi ormai anche questa non basta più, per cui si può dire abbastanza fondatamente che nei quarant'anni indicati il potere d’acquisto di uno stipendio normale è diminuito quasi del 400% , almeno riguardo al bene la cui fruizione mensile richiede, da sola (incluse spese di riscaldamento ecc.) ormai la maggior parte di uno stipendio normale.

Riportando questi dati abbastanza scarni non ho fatto uso di virgole e decimali ma penso che le proporzioni del fenomeno di SIRM (e di riduzione del costo del lavoro) all’interno delle SCA non lascino spazio ad alcun dubbio. Mi sono riferito al caso italiano perché la mia conoscenza diretta della situazione mi evita l’onere di dipendere da dati statistici spesso poco attendibili. Ma fenomeni analoghi, anche se meno marcati, sono riscontrabili in quasi tutte le SCA. Inoltre, cosa ancora più importante, il discorso potrebbe essere esteso ad altri tipi di beni e servizi le cui attività non risultano adeguatamente intensificabili, come quelli relativi ai settori della ricerca, delle cure sanitarie, della tutela previdenziale. Anche se in questi ultimi casi gli aumenti sono risultati molto meno considerevoli di quelli del bene casa.
Nei paesi in cui tali settori sono soggetti a più o meno accentuate forme di mercatizzazione, come gli Stati Uniti, si possono rilevare aumenti dei costi sostenuti per il loro acquisto che risultano notevolmente superiori a quelli riscontrabili perfino nei paesi in cui la gestione pubblico statuale è caratterizzata da grandi incurie e sprechi. Il caso americano è abbastanza probante. Dati i loro costi proibitivi, l’istruzione universitaria e cure sanitarie di qualità sono riservate ormai ad un elite abbastanza ristretta, quando ancora agli inizi degli anni 60 erano alla portata di qualsiasi famiglia media, anche nel caso, allora prevalente, che fosse sorretta da un solo capofamiglia percettore di un reddito discreto, cioè appunto di medio valore. E va aggiunto che anche negli USA la mercatizzazione dei settori a cui ho appena fatto riferimento è condizionata ancora da pesanti vincoli che limitano enormemente le pressanti spinte ad un loro inserimento in un completo regime di valorizzazione capitalistica. Ben peggio stanno andando le cose in settori “di servizio” completamente mercatizzati in termini capitalistici, cioè soggetti ad un completo regime di valorizzazione capitalistica, come il sistema assicurativo, di marketing e di pubblicizzazione dei beni e delle prestazioni (che insieme coprono ormai una quota prevalente dei costi del processo di produzione e riproduzione sociale).

4. Perdita di significatività sociale del modello di crescita economica capitalistico e condizioni di involuzione culturale . 

Tutte le affermazioni contenute nei due paragrafi precedenti possono essere riassunte in una singola proposizione. Dopo più di tre secoli, e per la prima volta nella storia del capitalismo, l’applicazione degli istituti della valorizzazione capitalistica (IVC) non sembra più portare né ad una riduzione dei tempi di lavoro né ad una riduzione dei costi dei beni necessari per garantire condizioni di vita corrispondenti al livello di sviluppo tecnologico e socio culturale raggiunto. Questo fatto determina una notevole erosione di significatività nella razionalità del procedere capitalistico, mettendo in crisi direttamente, dall’interno, l’ideologia della crescita economica monetaria come fattore progressivo. La riduzione dei costi e dei tempi produttivi, unita all’aumento del volume dei beni di consumo, costituivano infatti i pilastri di un’ideologia del progresso che vedeva nella crescita incessante delle masse monetarie il segno della crescita della produzione di beni, e questa come il presupposto del benessere o del miglioramento continuo della qualità di vita per la maggior parte di individui. 
Ora gli aumenti annuali delle masse monetarie registrati all’interno delle SCA si traducono prevalentemente in aumento dei prezzi e in una pluralità di altre manifestazioni di svalutazione inflazionistica della ricchezza accumulata in forma monetaria (SIRM). Lo stesso aumento del volume della produzione di beni viene a contare sempre meno rispetto alla soddisfazione dei bisogni di cura e di relazione che stano crescendo all’interno di tutte le SCA. E questi restano in buona parte insoddisfatti e difficilmente soddisfacibili perché gli stessi IVC, e il sistema di relazioni economiche e sociali che gli si sono conformate, non sembrano adeguati ad attivare tutte le risorse che risulterebbero necessarie.
Si può ritenere con molta ragionevolezza che tale situazione di squilibrio non sarà modificabile a breve termine, se è vero che le sue radici possono essere individuate proprio nella scarsa funzionalità alla valorizzazione capitalistica dimostrata dalle attività di servizio di tipo individuale e dall’appropriazione dei beni comuni sul piano economico complessivo. Si tratta di una condizione strutturale e di fase, non facilmente superabile in quanto lo stesso sviluppo esponenziale delle attività di servizio e di cura dei beni comuni corrisponde ad esigenze sistemiche e a bisogni individuali evoluti, relativi al livello di sviluppo tecnico produttivo e di complessità sociale raggiunto.
Detto questo penso che sia il caso di ribadire che tutto ciò non significa in alcun modo né la fine della ideologia della crescita né, tanto meno, il crollo o la fine più o meno imminenti dello stesso regime capitalistico. Va rilevato anzi che proprio la dominanza di attività di servizio di tipo pubblico e individuale, la cui produttività non risulta facilmente intensificabile, riduce il carattere devastante delle crisi economiche da sovrapproduzione che risultavano prevalenti nel capitalismo industriale. Ora le crisi si presentano in forma più larvata e strisciante, interessando maggiormente una parte ormai minoritaria della produzione sociale, anche se gli effetti in termini di intensificazione dello sfruttamento tenderanno a diventare più insostenibili in relazione al processo di impoverimento relativo che sta interessando i ceti medi e bassi. Esistono comunque ancora possibilità di crescita economica, di tipo estensivo ed anche intensivo, sebbene entrambe, e specialmente queste ultime, si siano ridotte notevolmente in questa fase storica, almeno per quanto riguarda le SCA. Il problema sarà caso mai capire o far capire alla gente cosa possano significare, in termini di qualità della vita, queste possibilità di ripresa della crescita economica monetaria.
La stessa applicazione degli istituti degli IVC ad attività di servizio di tipo individuale può portare ad una intensificazione dello sfruttamento “produttivo” diversa dalla via tecnologia, basata sulla standardizzazione e automazione delle prestazioni, che caratterizzava le economie di scala tradizionali. Si possono aumentare, entro certi limiti, i carichi di lavoro per persona, o prolungare lo stesso orario lavorativo (magari con cottimi e straordinari). Si possono peggiorare le condizioni lavorative e di vita, ridurre l’assistenza e i vincoli di tutela ambientale. Ed è questa precisamente la via principale intrapresa dai tentativi di rilancio della crescita economica capitalistica in questi ultimi decenni. Non si tratta comunque di una via sicura o senza aspetti problematici, anche da un punto di vista capitalistico.
Quasi tutte le soluzioni praticate sinora finiscono per aprire, nel medio periodo, più problemi di quanti ne risolvano. In molti casi l’effetto prevalente è quello di comprimere il livello della domanda interna, accentuando le difficoltà di valorizzazione e realizzazione delle crescite monetarie ottenute. In tutti i casi si tratta di un peggioramento del livello e della qualità della vita, non certo di un suo miglioramento. E’ difficile negare, anche per il filo capitalista più convinto, che gli sforzi intrapresi per ridare vigore alla crescita economica hanno avuto in questi ultimi anni, quasi in tutte le SCA, l’effetto di aumentare la precarietà, il traffico caotico, l’aggressività diffusa, i tassi di criminalità, e soprattutto le manifestazioni di disagio mentale e il degrado delle relazioni sociali e dei contesti ambientali.
C’è da aggiungere poi che le difficoltà relazionali e il degrado dei tessuti sociali non sono rilevabili solo sul piano interno (alle SCA) ma anche su quello delle relazioni con l’esterno, internazionali e interculturali. E’ abbastanza chiaro ormai che maggiori difficoltà riscontrate al livello globale nella produzione di ricchezza portano ad accentuare i conflitti per l’appropriazione di risorse che non crescono abbastanza o anzi vanno riducendosi, come nel caso delle risorse naturali non riproducibili. La delusione delle aspettative individuali e collettive di benessere accentua frustrazioni e ansie di rivalsa che prendono la via dei conflitti di identità, tra modelli culturali e sistemi di valori diversi. I problemi di identificazione e di relazione con gli altri tendono a crescere con il crescere delle difficoltà dell’esistenza e con la crisi degli orientamenti pratico produttivi perseguiti. Non esistendo soluzioni plausibili immediate alle difficoltà riscontrate sul piano economico e dell’organizzazione sociale, si sviluppa facilmente la ricerca del capro espiatorio e i conflitti sociali tendono a spostasi appunto sul piano dello scontro tra culture, etnie, razze, in cui le differenze di tipo esteriore appaiono più visibili.
Anche la debolezza delle alternative si manifesta comunque in tutta la sua evidenza. Ogni ampia e solida alternativa tradizionale al capitalismo sembra ormai definitivamente liquidata con il tracollo delle politiche socialiste e socialdemocratiche. Le stesse culture solidaristiche ed ecologiche rappresentano per ora, non bisogna nasconderselo, un fenomeno poco più che marginale, ancora fortemente minoritario, specialmente sul piano pratico o delle esperienze concrete della maggior parte di individui attivi.

E’ l’assenza di solide e ampie prospettive di cambiamento o di trasformazione sociale emancipativa, orientata al futuro, che rappresenta, dopo più di tre secoli di lotte e sommovimenti sociali, il segno più marcato della stagnazione o della crisi strisciante che investe le dimensioni ideologico culturali delle SCA. Gli stessi problemi legati all’aumento dei costi di vita e alle difficoltà della crescita economica rischiano di rendere gli approcci alternativi ancora più marginali e secondari. Ed è difficile prevedere quanto le esperienze che si vanno compiendo in termini di volontariato e di non profit, di iniziative ecologiche individuali e di convivialità comunitaria, rappresentino embrioni del nuovo che verrà, o non piuttosto espressioni di prospettive residuali che vengono usate e perfino amplificate dal sistema, in attesa che nuovi metodi produttivi e nuovi principi di relazione consentano alle dinamiche della VC di compiere la loro colonizzazione dei settori che sono stati finora al di fuori della sua influenza, come le relazioni di cura e di istruzione, di tutela ambientale e della persona.
Ogni situazione di crisi e ogni difficoltà emergente all’interno di una formazione sociale, incluse quelle capitalistiche, richiede e genera comunque un qualche tipo di risposta. Di fronte alle difficoltà incontrate dai processi di valorizzazione capitalistica possono consolidarsi modi alternativi di valorizzazione economica delle risorse lavorative e ambientali. Le difficoltà della crescita produttiva complessiva, unite agli estesi processi di SIRM, possono inoltre far perdere ulteriormente di credibilità e importanza il dettato della crescita incessante del PIL. L’aumento continuo dei prezzi, la distruzione periodica di una parte considerevole delle ricchezze accumulate, la crisi dei sistemi previdenziali, pubblici e privati, possono contribuire a far emergere in primo piano i valori e gli obiettivi della sostenibilità, dell’equilibrio e della stabilità dei processi di formazione (di produzione e riproduzione) della ricchezza sociale.
La ricerca della sostenibilità, della stabilità e dell’equilibrio, possono diventare preminenti rispetto ai valori della riproduzione incessante dei differenziali di potere / denaro tra i gruppi sociali o nazionali e i loro patrimoni. Anche perché questa continua a dare dei benefici rilevanti solo alle elite di potere, economico, politico e culturale, lasciando una buona parte degli individui comuni nel ruolo di semplici comparse, se non di vittime, di un gioco in cui le perdite complessive hanno già cominciato a sopravanzare i guadagni individuali: segno abbastanza evidente di una certa irrazionalità di tutto il procedere.
La consapevolezza del carattere strutturale, di fase, di una fase destinata a durare a lungo, delle attuali difficoltà economiche, dovrà emergere prima o poi a livello diffuso. E questo potrà contribuire in misura decisiva al diffondersi di una maggior convinzione sulla esigenza e sulla plausibilità di un cambiamento di rotta. Non ci si può nascondere comunque l’ampiezza delle difficoltà che si dovranno affrontare e risolvere perché queste possibilità diventino delle forze reali rilevanti, influenti negli orientamenti diffusi o nella definizione comune delle condizioni e dei fini essenziali della produzione sociale e nelle strategie politiche che dovrebbero sostenerla. Come dicevo già, solo il fare i conti con tali difficoltà, piuttosto che il nasconderle, metterà le prospettive dell’alternativa in grado di rafforzarsi.


5. Difficoltà e problemi connessi con l’apertura e il consolidamento di forme di economizzazione alternative delle risorse.

Nelle pagine precedenti mi sono limitato a considerare alcuni aspetti del problema della svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale nella sua forma monetaria (SIRM). Va detto però che il sistema economico capitalistico ha anche dimostrato di essere sostanzialmente incapace di provvedere alla valorizzazione e alla cura di tutti i beni cosiddetti comuni, di quelle risorse come il territorio o i patrimoni culturali che non sono divisibili e appropriabili privatamente, secondo forme di scambio mercantile. Ed è anche in relazione a questo ultimo aspetto che si deve considerare la questione delle possibili alternative al sistema di valorizzazione capitalistica, così come le difficoltà e i problemi che verranno ponendosi a delle pratiche di economizzazione delle risorse alternative. 
Inoltre va tenuto presente che il fenomeno della SIRM non è riconducibile solo al farsi valere delle istituzioni della valorizzazione capitalistica (IVC) su attività e processi produttivi non intensificabili. Ponendo l’accento sulle IVC mi sono limitato a mettere in rilievo la causa che risulta più importante oggi, e che credo sarà destinata ad assumere una importanza crescente nel prossimo futuro. Certo il fattore energetico può risultare altrettanto importante, se il problema delle risorse energetiche esauribili non troverà una adeguata soluzione sul piano tecnologico. Va rilevato però che anche l’intervento dello Stato e l’espansione dei servizi pubblici hanno avuto un peso non secondario nell’amplificare in misura esponenziale i fenomeni di SIRM, soprattutto fino agli inizi degli anni ’80.
Per vari ordini di motivi si può sostenere che gli effetti di amplificazione esponenziale della SIRM non sono dipesi direttamente dall’ampliamento della sfera e della spesa pubblica in sé, il quale poteva avere anche dei risvolti positivi ai fini del rilancio della crescita economica, come li ha avuti per un certo periodo di tempo. L’accentuazione dei fenomeni di SIRM è dipesa piuttosto dal fatto che l’ampliamento della sfera pubblica è stato sostenuto con un debito che pagava cospicui interessi agli IVC. L’incremento del debito pubblico ha contribuito infatti notevolmente, con il pagamento di tassi di interessi cospicui, all’aumento delle masse monetarie circolanti, in cerca di nuove condizioni di valorizzazione, ripercuotendosi in effetti di svalutazione inflazionistica inevitabili, dal momento che le masse di denaro enormi accumulate (e circolanti) non potevano trovare sbocchi adeguati, sostenuti da adeguate possibilità di crescita produttiva del sistema complessivo.
Come si diceva alla fine del secondo paragrafo, l’intervento statale in economia è risultato virtuoso dal punto di vista della crescita economica (di tipo capitalistico) finché esso ha saputo tradursi in effetti di crescita di tipo estensivo ed è apparso in grado di mantenere una sua qualche “autonomia” economica sulla base di un sistema fiscale equilibrato. Una volta raggiunto il livello massimo, consentito dalle possibilità di crescita produttiva del sistema e dalle possibilità di prelievo fiscale, ogni aumento della spesa pubblica non poteva che tradursi automaticamente in aumento dei livelli di SIRM. Per cui si può dire che alla fine , nel determinare il fallimento dello “Stato” e delle sue politiche di sostegno ad un’economia pubblica, è diventato cruciale proprio il non sapersi proporre come soggetto economico autonomo, dotato di proprie, adeguate, strumentazioni economiche e di proprie fonti di procacciamento delle risorse.

Le considerazioni precedenti ci riconducono al primo e più importante problema cui si trova di fronte ogni approccio alternativo all’impiego delle attività lavorative e alla soddisfazione dei bisogni sociali. E’ il problema dell’acquisizione e del mantenimento di un’autonomia che si deve far valere su una pluralità di piani, pena la caduta negli stessi processi involutivi di svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale e di aumento dei costi di vita propri delle dinamiche di valorizzazione capitalistica nella fase attuale. In primo luogo l’autonomia si deve dare come indipendenza dai circuiti economici dominanti, capitalistico mercantili e politico statuali, ma anche come capacità di auto sostentamento e di auto riproduzione. Se ci si riferisce a ideali in qualche modo libertari si pone infine anche un problema di autonomia delle scelte e delle decisioni dei soggetti coinvolti (sia di chi offre servizi che di chi li riceve).
L’esigenza di autonomia rinvia inevitabilmente, in tutta la sua complessità, al problema della cura o della economizzazione delle proprie risorse, necessarie per funzionare e riprodursi, per adoperare dei termini non belli ma abbastanza pertinenti. La scarsità o limitatezza delle risorse esistenti non è una invenzione capitalistica. Solo gli atteggiamenti volontaristici o gli approcci fondati sul volontariato possono non tenerne conto, perché ricavano dall’esterno la parte fondamentale delle risorse che sono necessarie al loro funzionamento. E in genere le ricavano proprio dai circuiti economici dominanti, dipendenti cioè dai sistemi di valorizzazione e sfruttamento capitalistici delle risorse (perché sono appunto privi di autonomia economica). Cosa che non fanno per altro “gratuitamente”, dal momento che essi finiscono per assolvere, con costi ridotti, a delle funzioni a cui il sistema dovrebbe in qualche modo far fronte. Ma questo è un altro problema, su cui non voglio soffermarmi ora.
Penso, in sostanza, che per chi voglia porsi dal punto di vista della limitatezza delle risorse e del carattere non sempre gratificante delle attività lavorative, il problema maggiore non sia quello della fuoriuscita da ogni atteggiamento economico e strumentale. Uno dei nodi principali è invece connesso all’esigenza di elaborare forme di economizzazione e strumentazioni produttive diverse, alternative, rispetto a quelle capitalistiche.
L’esperienza storica ha dimostrato che le relazioni di scambio mercantile e le determinazioni monetarie sono state le più efficaci nel garantire forme di economizzazione soddisfacenti e sufficiente autonomia di azione degli agenti, almeno sul piano delle relazioni di scambio (non si deve mai dimenticare infatti che all’interno delle unità produttive e dei processi della produzione sociale hanno continuato e continuano ad imperare metodi prevalentemente autoritari e dispotici). Oggi ci troviamo però di fronte al fatto che le forme monetarie e le reazioni di scambio mercantili disponibili sono permeate da cima a fondo non solo dello “spirito” capitalistico ma anche della funzionalità alla valorizzazione o al potenziamento dei dispositivi costituiti di potere dominio sulla realtà che si sono affermati quasi in ogni ambito dell’agire sociale. Dunque bisognerebbe trovare altre forme di scambio e altre determinazioni monetarie, che risultino altrettanto efficaci di quelle sviluppate all’interno dei sistemi ad orientamento capitalistico pur senza patirne gli effetti negativi. E la cosa non assume solo la connotazione del far capo a delle strumentazioni diverse ed efficaci ma anche del come affrontare i rapporti di contaminazione e condizionamento che si possono verificare tra i diversi tipi di strumentazioni e di pratiche esistenti.
Uno dei nodi cruciali diventa, più precisamente, come affrontare le condizioni di coesistenza di forme, di pratiche e di strumenti, di economizzazione parallele, che possono risultare tanto complementari quanto alternative, confliggenti o competitive, tra loro. Come aveva già indicato Karl Polany, e Marx ancora prima, l’esistenza di forme di economizzazione e di economie parallele è una costante di tutte le formazioni sociali, incluso quelle capitalistiche. Non si tratta dunque di vagheggiamenti di un pensiero radicale, che vuol rispondere a pure esigenze etiche. Sono stati gli stessi limiti strutturali dimostrati dal capitalismo nella gestione dei beni comuni ad aver reso indispensabile l’intervento dello stato e lo sviluppo dell’economia “pubblica”, che era ed è cosa ben diversa dall’economia della valorizzazione capitalistica, anche se rispetto a questa l’intervento dello stato è finito per risultare dipendente, patendo alcuni dei limiti e delle incongruenze fondamentali delle logiche della crescita economica capitalistica.

Certamente la crisi inflazionistica dell’intervento pubblico statale richiede di aprire altre strade, che non riproducano i vizi e le storture di quelle precedenti. Ed è in relazione a questo complesso contesto tematico, di esigenze di autonomia passanti per forme di economizzazione alternative, in una situazione di coesistenza obbligata con le economie competitive capitalistiche, che si pongono anche i problemi della fragilità, delle limitate capacità di presa sociale, della difficoltà di radicamento e diffusione, rivelate dalle strumentazioni economiche e dalle strategie teoriche messe a punto dagli approcci alternativi, di tipo solidaristico o genericamente anticapitalistico.
Aspetti molto problematici, discutibili, sono rilevabili non solo nelle strategie di volontariato e antieconomiche sui generis, ma anche nelle prospettive che sembrano prefigurare un percorso economico, o pseudo economico, come avviene per le ipotesi di reddito minimo garantito, di cittadinanza, cui si rifanno la maggior parte degli approcci “alternativi” radicali.
Senza dubbio queste ipotesi presentano degli aspetti interessanti che andranno vagliati e approfonditi. Bisogna dire però che rimanendo agganciata ai contesti della valorizzazione capitalistica la strategia del reddito garantito a tutti può portare al massimo ad amplificare i consumi, almeno nel breve termine (nel lungo esso li comprimerà in quanto dovrebbe presumibilmente ridurre l’impegno in molti settori produttivi). Le pratiche di produzione alienata e di consumo alienato verranno separate, per essere attribuite a soggetti diversi. Ma non perderanno il loro carattere alienante, anzi forse lo accentueranno, dal momento che pratiche di consumo ipertrofizzate potranno scindersi perfino da qualsiasi contatto pratico - produttivo e relazionale, con gli altri e con le dimensioni del fare produttivo.
Sicuramente la costituzione di un reddito di cittadinanza nell’ambito dei contesti economico monetari capitalistici accentuerà le già forti spinte inflazionistiche presenti all’interno delle SCA. A pagare di più saranno sempre i lavoratori occupati, principalmente i capifamiglia (maschi e femmine), che dovranno amplificare gli sforzi e i loro orari lavorativi per garantire ai propri figli possibilità di studio e prospettive di vita (con impieghi) minimamente gratificanti. E alla fine la svalutazione inflazionistica si ritorcerà negli stessi sistemi previdenziali, pubblici e privati, e negli assetti dei diritti sociali e del lavoro, che non potranno sostenere il processo continuo di distruzione inflazionistica della ricchezza sociale e finiranno per richiedere una intensificazione crescente dei processi di sfruttamento delle risorse attivate nei circuiti della valorizzazione capitalistica.
Credo che il problema della distruzione inflazionistica della ricchezza monetaria, capitalistica, possa essere affrontato solo all’interno di una ricostituzione dei principi, delle logiche e delle dinamiche di formazione della ricchezza sociale. Ed è quasi inevitabile che il problema della natura e delle fonti della ricchezza sociale venga riproponendosi, come è sempre avvenuto in passato, nel momento in cui si sta assistendo ad un passaggio nel modo di produzione (e di accumulazione) che è ormai sotto gli occhi di tutti, anche se pochi sembrano averlo compreso in tutte le sue valenze e implicazioni.

Ormai una pluralità di riflessioni teoriche e di esperienze pratiche stanno a dimostrare come l’interesse per il ripensamento dei modi e dei fini della formazione di ricchezza sociale abbia ripreso forza, dopo che il fallimento dei progetti pseudo socialisti sembrava averne decretato una fine irreversibile. Mi riferisco naturalmente ai diversi tentativi di costituire delle Banche del tempo, compiuti specialmente all’interno delle Sca, anche se con esiti spesso deludenti, o ai numerosi filoni di economia solidale e di finanza etica sviluppati con successo un po’ ovunque, tanto all’interno delle SCA quanto nei paesi in via di sviluppo. Ma l’esempio forse più emblematico e significativo, almeno dal nostro punto di vista, può essere individuato nella miriade di esperienze e di progetti che si vanno enucleando ormai da qualche anno, specialmente in Europa dopo l’introduzione dell’Euro, intorno alla costituzione delle Monete complementari locali.
Penso che specialmente quest’ultimo tipo di approcci possono conoscere degli sviluppi significativi in un futuro abbastanza immediato, date le difficoltà economiche in cui versano le economie degli stati europei e le resistenze notevoli che il sistema della nuova moneta ufficiale dell’Euro sta incontrando in molti paesi. Non si tratta solo di orientamenti che provengono dal mondo delle culture “alternative” ma anche di spinte provenienti dal mondo politico istituzionale e da quello delle piccole imprese, ormai spesso a scala individuale, o dalle reti delle produzioni e distribuzioni locali.
Forse non è superfluo rilevare che questa alleanza, o le possibili sinergie sviluppabili in futuro, assumono un carattere più significativo proprio alla luce della difficoltà che le grandi imprese e le produzioni di massa tradizionali stanno incontrando nelle nuove economie a dominanza terziaria e nel sistema del mercato mondiale globale. E al fondo di tutto può essere individuata, come operante, la crescente frattura che si va verificando, da tempo, tra interessi del capitalismo finanziario o della valorizzazione capitalistica del denaro, e interessi concreti di una gran parte delle popolazioni delle Sca, ridotte oggi, quasi ovunque, ad uno stato di semi miseria o di nuova povertà.
Certo i flussi di denaro ottenuti nei circuiti della valorizzazione capitalistica continuano a mantenere un carattere diffusivo, e a beneficiare in una qualche misura un po’ tutti. Anche il flusso delle merci e dei beni e servizi continua a risultare abbondante, in molti casi perfino eccessivo. Si dovrebbe ormai sapere però molto bene che i concetti di abbondanza e di scarsità, di ricchezza e di povertà, sono abbastanza relativi, almeno all’interno delle SCA.
Essi sono relativi alla struttura dei bisogni già sviluppati, che risulta abbastanza elastica ma non modificabile a piacere, e sono relativi alle esigenze molto più rigide e vincolanti del sistema di valorizzazione capitalistica. Dove le esigenze della valorizzazione dei capitali accumulati e i bisogni essenziali della maggior parte degli esseri umani non si incontrano più possono trovare spazio altre pratiche e istituzioni economiche. Ed è questo, in sostanza, che da importanza alle nuove riflessioni, sempre più diffuse, sui nuovi stili di vita, su forme di economie ecologiche e solidali e anche sullo sviluppo di sistemi monetari alternativi, radicati sul piano locale.
Queste riflessioni possono trovare nuove, più solide, possibilità di affermazione dall’incontro tra i nascenti movimenti per la decrescita (specialmente in quanto vengano intese come decrescita) dell’economia capitalistica e i soggetti politici più attenti alle problematiche della qualità della vita, dell’ambiente ed alla conservazione dei patrimoni naturali e culturali, di cui ancora disponiamo, e di cui possono essere responsabili solo le comunità che si radicano nelle diverse dimensioni territoriali. Ma ciò potrà darsi solo se si saprà tener ferma la consapevolezza che nessun problema ambientale è affrontabile in maniera plausibile, oggi, se no si saprà dare ad ogni azione che si svolge sul piano del locale un respiro e una prospettiva in grado di allacciarsi ai processi ed ai movimenti che si vanno dispiegando negli ambiti più ampi e di interesse generale, in quella che viene definita ormai comunemente come la scala globale. Qui incontriamo i problemi della costituzione dei sistemi di potere finanziario, e della costituzione dei nuovi organismi di governo tecnico, amministrativo, delle politiche monetarie e delle condizioni della crescita economica, come la Banca Mondiale o l’Organizzazione Mondiale del commercio, delle tariffe e dei parametri di brevettabilità sulla manipolazione di ogni tipo di risorsa umana ed ambientale. Ma si tratta evidentemente di problemi che possono essere considerati solo all’interno di una ricostruzione molto più complessa e complessiva di quella, pur molto ampia e complessa, che ho cercato di delineare in questa relazione.


Maurizio Ruzzene, Venezia, luglio-agosto 2005

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Lo «sviluppo» è simile ad una stella morta di cui ancora percepiamo la luce, anche se si è spenta da tempo, e per sempre.
Gilbert Rist (1)

Poco più di trent'anni fa nasceva una speranza. Una speranza tanto grande per i popoli del terzo mondo quanto lo era stato il socialismo per i proletari dei paesi occidentali. Una speranza, forse, dalle origini e dai presupposti più ambigui, perché l'avevano stimolata i bianchi prima di abbandonare quei paesi che pure avevano duramente colonizzato. Ma, alla fine, i responsabili politici, i dirigenti e le élite dei nuovi paesi indipendenti presentavano ai loro popoli lo sviluppo come la soluzione di tutti i loro problemi.

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18 Introduzione alla decrescita economica
Creato: 15 Lug 2009

Il tema della “decrescita economica” è salito solo di recente alla ribalta all’interno del dibattito economico, politico e sociale in relazione alla questione della sostenibilità ambientale e sociale della crescita economica. Il “paradigma della decrescita economica” affronta in maniera diretta ed esplicita la problematica della compatibilità tra il funzionamento di una civiltà e lo “spazio biologico” disponibile che è all’origine di tale funzionamento, richiamando l’attenzione sul fatto che la crescita economica illimitata (il perseguimento costante dell’aumento del “prodotto interno lordo”) non sia sostenibile per l’ecosistema terrestre, alla luce di una società, come quella odierna, orientata deliberatamente verso la massimizzazione della crescita economica e verso l’aumento continuo della produzione e del consumo, senza che sia mai messa in discussione natura e qualità della produzione. Il movimento che si è costituito – e che si sta costituendo – intorno all’obiettivo della decrescita economica pone l’accento sull’assenza di qualsiasi riferimento alla relazione vincolante che deve sussistere tra processo economico e substrato biofisico – il quale, essendo per sua stessa natura fisicamente limitato, rende insostenibile un sistema socio-economico orientato verso una crescita infinita. Questo è l’assunto fondamentale da cui prende forma l’appello del movimento per la decrescita economica, il quale esprime l’urgenza e la necessità di un’inversione radicale rispetto alla direzione suggerita dall’ideologia dominante, indicando una prospettiva alternativa rispetto ai diversi modelli di sviluppo esistenti che sposti l’obiettivo dalla crescita quantitativa allo sviluppo qualitativo.

I fenomeni del degrado ambientale e dell’esaurimento delle risorse dimostrano questa insostenibilità, e si ricollegano alla duplice funzione svolta dalla natura nei confronti dell’attività economica: fattore produttivo in termini di risorse naturali che da essa si possono estrarre e, allo stesso tempo, destinazione finale degli scarti e dei rifiuti della produzione. La produzione crescente di beni e servizi implica l’utilizzo anch’esso crescente di materia ed energia le quali, a loro volta, conducono a un impatto crescente sugli ecosistemi; ogni attività produttiva comporta inoltre una degradazione irreversibile di quantità crescenti di materia ed energia, il che rende la crescita illimitata della produzione, basata sullo sfruttamento di risorse finite non rinnovabili, vincolata dai limiti fisici della biosfera.

La “provocazione” della decrescita economica va oltre la dimensione fisica del processo economico. E’ opportuno rilevare, infatti, come questa teoria si sia sviluppata a partire dalla critica al “prodotto interno lordo” quale misura imperfetta del benessere e all’opinione comune secondo cui il benessere sia misurabile attraverso il consumo e la quantità di beni acquistabili. Il PIL è un flusso puramente mercantile che non solo considera positiva ogni produzione (e ogni spesa) a prescindere dalla sua natura e dal suo contributo effettivo al reale benessere individuale e collettivo, ma che, inoltre, non comprende tutte quelle attività e risorse che pur non essendo di natura mercantile, incidono in maniera determinate sul benessere, come ad esempio la disponibilità di “beni relazionali”. La prosperità economica è il risultato dell’accumulazione di continui deficit ecologici e di costi che pur non essendo “conteggiati” ricadono – e ricadranno – necessariamente sulla collettività nel suo insieme. Il PIL risulterebbe molto più basso se fossero internalizzati i costi sociali dei danni provocati dalle attività di produzione e consumo e se venisse tenuto conto del fatto che materie prime ed energie naturali consumate oggi sono necessariamente perdute per le generazioni future (sono, cioè, consumo di capitale).

Il paradigma della decrescita economica ha fatto suo l’imperativo di scindere il miglioramento del benessere dei singoli individui dall’aumento quantitativo della produzione materiale, con l’obiettivo di promuovere la riduzione del PIL: una riduzione del “ben-avere” misurato dagli indicatori economici che si accompagna all’aumento del “ben-essere” realmente vissuto. In questo modo si richiama la necessità e l’urgenza di “scollegare” il benessere individuale e sociale dall’uso e dallo sfruttamento delle risorse naturali presenti in quantità fisiche limitate e necessarie al sostentamento della vita stessa. In questo contesto, la rilevanza economica della decrescita si sostanzia in una riduzione complessiva delle quantità fisiche prodotte, di quelle consumate, e delle risorse impiegate, attraverso una trasformazione complessiva della struttura socio-economica, politica, e dell’immaginario collettivo verso assetti sostenibili, nella prospettiva di un significativo aumento del benessere sociale.

Contrariamente a quanto gli stessi “obiettori di crescita” sostengono, tra cui lo stesso “teorico della decrescita”, Serge Latouche, il carattere “rivoluzionario” ed innovativo del paradigma in questione non risiede nella rottura rispetto all’ideologia dominante della crescita economica illimitata. Pur riconoscendo la radicalità di una proposta che va a minare le fondamenta dell’immaginario dominante, questa rottura è abbastanza relativa. Gli impianti concettuali e le fondamenta scientifiche del paradigma della decrescita sono già stati prodotti e formulati in maniera più che pertinente nel corso degli ultimi cinquanta anni. Il paradigma della decrescita va inquadrato, infatti, come il risultato di un processo di maturazione scientifica che ha ripreso tematiche ed approcci “antichi”, seppure a lungo ritenuti marginali ed eterodossi. In effetti, l’economia è stata una tra le prime scienze sociali ad affrontare le questioni relative al benessere individuale, alle interdipendenze tra sistema socio-economico e ambiente naturale, al degrado ambientale e alla finitezza delle risorse. La tendenza ad esaltare le differenze e le peculiarità tra questa posizione e tutto ciò che “è stato” rischia di non riconoscere la rilevanza di tutti quei filoni scientifici che avevano già mosso sostanzialmente le stesse critiche e sostenuto analoghe soluzioni, seppure forse in maniera più frammentata. Il “paradigma della decrescita economica” è, però, senza dubbio quello che più di ogni altro ha fatto propria l’eredità storica ed ideologica di tutti quei contributi e quelle posizioni che hanno individuato nella crescita economica illimitata la causa principale della insostenibilità ecologica e sociale.

La decrescita economica non può però esaurire qui il suo ruolo nella proposta di “natura messianica” e nel suo “carattere rivoluzionario”. Invece deve necessariamente chiarire e puntualizzare in maniera analitica un impianto concettuale che, per la sua natura multidimensionale, rischia di rimanere avvolto da una confusione metodologica. Non solo, il paradigma della decrescita deve concretizzare la sua proposta di trasformazione sociale e definire una “matrice di alternative”. E ciò per non cadere in una marginalità settaria, quanto per assumere il più possibile serietà e legittimità. Concentrarsi su tutte le “variabili di input” e le “variabili di output”, fondamentali per il processo economico, è la strada per indagare a fondo ed affrontare in maniera diretta le questioni relative alle attività di produzione e di consumo. Se questo costituisce il suo reale campo di analisi e di azione, dematerializzazione e cambiamento di preferenze e meta-preferenze rappresentano i reali fondamenti teorici della decrescita economica, la cui reale novità è rappresentata dal tentativo di costruire la nuova società attraverso micro-cambiamenti, piccole ma diffuse deviazioni nelle traiettorie tecnologiche, le quali sarebbero in grado di produrre in futuro nuove dimensioni e nuovi quadri comportamentali nelle relazioni sociali, nelle relazioni economiche e nei modelli di produzione e consumo. Inserirsi quindi nel processo di modificazione delle preferenze e impegnarsi a mostrare, attraverso “micro-azioni”, “micro-innovazioni” e traiettorie tecnologiche trascurate, come la consapevolezza individuale e sociale possa mutare senza che siano le modificazioni nei prezzi relativi a governare l’allocazione delle risorse, sia collettive che individuali, oltre che la non corrispondenza tra benessere ed uso crescente di materia ed energia, necessario alla crescita della produzione e del consumo materiale.

L’effettiva riduzione in termini assoluti e globali dell’impronta ecologica e dello sfruttamento delle risorse naturali sino a livelli compatibili con la capacità accertata dei limiti del pianeta – in una parola: dematerializzazione – è lo strumento necessario a mostrare come sia possibile aumentare il “ben-essere” a scapito del “ben-avere” e innescare un “circolo virtuoso” di cambiamento delle preferenze a partire da traiettorie tecnologiche inesplorate o marginalizzate. Un cambiamento che, come detto, non si sostanzia in un adattamento ad una variazione dei prezzi relativi, ma in una trasformazione che non guarda a questi come motore dell’agire sociale. Non solo questa rappresenta la reale “uscita dall’economico” di cui i sostenitori della decrescita si fanno portavoce, ma rappresenta la sfida di questo paradigma. L’imperativo della decrescita economica va concretizzato attraverso questo inserimento nel processo circolare tra preferenze, società e tecnologia, nella consapevolezza di come dalla valutazione delle alternative e delle loro conseguenze nascano nuove preferenze, modifiche nelle aspirazioni e cambiamenti negli stili di vita, nei modelli di consumo e nei modi di produzione.

E se la questione centrale è rappresentata dalla co-evoluzione di preferenze e dematerializzazione, allora non può essere sottovalutato il ruolo svolto dall’innovazione tecnologica, dove per tecnologia viene inteso non solo l’aspetto semplicemente tecnico, ma più in generale il livello di conoscenza e di organizzazione della società, nonché la complessiva intensità d’uso delle risorse ambientali. Un’innovazione tecnologica che, vincolata dal controllo sociale, deve essere finalizzata alla difesa, alla preservazione e alla rigenerazione del capitale naturale, abbandonando la falsa concezione secondo cui questo possa essere sostituito dal capitale artificiale prodotto dall’uomo. I limiti naturali non devono essere superati o “spostati” attraverso i progressi tecnologici, ma è all’interno del loro riconoscimento che le “vecchie tecnologie” devono essere vagliate non tanto alla luce della loro produttività economica privata, quanto alla luce dei loro benefici e costi sociali. Per questa ragione occorre sviluppare e potenziare “tecnologie intelligenti” guidate da considerazioni ed esigenze ecologiche; un’intelligenza che non a caso è possibile chiamare “intelligenza naturale”. Il fatto che queste direzioni e queste traiettorie tecnologiche “alternative” siano già state intraprese, non solo dal mondo scientifico ma anche da quello economico ed industriale, rende concretizzabile oggi come non mai una decrescita economica, anche sullo sfondo di uno scenario istituzionale che, almeno a livello ideale, ha raggiunto un grado di accordo senza precedenti sul rapporto tra esseri umani e ambiente naturale.

A mancare non sono oggi le soluzioni o le possibilità, bensì piuttosto una volontà politica tesa a tutelare una nuova coscienza ed una nuova responsabilità ambientale, tanto scientifica quanto civile, ancora troppo marginalizzate all’interno dell’odierna società.

Il primo capitolo di questo lavoro espone l’evoluzione storica della “questione ambientale”, evidenziando le tappe fondamentali di un processo di maturazione scientifica ed istituzionale, necessario a collocare il paradigma della decrescita economica in una prospettiva storico-critica. Il secondo capitolo illustra il pensiero di colui che viene identificato come il “teorico della decrescita”, soffermandosi tanto sugli aspetti rilevanti e le tematiche innovative, quanto sui limiti e le superficialità del suo approccio. Nel terzo capitolo vengono analizzati in maniera analitica i reali fondamenti teorici della decrescita economica, operando un cambio di prospettiva teso a superare la confusione che spesso caratterizza questo paradigma e a coglierne la reale novità. L’innovazione tecnologica ed i rapporti che la legano alla decrescita economica sono al centro del quarto capitolo, nel quale viene descritto il ruolo della tecnologia all’interno della “questione ambientale” e gli elementi che caratterizzano una “tecnologia intelligente”. Il capitolo successivo, il quinto, conclude questo lavoro, evidenziando non solo la serietà e la legittimità del paradigma della decrescita ma dimostrandone anche la concreta possibilità di realizzazione.

 

Tesi di Nathan Zippo (laureato in Economia e Impresa)

N. Zippo 232
19 Crisi finanziaria e crisi ecologica, un'unica origine: il Capitalismo
Creato: 15 Lug 2009

Pochi, anche a sinistra, comprendono qual'è la posta in gioco e quanta libertà sia consentita da una crisi come quella attuale. Alternative per il Socialismo, n.8, gennaio-febbraio 2009.

di Carla Ravaioli

“Ma tu lo sai quante crisi ha attraversato il capitalismo? E quali speranze ogni volta sono nate nel mondo del lavoro? Speranze poi puntualmente crollate di fronte a clamorosi rilanci del sistema, alla conquista di nuovi pezzi di mondo?” Di questo tenore è di regola la risposta delle sinistre quando si avanzi l’idea che, forse, la crisi attuale potrebbe proporsi come occasione per provare a ripensare il mondo, magari guardando il capitalismo come un fenomeno non necessariamente eterno. Le eccezioni non mancano, ma sono rare, e di solito non vanno oltre l’auspicio. 

D’altronde lo stanco scetticismo delle sinistre circa un possibile superamento del capitalismo non può stupire. Nulla di simile gli ultimi secoli della nostra storia promettono o autorizzano a sperare. Ma si dimentica che la storia è fatta di cose che prima non c’erano. E la storia più recente è stata appunto un lungo succedersi di fenomeni nuovi, non pochi di dimensioni clamorose, che contribuiscono a fare di quella attuale una crisi decisamente diversa.

Oggi, parlando di crisi, ci si riferisce a quella che ha colpito prima le grandi banche americane, poi la finanza mondiale, e ora va mettendo in panne l’economia tutta intera, con pesanti ricadute su occupazione, condizioni dei ceti più deboli, ecc. Ma in realtà le crisi che scuotono il mondo oggi sono due, la seconda non meno della prima determinante per il nostro futuro; due crisi (a parere di non pochi cervelli di tutto rispetto) strettamente connesse l’una all’altra. Mi riferisco alla crisi ecologica planetaria, che la politica - di sinistra come di destra - ha a lungo ignorato, nonostante i sempre più allarmati richiami della scienza mondiale; che solo di recente ha preso in considerazione, ma solo per alcuni aspetti, e con provvedimenti lontanissimi dall’essere risolutivi. Inoltre senza mai considerarne il diretto rapporto con il sistema produttivo.

Eppure il problema è tutt’altro che sconosciuto. Fin dal primo affermarsi del capitalismo industriale grandi pensatori della scienza economica e non solo sono andati interrogandosi sull’aporia di una produzione in crescita esponenziale all’interno di uno spazio dato e non dilatabile quale il pianeta Terra, costretta pertanto a confrontarsi con l’inevitabile esauribilità delle risorse di cui si alimenta. La cosa apparve poi inoppugnabile quando (particolarmente per merito di Nicholas Georgescu Roegen,(1) che in base al 2° principio della termodinamica dimostrò l’inevitabile e irreversibile degrado dell’energia e delle materie prime impiegate nei processi produttivi industriali) fu scientificamente provato che il capitalismo andava consumando la base stessa del suo operare. E sempre più risultò evidente via via che (stagioni impazzite, ghiacci polari disciolti, alluvioni cicloni tornado sempre più devastanti, enormi ingestibili mucchi di rifiuti, 3 milioni di morti, 50 milioni di profughi) il guasto degli ecosistemi è andato palesandosi in tutta la sua terribilità.

Pagine e pagine di tutti i giornali sono dedicate a questi temi; puntualmente si rende noto che, secondo la scienza più accreditata, le risorse disponibili sono in via di esaurimento, e che continuando a consumare al ritmo attuale presto avremmo bisogno di 5,4 pianeti; che buona parte delle coste del globo finiranno sott’acqua, quelle italiane per prime; che in molte città respirare è un grave rischio. Eccetera. Ma sono i medesimi organi d’informazione a dedicare spazi ancor più ampi e vistosi alla preoccupazione per l’auto che non “tira” come dovrebbe, al Pil che non cresce abbastanza, ai mercati che rischiano una battuta d’arresto: facendosi tramiti convinti, e spesso entusiasti, dell’invito al consumo. La crescita - non importa se all’interno di uno spazio che non può crescere - rimane la nostra stella polare.

Una sorta di schizofrenia che appartiene d’altronde all’intero agire economico e sociale. Basti ascoltare qualche convegno tra grandi industriali, magari affiancati da illustri economisti e noti politici: da sempre, e ancora oggi, l’ambiente, i rischi che anche all’economia il suo dissesto comporta, sono del tutto ignorati, o evocati per brevi accenni. Ma lo stesso accade se l’ascolto è dedicato a un dibattito tra sindacalisti, politici di sinistra, economisti di analoga collocazione politica. Come se non fosse la natura, l’ecosistema, a fornire tutto quanto il lavoro trasforma, quanto consente all’impresa di esistere, all’economia di operare. Come se non provenisse dalla natura, non “fosse natura”, tutto quanto vediamo, tocchiamo, usiamo, indossiamo, mangiamo, beviamo, respiriamo… Per tutti, imprenditori, banchieri, economisti, politici di ogni colore, il collasso degli ecosistemi non è che una variabile marginale, di cui è inevitabile occuparsi quando causa danni di qualche entità: una seccatura insomma, un disturbo collaterale, nulla che riguardi le radici dell’agire economico.

Accennavo sopra ad alcuni aspetti del problema ambiente che economisti e politici da alcuni anni hanno preso in seria considerazione; i quali però con le cause della crisi ecologica non hanno molto a che fare, non almeno nei modi e per i motivi dell’interessamento. E’ dall’inizio del 2000 che la “fine del petrolio”, o comunque la crescente antieconomicità della sua estrazione, suscita viva preoccupazione tra economisti e politici; e anche l’innalzamento della temperatura del globo comincia a suscitare qualche interrogativo negli ambienti che “contano”. Nasce così un interesse via via più vivace per le energie alternative (vecchio cavallo di battaglia dei Verdi, a lungo duramente osteggiato dalle compagnie petrolifere) e per ogni ritrovato capace di assicurare risparmio energetico; ciò che presto dà luogo a un fiorente “green business”. E la parola stessa dice quale sia il vero, o comunque prioritario, scopo di questa nuova politica, di fatto opposto a quello per cui si batte l’ambientalismo più qualificato, e per cui le stesse “rinnovabili” sono state pensate.

Di questo genere sono oggi, in presenza della recessione mondiale, i soli provvedimenti dedicati all’ambiente da tutti i governi. D’altronde in perfetta sintonia con le posizioni che ignorano lo squilibrio ecologico in tutta la sua complessità, limitandolo all’”effetto serra” (certo la sua manifestazione più vistosa e devastante, ma non la sola, né risolvibile con i mezzi proposti) così da diffondere l’illusione di un possibile felice futuro, che grazie al “green business” garantirà un forte rilancio della crescita, consentendo produzione e uso di motori di ogni sorta, senza limiti e al netto da inquinamenti. In linea dunque con l’insistita sollecitazione al consumo rivolta a popolazioni impoverite, indebitate, disoccupate; con l’imperterrita strategia della cementificazione, che va programmando grattacieli, superstrade, alte velocità, nuovi piccoli e grandi aeroporti, villaggi e porti turistici, interi quartieri destinati a restare, come in Usa, invenduti; e con la logica che affida al mercato e alle sue “leggi” il compito di dettare la politica economica, solo nell’eccezionalità del momento disponibile a una momentanea deroga che affidi allo Stato la salvezza di giganti finanziari e industriali in bancarotta.

E però sono sempre più numerose le voci - anche di commentatori lontani da ogni estremismo - che apertamente denunciano l’insensatezza di questa linea e in vario modo argomentano la necessità di superare, o comunque ripensare, il capitalismo. L’elenco è lungo e include grandi nomi della cultura mondiale: Eric J.Hobsbowm, Edgard Morin, Jurgen Habermas, Ulrich Beck, Nicholas Stern, Paul Virilio... E, nell’ambito di questa lettura nettamente critica dell’economia mondiale, è di particolare interesse l’affermazione e la messa a fuoco di una radice comune delle due crisi, quella economico-finanziaria e quella ecologica, da alcuni intuita più che dimostrata, ma dettagliatamente analizzata da altri.

Il primo non solo a intuire ma a descrivere il modo in cui i due fenomeni si influenzano a vicenda, è stato André Gorz, il quale, in particolare in un articolo pubblicato poco prima della sua morte(2), con parole addirittura profetiche ha indicato nella sovrapproduzione l’origine della crisi finanziaria. Egli nota infatti come l’enorme massa monetaria, derivante dalla vendita delle merci prodotte in quantità sempre più massicce, e in crescente difficoltà nella propria messa a profitto, sempre più si orienti a investire nell’”industria finanziaria”: quella che “crea danaro mediante danaro (…) comprando e vendendo titoli finanziari e gonfiando bolle speculative”, dando l’impressione di grande floridezza economica, ma fondata “in realtà su una crescita vertiginosa di debiti di ogni sorta (…) destinata prima o poi a esplodere, portando al limite al crollo del sistema bancario mondiale”.

La sovrapproduzione è d’altronde un fenomeno che Gorz in precedenza aveva ampiamente studiato come tipico dell’economia capitalistica, connesso alla stessa meccanica dell’accumulazione e promosso dalla cultura consumistica (3). E appunto l’assurdo del consumismo, cioè della “quantità in continua espansione” (dimensione precipua del capitalismo, fisicamente incompatibile con le dimensioni della Terra) aveva segnalato come causa principale dello squilibrio ecosistemico. In questa analisi trovando accenti vicini al pensiero di Immanuel Wallerstein(4) che, pur senza specificamente occuparsi di ambiente, si è ripetutamente soffermato sulla progressiva riduzione di spazi disponibili all’espansionismo del capitale; anche lui dunque indicando nei “limiti del pianeta” una delle cause della crisi “sistemica”, che da anni diagnosticava come irreversibile.

Ad accomunare le due crisi, e a ricondurle a un’unica origine, cioè l’insostenibilità (fisica oltre che sociale) del capitalismo, è anche il celebre antropologo Jared Diamond (5). Di “due minacce”, entrambe determinate dai processi di globalizzazione parla in un suo ponderoso saggio l’economista indiano Prem Shankar Jha (6). Sul complesso effetto negativo - sociale, ambientale, finanziario - della globalizzazione neoliberista, insiste anche Walden Bello(7). “Le due crisi si alimentano a vicenda”, scrive il prestigioso notista politico George Monbiot (8)… L’elenco è assai più lungo di così. D’altronde non manca soltanto un elenco completo degli autori, bensì un quadro organico di questo ormai nutrito filone di pensiero. Il perché non è difficile da intuire: si tratta di posizioni che parlano dell’impossibilità di trovare soluzione ai tremendi problemi attuali all’interno del capitalismo, ed esprimono ben scarsa fiducia in una sua piena ripresa; posizioni opposte a quelle prevalenti, coltivate dai media e dalle più potenti agenzie d’opinione. Che si tenda a ignorarle non può stupire: come sempre “le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti”.

E qua ci si ritrova al punto da cui questo articolo si è mosso. Al fatto cioè che tra le sinistre manchino tentativi di leggere il terremoto che scuote oggi la società come un’occasione per ripensarla: provarci almeno, sperarlo, sognarlo… Ripeto: rilancio produttivo, crescita, consumi, sono le parole d’ordine anche a sinistra, e anche tra i pochi che indicano il capitale come “il nemico” da combattere. E non serve dire che tra le organizzazioni del lavoro questi obiettivi hanno fini e urgenze diversi da quelli delle destre; o che è più facile trovare occupazione in un’azienda in ripresa piuttosto che in una in pieno dissesto. Sono indubbie verità ma di breve respiro, certo da considerare nella pratica immediata, ma che non dovrebbero inibire il coraggio di guardare più lontano, di capire che oggi nemmeno le cose di casa nostra si possono risolvere, o anche solo leggere correttamente, se non si guarda al mondo, del quale le cose di casa nostra sono ormai parte più o meno omogenea; e che a guardarlo attentamente, il mondo, si capisce che così com’è non regge più. Come concordemente ritengono i commentatori appena citati. I quali tra l’altro, tutti, fanno riferimento all’ambiente quale determinante della nostra condizione presente e futura.

Problema che le sinistre, alla pari delle destre, hanno a lungo rifiutato di considerare, e che neppure oggi seriamente considerano, quanto meno non nella sua complessità: accodandosi all’entusiasmo per le “rinnovabili” e in generale per il “business verde”, sempre in funzione dell’auspicato “rilancio produttivo” (ripeto, non proprio la medicina più adatta alla malattia), e magari genericamente riferendosi alla “qualificazione” dell’ambiente, mentre (fatta eccezione per alcune “sinistre critiche”) ignorano, o apertamente contrastano, le battaglie locali (Tav, Dal Molin, Civitavecchia, ponte di Messina, ecc., per limitarmi ad alcuni casi italiani) che, benché limitati, sono coerenti antefatti di quella che dovrebbe essere la giusta cura per la natura gravemente ammalata.

Anche Claudio Napoleoni si interrogava su questa “timidezza” delle Sinistre, quasi una “sorta di complesso di inferiorità nei confronti di quelle che vengono chiamate le leggi economiche”; per cui - diceva - “nei partiti comunisti c’è sempre stato un curioso miscuglio, di esigenza di superamento del capitalismo e di paura di disturbare un assetto al di fuori del quale non sembra esistere possibilità di ordine.” (9) E forse sarebbe utile chiedersene il perché, magari rileggendo la storia, non per concedersi ai rimpianti o impegnarsi al recupero di identità perdute, ma per capire come è nata quella quota di “industrialismo” che innegabilmente appartiene alle sinistre. Che forse addirittura risale al momento in cui Henry Ford spontaneamente aumenta il salario dei suoi operai perché comprino le sue auto: cioè al primo gesto esplicito compiuto dalla grande industria al fine di reperire un bacino di consumo adeguato alla programmata dilatazione dei mercati; avvio di quel processo di assimilazione della classe lavoratrice a valori e modelli funzionali alla crescita del prodotto, impostasi poi come una sorta di mutazione antropologica. Mentre la “rivoluzione”, pur senza mai essere cancellata come obiettivo ultimo delle sinistre, in qualche modo “entrava in sonno”.

La cosa d’altronde ha certo comportato anche risultati positivi. Per decenni in Occidente le sinistre hanno avuto spazio per conseguire cospicui miglioramenti nelle condizioni dei lavoratori; in qualche modo creando anche una larga speranza di ricchezza per tutti. Speranza poi duramente delusa con la netta inversione di tendenza degli ultimi decenni: sia nella sempre più disuguale distribuzione del reddito (oggi l’1 % della popolazione del mondo ne detiene il 50%), sia nella crescente insicurezza (di occupazione, di mansione, di salario, di orario) che caratterizza il lavoro e il suo abuso; una precarietà diffusa, cui anche la percezione del rischio ambientale si somma in un pesante disagio. Il tentativo di salvarci da questa realtà, e dal terrificante futuro che potrebbe seguirne, esige un deciso scatto di fantasia, oltre che un’enorme dose di coraggio: recuperando l’idea di “rivoluzione”, ma ripensandone il senso e i modi alla luce dell’ultima storia.

“Violento, profondo rivolgimento dell’ordine politico-sociale costituito, tendente a mutare radicalmente governi, istituzioni, rapporti economico-sociali”, così (non troppo diversamente da analoghi repertori) recita “Il Nuovo Zingarelli” alla voce “Rivoluzione” (10): descrivendo (a mio parere con buona approssimazione) ciò che un’azione capace di conseguire un soddisfacente risanamento degli ecosistemi, così da garantire il futuro della specie umana, richiederebbe. Vale a dire (come quasi vent’anni fa André Gorz già lucidamente intendeva) l’assunzione dell’ equilibrio ecologico come asse portante di un nuovo ordine mondiale: per una trasformazione del paradigma economico, con “un rallentamento dell’ accumulazione”, e dunque un calo generale dei consumi e della distruzione di risorse, ma insieme con un nuovo impianto dei rapporti sociali non più “motivato dall’opportunità economica”, e definito invece soprattutto da una decisa correzione delle disuguaglianze. (11) Superamento del capitalismo dunque, e generale ripensamento della convivenza umana e degli istituti che la definiscono e governano. La rivoluzione, appunto. Rivoluzione ecologica, economica, sociale, culturale.

Una rivoluzione che somiglia pochissimo a quelle del passato. L’aggettivo “violento”, che apre la “voce” dello Zingarelli sopra riportata, fa riferimento a quello che è stato finora il tratto precipuo di tutte le rivoluzioni, nei loro processi come nel loro assunto. Ma questo è ciò che occorre superare, per inventare una rivoluzione diversa. In altra occasione (12) ho parlato di una “rivoluzione dolce”, incisiva e tenace e però priva di eventi traumatici e sanguinosi, che in nessun modo preveda uso della forza. Forse, chissà, l’obiettivo di questa nuova rivoluzione, e i suoi processi, potrebbero magari imporsi come incontestabili, addirittura ovvie, necessità. E’ lo stesso Gorz a suggerirlo: “Alla lunga, ciò che è ecologicamente irragionevole, non potrà essere economicamente razionale”. (13)

Certo, è comprensibile come un’impresa di tale portata, anche quando si ritenga non infondata nelle sue ragioni, difficilmente possa trovare concreta disponibilità. Da che parte incominciare, è un interrogativo che pare senza risposte. A meno che non sia la crisi stessa a dare suggerimenti. Di recente più d’uno ha avanzato l’idea di una forte riduzione degli orari di lavoro così da poter “dividere equamente” la disoccupazione, e/o sostituire la cassa integrazione. La proposta ha incontrato un certo ascolto, qualcuno si è spinto a recuperare l’ipotesi sessantottina del “salario di cittadinanza”, ne è nato un minimo di dibattito. Insomma dalla mancanza di lavoro, che per molti è già una dura realtà e per moltissimi una disperante prospettiva, si è rimesso in pista un discorso cui qualche decennio fa si era guardato come alla possibilità di una vera, grande rivoluzione, individuale e sociale. Dopotutto, dove sta scritto (se non appunto nelle logiche del capitalismo industriale) che la più gran parte della vita debba essere spesa lavorando? Ma la “rivoluzione del tempo” è una possibilità da potersi recuperare (anche) al fine di quel rallentamento dell’ accumulazione capitalistica necessario a una concreta difesa dell’ambiente, oltre che presupposto di rapporti sociali più equi.

Alla proposta non poteva non seguire la domanda “Chi paga?”. Ma subito si è risposto ricordando che Luigi Einaudi, che non era un barricadero, teorizzava l’esigenza di un’imposta patrimoniale di successione che, oltre una certa soglia di reddito, tassasse i patrimoni per un’aliquota del 50 %, al fine di combattere le disuguaglianze. Nato senz’altro obiettivo che la difesa dell’occupazione, senza mettere in discussione il rilancio produttivo, il discorso relativo ai tempi di lavoro (uno dei temi più carichi di implicazioni politiche, sociali e esistenziali, caro a tutti i grandi utopisti, e su cui anche Marx ha a lungo ragionato) potrebbe dunque trovare futuro proprio entro la prospettiva di “rivoluzione” di nuovo conio cui accennavo. Come si vede, se si trova il coraggio di uscire dai vicoli asfittici della piccola politica consueta, si trovano anche le ragioni per sostenerlo e pure gli antefatti su cui appoggiarlo.

Ma c’è un altro tema, presente nel frantumato dibattito di quel che resta delle sinistre, che potrebbe partecipare alla medesima ipotesi, divenirne forse materia decisiva. Penso al pacifismo, alla sua denuncia della guerra praticata come normale strumento politico, che un’idea di rivoluzione non violenta non potrebbe ignorare. Anche perché la guerra, tra l’altro, è agente crudelissimo di devastazione ambientale. A partire dalle armi: merci che pesantemente inquinano, nell’essere prodotte, trasportate e “consumate”; merci che rappresentano oggi il 3,5% del Pil mondiale (cifre ufficiali, assai inferiori alla realtà, dato il floridissimo contrabbando del settore) e che costituiscono uno dei pochi mercati oggi in crescita; al rilancio del quale, secondo autorevoli opinionisti, non è estraneo il moltiplicarsi di guerre, guerriglie, terrorismi. Qualora, per (oggi pressoché surreale) ipotesi, la produzione di armi venisse proibita, questa da sola costituirebbe una concreta risposta alla necessità ecologica di contenere la produzione; oltre a inserirsi nel modo più naturale in quella “rivoluzione diversa”, ecologica economica sociale culturale, di cui dicevo. (14)

Insomma, se le sinistre ci provassero a considerare la possibilità di un mondo senza capitalismo, forse oggi l’impresa non sarebbe del tutto disperata.

NOTE

1) Cfr. Nicholas Georgescu-Roegen, „The Entropy Law and the Economic Process“; Cambridge (Mass) 1971
2) A. Gorz, “Crise mondiale, décroissence et sortie du capitalisme”, in « Entropia », Printemps 2007, pp.51-59.
3) A. Gorz, “Capitalismo, socialismo, ecologia”, Roma 1992
4) CfrI. I.Wallerstein, „Dopo il liberalismo“, Milano 1999, e “Il declino dell’America”, Milano 2004.
5) Cfr. J. Diamond, “Collasso”, Torino 2005.
6) Cfr.P. Shankar Jah, „Il caos prossimo venturo“, Vicenza 2007
7) Walden Bello, “Deglobalizziamo”, intervista a cura di G. Battiston, Il manifesto 11-12-08.
8) George Monbiot, The Guardian, 12 – 12 - 08
9) Claudio Napoleoni, in “La politica degli orari di lavoro”, Dialogo in appendice a Carla.Ravaioli, “Tempo da vendere, Tempo da usare”, 2° edizione. Milano 1988. p.144.
10) Zingarelli, “Vocabolario della lingua italiana”, Bologna 1990, p.1651
11) A. Gorz , “Capitalismo, Socialismo, Ecologia”, cit. pp. 72-78 passim.
12) C. Ravaioli, “La crescita non è illimitata”, “Carta” giugno 2004
13)A. Gorz, “Capitalismo, Socialismo, Ecologia”, cit. p. 74.
14) Cfr. Carla Ravaioli, “Ambiente e pace – Una sola rivoluzione”, Milano 2008.

C. Ravaioli 230
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1 Energy and economic myths
Creato: 28 Lug 2009

Energy and economic myths by Georgescu Roegen 

Hardly anyone would nowadays openly profess a belief in the immortality of mankind. Yet many of us prefer not to exclude this possibility; to this end, we endeavor to impugn any factor that could limit mankind's life. The most natural rallying idea is that mankind's entropic dowry is virtually inexhaustible, primarily because of man's inherent power to defeat the Entropy Law in some way or another.

To begin with, there is the simple argument that, just as has happened with many natural laws, the laws on which the finiteness of accessible resources rests will be refuted in turn. The difficulty of this historical argument is that history proves with even greater force, first, that in a finite space there can be only a finite amount of low entropy and, second, that low entropy continuously and irrevocably dwindles away. The impossibility of perpetual motion (of both kinds) is as firmly anchored in history as the law of gravitation.

More sophisticated weapons have been forged by the statistical interpretation of thermodynamic phenomena - an endeavor to reestablish the supremacy of mechanics propped up this time by a sui generis notion of probability. According to this interpretation, the reversibility of high into low entropy is only a highly improbable, not a totally impossible event. And since the event is possible, we should be able by an ingenious device to cause the event to happen as often as we please, just as an adroit sharper may throw a "six" almost at will. The argument only brings to the surface the irreducible contradictions and fallacies packed into the foundations of the statistical interpretation by the worshipers of mechanics [32, ch. 6]. The hopes raised by this interpretation were so sanguine at one time that P. W. Bridgman, an authority on thermodynamics, felt it necessary to write an article just to expose the fallacy of the idea that one may fill one's pockets with money by "bootlegging entropy" [11].

Occasionally and sotto voce some express the hope, once fostered by a scientific authority such as John von Neumann, that man will eventually discover how to make energy a free good, "just like the unmetered air" [3, p. 32]. Some envision a "catalyst" by which to decompose, for example, the sea water into oxygen and hydrogen, the combustion of which will yield as much available energy as we would want. But the analogy with the small ember which sets a whole log on fire is unavailing. The entropy of the log and the oxygen used in the combustion is lower than that of the resulting ashes and smoke, whereas the entropy of water is higher than that of the oxygen and hydrogen after decomposition. Therefore, the miraculous catalyst also implies entropy bootlegging. (1)

With the notion, now propagated from one syndicated column to another, that the breeder reactor produces more energy than it consumes, the fallacy of entropy bootlegging seems to have reached its greatest currency even among the large circles of literati, including economists. Unfortunately, the illusion feeds on misconceived sales talk by some nuclear experts who extol the reactors which transform fertile but nonfissionable material into fissionable fuel as the breeders that "produce more fuel than they consume" [81, p. 82]. The stark truth is that the breeder is in no way different from a plant which produces hammers with the aid of some hammers. According to the deficit principle of the Entropy Law .... even in breeding chickens a greater amount of low entropy is consumed than is contained in the product. (2)

Apparently in defense of the standard vision of the economic process, economists have set forth themes of their own. We may mention first the argument that "the notion of an absolute limit to natural resource availability is untenable when the definition of resources changes drastically and unpredictably over time .... A limit may exist, but it can be neither defined nor specified in economic terms" [3, pp. 7, 11]. We also read that there is no upper limit even for arable land because "arable is infinitely indefinable" [55, p. 22]. The sophistry of these arguments is flagrant. No one would deny that we cannot say exactly how much coal, for example, is accessible. Estimates of natural resources have constantly been shown to be too low. Also, the point that metals contained in the top mile of the earth's crust may be a million times as much as the present known reserves [4, p. 338; 58, p. 331] does not prove the inexhaustibility of resources, but, characteristically, it ignores both the issues of accessibility and disposability.(3) Whatever resources or arable land we may need at one time or another, they will consist of accessible low entropy and accessible land. And since all kinds together are in finite amount, no taxonomic switch can do away with that finiteness.

The favorite thesis of standard and Marxist economists alike, however, is that the power of technology is without limits [3; 4; 10; 49; 51; 69; 74]. We will always be able not only to find a substitute for a resource which has become scarce, but also to increase the productivity of any kind of energy and material. Should we run out of some resources, we will always think up something, just as we have continuously done since the time of Pericles [4, pp. 332-334]. Nothing, therefore, could ever stand in the way of an increasingly happier existence of the human species. One can hardly think of a more blunt form of linear thinking. By the same logic, no healthy young human should ever become afflicted with rheumatism or any other old-age ailments; nor should he ever die. Dinosaurs, just before they disappeared from this very same planet, had behind them not less than one hundred and fifty million years of truly prosperous existence. (And they did not pollute environment with industrial waste!) But the logic to be truly savored is Solo's [73, p. 516]. If entropic degradation is to bring mankind to its knees sometime in the future, it should have done so sometime after A.D. 1000. The old truth of Seigneur de La Palice has never been turned around - and in such a delightful form. (4)

In support of the same thesis, there also are arguments directly pertaining to its substance. First, there is the assertion that only a few kinds of resources are "so resistant to technological advance as to be incapable of eventually yielding extractive products at constant or declining cost" [3, p. 10]. (5) More recently, some have come out with a specific law which, in a way, is the contrary of Malthus's law concerning resources. The idea is that technology improves exponentially [4, p. 236; 51, p. 664; 74, p. 45]. The superficial justification is that one technological advance induces another. This is true, only it does not work cumulatively as in population growth. And it is terribly wrong to argue, as Maddox does [59, p. 21], that to insist on the existence of a limit to technology means to deny man's power to influence progress. Even if technology continues to progress, it will not necessary exceed any limit; an increasing sequence may have an upper limit. In the case of technology this limit is set by the theoretical coefficient of efficiency .... If progress were indeed exponential, then the input i per unit of output would follow in time the law i = i0(1 + r)-t and would constantly approach zero. Production would ultimately become incorporeal and the earth a new Garden of Eden.

Finally, there is the thesis which may be called the fallacy of endless substitution: "Few components of the earth's crust, including farm land, are so specific as to defy economic replacement; . . . nature imposes particular scarcities, not an inescapable general scarcity" [3, pp. 10f]. (6) Bray's protest notwithstanding [10, p. 8], this is "an economist's conjuring trick." True, there are only a few "vitamin" elements which play a totally specific role such as phosphorus plays in living organisms. Aluminum, on the other hand, has replaced iron and copper in many, although not in all uses. (7) However, substitution within a finite stock of accessible low entropy whose irrevocable degradation is speeded up through use cannot possibly go on forever.

In Solow's hands, substitution becomes the key factor that supports technological progress even as resources become increasingly scarce. There will be, first, a substitution within the spectrum of consumer goods. With prices reacting to increasing scarcity, consumers will buy "fewer resource-intensive goods and more of other things" [74, p. 47]. (8) More recently, he extended the same idea to production, too. We may, he argues, substitute "other factors for natural resources" [75, p. 11]. One must have a very erroneous view of the economic process as a whole not to see that there are no material factors other than natural resources. To maintain further that "the world can, in effect, get along without natural resources" is to ignore the difference between the actual world and the Garden of Eden.

More impressive are the statistical data invoked in support of some of the foregoing theses. The data adduced by Solow [74, pp. 44f] show that in the United States between 1950 and 1970 the consumption of a series of mineral elements per unit of GNP decreased substantially. The exceptions were attributed to substitution but were expected to get in line sooner or later. In strict logic, the data do not prove that during the same period technology necessarily progressed to a greater economy of resources. The GNP may increase more than any input of minerals even if technology remains the same, or even if it deteriorates. But we also know that during practically the same period, 1947-1967, the consumption per capita of basic materials increased in the United States. And in the world, during only one decade, 1957-1967, the consumption of steel per capita grew by 44 percent [12, pp. 198-200]. What matters in the end is not only the impact of technological progress on the consumption of resources per unit of GNP, but especially the increase in the rate of resource depletion, which is a side effect of that progress.

Still more impressive - as they have actually proved to be - are the data used by Barnett and Morse to show that, from 1870 to 1957, the ratios of labor and capital costs to net output decreased appreciably in agriculture and mining, both critical sectors as concerns depletion of resources [3, 8f, 167-178]. In spite of some arithmetical incongruities, (9) the picture emerging from these data cannot be repudiated. Only its interpretation must be corrected.

For the environmental problem it is essential to understand the typical forms in which technological progress may occur. A first group includes the economy innovations, which achieve a net economy of low entropy - be it by a more complete combustion, by decreasing friction, by deriving a more intensive light from gas or electricity, by substituting materials costing less in energy for others costing more, and so on. Under this heading we should also include the discovery of how to use new kinds of accessible low entropy. A second group consists of substitution innovations, which simply substitute physicochemical energy for human energy. A good illustration is the innovation of gunpowder, which did away with the catapult. Such innovations generally enable us not only to do things better but also (and especially) to do things which could not be done before - to fly in airplanes, for example. Finally, there are the spectrum innovations, which bring into existence new consumer goods, such as the hat, nylon stockings, etc. Most of the innovations of this group are at the same time substitution innovations. In fact, most innovations belong to more than one category. But the classification serves analytical purposes.

Now, economic history confirms a rather elementary fact - the fact that the great strides in technological progress have generally been touched off by a discovery of how to use a new kind of accessible energy. On the other hand, a great stride in technological progress cannot materialize unless the corresponding innovation is followed by a great mineralogical expansion. Even a substantial increase in the efficiency of the use of gasoline as fuel would pale in comparison with a manifold increase of the known, rich oil fields.

This sort of expansion is what has happened during the last one hundred years. We have struck oil and discovered new coal and gas deposits in a far greater proportion than we could use during the same period. Still more important, all mineralogical discoveries have included a substantial proportion of easily accessible resources. This exceptional bonanza by itself has sufficed to lower the real cost of bringing mineral resources in situ to the surface. Energy of mineral source thus becoming cheaper, substitution innovations have caused the ratio of labor to net output to decline. Capital also must have evolved toward forms which cost less but use more energy to achieve the same result. What has happened during this period is a modification of the cost structure, the flow factors being increased and the fund factors decreased. (10) By examining, therefore, only the relative variations of the fund factors during a period of exceptional mineral bonanza, we cannot prove either that the unitary total cost will always follow a declining trend or that the continuous progress of technology renders accessible resources almost inexhaustible - as Barnett and Morse claim [3, p. 239].

Little doubt is thus left about the fact that the theses examined in this section are anchored in a deep-lying belief in mankind's immortality. Some of their defenders have even urged us to have faith in the human species: such faith will triumph over all limitations. (11) But neither faith nor assurance from some famous academic chair [4] could alter the fact that, according to the basic law of thermodynamics, mankind's dowry is finite. Even if one were inclined to believe in the possible refutation of these principles in the future, one still must not act on that faith now. We must take into account that evolution does not consist of a linear repetition, even though over short intervals it may fool us into the contrary belief.

A great deal of confusion about the environmental problem prevails not only among economists generally (as evidenced by the numerous cases already cited), but also among the highest intellectual circles simply because the sheer entropic nature of all happenings is ignored or misunderstood. Sir Macfarlane Burnet, a Nobelite, in a special lecture considered it imperative "to prevent the progressive destruction of the earth's irreplaceable resources" [quoted, 15, p. 1].

And a prestigious institution such as the United Nations, in its Declaration on the Human Environment (Stockholm, 1972), repeatedly urged everyone "to improve the environment." Both urgings reflect the fallacy that man can reverse the march of entropy. The truth, however unpleasant, is that the most we can do is to prevent any unnecessary depletion of resources and any unnecessary deterioration of the environment, but without claiming that we know the precise meaning of "unnecessary" in this context.

The Steady State: A Topical Mirage
Malthus, as we know, was criticized primarily because he assumed that population and resources grow according to some simple mathematical laws. But this criticism did not touch the real error of Malthus (which has apparently remained unnoticed). This error is the implicit assumption that population may grow beyond any limit both in number and time provided that it does not grow too rapidly. (12) An essentially similar error has been committed by the authors of The Limits, by the authors of the nonmathematical yet more articulate "Blueprint for Survival," as well as by several earlier writers. Because, like Malthus, they were set exclusively on proving the impossibility of growth, they were easily deluded by a simple, now widespread, but false syllogism: since exponential growth in a finite world leads to disasters of all kinds, ecological salvation lies in the stationary state [42; 47; 62, pp. 156-184; 6, pp. 3f, 8, 20]. (13) H. Daly even claims that "the stationary state economy is, therefore, a necessity" [21, p. 5].

This vision of a blissful world in which both population and capital stock remain constant, once expounded with his usual skill by John Stuart Mill [64, bk. 4, ch. 6], was until recently in oblivion. (14) Because of the spectacular revival of this myth of ecological salvation, it is well to point out its various logical and factual snags. The crucial error consists in not seeing that not only growth, but also a zerogrowth state, nay, even a declining state which does not converge toward annihilation, cannot exist forever in a finite environment. The error perhaps stems from some confusion between finite stock and finite flow rate, as the incongruous dimensionalities of several graphs suggest [62, pp. 62, 64f, 124ff; 6, p. 6]. And contrary to what some advocates of the stationary state claim [21, p. 15], this state does not occupy a privileged position vis-à-vis physical laws.

To get to the core of the problem, let S denote the actual amount of accessible resources in the crust of the earth. Let Pi and si be the population and the amount of depleted resources per person in the year i. Let the "amount of total life," measured in years of life, be defined by [ formula omitted] , from i = 0 to i = 0o. S sets an upper limit for L through the obvious constraint [ formula omitted ]. For although si is a historical variable, it cannot be zero or even negligible (unless mankind reverts sometime to a berry-picking economy). Therefore, P = 0 for i greater than some finite n, and Pi > 0 otherwise. That value of n is the maximum duration of the human species [31, pp. 12f; 32, p. 304].

The earth also has a so-called carrying capacity, which depends on a complex of factors, including the size of si. (15) This capacity sets a limit on any single Pi. But this limit does not render the other limits, of L and n, superfluous. It is therefore inexact to argue - as the Meadows group seems to do [62, pp. 91f] - that the stationary state can go on forever as long as Pi does not exceed that capacity. The proponents of salvation through the stationary state must admit that such a state can have only a finite duration - unless they are willing to join the "No Limit" Club by maintaining that S is inexhaustible or almost so - as the Meadows group does in fact [62, p. 172]. Alternatively, they must explain the puzzle of how a whole economy, stationary for a long era, all of a sudden comes to an end.

Apparently, the advocates of the stationary state equate it with an open thermodynamic steady state. This state consists of an open macrosystem which maintains its entropic structure constant through material exchanges with its "environment." As one would immediately guess, the concept constitutes a highly useful tool for the study of biological organisms. We must, however, observe that the concept rests on some special conditions introduced by L. Onsager [50, pp. 89-97]. These conditions are so delicate (they are called the principle of detailed balance) that in actuality they can hold only "within a deviation of a few percent" [50, p. 140]. For this reason, a steady state may exist in fact only in an approximated manner and over a finite duration. This impossibility of a macrosystem not in a state of chaos to be perpetually durable may one day be explicitly recognized by a new thermodynamic law just as the impossibility of perpetual motion once was. Specialists recognize that the present thermodynamic laws do not suffice to explain all nonreversible phenomena, including especially life processes.

Independently of these snags there are simple reasons against believing that mankind can live in a perpetual stationary state. The structure of such a state remains the same throughout; it does not contain in itself the seed of the inexorable death of all open macrosystems. On the other hand, a world with a stationary population would, on the contrary, be continually forced to change its technology as well as its mode of life in response to the inevitable decrease of resource accessibility. Even if we beg the issue of how capital may change qualitatively and still remain constant, we could have to assume that the unpredictable decrease in accessibility will be miraculously compensated by the right innovations at the right time. A stationary world may for a while be interlocked with the changing environment through a system of balancing feedbacks analogous to those of a living organism during one phase of its life. But as Bormann reminded us [7, p. 707], the miracle cannot last forever; sooner or later the balancing system will collapse. At that time, the stationary state will enter a crisis, which will defeat its alleged purpose and nature.

One must be cautioned against another logical pitfall, that of invoking the Prigogine principle in support of the stationary state. This principle states that the minimum of the entropy produced by an Onsager type of open thermodynamic system is reached when the system becomes steady [50, ch. 16]. It says nothing about how this last entropy compares with that produced by other open systems. (16)

The usual arguments adduced in favor of the stationary state are, however, of a different, more direct nature. It is, for example, argued that in such a state there is more time for pollution to be reduced by natural processes and for technology to adapt itself to the decrease of resource accessibility [62, p. 166]. It is plainly true that we could use much more efficiently today the coal we have burned in the past. The rub is that we might not have mastered the present efficient techniques if we had not burned all that coal "inefficiently." The point that in a stationary state people will not have to work additionally to accumulate capital (which in view of what I have said in the last paragraphs is not quite accurate) is related to Mill's claim that people could devote more time to intellectual activities. "The trampling, crushing, elbowing, and treading on each other's heel" will cease [64, p. 754]. History, however, offers multiple examples - the Middle Ages, for one - of quasi stationary societies where arts and sciences were practically stagnant. In a stationary state, too, people may be busy in the fields and shops all day long. Whatever the state, free time for intellectual progress depends on the intensity of the pressure of population on resources. Therein lies the main weakness of Mill's vision. Witness the fact that - as Daly explicitly admits [21, pp. 6-8] - its writ offers no basis for determining even in principle the optimum levels of population and capital. This brings to light the important, yet unnoticed point, that the necessary conclusion of the arguments in favor of that vision is that the most desirable state is not a stationary, but a declining one.

Undoubtedly, the current growth must cease, nay, be reversed. But anyone who believes that he can draw a blueprint for the ecological salvation of the human species does not understand the nature of evolution, or even of history - which is that of permanent struggle in continuously novel forms, not that of a predictable, controllable physico-chemical process, such as boiling an egg or launching a rocket to the moon.

Some Basic Bioeconomics (17)
Apart from a few insignificant exceptions, all species other than man use only endosomatic instruments - as Alfred Lotka proposed to call those instruments (legs, claws, wings, etc.) which belong to the individual organism by birth. Man alone came, in time, to use a club, which does not belong to him by birth, but which extended his endosomatic arm and increased its power. At that point in time, man's evolution transcended the biological limits to include also (and primarily) the evolution of exosomatic instruments, i.e., of instruments produced by man but not belonging to his body. (18) That is why man can now fly in the sky or swim under water even though his body has no wings, no fins, and no gills.

The exosomatic evolution brought down upon the human species two fundamental and irrevocable changes. The first is the irreducible social conflict which characterizes the human species [29, pp. 98-101; 32, pp. 306-315, 348f]. Indeed, there are other species which also live in society, but which are free from such conflict. The reason is that their "social classes" correspond to some clear-cut biological divisions. The periodic killing of a great part of the drones by the bees is a natural, biological action, not a civil war.

The second change is man's addiction to exosomatic instruments - a phenomenon analogous to that of the flying fish which became addicted to the atmosphere and mutated into birds forever. It is because of this addiction that mankind's survival presents a problem entirely different from that of all other species [31; 32, pp. 302-305]. It is neither only biological nor only economic. It is bioeconomic. Its broad contours depend on the multiple asymmetries existing among the three sources of low entropy which together constitute mankind's dowry - the free energy received from the sun, on the one hand, and the free energy and the ordered material structures stored in the bowels of the earth, on the other.

The first asymmetry concerns the fact that the terrestrial component is a stock, whereas the solar one is a flow. The difference needs to be well understood [32, pp. 226f]. Coal in situ is a stock because we are free to use it all today (conceivably) or over centuries. But at no time can we use any part of a future flow of solar radiation. Moreover, the flow rate of this radiation is wholly beyond our control; it is completely determined by cosmological conditions, including the size of our globe. (19) One generation, whatever it may do, cannot alter the share of solar radiation of any future generation. Because of the priority of the present over the future and the irrevocability of entropic degradation, the opposite is true for the terrestrial shares. These shares are affected by how much of the terrestrial dowry the past generations have consumed.

Second, since no practical procedure is available at human scale for transforming energy into matter .... accessible material low entropy is by far the most critical element from the bioeconomic viewpoint. True, a piece of coal burned by our forefathers is gone forever, just as is part of the silver or iron, for instance, mined by them. Yet future generations will still have their inalienable share of solar energy (which, as we shall see next, is enormous). Hence, they will be able, at least, to use each year an amount of wood equivalent to the annual vegetable growth. For the silver and iron dissipated by the earlier generations there is no similar compensation. This is why in bioeconomics we must emphasize that every Cadillac or every Zim - let alone any instrument of war - means fewer plowshares for some future generations, and implicitly, fewer future human beings, too [31, p. 13; 32, p. 304].

Third, there is an astronomical difference between the amount of the flow of solar energy and the size of the stock of terrestrial free energy. At the cost of a decrease in mass of 131 x 1012 tons, the sun radiates annually 1013 Q - one single Q being equal to 1018 BTU! Of this fantastic flow, only some 5,300 Q are intercepted at the limits of the earth's atmosphere, with roughly one half of that amount being reflected back into outer space. At our own scale, however, even this amount is fantastic; for the total world consumption of energy currently amounts to no more than 0.2 Q annually. From the solar energy that reaches the ground level, photosynthesis absorbs only 1.2 Q. From waterfalls we could obtain at most 0.08 Q, but we are now using only one tenth of that potential. Think also of the additional fact that the sun will continue to shine with practically the same intensity for another five billion years (before becoming a red giant which will raise the earth's temperature to 1,000°F). Undoubtedly, the human species will not survive to benefit from all this abundance.

Passing to the terrestrial dowry, we find that, according to the best estimates, the initial dowry of fossil fuel amounted to only 215 Q. The outstanding recoverable reserves (known and probable) amount to about 200 Q. These reserves, therefore, could produce only two weeks of sunlight on the globe. (20) If their depletion continues to increase at the current pace, these reserves may support man's industrial activity for just a few more decades. Even the reserves of uranium 235 will not last for a longer period if used in the ordinary reactors. Hopes are now set on the breeder reactor, which, with the aid of uranium 235, may "extract" the energy of the fertile but not fissionable elements, uranium 238 and thorium 232. Some experts claim that this source of energy is "essentially inexhaustible" [83, p. 412]. In the United States alone, it is believed, there are large areas covered with black shale and granite which contain 60 grams of natural uranium or thorium per metric ton [46, pp. 226f]. On this basis, Weinberg and Hammond [83, pp. 415f] have come out with a grand plan. By stripmining and crushing all these rocks, we could obtain enough nuclear fuel for some 32,000 breeder reactors distributed in 4,000 offshore parks and capable of supplying a population of twenty billion for millions of years with twice as much energy per capita as the current consumption rate in the USA. The grand plan is a typical example of linear thinking, according to which all that is needed for the existence of a population, even "considerably larger than twenty billion," is to increase all supplies proportionally. (21) Not that the authors deny that there also are nontechnical issues; only, they play them down with noticeable zeal [83, pp. 417f]. The most important issue, of whether a social organization compatible with the density of population and the nuclear manipulation at the grand level can be achieved, is brushed aside by Weinberg as "transscientific" [82]. (22) Technicians are prone to forget that due to their own successes, nowadays it may be easier to move the mountain to Mohammed than to induce Mohammed to go to the mountain. For the time being, the snag is far more palpable. As responsible forums openly admit, even one breeder still presents substantial risks of nuclear catastrophes, and the problem of safe transportation of nuclear fuels and especially that of safe storage of the radioactive garbage still await a solution even for a moderate scale of operations [35; 36; especially 39 and 67].

There remains the physicist's greatest dream, controlled thermonuclear reaction. To constitute a real breakthrough, it must be the deuterium-deuterium reaction, the only one that could open up a formidable source of terrestrial energy for a long era. (23) However, because of the difficulties alluded to earlier .... even the experts working at it do not find reasons for being too hopeful.

For completion, we should also mention the tidal and geothermal energies, which, although not negligible (in all, 0.1 Q per year), can be harnessed only in very limited situations.

The general picture is now clear. The terrestrial energies on which we can rely effectively exist in very small amounts, whereas the use of those which exist in ampler amounts is surrounded by great risks and formidable technical obstacles. On the other hand, there is the immense energy from the sun which reaches us without fail. Its direct use is not yet practiced on a significant scale, the main reason being that the alternative industries are now much more efficient economically. But promising results are coming from various directions [37; 41]. What counts from the bioeconomic viewpoint is that the feasibility of using the sun's energy directly is not surrounded by risks or big question marks; it is a proven fact.

The conclusion is that mankind's entropic dowry presents another important differential scarcity. From the viewpoint of the extreme long run, the terrestrial free energy is far scarcer than that received from the sun. The point exposes the foolishness of the victory cry that we can finally obtain protein from fossil fuels! Sane reason tells us to move in the opposite direction, to convert vegetable stuff into hydrocarbon fuel - an obviously natural line already pursued by several researchers [22, pp. 311-313]. (24)

Fourth, from the viewpoint of industrial utilization, solar energy has an immense drawback in comparison with energy of terrestrial origin. The latter is available in a concentrated form; in some cases, in a too concentrated form. As a result, it enables us to obtain almost instantaneously enormous amounts of work, most of which could not even be obtained otherwise. By great contrast, the flow of solar energy comes to us with an extremely low intensity, like a very fine rain, almost a microscopic mist. The important difference from true rain is that this radiation rain is not collected naturally into streamlets, then into creeks and rivers, and finally into lakes from where we could use it in a concentrated form, as is the case with waterfalls. Imagine the difficulty one would face if one tried to use directly the kinetic energy of some microscopic rain drops as they fall. The same difficulty presents itself in using solar energy directly (i.e., not through the chemical energy of green plants, or the kinetic energy of the wind and waterfalls). But as was emphasized a while ago, the difficulty does not amount to impossibility. (25)

Fifth, solar energy, on the other hand, has a unique and incommensurable advantage. The use of any terrestrial energy produces some noxious pollution, which, moreover, is irreducible and hence cumulative, be it in the form of thermal pollution alone. By contrast, any use of solar energy is pollution-free. For, whether this energy is used or not, its ultimate fate is the same, namely, to become the dissipated heat that maintains the thermodynamic equilibrium between the globe and outer space at a propitious temperature. (26)

The sixth asymmetry involves the elementary fact that the survival of every species on earth depends, directly or indirectly, on solar radiation (in addition to some elements of a superficial environmental layer). Man alone, because of his exosomatic addiction, depends on mineral resources as well. For the use of these resources man competes with no other species; yet his use of them usually endangers many forms of life, including his own. Some species have in fact been brought to the brink of extinction merely because of man's exosomatic needs or his craving for the extravagant. But nothing in nature compares in fierceness with man's competition for solar energy (in its primary or its by-product forms). Man has not deviated one bit from the law of the jungle; if anything, he has made it even more merciless by his sophisticated exosomatic instruments. Man has openly sought to exterminate any species that robs him of his food or feeds on him - wolves, rabbits, weeds, insects, microbes, etc.

But this struggle of man with other species for food (in ultimate analysis, for solar energy) has some unobtrusive aspects as well. And, curiously, it is one of these aspects that has some far-reaching consequences in addition to supplying a most instructive refutation of the common belief that every technological innovation constitutes a move in the right direction as concerns the economy of resources. The case pertains to the economy of modern agricultural techniques ....

Justus von Liebig observed that "civilization is the economy of power" [32, p. 304]. At the present hour, the economy of power in all its aspects calls for a turning point. Instead of continuing to be opportunistic in the highest degree and concentrating our research toward finding more economically efficient ways of tapping mineral energies - all in finite supply and all heavy pollutants - we should direct all our efforts toward improving the direct uses of solar energy -- the only clean and essentially unlimited source. Already-known techniques should without delay be diffused among all people so that we all may learn from practice and develop the corresponding trade.

An economy based primarily on the flow of solar energy will also do away, though not completely, with the monopoly of the present over future generations, for even such an economy will still need to tap the terrestrial dowry, especially for materials. Technological innovations will certainly have a role in this direction. But it is high time for us to stop emphasizing exclusively - as all platforms have apparently done so far - the increase of supply. Demand can also play a role, an even greater and more efficient one in the ultimate analysis.

It would be foolish to propose a complete renunciation of the industrial comfort of the exosomatic evolution. Mankind will not return to the cave or, rather, to the tree. But there are a few points that may be included in a minimal bioeconomic program.

First, the production of all instruments of war, not only of war itself, should be prohibited completely. It is utterly absurd (and also hypocritical) to continue growing tobacco if, avowedly, no one intends to smoke. The nations which are so developed as to be the main producers of armaments should be able to reach a consensus over this prohibition without any difficulty if, as they claim, they also possess the wisdom to lead mankind. Discontinuing the production of all instruments of war will not only do away at least with the mass killings by ingenious weapons but will also release some tremendous productive forces for international aid without lowering the standard of living in the corresponding countries.

Second, through the use of these productive forces as well as by additional well-planned and sincerely intended measures, the underdeveloped nations must be aided to arrive as quickly as possible at a good (not luxurious) life. Both ends of the spectrum must effectively participate in the efforts required by this transformation and accept the necessity of a radical change in their polarized outlooks on life. (27)

Third, mankind should gradually lower its population to a level that could be adequately fed only by organic agriculture. (28) Naturally, the nations now experiencing a very high demographic growth will have to strive hard for the most rapid possible results in that direction.

Fourth, until either the direct use of solar energy becomes a general convenience or controlled fusion is achieved, all waste of energy - by overheating, overcooling, overspeeding, overlighting, etc. - should be carefully avoided, and if necessary, strictly regulated.

Fifth, we must cure ourselves of the morbid craving for extravagant gadgetry, splendidly illustrated by such a contradictory item as the golf cart, and for such mammoth splendors as two-garage cars. Once we do so, manufacturers will have to stop manufacturing such "commodities."

Sixth, we must also get rid of fashion, of "that disease of the human mind," as Abbot Fernando Galliani characterized it in his celebrated Della moneta (1750). It is indeed a disease of the mind to throw away a coat or a piece of furniture while it can still perform its specific service. To get a "new" car every year and to refashion the house every other is a bioeconomic crime. Other writers have already proposed that goods be manufactured in such a way as to be more durable [e.g., 43, p. 146]. But it is even more important that consumers should reeducate themselves to despise fashion. Manufacturers will then have to focus on durability.

Seventh, and closely related to the preceding point, is the necessity that durable goods be made still more durable by being designed so as to be repairable. (To put it in a plastic analogy, in many cases nowadays, we have to throw away a pair of shoes merely because one lace has broken.)

Eighth, in a compelling harmony with all the above thoughts we should cure ourselves of what I have been calling "the circumdrome of the shaving machine," which is to shave oneself faster so as to have more time to work on a machine that shaves faster so as to have more time to work on a machine that shaves still faster, and so on ad infinitum. This change will call for a great deal of recanting on the part of all those professions which have lured man into this empty infinite regress. We must come to realize that an important prerequisite for a good life is a substantial amount of leisure spent in an intelligent manner.

Considered on paper, in the abstract, the foregoing recommendations would on the whole seem reasonable to anyone willing to examine the logic on which they rest. But one thought has persisted in my mind ever since I became interested in the entropic nature of the economic process. Will mankind listen to any program that implies a constriction of its addiction to exosomatic comfort? Perhaps the destiny of man is to have a short but fiery, exciting, and extravagant life rather than a long, uneventful, and vegetative existence. Let other species - the amoebas, for example - which have no spiritual ambitions inherit an earth still bathed in plenty of sunshine.

In italian: 

Energia e miti economici - prima parte
Energia e miti economici - seconda parte

Notes
1. A specific suggestion implying entropy bootlegging is Harry Johnson's: it envisages the possibility of reconstituting the stores of coal and oil "with enough ingenuity" [49, p. 8]. And if he means with enough energy as well, why should one wish to lose a great part of that energy through the transformation?

2. How incredibly resilient is the myth of energy breeding is evidenced by the very recent statement of Roger Revelle [70, p. 169] that "farming can be thought of as a kind of breeder reactor in which much more energy is produced than consumed." Ignorance of the main laws governing energy is widespread indeed.

3. Marxist economists also are part of this chorus. A Romanian review of [32], for example, objected that we have barely scratched the surface of the earth.

4. To recall the famous old French quatrain: "Seigneur de La Palice / fell in the battle for Pavia. / A quarter of an hour before his death / he was still alive." (My translation.) See Grand Dictionnaire Universel du XIX~ Siecle, vol. 10, p. 179.

5. Even some natural scientists, e.g., [1], have taken this position. Curiously, the historical fact that some civilizations were unable "to think up something" is brushed aside with the remark that they were "relatively isolated" [13, p. 6]. But is not mankind, too, a community completely isolated from any external cultural diffusion and one, also, which is unable to migrate?

6. Similar arguments can be found in [4, pp. 338f; 59, p. 102; 74, p. 45]. Interestingly, Kaysen [51, p. 661] and Solow [74, p. 43], while recognizing the finitude of mankind's entropic dowry, pooh-pooh the fact because it does not "lead to any very interesting conclusions." Economists, of all students, should know that the finite, not the infinite, poses extremely interesting questions. The present paper hopes to offer proof of this.

7. Even in this most cited case, substitution has not been as successful in every direction as we have generally believed. Recently, it has been discovered that aluminum electrical cables constitute fire hazards.

8. The pearl on this issue, however, is supplied by Maddox [59, p. 104]: "Just as prosperity in countries now advanced has been accompanied by an actual decrease in the consumption of bread, so it is to be expected that affluence will make societies less dependent on metals such as steel."

9. The point refers to the addition of capital (measured in money terms) and labor (measured in workers employed) as well as the computation of net output (by subtraction) from physical gross output [3, pp. 167f].

10. For these distinctions, see [27, pp. 512-519; 30, p. 4; 32, pp. 223-225].

11. See the dialogue between Preston Cloud and Roger Revelle quoted in [66, p. 416]. The same refrain runs through Maddox's complaint against those who point out mankind's limitations [59, pp. vi, 138, 280]. In relation to Maddox's chapter, "Manmade Men," see [32, pp. 348-359].

12. Joseph J. Spengler, a recognized authority in this broad domain, tells me that indeed he knows of no one who may have made the observation. For some very penetrating discussions of Malthus and of the present population pressure, see [76; 77]

13. The substance of the argument of The Limits beyond that of Mill's is borrowed from Boulding and Daly [8; 9; 20; 21].

14. In International Encyclopedia of the Social Sciences, for example, the point is mentioned only in passing.

15. Obviously, any increase in si will generally result in a decrease of L and of n. Also, the carrying capacity in any year may be increased by a greater use of terrestrial resources. These elementary points should be retained for further use ....

16. The point recalls Boulding's idea that the inflow from nature into the economic process, which he calls "throughput," is "something to be minimized rather than maximized" and that we should pass from an economy of flow to one of stock [8, pp. 9f; 9, pp. 359f]. The idea is more striking than enlightening. True, economists suffer from a flow complex [29; 55; 88]; also, they have little realized that the proper analytical description of a process must include both flows and funds [30; 32, pp. 219f, 228-234]. Entrepreneurs, as far as Boulding's idea is concerned, have at all times aimed at minimizing the flow necessary to maintain their capital funds. If the present inflow from nature is incommensurate with the safety of our species, it is only because the population is too large and part of it enjoys excessive comfort. Economic decisions will always forcibly involve both flows and stocks. Is it not true that mankind's problem is to economize S (a stock) for as large an amount of life as possible, which implies to minimize sj (a flow) for some "good life"?

17. I saw this term used for the first time in a letter from Jiri Zeman.

18. The practice of slavery, in the past, and the possible procurement, in the future, of organs for transplant are phenomena akin to the exosomatic evolution.

19. A fact greatly misunderstood: Ricardian land has economic value for the same reason as a fisherman's net. Ricardian land catches the most valuable energy, roughly in proportion to its total size [27, p. 508; 32, p. 232].

20. The figures used in this section have been calculated from the data of Daniels [22] and Hubbert [46]. Such data, especially those about reserves, vary from author to author but not to the extent that really matters. However, the assertion that "the vast oil shales which are to be found all over the world [would last] for no less than 40,000 years" [59, p. 99] is sheer fantasy.

21. In an answer to critics (American Scientist 58, no. 6, p. 610), the same authors prove, again linearly, that the agro-industrial complexes of the grand plan could easily feed such a population.

22. For a recent discussion of the social impact of industrial growth, in general, and of the social problems growing out of a large-scale use of nuclear energy, in particular, see [78], a monograph by Harold and Margaret Sprout, pioneers in this field.

23. One percent only of the deuterium in the oceans would provide 108 Q through that reaction, an amount amply sufficient for some hundred millions of years of very high industrial comfort. The reaction deuterium-tritium stands a better chance of success because it requires a lower temperature. But since it involves lithium 6, which exists in small supply, it would yield only about 200 Q in all.

24. It should be of interest to know that during World War II in Sweden, for one, automobiles were driven with the poor gas obtained by heating charcoal with kindlings in a container serving as a tank!

25. [Editors' note: Georgescu-Roegen's more recent writings are less sanguine about the prospects for direct use of solar energy. See his "Energy Analysis and Economic Valuation," Southern Economic Journal, April 1979.]

26. One necessary qualification: even the use of solar energy may disturb the climate ff the energy is released in another place than where collected. The same is true for a difference in time, but this case is unlikely to have any practical importance.

27. At the Dai Dong Conference (Stockholm, 1972), I suggested the adoption of a measure which seems to me to be applicable with much less difficulty than dealing with installations of all sorts. My suggestion, instead, was to allow people to move freely from any country to any other country whatsover. Its reception was less than lukewarm. See [2, p. 72].

28. To avoid any misinterpretation, I should add that the present fad for organic foods has nothing to do with this proposal ....

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Georgescu Roegen 91
2 The Economics of the Coming Spaceship Earth
Creato: 28 Lug 2009

We are now in the middle of a long process of transition in the nature of the image which man has of himself and his environment. Primitive men, and to a large extent also men of the early civilizations, imagined themselves to be living on a virtually illimitable plane. There was almost always somewhere beyond the known limits of human habitation, and over a very large part of the time that man has been on earth, there has been something like a frontier. That is, there was always some place else to go when things got too difficult, either by reason of thc deterioration of the natural environment or a deterioration of the social structure in places where people happened to live. The image of the frontier is probably one of the oldest images of mankind, and it is not surprising that we find it hard to get rid of.

Gradually, however, man has been accustoming himself to the notion of the spherical earth and a closed sphere of human activity. A few unusual spirits among the ancient Greeks perceived that the earth was a sphere. It was only with the circumnavigations and the geographical explorations of the fifteenth and sixteenth centuries, however, that the fact that the earth was a sphere became at all widely known and accepted. Even in the thirteenth century, the commonest map was Mercator's projection, which visualizes the earth as an illimitable cylinder, essentially a plane wrapped around the globe, and it was not until the Second World War and the development of the air age that the global nature of tile planet really entered the popular imagination. Even now we are very far from having made the moral, political, and psychological adjustments which are implied in this transition from the illimitable plane to the closed sphere.

Economists in particular, for the most part, have failed to come to grips with the ultimate consequences of the transition from the open to the closed earth. One hesitates to use the terms "open" and "closed" in this connection, as they have been used with so many different shades of meaning. Nevertheless, it is hard to find equivalents. The open system, indeed, has some similarities to the open system of von Bertalanffy, (1) in that it implies that some kind of a structure is maintained in the midst of a throughput from inputs to outputs. In a closed system, the outputs of all parts of the system are linked to the inputs of other parts. There are no inputs from outside and no outputs to the outside; indeed, there is no outside at all. Closed systems, in fact, are very rare in human experience, in fact almost by definition unknowable, for if there are genuinely closed systems around us, we have no way of getting information into them or out of them; and hence if they are really closed, we would be quite unaware of their existence. We can only find out about a closed system if we participate in it. Some isolated primitive societies may have approximated to this, but even these had to take inputs from the environment and give outputs to it. All living organisms, including man himself, are open systems. They have to receive inputs in the shape of air, food, water, and give off outputs in the form of effluvia and excrement. Deprivation of input of air, even for a few minutes, is fatal. Deprivation of the ability to obtain any input or to dispose of any output is fatal in a relatively short time. All human societies have likewise been open systems. They receive inputs from the earth, the atmosphere, and the waters, and they give outputs into these reservoirs; they also produce inputs internally in the shape of babies and outputs in the shape of corpses. Given a capacity to draw upon inputs and to get rid of outputs, an open system of this kind can persist indefinitely.

There are some systems - such as the biological phenotype, for instance the human body- which cannot maintain themselves indefinitely by inputs and outputs because of the phenomenon of aging. This process is very little understood. It occurs, evidently, because there are some outputs which cannot be replaced by any known input. There is not the same necessity for aging in organizations and in societies, although an analogous phenomenon may take place. The structure and composition of all organization or society, however, can be maintained by inputs of fresh personnel from birth and education as the existing personnel ages and eventually dies. Here we have an interesting example of a system which seems to maintain itself by the self-generation of inputs, and in this sense is moving towards closure. The input of people (that is, babies) is also all output of people (that is, parents).

Systems may be open or closed in respect to a number of classes of inputs and outputs. Three important classes are matter, energy, and information. The present world economy is open in regard to all three. We can think of the world economy or "econosphere" as a subset of the "world set," which is the set of all objects of possible discourse in the world. We then think of the state of the econosphere at any one moment as being the total capital stock, that is, the set of all objects, people, organizations, and so on, which are interesting from the point of view of the system of exchange. This total stock of capital is clearly an open system in the sense that it has inputs and outputs, inputs being production which adds to the capital stock, outputs being consumption which subtracts from it. From a material point of view, we see objects passing from the noneconomic into the economic set in the process of production, and we similarly see products passing out of the economic set as their value becomes zero. Thus we see the econosphere as a material process involving the discovery and mining of fossil fuels, ores, etc., and at the other end a process by which the effluents of the system are passed out into noneconomic reservoirs - for instance, the atmosphere and the oceans - which are not appropriated and do not enter into the exchange system.

From the point of view of the energy system, the econosphere involves inputs of available energy in the form, say, of water power, fossil fuels, or sunlight, which are necessary in order to create the material throughput and to move matter from the noneconomic set into the economic set or even out of it again; and energy itself is given off by the system in a less available form, mostly in the form of heat. These inputs of available energy must come either from the sun (the energy supplied by other stars being assumed to be negligible) or it may come from the earth itself, either through its internal heat or through its energy of rotation or other motions, which generate, for instance, the energy of the tides. Agriculture, a few solar machines, and water power use the current available energy income. In advanced societies this is supplemented very extensively by the use of fossil fuels, which represent as it were a capital stock of stored-up sunshine. Because of this capital stock of energy, we have been able to maintain an energy input into the system, particularly over the last two centuries, much larger than we would have been able to do with existing techniques if we had had to rely on the current input of available energy from the sun or the earth itself. This supplementary input, however, is by its very nature exhaustible.

The inputs and outputs of information are more subtle and harder to trace, but also represent an open system, related to, but not wholly dependent on, the transformations of matter and energy. By far the larger amount of information and knowledge is self-generated by the human society, though a certain amount of information comes into the sociosphere in the form of light from the universe outside. The information that comes from the universe has certainly affected man's image of himself and of his environment, as we can easily visualize if we suppose that we lived on a planet with a total cloud-cover that kept out all information from the exterior universe. It is only in very recent times, of course, that the information coming in from the universe has been captured and coded into the form of a complex image of what the universe is like outside the earth; but even in primitive times, man's perception of the heavenly bodies has always profoundly affected his image of earth and of himself. It is the information generated within the planet, however, and particularly that generated by man himself, which forms by far the larger part of the information system. We can think of the stock of knowledge, or as Teilhard de Chardin called it, the "noosphere," and consider this as an open system, losing knowledge through aging and death and gaining it through birth and education and the ordinary experience of life.

From the human point of view, knowledge or information is by far the most important of the three systems. Matter only acquires significance and only enters the sociosphere or the econosphere insofar as it becomes an object of human knowledge. We can think of capital, indeed, as frozen knowledge or knowledge imposed on the material world in the form of improbable arrangements. A machine, for instance, originated in the mind of man, and both its construction and its use involve information processes imposed on the material world by man himself. The cumulation of knowledge, that is, the excess of its production over its consumption, is the key to human development of all kinds, especially to economic development. We can see this pre-eminence of knowledge very clearly in the experiences of countries where the material capital has been destroyed by a war, as in Japan and Germany. The knowledge of the people was not destroyed, and it did not take long, therefore, certainly not more than ten years, for most of the material capital to be reestablished again. In a country such as Indonesia, however, where the knowledge did not exist, the material capital did not come into being either. By "knowledge" here I mean, of course, the whole cognitive structure, which includes valuations and motivations as well as images of the factual world.

The concept of entropy, used in a somewhat loose sense, can be applied to all three of these open systems. In the case of material systems, we can distinguish between entropic processes, which take concentrated materials and diffuse them through the oceans or over the earth's surface or into the atmosphere, and anti-entropic processes, which take diffuse materials and concentrate them. Material entropy can be taken as a measure of the uniformity of the distribution of elements and, more uncertainly, compounds and other structures on the earth's surface. There is, fortunately, no law of increasing material entropy, as there is in the corresponding case of energy, as it is quite possible to concentrate diffused materials if energy inputs are allowed. Thus the processes for fixation of nitrogen from the air, processes for the extraction of magnesium or other elements from the sea, and processes for the desalinization of sea water are anti-entropic ill the material sense, though the reduction of material entropy has to be paid for by inputs of energy and also inputs of information, or at least a stock of information in the system. In regard to matter, therefore, a closed system is conceivable, that is, a system in which there is neither increase nor decrease in material entropy. In such a system all outputs from consumption would constantly be recycled to become inputs for production, as for instance, nitrogen in the nitrogen cycle of the natural ecosystem.

In regard to the energy system there is, unfortunately, no escape from the grim Second Law of Thermodynamics; and if there were no energy inputs into the earth, any evolutionary or developmental process would be impossible. The large energy inputs which we have obtained from fossil fuels are strictly temporary. Even the most optimistic predictions would expect the easily available supply of fossil fuels to be exhausted in a mere matter of centuries at present rates of use. If the rest of the world were to rise to American standards of power consumption, and still more if world population continues to increase, the exhaustion of fossil fuels would be even more rapid. The development of nuclear energy has improved this picture, but has not fundamentally altered it, at least in present technologies, for fissionable material is still relatively scarce. If we should achieve the economic use of energy through fusion, of course, a much larger source of energy materials would be available, which would expand the time horizons of supplementary energy input into an open social system by perhaps tens to hundreds of thousands of years. Failing this, however, the time is not very far distant, historically speaking, when man will once more have to retreat to his current energy input from tile sun, even though this could be used much more effectively than in the past with increased knowledge. Up to now, certainly, we have not got very far with the technology of using current solar energy, but the possibility of substantial improvements in the future is certainly high. It may be, indeed, that the biological revolution which is just beginning will produce a solution to this problem, as we develop artificial organisms which are capable of much more efficient transformation of solar energy into easily available forms than any that we now have. As Richard Meier has suggested, we may run our machines in the future with methane-producing algae. (2)

The question of whether there is anything corresponding to entropy in the information system is a puzzling one, though of great interest. There are certainly many examples of social systems and cultures which have lost knowledge, especially in transition from one generation to the next, and in which the culture has therefore degenerated. One only has to look at the folk culture of Appalachian migrants to American cities to see a culture which started out as a fairly rich European folk culture in Elizabethan times and which seems to have lost both skills, adaptability, folk tales, songs, and almost everything that goes up to make richness and complexity in a culture, in the course of about ten generations. The American Indians on reservations provide another example of such degradation of the information and knowledge system. On the other hand, over a great part of human history, the growth of knowledge in the earth as a whole seems to have been almost continuous, even though there have been times of relatively slow growth and times of rapid growth. As it is knowledge of certain kinds that produces the growth of knowledge in general, we have here a very subtle and complicated system, and it is hard to put one's finger on the particular elements in a culture which make knowledge grow more or less rapidly, or even which make it decline. One of the great puzzles in this connection, for instance, is why the take-off into science, which represents an "acceleration," or an increase in the rate of growth of knowledge in European society in the sixteenth century, did not take place in China, which at that time (about 1600) was unquestionably ahead of Europe, and one would think even more ready for the breakthrough. This is perhaps the most crucial question in the theory of social development, yet we must confess that it is very little understood. Perhaps the most significant factor in this connection is the existence of "slack" in the culture, which permits a divergence from established patterns and activity which is not merely devoted to reproducing the existing society but is devoted to changing it. China was perhaps too well-organized and had too little slack in its society to produce the kind of acceleration which we find in the somewhat poorer and less well-organized but more diverse societies of Europe.

The closed earth of the future requires economic principles which are somewhat different from those of the open earth of the past. For the sake of picturesqueness, I am tempted to call the open economy the "cowboy economy," the cowboy being symbolic of the illimitable plains and also associated with reckless, exploitative, romantic, and violent behavior, which is characteristic of open societies. Tile closed economy of the future might similarly be called the "spaceman" economy, in which the earth has become a single spaceship, without unlimited reservoirs of anything, either for extraction or for pollution, and in which, therefore, man must find his place in a cyclical ecological system which is capable of continuous reproduction of material form even though it cannot escape having inputs of energy. The difference between the two types of economy becomes most apparent in the attitude towards consumption. In the cowboy economy, consumption is regarded as a good thing and production likewise; and thc success of the economy is measured by the amount of tile throughput from the "factors of production," a part of which, at any rate, is extracted from the reservoirs of raw materials and noneconomic objects, and another part of which is output into the reservoirs of pollution. If there are infinite reservoirs from which material can be obtained and into which effluvia can be deposited, then the throughput is at least a plausible measure of the success of the economy. The gross national product is a rough measure of this total throughput. It should be possible, however, to distinguish that part of the GNP which is derived from exhaustible and that which is derived from reproducible resources, as well as that part of consumption which represents effluvia and that which represents input into the productive system again. Nobody, as far as I know, has ever attempted to break down the GNP in this way, although it Would be an interesting and extremely important exercise, which is unfortunately beyond the scope of this paper.

By contrast, in the spaceman economy, throughput is by no means a desideratum, and is indeed to be regarded as something to be minimized rather than maximized. The essential measure of the success of the economy is not production and consumption at all, but the nature, extent, quality, and complexity of the total capital stock, including in this the state of the human bodies and minds included in the system. In the spaceman economy, what we are primarily concerned with is stock maintenance, and any technological change which results in the maintenance of a given total stock with a lessened throughput (that is, less production and consumption) is clearly a gain. This idea that both production and consumption are bad things rather than good things is very strange to economists, who have been obsessed with tile income-flow concepts to the exclusion, almost, of capital-stock concepts.

There are actually some very tricky and unsolved problems involved in the questions as to whether human welfare or well-being is to be regarded as a stock or a flow. Something of both these elements seems actually to be involved in it, and as far as I know there have been practically no studies directed towards identifying these two dimensions of human satisfaction. Is it, for instance, eating that is a good thing, or is it being well fed? Does economic welfare involve having nice clothes, fine houses, good equipment, and so on, or is it to be measured by the depreciation and the wearing out of these things? I am inclined myself to regard the stock concept as most fundamental, that is, to think of being well fed as more important than eating, and to think even of so-called services as essentially involving the restoration of a depleting psychic capital. Thus I have argued that we go to a concert in order to restore a psychic condition which might be called "just having gone to a concert," which, once established, tends to depreciate. When it depreciates beyond a certain point, we go to another concert in order to restore it. If it depreciates rapidly, we go to a lot of concerts; if it depreciates slowly, we go to few. On this view, similarly, we eat primarily to restore bodily homeostasis, that is, to maintain a condition of being well fed, and so on. On this view, there is nothing desirable in consumption at all. The less consumption we can maintain a given state with, the better off we are. If we had clothes that did not wear out, houses that did not depreciate, and even if we could maintain our bodily condition without eating, we would clearly be much better off.

It is this last consideration, perhaps, which makes one pause. Would we, for instance, really want an operation that at would enable us to restore all our bodily tissues by intravenous feeding while we slept? Is there not, that is to say, a certain virtue in throughput itself, in activity itself, in production and consumption itself, in raising food and in eating it? It would certainly be rash to exclude this possibility. Further interesting problems are raised by the demand for variety. We certainly do not want a constant state to be maintained; we want fluctuations in the state. Otherwise there would be no demand for variety in food, for variety in scene, as in travel, for variety in social contact, and so on. The demand for variety can, of course, be costly, and sometimes it seems to be too costly to be tolerated or at least legitimated, as in tile case of marital partners, where the maintenance of a homeostatic state in the family is usually regarded as much more desirable than the variety and excessive throughput of the libertine. There are problems here which the economics profession has neglected with astonishing singlemindedness. My own attempts to call attention to some of them, for instance, in two articles, (3) as far as I call judge, produced no response whatever; and economists continue to think and act as if production, consumption, throughput, and the GNP were the sufficient and adequate measure of economic success.

It may be said, of course, why worry about all this when the spaceman economy is still a good way off (at least beyond the lifetimes of any now living), so let us eat, drink, spend, extract and pollute, and be as merry as we can, and let posterity worry about the spaceship earth. It is always a little hard to find a convincing answer to the man who says, "What has posterity ever done for me?" and the conservationist has always had to fall back on rather vague ethical principles postulating identity of the individual with some human community or society which extends not only back into the past but forward into the future. Unless the individual identifies with some community of this kind, conservation is obviously "irrational." Why should we not maximize the welfare of this generation at the cost of posterity? "Apres nous, le deluge" has been the motto of not insignificant numbers of human societies. The only answer to this, as far as I can see, is to point out that the welfare of the individual depends on the extent to which he can identify himself with others, and that thc most satisfactory individual identity is that which identifies not only with a community in space but also with a community extending over time from the past into the future. If this kind of identity is recognized as desirable, then posterity has a voice, even if it does not have a vote; and in a sense, if its voice can influence votes, it has votes too. This whole problem is linked tip with the much larger one of the determinants of the morale, legitimacy, and "nerve" of a society, and there is a great deal of historical evidence to suggest that a society which loses its identity with posterity and which loses its positive image of the future loses also its capacity to deal with present problems, and soon falls apart. (4)

Even if we concede that posterity is relevant to our present problems, we still face the question of time-discounting and the closely related question of uncertainty-discounting. It is a well-known phenomenon that individuals discount the future, even in their own lives. The very existence of a positive rate of interest may be taken as at least strong supporting evidence of this hypothesis. If we discount our own future, it is certainly not unreasonable to discount posterity's future even more, even if we do give posterity a vote. If we discount this at 5 per cent per annum, posterity's vote or dollar halves every fourteen years as we look into the future, and after even a mere hundred years it is pretty small - only about 1 1/2 cents on the dollar. If we add another 5 per cent for uncertainty, even the vote of our grandchildren reduces almost to insignificance. We can argue, of course, that the ethical thing to do is not to discount thc future at all, that time-discounting is mainly the result of myopia and perspective, and hence is an illusion which the moral man should not tolerate. It is a very popular illusion, however, and one that must certainly be taken into consideration in the formulation of policies. It explains, perhaps, why conservationist policies almost have to be sold under some other excuse which seems more urgent, and why, indeed, necessities which are visualized as urgent, such as defense, always seem to hold priority over those which involve thc future.

All these considerations add some credence to the point of view which says that we should not worry about the spaceman economy at all, and that we should just go on increasing the GNP and indeed the gross world product, or GWP, in the expectation that the problems of the future can be left to the future, that when scarcities arise, whether this is of raw materials or of pollutable reservoirs, the needs of the then present will determine the solutions of the then present, and there is no use giving ourselves ulcers by worrying about problems that we really do not have to solve. There is even high ethical authority for this point of view in the New Testament, which advocates that we should take no thought for tomorrow and let the dead bury their dead. There has always been something rather refreshing in the view that we should live like the birds, and perhaps posterity is for the birds in more senses than one; so perhaps we should all call it a day and go out and pollute something cheerfully. As an old taker of thought for the morrow, however, I cannot quite accept this solution; and I would argue, furthermore, that tomorrow is not only very close, but in many respects it is already here. The shadow of the future spaceship, indeed, is already falling over our spendthrift merriment. Oddly enough, it seems to be in pollution rather than in exhaustion that the problem is first becoming salient. Los Angeles has run out of air, Lake Erie has become a cesspool, the oceans are getting full of lead and DDT, and the atmosphere may become man's major problem in another generation, at the rate at which we are filling

it up with gunk. It is, of course, true that at least on it microscale, things have been worse at times in the past. The cities of today, with all their foul air and polluted waterways, are probably not as bad as the filthy cities of the petrochemical age. Nevertheless, that fouling of the nest which has been typical of man's activity in the past on a local scale now seems to be extending to the whole world society; and one certainly cannot view with equanimity the present rate of pollution of any of the natural reservoirs, whether the atmosphere, the lakes, or even the oceans.

I would argue strongly also that our obsession with production and consumption to the exclusion of the "state" aspects of human welfare distorts the process of technological change in a most undesirable way. We are all familiar, of course, with the wastes involved in planned obsolescence, in competitive advertising, and in poor quality of consumer goods. These problems may not be so important as tile "view with alarm," school indicates, and indeed the evidence at many points is conflicting. New materials especially seem to edge towards the side of improved durability, such as, for instance, neolite soles for footwear, nylon socks, wash and wear shirts, and so on. The case of household equipment and automobiles is a little less clear. Housing and building construction generally almost certainly has declined in durability since the Middle Ages, but this decline also reflects a change in tastes towards flexibility and fashion and a need for novelty, so that it is not easy to assess. What is clear is that no serious attempt has been made to assess the impact over the whole of economic life of changes in durability, that is, in the ratio of capital ill the widest possible sense to income. I suspect that we have underestimated, even in our spendthrift society, the gains from increased durability, and that this might very well be one of the places where thc price system needs correction through government-sponsored research and development. Thc problems which thc spaceship earth is going to present, therefore, are not all in the future by any means, and a strong case can be made for paying much more attention to them in the present than we now do.

It may be complained that the considerations I have been putting forth relate only to the very long run, and they do not much concern our immediate problems. There may be some justice in this criticism, and my main excuse is that other writers have dealt adequately with the more immediate problems of deterioration in the quality of the environment. It is true, for instance, that many of the immediate problems of pollution of thc atmosphere or of bodies of water arise because of the failure of the price system, and many of them could be solved by corrective taxation. If people had to pay the losses due to the nuisances which they create, a good deal more resources would go into the prevention of nuisances. These arguments involving external economies and diseconomics arc familiar to economists, and there is no need to recapitulate them. The law of torts is quite inadequate to provide for the correction of the price system which is required, simply because where damages are widespread and their incidence on any particular person is small, the ordinary remedies of the civil law are quite inadequate and inappropriate. There needs, therefore, to be special legislation to cover those cases, and though such legislation seems hard to get in practice, mainly because of the widespread and small personal incidence of the injuries, the technical problems involved are not insuperable. If we were to adopt in principle a law for tax penalties for social damages, with an apparatus for making assessments under it, a very large proportion of current pollution and deterioration of the environment would be prevented. There are tricky problems of equity involved, particularly where old established nuisances create a kind of "right by purchase" to perpetuate themselves, but these are problems again which a few rather arbitrary decisions can bring to some kind of solution.

The problems which I have been raising in this paper are of larger scale and perhaps much harder to solve than the more practical and immediate problems of the above paragraph. Our success in dealing with the larger problems, however, is not unrelated to the development of skill in the solution of the more immediate and perhaps less difficult problems. One can hope, therefore, that as a succession of mounting crises, especially in pollution, arouse public opinion and mobilize support for the solution of the immediate problems, a learning process will be set in motion which will eventually lead to an appreciation of and perhaps solutions for the larger ones. My neglect of the immediate problems, therefore, is in no way intended to deny their importance, for unless we at least make a beginning on a process for solving the immediate problems we will not have much chance of solving the larger ones. On the other hand, it may also be true that a long-run vision, as it were, of the deep crisis which faces mankind may predispose people to taking more interest in the immediate problems and to devote more effort for their solution. This may sound like a rather modest optimism, but perhaps a modest optimism is better than no optimism at all.

Author: Kenneth Boulding* (1966)


* Kenneth Ewert Boulding (Liverpool, 18 gennaio 1910 - Boulder  -Colorado, 18 marzo 1993), pacifista, economista e poeta statunitense.

 

1 Ludwig von Berlalanffy, Problems of Life (New York: John Wiley and Sons, 1952).

2 Richard L. Meier, Science and Economic Development (New York: John Wiley and Sons, 1956).

3 K. E. Boulding, "The Consumption Concept in Economic Theory," American Economic Review, 35:2 (May 1945), pp. 1-14; and "Income or Welfare?," Review o/Economic Studies, 17 (1949-50), pp. 77-86.

4 Fred L. Polak, The Image o/ the Future. Vols. I and II, translated by Elise Boulding (New York: Sythoff, Leyden and Oceana, 1961 ).

K. Boulding 89
3 Manifesto of the Italian Degrowth Network
Creato: 15 Lug 2009

There is a myth that lay at the root of the social imaginary in the last century and
which even today constitutes the background common to modern political ideologies,
whether on the Left or on the Right: it is the myth of growth. This belief, to which the
idea of unlimited growth is linked, has brought with it the requirement to maximise
production, comsumption and profit, leading us to today’s religion of the global market.
This system of thought is based on, and at the same time reproduces, an image of
the human being as a “homo economicus”: a subject without ties, a rational, utlitarian
individualist, orientated towards maximising his own interests and increasing his own
wealth as a monetary, generic, universal power; he is a subject who finds himself by
chance immersed in an environment seen as the “outside world” to exploit and bend to
his own ends, in a ceaseless growth of his own power to have things and other living
creatrures at his disposal.

It is the vision of the world which, while being fundamentally wrong, produces
concrete effects on individuals’ behaviour, having disastrous consequences on ecological,
social and political equilibria. We recognise that the choice of western societies to aim
solely at economic accumulation, at the growth of productivity and consumption, has
produced in the “West” greater material wealth throughout an entire historical period.
The unilateral aspect of this approach has led to loosening social ties and the threat of
the collapse of ecosystems. Furthermore, the cost of these economic goals has been paid
not only by the working classes and subjects not considered to be productive, but also,
and above all, by the countries and peoples in the other parts of the world, forced to
adapt themselves and modify their own social and productive systems according to our
economic and political demands.

At the same time, the growth in income has been made possible by an inconsiderate
exploitation of ecological systems. Scientific proof (the drastic climate change, peak oil
prices, the loss of biodiversity), which can no longer be ignored, demonstrates that the
biosphere is already unable to sustain today’s model of development.
The negative effects can also be felt on the social level, not only in the emergence of
new poverty and increasing economic inequality, but also in the increase in malaise,
working and existential precariousness, forms of depression, in a general lack of hope for
the future that can even become violent and self-destructive. From this point of view, we
must learn how to interpret the uneasiness, anxiety and unhappiness pervading our
society in greater depth. This model of development, based on growth, has produced in
recent decades an increase in working hours, precariousness and stress and, at the same
time, has gradually eroded and eliminated our free time, the time for our relationships,
the time for ourselves and for the things we care most about.

On a political level, the accumulation of financial wealth, the control of which is
increasingly in the hands of a small minority, produces a formidable concentration of
power, thereby actually depriving democracy of any true significance. The consumption
of global resources clearly means increasing local conflicts and wars to gain control over
these resources and, thus, a loss of the room for true democracy in the world.
However, the most perverse effect of this system is its capacity to create a form of
adaptation to the disease. Pollution, climate changes, the increase in the number of those
excluded, while making them the guilty party, and wars over resources are becoming a
familiar scene to which we passively gradually become accustomed, without modifying
the way in which we behave and the basic organisation of our society. In other words,
growth produces dependence.

In any case, this brief period of wealth and the creation of well-being is drawing to a
close in the very “developed” world itself. From the mid 1970s, the growth of the Gross
Domestic Product (GDP) has not only decreased in the advanced countries but it is above
all not accompanied by any increase in individual well-being. To continue today to cherish
the adoration of the GDP means refusing to open one’s eyes to the absurdity of an idea
of wealth that does not take into account the ecological and social costs of development.
Faced with the perception of the social and ecological limitations, of the degradation
caused by the commercialisation of life and of the growing international conflict over
natural resources, we believe that it is necessary to question the founding myth of our
society, that is to say growth, if we want to seek truly alternative paths. If we have
fought poverty with all our might for decades, today we finally realise that we have to
question our wealth and model of well-being. We thus rediscover an ancient theme,
which is also totally contemporary, the theme of limitations, or more precisely that of
“moderation”.

We are not ideologically opposed to all forms of growth. In order to move towards a
future sustainable society some products and behaviours will have to be reduced or
eliminated, while others will have to be encouraged and developed. What we declare we
are opposed to is rather the assumption of growth as the basic principle of the
orientation of our imaginary. We feel that the quality of life, on a finite planet, cannot
continue to be based on a generalised quantative growth but must be measured against
the capacity to re-define technologies, institutions and labour qualitatively.
Generally speaking, the obsession with production must be tempered with the
awareness of the needs of reproduction, regeneration, care for people, relationships,
contexts and the environment.

To speak of degrowth, Serge Latouche says, is like throwing down the gauntlet, or
daring a provocation. On the one hand, it is an iconoclastic act and, on the other, a new
way of recounting our being here and now in this world. We want to try to question the
divinity we have worshipped and also the symbolic maps and frameworks within which
we have been moving for centuries and which we have become accustomed to confusing
with reality. One might wonder whether it is possible to question our imaginary, if it is
realistic to think of setting up a society that is not modelled on growth as an aim unto
itself. We maintain that recognising our ecological and social interdependence, our
human fragility, is the only true realism, the only way to avoid leading a process of
pathological adaptation to its inevitable conclusion, which by consuming the ecological
basis on which we have developed, will lead us to disaster.

We are not against technology, but in favour of another sober, lasting, sustainable
and convivial type of technology. The ability to reconsider today our technological
systems will perhaps permit us to moderate the risk of an obligated degrowth, one that is
authoritatively imposed tomorrow. We must show that we are capable of doubting our
basic values and accepting the risk of imagining an after-development, a society of
degrowth.

Being realistic today does not mean adapting to a system that is destroying itself but
being willing to make far-sighted decisions, taking as a reference a vaster temporal and
political perspective than we are used to. To do so it is necessary to reconstruct a
relationship and agreement among generations: we must learn to think in the perpective
of several generations and not just of our own. This furthermore calls for the need to
create new national and international institutions and/or the radical reform of the existing
ones.

It is not a matter of teaching an ideal way of behaving, or even of finding fault with
individual acts of consumerism. The most important challenge is to be found rather in the
ability to bring into play the different social, relational, symbolic and evocative practices
that are humanely and socially richer and, in the end, more desirable.
At the same time we have to face a series of subtle changes in our way of thinking
and being. It is not a matter of proposing abstract utopias or technocratic planning: in a
complex world we cannot know what will happen, or when, but we can undoubtedly begin
to make a move, starting from ourselves, from where we are, from our relationships,
from our territory, from the places we inhabit, setting virtuous processes in motion. In
this sense we propose to reinvent another idea of beauty that will let us see our cities,
territory, countryside and human communities in a different manner.

We want to rediscover the sense of common wealth, relational wealth, experimenting
new forms of sharing and practising a social consumption, a deeper sharing. We believe
in the possibility of setting up a society where people and their relationships, not goods
and economic exchanges, are the focal point, a society which considers immaterial goods
to be more important than material ones, which values antiutilitarian, not instrumental,
ways of relating to one another, which is open to solidarity and common wealth rather
than private interest, which values the natural environment and other forms of life for
their beauty and dignity, and not just in terms of how they can be exploited.

This also means reconstructing forms of ties with territories, appraising resources and
local goods, networks of social and solidarity economics, satisfying first and foremost the
needs of the local community and the environment, not those of the market. The local
territory is for us the appropriate size from which to start to create greater participation
and a true decentralisation: in other words, to favour autonomy, that is to say the
chance for everyone to participate in the definition of the norms and rules of the
economic and social government of the communities.
Our research is not yet over, and it places us profoundly and radically in a dangerous
situation. We are also aware that we are “sick healers”. In a market society orientated
towards growth, there is no human being who is able to observe the culture of goods
from the outside, however ascetically he may behave. Even if we deprive ourselves of
every possession, we still culturally remain the products of this society: it is only by
recognising that we are impregnated with this culture that we can take the first step and
finally begin to be “sick hearlers”, capable of taking care of our own fragility and of a
planet that, along with the other creatures, we wish to continue to inhabit.

Is this, then, a utopia? Perhaps it is a utopia but a very concrete one. Two scenes
seem to appear on the horizon: that of a real, necessary, suffered degrowth, consisting
in rationing imposed on the poor and foreboding foreseeable authoritarian involutions, as
was the case in the 1920s and 1930s as a result of the failure of nineteenth-century
liberalism, and that, on the other hand, of a shared, sustainable, responsible degrowth,
which, on the contrary, may offer great opportunities for democracy and the selfgovernment
of societies. We ask you to join us in order to help us ensure that it is the
latter, not the former, alternative that the course of history in the twenty-first century
will follow.

Testo collettivo 81
4 Degrowth and Politics: searching for a shared imaginary
Creato: 12 Giu 2009

Degrowth and Politics: Searching for a Shared Imaginary(1)

Autore: Mauro Bonaiuti(2) Univ. of Bologna, Italian Degrowth Network

Sommario:Traduzione in inglese dell'articolo di Mauro Bonaiuti "DECRESCITA E POLITICA - Per una società autonoma, equa e sostenibile"

Abstract
The post-modern condition is characterized by the end of the metanarratives (grand narratives, Lyotard, 1979), by the emergence of a liquid social organization and fragmented, fluid imaginary.
Since social systems, unlike physical and biological ones, are characterized by the capability to negotiate meanings (Lane), they react according to what may be defined shared imaginary.
The absence, or the extreme fragmentation, of such shared representations of the world, makes any attempt to institute “alternative” social organizations ineffectual.
Following a functional division (economic, ecological, social and cultural) the paper attempts to identify a few “fundamental” processes, in which growth is the common denominator, and which explain the reasons for the multidimensional crisis we are facing.
The analysis starts from the growth process which characterized industrial capitalism first and financial capitalism later, pointing out its self-pursuing character and the main consequences for the ecological equilibrium. The effects of growth on inequality (S. Latouche, 1991; S. Amin, 2002),
on the progressive dissolution of social relationships (K. Polanyi, 1944, Bauman, 2005, 2007) and on the liquidity of collective imaginary (Castoriadis, 2005) are examined, with a view to offering a systemic interpretation of these processes.
What emerges from this analysis are four dimensions through which an interpretation of contemporary crisis is possible. Starting from these dimensions a framework of a political programme toward a degrowth society may be delineated. Examples are provided of policies
capable of triggering self-reinforcing relationships among degrowth, sustainability and autonomy.


Introduction

A new spectre is haunting Europe, the spectre of degrowth. Faced with a widespread ecological, social and political crisis, with injustice, with a loss of meaning, insecurity and finally the possibility of the collapse of the very economic system itself, not only political movements but also growing sectors of the public are wondering what new plan might be conceived for society.
It is a very delicate question. Serge Latouche himself, when requested to take up a standpoint, frequently made it immediately clear that degrowth is above all a slogan, and that there are no “ready-made political solutions”. Indeed, overcoming today’s model and changing to a true, just, calm, sustainable and autonomous society of degrowth raises such vast, complex problems that one must be wary of anyone who proposes simplistic solutions. On the other hand, the crisis is so pressing that it is not possible to be deaf to these questions, nor can the time for defining a plan of action be any longer deferred. Moreover, there has been considerable progress in theoretical
considerations in recent years and it cannot now be claimed that degrowth merely represents a criticism of neo-classical economy: some proposals for political action can accompany the pars destruens (Latouche, 2007).
It is obvious that, of the hundreds of liquid voices characterising post-modernity, “degrowth” means a shared, meaningful horizon, a systemic vision of the whole, which gathers and links within itself some of the examples of progress advanced in recent years by political movements. It is this task of weaving, of proposing a shared import, that must be carried forward forcefully and without delay. Opinion that the system is facing a grave crisis has now become very common. However, the perception of the urgency of this crisis, and to an even greater degree the strategies by means of which it may be tackled, differ vastly. The possibility of embracing the various dimensions of the
crisis within one single viewpoint, and above all the possibility of seeing behind the extraordinary changeability of its manifestations, the operating of a systemic dynamics that is undoubtedly complex, but which can be deciphered and imputed to the working of a few basic processes, represents the true “challenge” of that horizon of thought which we call degrowth.

The spiral of growth and accumulation

The fundamental trait of any capitalist economy is the fact that part of the profit made by enterprises is reinvested, thus contributing to an increase in capital, which then, by means of technological innovation, becomes the basis for creating more profit. This process explains the uncontrollable economic growth that has characterised these types of economy since the Industrial Revolution; it is a process, however, that was unknown to all the earlier forms of economic and social organisation. Although the process is more complex than we can describe here, it can hardly be denied that the nature of capitalism is self-expanding.
Yet, while innumerable words have been spent on celebrating the self-regulating character of markets, very little is said that underlines the self-expanding nature of the process of accumulation.
It had already reached its full maturity at the beginning of the twentieth century, when the American economy assumed the form of “monopolistic capitalism”, well described by Baran and Sweezy (1968). The process of the accumulation of capital, being a self-increasing process, has the ability to lead the system towards the concentration of enterprises into a few large bodies. It has today reached its purest form in the processes of financial concentration, wherein the concentration of
property and control typically corresponds to productive decentralisation, by means of multinational enterprise.
Classic economists, Marx in particular, already understood quite well that this circular, recursive process was the fundamental trait of the capitalist economic system. A systemic approach, however, enables us, as we shall see, to reinterpret these processes in a new, less ideological, way.
However well a systemic analysis may point out a multiplicity of self-developing spirals of this type, the process of the growth and accumulation of capital assumes, in my view, a central role in the dynamics of the world system for two reasons: first, for its undeniable force and pervasiveness and, secondly, as we shall see, because the other significant, self-destructive processes – from the spiral of the ecological crisis to that of poverty/exclusion – are a consequence of the former. We
shall restrict ourselves here to pointing out some of these basic processes.

The spiral of growth and the ecological crisis

What, to be very succinct, is the reason for the crisis between the self-increasing nature of the capitalist system and the biosphere? As is known, in standard economic conceptions (including the Marxist one) growth is in any case generally assumed to be positive. This is perhaps why neoclassical economists have never considered that it should be subjected to any restrictions: in their view, more always means better. Without going into the anthropological limitations to this concept, it is clear that it was created in an historical phase of the capitalist process when the stocks of the biosphere were so readily available that the services they offered (resources, absorption of
waste, etc.) seemed virtually inexhaustible. Moreover, there was also a concept of science founded on the separation among different types of knowledge; thus economics was considered to be an isolated system. However, it is not so: from the fundamental bioeconomic studies of Georgescu-Roegen (1971, 1976) we have learnt how the economic process is rooted in the biophysical system that maintains it and it is, thus, subject to the limitations of a biological and thermodynamic nature.
The consequence can be summed up in the following conclusion: the basic objective of economic process, unrestricted growth of production and income, contradicts the fundamental laws of thermodynamics. It must, therefore, be rejected, or somehow radically reconsidered.
Another important conclusion can be drawn from the above: as biologists are well aware, the type of trend that characterises self-increasing processes in a limited environment is that described by the logistic curve, with its characteristic bell-shape: first there is a rapid growth and then, when the peak is reached, a falling trend.
The best-known, but by no means the only, work that uses a systemic approach, thereby revealing trends of this type, is the classic study by the MIT, Limits to growth. (Meadows D. e D. Randes J., 2004). What we should like to underline here is not so much a forecast of the dates of the peaks of the different variables but rather the type of trend we may expect for the basic variables in the system (population, life expectancy, industrial production, etc.). Unless some “Promethean”
technology is found, the system will present the classic bell-shaped trend: first rising, then falling.
We may add that the temporal scale of the peak of the main variables, according to researchers at the MIT, while we are aware that there can be no certainties about this, lies somewhere between ten and twenty years, which is to say very soon, if one considers the “inertia” (or more correctly
feedback delays) that characterises anthropo-economic systems.
A fully systemic approach cannot, however, be restricted to considering merely variables of an economic and ecological nature, as is the case of the MIT study: it will also have to introduce considerations of a social and symbolic type. The present state of research permits us to state that a fully systemic approach foresees at least four dimensions: economic, ecological, social and cultural.

The Growth-Poverty spiral

On closer inspection, the whole history of modern times may be interpreted as the history of great expansion: military, geographical, technical-scientific and, first and foremost, economic. It is indeed the history of development, and of its backbone, economic growth. In the years following the Second World War this history reached its peak. These were the years of the economic boom, mass production and the Keynesian pact between capital and labour.
At the international level from President Truman's famous State of the Union Address in 1949 development became the key word in defining the west's relations with the rest of the world (it is not accidental that these countries have since been referred to as “developing countries”. In this way the hegemonic policy of the west becomes disguised as a monumental plan of universal emancipation: the whole planet is invited to follow the west in its magnificent and progressive destiny of growth and development.
Needless to say, the improvements in the material conditions of life that took place in this period, particularly in the years from 1955 to 1975, cannot be denied, at least in the western world.
However, from the 1980s it has become increasingly evident that the recipe for development could not be extended to everyone, despite the universalist claims of the West.
The data we have at our disposal in this regard speak for themselves: the Gross National Product (GNP) of the entire African continent is today still less than 2% of global GNP. It is now obvious that Africa, and many countries in Asia, have remained far behind.
Generally speaking, on a worldwide level the gap in income between the very rich and the extremely poor is dramatically becoming wider and wider. One datum will suffice to exemplify this: the annual income of the richest 1% of the people on Earth is more than the annual income of 57% of the world’s poorest population (3 billion, 500 million people).3 The scene worldwide is increasingly that in which wealth and well-being exist alongside a vast panorama of those excluded from the feast of consumer society. Whatever the figures used to dramatise this reality (2 billion, 737 million people who live on less than 2 dollars a day, or a baby dying every three seconds), they testify to the fact that not only has the grand programme of development not been able to eliminate the plague of poverty, but has also meant that the fate of the very wealthy and that of the poor are dramatically becoming more and more distant. Within the rich countries, there are various ways in which people are being marginalised and are having to face hardship, thereby joining the ranks of those who are already radically excluded. There are over 100 million “newly impoverished” people in Europe and the United States.
What is the reason, then, why the great engine of development, the great western dream of offering ever-improving living conditions to the whole of humanity has come to grief?
Although this picture is undoubtedly complex, influenced as it is by the diverse historical and political conditions of each country, I believe the workings of an underlying systemic dynamic may be detected beneath the surface of diversity: as seen above, the process of growth and accumulation has a self-increasing nature. The ever-increasing number of investments of western countries from the dawn of industrialization has generated more and more rapid technological progress which has brought about both increases in productivity and continual innovations. The growing profits thus gained are re-invested, resulting in further increases in productivity and continual product innovations. Given the competitive nature of international markets, it follows that those who have not succeeded in keeping pace with innovations and technological progress find themselves facing a technological gap increasingly difficult to bridge.
It is now clear that technological progress, and thus productivity, has reached such levels that a minority is capable of producing all that the world economies require. The others, those “shipwrecked by development” (both as individuals and as entire nations), are unable to take part in this game and are left with the crumbs falling from the table of global consumerism.
It cannot be denied that, alongside this self-reinforcing dynamic, there are also processes of a self-correcting nature, such as the so-called 'trickle down effect'. This effect can explain how wealth and material well-being spread starting from the richer countries to areas and countries generally located in proximity to more developed ones. These areas, which generally possess an intermediate technological level, will thus benefit from the greater investments and growth rates of the “center”. The “trickle-down effect”, however, does not bring into question the self-increasing nature of the growth process as such, which indeed constitutes the primary process owing to its history and scope. If this underlying dynamic has characterized the parabola of development up to now, then it comes as no surprise that we are confronted with a polarized world economy where the contrast between the center and the periphery is becoming more and more marked (S. Amin 2002, Latouche 1991), and where growth is exacerbating the drama of poverty and exclusion, instead of resolving it.
The more the self-reinforcing dynamic is free from any self-regulating intervention, the greater the polarization will be. As we know, this is the policy that has been endorsed by international organizations (WTO, IMF, etc.) over the past 25 years of uncontrolled globalization. If the failure to find a solution to poverty, and the co-existence of wealth and poverty are the most evident manifestations of the social crisis of our times, we need to shift our attention in order to seek a common interpretative matrix capable of explaining the discontent and malaise within the richer nations.

The growth spiral and the dissolution of social ties

For Karl Polanyi the capitalistic process, the great transformation, which accompanied the industrial revolution, implies a dual process of mercantilization: factors of production, human beings and nature must be reduced to commodities. It is the megamachine that demands it: the regular supply of work and natural resources is in fact an inescapable necessity for the productive process to be carried out regularly and above all, for huge invested capital to find adeguate and relatively safe returns. Thus, between the XVIII-XIX centuries, the conditions are created for the foundation of a labour market. This process resembles a social metamorphosis more than a process of natural and continual development, as Polanyi himself strongly underlined: the relations of reciprocity on which the traditional socio-economic systems were founded are broken, often
violently, and replaced by market relations. To use the words of the great economist, the economy advances on the desertification of society.
As has been shown by the pioneering work of Marcell Mauss and by the studies of the Movement Anti-Utilitariste Dans Les Sciences Socielles which he inspired, (in particular by A. Caillè, J.T. Godbout, S. Latouche), what characterizes traditional societies is the three-fold obligation of giving, receiving and reciprocating /returning (A. Caillè, 1991). In other words, it is through the multiplication of giving and taking that social ties are maintained and strengthened. In contrast, what characterizes market relations is their impersonal nature, based on so-called equivalent exchange?. This allows market relations to end once the exchange has occurred. As soon as we leave the checkout counter of a supermarket we can completely disregard not only the relation with the cashier or the owner, but also how the products we have purchased were produced: if child labour was employed or if polluting processes or products were used, etc. As Milton Friedman ,father of the neo-liberal school of Chicago, stated, “in the great global supermarket you don't need to know or like one another”. All this has certainly allowed an extraordinary growth of the number and variety of goods: in the city of New York alone 100 billion different kinds of goods are available today. What is normally left unsaid is that this coin has another side: the extension of market relations is in fact accompanied by the progressive dissolution of social ties.
In the first phase of the industrial revolution the process of mercantilization gave rise to a deep rupture in social ties, whereas in contemporary western society it manifests itself as social liquidity. According to Bauman (2005, 2007), the modern liquid society is a consumer society in which everything, both goods and individuals, are treated as objects of consumption. As a result, they lose any utility, appeal, in a word, value while being used. The liquid society is a mobile, impermanent precarious society in which all that has value is rapidly transformed into its opposite, including relationships and human beings. The liquid society, therefore, is a risk society in which
the freedom to seek one's identity through consuming (individualization?) is paid for by growing insecurity.
In conclusion, it is important to point out that the dissolution of social ties characteristic of modern liquid societies, just like the processes of mercantilization in the early stages of the industrial revolution, are the consequence of the same self-increasing process: the spiral of growth and the extension of the market economy. Moreover, the economic system has the capacity to feed on the problems it generates: insecurity, malaise and numerous other by-products of the dissolution of social ties sustain a growing demand for protection and care, resulting in a wide-ranging supply of ad hoc goods and services, reinforcing economic growth.

The four dimensions of a degrowth policy

Once this unavoidable premises has been made, what may the basic characteristics of a degrowth policy be?
I suggest the following general criterion: any policy that compensates - by means of suitable negative links of feedback - for the current self-increasing processes makes a move in the right direction. By following this briefly outlined analytical approach, it is possible to determine four basic dimensions for the evaluation of a degrowth policy: economic, ecological, social and cultural/symbolic. Any political programme to be hoped for must therefore move:

· From growth to degrowth
· From unsustainability to sustainability
· From inequality (competitiveness) to fairness (cooperation/reciprocity)
· From dependency to autonomy

Although this representation is highly abstract, it does point out some aspects that are fundamental for us. First: however the dimension of equality, that is to say together with Bobbio (1994) that signified by a traditional Left-Right political polarity, may still be a relevant contemporary question; indeed, it cannot be ignored if one wishes to define the area in which history is to be interpreted. Yet it is no longer enaught: at least one other dimension must be added to it: that of sustainability/unsustainability.
However, if we wish to understand fully the struggles and revendications of the political groups which, at least from the origins of the Socialist movement, up to today’s environmentalist or feminist groups, and the various examples of all those who in various corners of the world are fighting for the defence and shared management of resources and common goods, then we must add to the first two at least a third dimension, which we define, along with Castoriadis, autonomy.
Briefly, by autonomy we mean “the project of a society in which all citizens have an equal, effective chance to participate in the society’s legislation, government, jurisdiction and, finally, institution” (Castoriadis, 2005).
If we imagine a matrix formed by these three axes, the first obvious conclusion is that western societies all fall in the top right-hand corner of the matrix. The scheme thus offers us an initial, simple criterion of evaluation: any policy capable of re-equilibrating the position of a society by moving it “towards the bottom left-hand corner” of the matrix is moving in the direction we hope for.

The second aspect: just as it is not difficult to demonstrate, for western countries, the existence of a vicious circle among growth, competitiveness and dependency, so is it important to note the existence of a virtuous circle among degrowth, sustainability and autonomy. Let us try to understand this important process better. First of all, a degrowth society, a society, that is, that has reduced the weight and scale of its own megastructures, would favour the attainment of an effective
ecological sustainability. The closure of bioeconomic circles is only possible on a regional or local level, where information is available and where better control concerning the sustainability of productive processes is possible. It is true that smaller does not necessarily mean more efficient from an ecological point of view, but small to medium-sized productive structures are the only ones that permit a certain shared control of technology and are thus the only ones that in actual fact are capable of making choices in favour of a true ecological sustainability. To the same degree, degrowth is a condition for social equality. As has been shown (S. Latouche, 2003; G. Rist, 1998) inequality and exclusion are, above all, the offspring of growth. In the end, only an economy that has reduced the scale of its apparatuses can give rise to an autonomous society (Castoriadis, 1998, 2005). In other words, only technology that has renounced its own giant dimensions, its desire for power, can be managed in a shared fashion, on a local level, collectively, thus giving birth to an autonomous, convivial society. On the other hand, only a society that has been able to transform its own imaginary, encouraging autonomy, will be capable of generating individuals and institutions that may accompany the transformation of economic structures, in other words achieve degrowth. In this virtuous circle it is obvious that there is little point in asking whether the imaginary or the socio-economic structures should be changed first, since the one goes hand in hand with, and supports, the transformation of the others, and vice versa. What types of processes may favour this re-equilibration? And what concrete proposals can we put forward? If the analysis we have given is correct, if, that is to say, the capitalist system is characterised principally as a self-increasing system, and if it is responsible for social inequalities and the devastation of the biosphere, imagining a degrowth policy means above all individuating some feedback processes capable of allowing the system first of all to avoid its collapse and, afterwards, starting a process of socio-economic and cultural transformation on the road towards sustainability, justice and autonomy. One might also ask, polemically, the opposite question: If the capitalist system is, as we have maintained, a self-increasing system, how is it possible that it has not yet given rise to its own selfdestruction? It is undoubtedly true that there are many symptoms of a crisis and that every growth process requires an uncertain period of time before it destroys the system s capacity to react (resilience). However, there is no doubt that if, even after over two centuries, the capitalist system has not yet collapsed, although this has been predicted several times, it is due to the simultaneous operation of determinant processes of a self-correcting nature. 

I shall start by illustrating a few classic cases in the twentieth-century economic-political tradition, but which have not yet been interpreted in a systemic key. Probably the most significant case is that pertaining to the traditional welfare policies of Keynesian origin. Seen from a systemic point of view, traditional policies of redistribution, which use, for example, the well-known institutions of progressive taxation, represent a typical example of negative feedback. Keynesian policies, taken as a whole, probably represented the most significant compensatory process that the twentieth century was able to offer to the lack of social equilibrium caused by capitalist accumulation. In the same way, we can interpret the trade-unions struggles and pressures to sustain salaries and working conditions. It is following the very periods of crisis, such as after the Great Depression, that the system brought about the most significant processes of a compensatory nature, giving rise to the social state and to the various forms of safeguarding labour. Yet it must be clearly said that traditional Keynesian policies, while contributing to the salvation of the economic system from the crises of the twentieth century, will not be able to provide a suitable answer to the crises in the twenty-first century for the simple reason that Keynesian policies, acting as a multiplier of consumption and hence of growth, cannot but aggravate the current ecological crisis. Of course, standard economists, both of neoclassical and of Keynesian school, will object that thanks to technological progress it will be possible to increase aggregate production while reducing the impact on ecosystems (ecoefficiency). This is, however, as I have shown elsewhere (2005), a course that camouflages some systemic traps: in reality, technological progress actually accompanies an increase in the total consumption of matter/energy and in the impact on the biosphere; this is clearly shown by the data at our disposal (rebound effect). If one wishes to find a solution to the present ecological crisis, and imagine a new type of sustainable, serene society, possibly capable of affording subjects a high level of autonomy and self-determination, one cannot exclude a decisive inversion in today s dynamic trend towards a global economic system, that is to say it cannot progress but by degrowth policies. In the following part of this paper, I shall try to offer some political proposals in principle, articulated according to the four dimensions (growth, sustainability, fairness, autonomy), which are indicated in the first part. The following proposals move from the widest scale, the global one, towards the national and local dimension. As we shall see, the question of scale is for several reasons fundamental. In the first place, an increase in size, for example the continual growth of productive apparatuses, beyond a certain threshold, causes the emergence of new phenomena. These  emerging properties generally involve alterations in systemic equilibria, such as the disruption of social ties or ecological crises. In the second place, processes of participation are also tied to scale: in general, the more the dimensions of the political-administrative units increase, the more the possibility of democratic participation is reduced. It is furthermore clear that the more an economic system has become autonomous from the social sphere (Polanyi, 1944), and the scale on which it operates is super-ordinated to that on which political participation takes place, the more the economy will end up by moving outside any democratic control. This is precisely the situation today, as has frequently been denounced (Latouche, 1991, 2006). The need to reduce the scale of the great financial, technical and bureaucratic apparatuses derives from this. The very ideology of orthodox political and economic thought, according to which the market itself will define the  optimum scale on which the various economic-productive processes are carried out, is, as we have seen, totally misleading. It is true that the market is capable of selfregulating processes, but only in a short period in response to signals that come from variations in prices. As we know, this is not the case for the major upheavals of an ecological and social nature. In the long term, the market supports a self-increasing dynamics. On the level of the financial and productive system, this all means a predominance of giantism, of the fusion among colossi: it is a logic according to which  bigger is always better , at least until it has a corresponding reduction in average costs (economy of scale). This sort of  bigger is better ideology has produced such a loss of knowledge about matters connected to scale that a true task of re-education has become necessary. For example, it is true that every technological process implies a certain scale of production (e.g. you can make your own yoghurt at home but not your computer).

In general, we must admit that a higher level of complexity and variety in the offer of goods and services requires wider scales, but nearly all primary economic processes (such as food production) and most of the production of secondary goods and of energy would be possible on a regional/local scale. This process of decentralisation would make it possible to create ecologically and socially  sustainable agricultural, energy and productive systems in the various territories. On the other hand, participation rapidly decreases along with the rise in the scale on which decisions are made. Here, too, it must be acknowledged that participation involves increasing costs (in terms of time and resources) along with the growth of the scale and the complexity of processes; therefore, while it is possible to make certain decisions on certain scales, this is not possible on others.

Thus, there is a trade-off between complexity and variety in the offer of goods and services, on the one hand, and a shared control of technology, on the other. In general, a greater variety of offer (and lower costs) implies less democratic control. The reader must have noticed the predominantly political nature of this type of dilemma. The idea proposed here, therefore, moves in the direction of bringing the baricentre of the economic process on the scale closer to that on which effective political participation is expressed. By reducing the scale of the former and increasing the latter it is possible to imagine a sort of convergence towards a society capable of making responsible decisions about  how and  what is to be produced in a certain territory. This would leave enterprises a certain freedom of movement, within a precise framework, shared democratically, protecting the inescapable principles of ecological and social sustainability: this is what I imagine when I speak of an autonomous, convivial society of degrowth. To put it in other words, a reduction in the scale of the large apparatuses, necessary to reduce inequality and to carry out forms of production that are ecologically sustainable, offers a an extraordinary chance of democracy, a chance, perhaps for the first time in history, of linking  decent states of material well-being and forms of shared, autonomous political organisation in which communities become the creators of their own destiny. Let us see, then, by means of which concrete political measures it would be possible to take steps in this direction. 


1. From growth to degrowth

Degrowth, as far as economics are concerned, means above all, reducing the importance and size of large financial and productive structures, and, more generally, of large organisations systems of media, transport, health, education, etc.). A degrowth policy could therefore take steps
towards:

· Restricting the movements and concentrations of capital
· Reforming international institutions (UNO, WTO, IMF)

Introducing restrictions to the movements of capital, for example by means of the introduction of a tax on financial operations of a speculative nature, represents a measure that is not only to be hoped for from an ethical point of view but is also capable of providing greater stability to the whole global economic system, which faces dangerous oscillations as a result of speculation. If we add to these reasons, which are in themselves sufficient to justify introducing them, the fact that the funds thereby collected could be used to eliminate the hunger and poverty in the poorest countries, we can deduce the remarkable potentiality of this instrument. The introduction of a tax percentage along the lines of the  Tobin Tax , for which a law has recently been proposed in Europe, undoubtedly makes a move in the direction we hope for here, as long as the funds collected are really destined for radical measures against the shame of famine and exclusion and not for generic  development policies that would end up only by deteriorating the situation in the  least advantaged countries . If one thinks that even 0,1% would involve a sum which, in the lowest estimate, would be of about 30 billion dollars in the EU alone (Brancaccio, 2002)  a sum greater than that which the Union reserves for depressed areas  it is clear that the Tobin Tax, if applied correctly, could become a world campaign of a great symbolic impact, thus constituting a first step towards a reform of international financial regimes.

The principle of reducing the scale pointed out above for financial economy would also be applied to the productive economy, starting, for example, with a more rigorous application of antitrust norms. More generally, the introduction of progressive tax rates on large properties and incomes (both of firms and of individuals) would in practice lead to a disincentive to the concentration of enterprises and overcome the form of the multinational company. It is obvious that the introduction of such restrictions requires a preventive radical reform of international financial institutions and of government monetary policies, with the aim not only of providing a democratic control over these institutions (now basically governed by the interests of private capital) but also of complementing the mechanisms of the international financial system with instruments of fiscal and monetary poilicy in the hands of local institutions. The result would be a gradual decentralisation of a significant part of economic activities from the global to the regional or local level, which would make it possible to lay the foundations of the  valorization of territories , that is to say of the individual and collective wealth (common wealth) that many hope for.


2. From unsustainability to sustainability

Shifting the centre of gravity from a global to a prevalently regional or local scale is also the most efficient way of seeking a solution to the ecological problem. True sustainability can only be contemplated on a local level. This is not only because transportation of goods would be reduced but also because it is only at a local level that the information permitting first the attainment, and later the control, of the effective sustainability of productive processes is available. The aim of soustainability is, therefore, widely a concequence of degrowth. This does not, of course, exonerate us from proposing ad hoc environmental policies in order to set the system along the path towards ecological sustainability, in particular:

· Launching a European programme of the conversion of the energy system accordingto sustainability criteria by means of:
· A rigorous application of the principle that “He who pollutes must pay”.

Reconverting the productive energy system towards sustainability requires the convergence of two processes: a reduction in comsumption (sufficiency) and an improvement in efficiency in the use of energy (eco-efficiency) (Sachs, 2002). Yet, however indispensable these two processes are, they are not enough in themselves to ensure sustainability: a true technological revolution is required, starting with energy. As far as the latter point is concerned, the project suggested by Jeremy Rifkin (2002) has the advantage of seeing the great importance of the challenge implicit in the  "energy revolution". His proposal is based on a combination of three factors: 1) renewable sources of energy, 2) intelligent systems of management of the distribution network, which would make it possible for citizens and enterprises to be promoted from being mere consumers to becoming small energy producers, and 3) hydrogen for conserving energy; this proposal would involve a truly radical technological revolution leading towards sustainability. The fundamental point, which is not always clear in Rifkin s proposal, is that it is necessary to ensure that the systems of management of the distribution network, and more generally the technology employed in process of reconversion/production, do not fall into the hands of multinationals, but remain firmly under the control of citizens and territories, if this technological revolution is to uphold a social transformation towards autonomy.

The answer to the question, therefore, of how to obtain the resources in order to activate the process of reconversion, if we do not want to leave them in the hands of large private capital, still has to be found. I think that the answer may lie in applying the principle of "He who pollutes must pay".

As is known, the application of this principle foresees various forms of payment (e.g. taxes) for anyone who damages the ecosystem (negative externality). One way of making these tools more attractive, thus more acceptable to the general public, would be that of directly transferring the income percentages from ecological taxes (eg. Carbon Tax) to those who create ecologically virtuous actions (to the state that does not destroy forests, the region that decides to convert its energy system, the individual citizen who uses a bicycle instead of a car), who could then become the direct beneficiaries of incentives. Public administration would have the task of defining the tools and ensuring the correctness of the process. I should like to point out that these instruments are fully entitled to be included in the tool-box of standard economics. The reason why an extremely limited use of them has been made so far is due to the fact that these measures, when compared to criteria of true sustainability, would certainly be effective and would thus force enterprises (and consumers) to reconsider to a significant extent their own productive systems and life-styles. The energy system would be forced to be converted, passing from concentrated production based on fossile sources to a decentralised one based on energy-saving and renewable sources. They are hence tools to be hopedfor, in particular in the transitional phase towards a degrowth society in which the costs of reconversion are widely diversified from enterprise to enterprise and from region to region.


3. From competition to cooperation: Fairness and criticism of development

Ceasing to be obsessed with growth and development is also the only way to face seriously the question of fairness. It has by now become apparent that the polarisation of wealth between north and south, and thus the tragedy of the poverty and emargination that involves at least half of the world’s population, are connected to the present model of development founded on competitive growth (Latouche, 1993, Rist, 1997). This process of growing polarisation is to be seen not only between the north and the south but also more generally, within a certain region, between the centre and the periphery (Amin, 2002), and, on a local level, between the town and the country. As we
have seen, this process of the polarisation of wealth is perfectly coherent, and comprehensible, within a systemic approach.
What is much less evident, in particular to leaders of the Left, who, however, have always shared this interpretation of development as being an unbalanced process, is the basic contradiction between the objectives announced in defence of welfare, of labour and of the environment and the states of growing competitiveness that characterise the economic system within the context of globalisation.
I shall illustrate this important passage with reference to one specific case, that of a lack of reduction in working hours.

3.1 A European pact for labour?

Greatly reducing working hours on a wide scale not only represents the way to free humanity from the spiral of commercialisation (Polanyi, 1974) and alienation but is also probably the only efficaceous policy, in  developed countries, for drastically reducing unemployment and precariousness. Having said this, as we know, the number of working hours has actually increased significantly in western countries over the last twenty years (far surpassing the limits recognised by trade unions), as an effect of the greater competitiveness required by the productive system within the context of globalisation. Some attempts have unsuccessfully been made to reduce the number of working hours, and the case in France is particularly renowned: those who first made a move in this direction have been forced to retrace their steps. Yet it is obvious why things happened in this way: since a reduction in working hours involves an increase in the unitary costs for enterprises, all other conditions being equal, anyone making the first move in a competitive system is at a disadvantage. In other words, the market will soon assume the task of making those countries that showed any particular ambitions in terms of a reduction in working hours  step into line , in the same way more generally as has happened to such ambitions as protecting rights and the environment,. This example shows very well why a true degrowth policy cannot be carried out in a competitive context. Agreements of international cooperation, for example on a European level, and policies in defence of the environment and of labour are unthinkable if separated from one another. This is a very important point. It explains, among other things, the systematic failures that policies in defence of welfare (and the environment) introduced by western governments have met with. Forced into the shallow waters of social liberalism, reformist policies in actual fact do not have at their disposal the economic margins for structural reforms, since every authentic reform entails significant costs that are automatically excluded by the imperative of international competitiveness. This is particularly true in a context such as that characterising countries with a fully developed capitalism system, where zero growth conditions are approached, and where, therefore, it is no longer possible to redistribute the significant increases in productivity that characterise the phases of Fordist capitalism to the benefit of labour.

In conclusion, without questioning the principle of competitiveness as a fundamental axis of the regulation of international economic relationships, and a move, however gradual, towards policies based on cooperation (for example, by means of formulating a  labour pact among countries in the European Union), it will not be possible to tackle efficient policies to fight unemployment and precariousness and, similarly, to protect the environment. It is clear how this different way of considering the relationships among human beings, and theirs with nature, based on cooperation, could offer a strong, precise sense to the accomplishment of a European political unity. Given the size of the internal market, on this scale it would be possible to do so. Shifting from competition to cooperation is hence the strategic axis in the successful pursuit of the aim of fairness. A politcal programme in this sense should further foresee, on a global level, a renunciation of traditional policies, based on power, in favour of new international relations, based on pacifism.


3.2 Degrowth and pacifism

Initiating a course towards a degrowth society probably represents the only way to face radically the problem of conflicts and wars, both old and new, that dog our times (Deriu, 2005). History teaches us that a civilisation based on expansion is incompatible with maintaining the peace. Degrowth, that is the (re-)organisation of the economic process according to self-sustainable, hence non-predatory, methods, in particular of those resources owned by other peoples or nations, is the indispensable premiss in order for war not be the only way of solving conflicts. However, besides a general  no to war , the present political crisis forces us to rethink far more radically, and question, the very idea of power and of the monopoly of the use of strength as the founding statute of politics, in favour of a logic based on non-violence and cooperation (Revelli, 2003). Although I intend to restrict myself here to an analysis of  what without going into the highly important questions of  how , I am fully convinced that the transition towards a new economy and a new society depends on the new methods politicians can adopt before the contents are even faced. They cannot but think very critically and question their privileges and narcissism, starting with the forms of politcal actions, (Ginsborg, 2006), which calls, among other things, for an extensive participation of those in the lower strata, particularly of women.

3.3 Valorization of territories, common goods and solidarity economics

On a local level, a degrowth policy could be applied by starting with:

· Self-sustaining valorization of territories (defence of common goods)
· Extending the networks of solidarity economics

The first point is basically expressed in the rediscovery of the  place statutes , that is to say in the upkeep and valorization of systems of ecology, society and know-how found in a certain territory (Magnaghi, 2000). It is no surprise to discover that these systems comprise the so-called  common wealth (water, air, territory, biodiversity, shared knowledge, etc.) in defence of which, as is known, local communities everywhere have become mobilised, in particular in countries in the south of the world (Shiva, 2003). In the conflicts concerning water, in particular, a series of significant experiences are coagulating, where we can find some clues for a true  new story of what we mean by a degrowth society (Petrella, 2007). 

However, which forms of economy may favour the establishment in territories of a fairer economy? The idea proposed here traverses the creation of economic realities founded on the principle of reciprocity. This is the course that we might define as solidarity economics (Laville, 1998). As is known, this universe contains a great variety of experiences and forms of exchange that go from neoclan relationships, typical of extended African families (which, therefore, do not foresee any exchange of money) to enterprises of the so-called  third sector (social cooperation, fair trade, ethical finance), passing through multifarious  hybrid forms, such as those characteristic of systems of local exchange (where a market does exist but is limited by rather restrictive ethical principles and by nearby exchanges). In any case, all these forms of exchange, in subtracting increasing amounts of demand from international markets in favour of the local economy, represent both a source of degrowth and a workshop for another economy and another society. For this world to have the strength to sustain itself and sow the seeds of other similar experiences, it is important to be aware of the limitations that characterise the traditional strategy of the  third sector . In order to avoid the very concrete risk that it will end up by being absorbed in the commercialising logic of the capitalist market, it is fundamental to adopt a  network strategy that makes it possible to maintain the resources produced according to  sustainable solidarity criteria within the network itself. It is this characteristic, whose potential has not yet been fully understood or studied, that distinguishes the networks of solidarity economics (NSE), making them a promising workshop for degrowth.


4. From dependence to autonomy

"The customer is always right" says a worn-out, familiar defence of orthodox economics. Homo consumens today undoubtedly has an unbelievable freedom of choice at his disposal: it has been calculated that in the city of New York alone 10 billion different types of objects are available. However, as Bauman has pointed out (2005, 2007), the citizen-consumer can make his choices only within a predefined set; he cannot determine ex ante the range of objects from which he may choose. Technology certainly belongs to this set. In other words, the market system promises freedom but conditions dependence. On the plane of the collective imaginary, the liquidity that characterises the postmodern condition is expressed in an extreme fragmentation of the values and visions of the world. The dissolution of the grand narratives makes it impossible for a person to grasp the full meaning of his own deeds and to perceive the global web of relationships in which he finds himself. This inability to comprehend the structural reasons that lie at the root, among other things, of the loss of one s own quality of life further fuels dependence. Imagining an autonomous society, therefore, requires a way out of this spiral, a profound transformation of values and culture that is capable of effecting a transformation of the dominant institutions. 

To create one s own laws, self-determination and explicit self-institution: this is the basic significance of what we mean by autonomy. As one may easily intuit, it is a dimension of fundamental importance within the new project for society. It involves questions of major import, about which debate and confrontation, even within movements, are in their early stages. There is the widely shared conviction, however, that, whatever the government rules that the new project for society chooses may be, they must come from the lower strata, from communities and territories. They must pursue forms of direct, substantial democracy, leaving citizens, not representatives or experts, the chance to define, among other things, the economic and social conditions of the production of wealth. It is on this level, which we may define as the community, that the new political organisations, who will be the bearers of the new project for society, will have to seek as their priority consensus (Fotopulos, 1997). The new Winter Palace is, therefore, above all the town hall. Later, it is to be hoped that the relationships among the various communities may be extended in the form of a  confederation of communities (Bookchin, 1993). If this statement is to be of any use in orientating political priorities and avoiding old mistakes, however, it must be equally clear that the true Winter Palace stands above all within every one of us. In other words, as Castoriadis has acutely shown, the problem of autonomy concerns first and foremost the self. The priority, hence, is to pay close attention to the essential exercise of selfeducation, of awareness, of becoming consciousness of unconscious conditioning, which constitutes the inevitable premises for an autonomous society to establish itself. In the initial phase it will thus be important to rethink the cultural, educational and informative system aiming at:


· Educational methods that tend to favour: awareness, autonomy, critical sense, creative leisure time, well-being as opposed to well-having;
· Reform of the media;
· Educational policies having the purpose of changing styles of life and consumption.

The educational system throughout the modern age has been moulded to produce docile consumers and reliable technicians. From this perspective, schools basically had the task of transferring instrumental notions to the tasks required of future operators in the technical system (Illich, 1974). This specialist and instrumental concept of instruction has already entered a crisis. In a society of risk and uncertainty, the more rigid and instrumental our knowledge is, the more our subjective risk and dependence in the face of the system increases. The role of education, in a degrowth civilisation, should thus be to overthrow this model completely. It should rather provide a framework of the systemic relations that enable a person to orientate himself consciously, to learn how to learn and, thus, when faced with unforeseen situations, to develop the capacity to seek, even collectively, the best solutions for adaptation. It is pointless to say that today s system of information, particularly through the media, carries out a very efficient action in the opposite direction. A profound reform of the media system, which has no scruples about imposing limitations, among other things, to the invasion of commercials, is needed. It is certainly the case to propose new values, alternative to the dominant ones: autonomy instead of dependence, a sense of control instead of arrogance, reciprocity instead of egoism, wellbeing and frugality instead of well-having, etc. However, it must be made clear that that it is not possible to hope for a vast, widespread transformation of values without modifying the social conditions of the production of wealth. In other words, the relationship between values and institutions is of a systemic nature. The affirmation of strong, autonomous personalities is possible only within a social and institutional context that will educate individuals towards their own selfdetermination, since personality itself, and needless to say the capacity for political action, is formed in the profound interaction between the individual and the community (Bookchin, 2003). Finally, it is undoubtedly necessary to encourage policies that are aimed at changing styles of life and consumption. This today is an aspect that is strongly felt within political movements and forms of association among ordinary citizens (purchasing with a critical eye, producing for oneself, fair trade, etc). These practices are undoubtedly worthwhile, particularly as an exercise in transforming the self (and hence the imaginary). In some cases they reveal the concrete possibility of carrying out (some) alternative economic practices. Yet it would be illusory to believe that the action on the part of individuals, or small groups, alone would enable people to transform the severe laws that govern the capitalist economy. It calls for us to be well aware of the centrality of the political dimensions of change along with the importance of acting properly. The least we can hope for is that the tragic failures recorded on both sides, on the part of those who wanted to make these approaches absolutes, may help to comprehend how, in a systemic perspective, the eternal question of whether change must concern first the economic structures, or first the individual and his values, merely serves to delay change. It is obvious that both changes are necessary and that each accompanies and sustains the transformation of the other.


References

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Rist G., 1996, Le développement. Histoire d'une croyance occidentale, Presses de la Fondation national des sciences politique.



1 The issues examined in this paper were discussed by the members of the “Italian Degrowth Network”. A first draft
of this paper was presented at the conference “Degrowth and Politics” in Rome, October 2007 and then in Paris,
April 2008.
2 E-mail to: mauro.bonaiuti@unibo.it
3 The difference in incomes between the 20% richest and the 20% poorest increased from a ratio of 30:1 in 1960 to 74:1 in 1997. Cf. UNDP, Human Development Report, Oxford University Press, 1999.

M. Bonaiuti 127
5 Messaggio del presidente della Bolivia Evo Morales
Creato: 12 Giu 2009
Messaggio del Presidente della Bolivia Evo Morales alla Giornata della Solidarietà - Guatemala City, 9 ottobre 2008


Sisters and brothers, on behalf of the Bolivian people, I greet the social movements of this continent present in this Act of Continental Solidarity with Bolivia.

We have just suffered the violence of the oligarchy, whose most brutal expression was the massacre in Panda, a deed that teaches us that an attempt at power based on money and weapons in order to oppress the people is not sustainable. It is easily knocked down, if it is not based on a program and the consciousness of the people.

We see that the re-founding of Bolivia affects the underhanded interests of a few families of large landholders, who reject as an aggression the measures enacted to favor the people such as a more balanced distribution of the resources of natural gas for our grandfathers and grandmothers, as well as the distribution of lands, the campaigns for health and literacy, and others.

To protect their power and privileges and to evade the process of change, the ruling elite of large landholders of the so-called Half Moon (Media Luna) clothe themselves in the movements for departmental autonomies and the rupture of national unity, lending themselves to the yankee interests of ending the re-founding of Bolivia.

However, in the revocation referendum of August 10, we just received the mandate of two thirds of the Bolivian people to consolidate this process of change, in order to continue advancing in the recovery of our natural resources, and to insure the well being of all Bolivians, to unite the distinct sectors of society of the countryside and the city, of the east and the west.

Sisters and brothers, what happened with this revocation referendum in Bolivia is something that is not only important for Bolivians but for all Latin Americans. We dedicate it to the Latin American revolutionaries and those throughout the world, reaffirming the struggle for all processes of change.

I was going to express the way to recover the life ways of our peoples, called Live Well (el Buen Vivir), to recover our vision of the Mother Earth, that for us is life, because it is not possible for the capitalist model to convert Mother Earth into a commodity. Once again we see the profound correlations between the indigenous movement and the organizations of the social movements, which also throw in their lot in order to Live Well. We greet them so that together we can seek a certain balance in the world.

Along these lines, I want to share and propose for debate some 10 commandments to save the planet, for humanity and for life, not only at this level but also to debate among our communities, and our organizations.

First, if we want to save the planet earth to save life and humanity, we are obliged to end the capitalist system. The grave effects of climate change, of the energy, food and financial crises, are not a product of human beings in general, but rather of the capitalist system as it is, inhuman, with its idea of unlimited industrial development.

Second, to renounce war, because the people do not win in war, but only the imperial powers; nations do not win, but rather the transnational corporations. Wars benefit a small group of families and not the people. The trillions of millions used for war should be directed to repair and cure Mother Earth wounded by climate change.

Third proposal for debate: a world without imperialism nor colonialism, our relationships should be oriented to the principle of complementarity, and take into account the profound asymmetries that exist family to family, country to country, and continent to continent.

And the fourth point is oriented to the issue of water, which ought to be guaranteed as a human right to avoid its privatization into few hands, given that water is life.

As the fifth point, I would like to say that we need to end the energy debacle. In 100 years we are using up fossil energies created during millions of years. As some presidents are setting aside lands for luxury automobiles and not for human beings, we need to implement policies to impede the use of agro-fuels and in this way to avoid the hunger and misery for our peoples.

As a sixth point: in relationship to the Mother Earth. The capitalist system treats the Mother Earth as a raw material, but the earth cannot be understood as a commodity; who could privatize, rent or lease their own mother? I propose that we organize an international movement in defense of Mother Nature, in order to recover the health of Mother Earth and re-establish a harmonious and responsible life with her.

A central theme as the seventh point for debate is that basic services, whether they be water, electricity, education, or health, need to be taken into account as human rights.

As the eighth point, to consume what is needed, prioritize what we produce and consume locally, end consumerism, decadence and luxury. We need to prioritize local production for local consumption, stimulating self-reliance and the sovereignty of communities within the limits that the health and remaining resources the planet permits.

As the next to last point, to promote the diversity of cultures and economies. To live in unity respecting our differences, no only physical, but also economic, through economies managed by the communities and their associations.

Sisters and brothers, as the tenth point, we propose to Live Well, not live better at the expense of another, a Live Well based on the lifestyle of our peoples, the riches of our communities, fertile lands, water and clean air. Socialism is talked about a lot, but we need to improve this socialism, improve the proposals for socialism in the XXI century, building a communitarian socialism, or simply a Live Well, in harmony with Mother Earth, respecting the shared life ways of the community.

Finally, sisters and brothers, certainly you are following up on the problems that exist. I have reached the conclusion that there will always be problems, but I want to tell you that I am very content, not disappointed or worried because these groups who permanently enslaved our families during the colonial time, the time of the republic and this period of neo-liberalism, they continue as family groups, resisting us.

It is our struggle to confront these groups who live in luxury and who do not wish to lose their luxury, or lose their lands. This is a historic struggle and this struggle lives on.

Sisters and brothers, in the hope that the Continental Gathering of the III Social Forum of the Americas culminates with strong bonds of unity among you and a strong Action Plan in favor of the people of Bolivia and of our peoples, I repeat my fraternal greeting.

Evo Morales Ayma
President of the Republic of Bolivia

(translation by S. Bartlett)


Versione originale in spagnolo: sito radio mundo real.
E. Morales 111
Politica e progettualità torna su
Articoli riguardanti proposte per nuovi paradigmi economici e/o politici
# Titolo Articolo Autore Letture
1 La decrescita: tessendo alternative per una trasformazione socio-ecologica
Creato: 29 Apr 2010

Barcellona_conferenzaOltre la Seconda Conferenza Internazionale sulla decrescita economica per la sostenibilitá ecologica e l'equitá sociale

Barcelona, 26-29 Marzo 2010

 

La proliferazione di progetti politici é sintomo di un vuoto, o meglio della ricerca di cammini nuovi per riempirlo. I giovani vivono spesso con la credenza di essere immortali, lo stesso succede alla societá. I limiti ci sono, e per tutti. L'ingenuitá sta nel non rendersene conto.

Siamo chiamati ad uno sforzo di auto cura collettiva.

La chiave sta nella ripoliticizzazione del dibattito sulla (in)sostenibilitá. Ad esempio, concentrare i nostri sforzi solo sul cambiamento climatico, sarebbe diventare cani al guinzaglio del discorso dominante (come lo é la sinistra italiana). La crisi é sistematica (economica, ecologica e sociale), caratterizzata da urgenza, incertezza ed una posto in gioco alta. Che fare?

I detentori dell'ordine costituito propongo di uscire dalla crisi con la causa come soluzione: la crescita economica. Questo dimostra l'esistenza di interessi non dichiarati, mancanza di creativitá e paura per una specie di /'tragedia del cambio'/. Qualcosa tuttavia potrebbe cambiare.

A Barcelona, tra il 26 ed il 29 Marzo 2010, si sono riunite oltre 500 persone provenienti da piu di 40 paesi per discutere una delle visioni emergenti dai movimenti sociali: la decrescita (www.degrowth.eu).

Un congresso accademico con la partecipazione della societa civile, un esempio di ricerca cooperativa che ha riunito ricercatori, attivisti, praticanti ed amministratori. Oltre 200 articoli scientifici presentati, ma soprattutto la volonta di elaborare, discutere e sviluppare proposte politiche concrete e priorita di ricerca. L'intenzione di sperimentare un nuovo modello di conferenza introducendo metodi partecipativi attraverso i 30 gruppi di lavoro su svariate tematiche chiave come monete, lavoro, infrastrutture, pubblicitá, risorse naturali, reddito minimo, etc... In altre parole la elaborazione partecipata di un progetto politico attraverso metodi di micro-democrazia.

Articoli, risultati dei gruppi di lavoro, dichiarazione finale e progetti futuri sono consultabili alla pagina www.degrowth.eu/.

L'appoggio istituzionale e l'attenzione mediatica, ricevuti dalla conferenza internazionale sulla decrescita, dimostrano una ricettivitá ad un progetto politico radicale prima sconosciuta. C'é una crescente coscienza collettiva sul fatto che "le cose cosi non possono continuare". Quasi 100 persone hanno reso possibile l'organizzazione dell'evento contribuendo volontariamente con il loro entusiasmo, energia e capacitá.

Come dimostra l'apertura alla societá civile della conferenza, sul 'che fare', 'come farlo' e 'farlo', siamo tutti chiamati a partecipare. I nostri cosiddetti rappresentati politici, la tecnologia ed il mercato, non affronteranno i problemi per noi. Il protocollo di Kyoto propone una riduzione del 5.2% delle emissioni (rispetto al 1990) con un sistema flessibile (troppo) formato da offsets, meccanismi di sviluppo pulito (CDM), mercati del carbono (carbon trading schemes). Il target sará forse rispettato da alcuni paesi grazie alla crisi economica ed il vulcano islandese Eyjafjallajokull. Tuttavia, secondo il principio di precauzione (e l'IPCC) dovremmo optare per una riduzione del 45% con un obbiettivo di concentrazione nell'atmosfera di 350 ppm (parti per milioni) di CO2, oltre a prendere in considerazione la responsabilitá storica e per tanto il 'debito climatico' dei paesi ricchi con quelli impoveriti. Come discusso a Cochabamba tra il 19 ed il 22 Aprile, oltre il feticismo della CO2, c'é la giustizia climatica.

Una questione altamente rilevante per la decrescita che é un movimento plurale composto da diverse anime che co-esistono:

Resistenza e critica allo sviluppo ed alla modernitá (Serge Latouche, André Gorz, Ivan Illich,...)

Semplicitá volontaria (Henri Thoreau, Mahatma Ghandi,...)

Ecologismo

Aspirazione all'approfondimento e rilocalizzazione della democrazia (Takis Fotopoulos, Marco Deriu...)

Economia ecologica o Bioeconomia (Nicholas Georgescu-Roegen, Meadows, Mauro Bonaiuti...)

Rivendicazioni per la giustizia sociale, economica ed ambientale (Joan Martinez Alier,...)

Crisi delle societá industriali: benessere, senso della vita e spiritualitá (Abbé Pierre, Tim Jackson...)

La diversitá intrinseca del movimento porta a una molteplicitá di strategie complementarie e per lo piú coerenti. Tre sembrano essere le prioritá.

In primo luogo, andare al di lá dell'infostrazione (o info-distrazione) per ampliare la presa di coscienza delle questioni politiche rilevanti per noi e le generazioni future. Un approccio radicale, ovvero che affronta il problema nelle sue radici, che vuole mutare lo stato dai suoi fondamenti.

Il capitalismo si fonda sulla crescita. Il credito ed il consumo sono la benzina. La finanziarizzazione dell'economia, a cui abbiamo assistito durante vent'anni di neoliberalismo, spinge il sistema al collasso per strangolamento. Siccome i salari, ed il loro potere d'acquisto, hanno continuato a diminuire, il sistema ha fatto crescere i debiti (vedi ipoteche subprime). Debiti creati col credito facile e poi assunti dagli stati attraverso il rilevamento delle banche. Chi pagherá i debiti (pubblici e privati)? I debiti si pagano con l'inflazione (difficile con l'euro) o con crescita economica. Si entra cosi in un circolo vizioso, dove si creano debiti, per stimolare la crescita economica, con la speranza di pagare i precedenti. In poche parole stiamo ipotecando il futuro.

In secondo luogo, sono importanti le costruzioni di alternative e le sperimentazioni di stili di vita che permettano rendere piú armoniosa la nostra relazione con il resto dell'umanitá e l'ambiente. Ci sono buone pratiche che vanno diffuse e rafforzate, come i bilanci di giustizia, le reti di economia solidale, la permacultura, le cooperative di consumo ed i mercati di prodotti locali. I principi guida potrebbero essere la prossimitá, data l'importanza della rilocalizzazione, l'autoproduzione ('do it yourself'), l'autonomia e la resilienza (in ecologia, la capicitá di un sistema di autoripararsi dopo un danno). Queste esperienze permettono di rafforzare le comunitá, la coerenza con i nostri principi nella vita quotidiana e l'adattamento ai cambi a cui stiamo assistendo. Tuttavia, non possiamo rispondere a problemi collettivi e globali solamente con risposte individuali e locali.

Il movimento delle 'cittá in transizione' (transitionculture.org) é un buon esempio pratico delle prime due prioritá; ovvero promuovere la presa di coscienza, in particolare sul picco del petrolio ed il cambiamento climatico. Si lavora poi sulla costruzione di una visione del futuro e su come attuare di consequenza nella propria comunitá (orti comunitari, energie rinnovabili, compost,...). Come evidenziato dal Trapese Collective (trapese.clearerchannel.org), manca forse una messa in discussione delle radici del problema, una proposta di soluzioni senza lavorare sulle cause. Nessuno é perfetto.

In terzo luogo, dobbiamo pertanto continuare a riflettere e lavorare sull'articolazione e la sistematizzazione di queste pratiche. Il fine é la costruzione di un progetto politico (non partitico) ovvero di una visione alternativa della societá futura. Cosi facendo, potremo rivendicare un cambio istituzionale e strutturale della nostra societá. Sará cosa buona e giusta che l'eletricitá di casa nostra venga da fonti rinnovabili, ma se non saremo capaci di fermare l'estrazione dei combustibili fossili, il cambiamento climatico fará il suo corso. Un ottimo esempio é l'iniziativa ITT Yasuni promossa dal governo di Ecuador (www.yasuni-itt.gov.ec), in particolare da Alberto Acosta (ex-presidente dell'Assemblea Costituente). L'idea é quella di lasciare il petrolio sotto terra, in cambio di una compensazione monetaria della comunitá internazionale come pagamento di una 'rata' del debito climatico. Cosi facendo si eviterebbero gli impatti dell'estrazione, tra cui la deforestazione e perdita di biodiversitá, la violazione dell'isolamento volontario delle comunitá indigene e l'emissione di 407 mil di ton di CO2. Per di piú il governo dell'Ecuador si compromette ad investire i fondi nella sua transizione socio-ecologica, da un paese basato su un economia estrattiva ad uno fondato sulle energie rinnovabili, rispetto della biodiversitá ed equitá sociale.

La Seconda Conferenza Internazionale sulla Decrescita a Barcelona é un importante passo avanti. Simbolizza la internazionalizzazione di un dibattito che fino ad ora era principalmente rimasto in Italia, Francia e Spagna. Fino a due anni fa la parole in inglese 'Degrowth' non esisteva, mentre oggi si moltiplicano articoli scientifici e di divulgazione, documentari ed eventi (per esempio la conferenza di Vancouver, Canada www.de-growth.com). Gruppi locali e reti per la decrescita nascono come funghi dal Messico (red-ecomunidades.blogspot.com) alla Danimarca (www.noah.dk/); si parla di una rete internazionale e potenziali alleanze con movimenti del sud come l'ecologismo dei poveri ed il Buen Vivir. Perdipiú, mentre negli ultimi dieci anni il dibattito era rimasto confinato tra attivisti di base e ricercatori, adesso si apre sempre piú alla societá (organizzata e non), ai media ed alla politica. Le azioni rimangono locali, ma gli incontri a livello nazionale ed internazionale permettono un costruttivo scambio di informazioni ed esperienze. Un buon esempio di localismo aperto.

La serietá della crisi sistemica sembra apra le porte ad un nuovo momento di mobilitazioni. Se sapremo mantenere la luciditá ed andare oltre le nostre differenze (spesso piú individuali, che ideologiche) potremo accompagnare e consolidare il confluire tra le diverse anime del movimento. La decrescita é uno degli slogan candidati a facilitare questi processi e rafforzare la convergenza di gruppi e soggetti in un movimento a strategie multiple e complementarie che promuovono una trasformazione della societá verso la sostenibilitá ecologica e la equitá sociale.

 

Federico Demaria
Ricercatore all'Istituto di Scienze e Tecnologie Ambientali dell'Universitá Autonoma di Barcelona (Spagna), membro dell'associazione Research and Degrowth (R&D) e co-organizzatore delle conferenze internazionali sulla decrescita.

F, Demaria 609
2 Convegno internazionale sulla decrescita
Creato: 14 Apr 2010

2ndconferencedegrowth

 

Nei giorni tra il 26 e il 28 marzo a Barcellona si è tenuta la seconda conferenza internazionale sulla decrescita: ecco quindi un resoconto sull'avvenimento.

Siamo appena tornati da Barcellona carichi di energie, qualche speranza e molte domande.

La conferenza indubbiamente è stata un successo. Oltre 500 persone da tutto il mondo, dall'Europa ma anche dagli altri continenti, spazi concessi sulla televisione nazionale, sulla radio e sulla stampa. La sensazione è che questa conferenza segnerà un passaggio nel storia del movimento. La decrescita esce dalla nicchia, dall'infanzia e si affaccia sul più vasto scenario politico - ma anche scientifico-culturale - in modo ancora esitante, ma forte di alcune incoraggianti qualità: tensione verso un immaginario condiviso, grande vivacità culturale, capacità di tenere insieme ricerca e attivismo, informazione e testimonianza radicale, Nord e Sud del mondo.
Questo passaggio di scala pone allo stesso tempo nuove domande, o forse, più precisamente, rende alcune vecchie domande non più rinviabili.

Barcellona ha mostrato in modo sempre più evidente come il movimento sia composto da differenti anime per il momento ancora disposte a camminare assieme (quantomeno a livello internazionale) ma della cui diversità è bene essere consapevoli. Cominciamo dagli ultimi arrivati, la cui presenza tuttavia si è sentita fortemente sia Barcellona che, prima ancora, a Londra (nel Gennaio scorso). Si tratta del mondo delle ONG che da tempo lavora sui temi dello sviluppo sostenibile, dell'ambiente, della cooperazione internazionale. Sono organizzazioni in particolare di matrice anglosassone (Nef, Casse, ma anche Anped, Seri...), formate generalmente da professionisti, ma sostenute da un vasto panorama di volontari e da una diffusa credibilità. Hanno agganci nelle istituzioni e negli ambienti governativi europei, nazionali e locali. Per quanto convinte della necessità di un mutamento di rotta è chiaro che queste organizzazioni non sfuggono da un atteggiamento, almeno in parte, strumentale: sentono che la decrescita agita i cuori e mobilita le persone... sono gli unici a disporre di una qualche capacità organizzativa e si stanno attrezzando per costruire attorno a questo movimento progetti e anche, ovviamente, ad ottenere finanziamenti. A questo mondo possiamo affiancare quello delle Università, della ricerca, dell'economia ecologica in particolare, che inizia ad interessarsi di Decrescita e a cui è stata affidata - non a caso - l'apertura della conferenza. La legittimazione che la "discesa in campo" di alcuni degli ambienti più avanzati dell'Accademia porta con sé è sentito con grande speranza, ma, al tempo stesso, desta qualche perplessità tra i militanti. Un ruolo centrale ha giocato in questo processo l'ICTA, fondata a Barcellona da Joan Martinez-Alier (già Presidente dell'International Society of Ecological Economics) un Istituto di Ricerca con rapporti stretti e articolati con il mondo delle Ong.
In generale possiamo dire che questi due mondi condividono una visione della decrescita come necessaria transizione verso un'economia compatibile con i limiti imposti dalla biosfera (molti parlano a questo proposito transizione verso uno "stato stazionario") senza tuttavia che questo comporti una rimessa in discussione delle istituzioni esistenti (capitaliste). Generalmente interessati e competenti sui temi dei limiti ecologici alla crescita, e alle volte sulle questioni dell'equità sociale, queste organizzazioni hanno mostrato sin'ora scarso interesse per la critica della società e delle istituzioni esistenti e ancor meno per i temi legati alle rappresentazioni e all'immaginario collettivo.
Speculare a questo mondo abbiamo visto ed ascoltato il vasto panorama degli attivisti... di coloro che spesso già praticano la decrescita nei mille rivoli dell'associazionismo e delle buone pratiche. Questo "popolo della decrescita" era presente a Barcellona sicuramente di più di quanto non fosse a Parigi nel 2008 - grazie anche ai molti legami del comitato organizzatore (Reserch & Degrowth) con le reti sociali catalane, ma non solo (presenti in forza in particolare nei gruppi di lavoro) e nel supporto organizzativo alla conferenza. Nonostante il pregevole lavoro di mediazione la tensione tra queste due anime si è sentita e si sentirà ancora più forte in futuro. Semplificando un poco mi sembra si possa affermare che questo mondo informale condivide una visione della decrescita in cui la trasformazione è vista come una fuoriuscita dall'immaginario economicista e un'occasione per rimettere radicalmente in discussione le istituzioni esistenti. Si tratta, non a caso, sopratutto di italiani, ma anche di francesi e spagnoli. Nelle prossime settimane capiremo se queste due anime riusciranno a giungere, o meno, ad una Dichiarazione comune (potete seguire gli sviluppi sul sito www.degrowth.eu).

In questa cornice si è posto, in un incontro informale post-conferenza, il tema della (eventuale) costituzione di una rete internazionale della decrescita. L'incontro, partecipato sopratutto da attivisti, ha mostrato come sia forte la consapevolezza, tra i militanti, che la costituzione di una rete internazionale è un processo i cui esiti non possono essere decisi a priori a tavolino, né tanto meno controllati da un unico centro. Nonostante il desiderio di continuare a incontrarsi e scambiare esperienze, documenti e buone pratiche sia forte e condiviso, nessuno dei presenti ha mostrato il desiderio di procedere verso una nuova "Internazionale della Decrescita." E questo mi sembra un primo passo nella giusta direzione.

Davvero notevole (e qualificata) la partecipazione italiana: circa cinquanta tra amici e amiche in vario modo connesse alla Rete per la Decrescita: tra gli altri: Marco Deriu, Gianni Tamino, Ferruccio Nilia, Paolo Cacciari (il cui libro /Decrescita o Barbarie/ è stato tradotto e presentato a margine della conferenza), numerose anche le realtà locali (come il nodo del Friuli Venezia Giulia o il costituendo Tavolo di Rieti), molti giovani studenti o dottorandi, alcuni anche passati attraverso le precedenti edizioni della Scuola Estiva. Tutto questo lascia ben sperare per il futuro al punto che - nonostante le tristi notizie che arrivavano in quelle ore sull'esito delle elezioni amministrative - abbiamo avanzato la nostra candidatura ad organizzare la prossima conferenza internazionale in Italia. Se non fosse che non crediamo nelle magnifiche e progressive sorti (neppure per la decrescita) verrebbe da dire, Avanti!

Mauro Bonaiuti

M. Bonaiuti 1258
3 PotenzAttiva
Creato: 09 Ott 2009
Le risposte alle critiche che spesso vengono mosse al pensiero della decrescita, gli orizzonti, le insidie, nonché, in conclusione, due importanti segnali verso la decrescita…
P.Cacciari 235
4 La decrescita sostenibile
Creato: 28 Lug 2009
Come migrare “dolcemente” verso una società della decrescita evitando sconvolgimenti sociali o autoritari? Iniziando a cambiare noi stessi. Alcuni tratti del nuovo immaginario: in ambito economico, energetico, lavorativo, alimentare e dei comportamenti…
B. Clémentine - V. Cheynet 330
5 Oltre la crescita, alla ricerca di un nuovo paradigma economico e sociale
Creato: 28 Lug 2009
Un interessante esempio di manifesto e approccio decrescente sul proprio territorio…
Forum permanente del terzo settore (Prov.di Pordenone) 255
6 Il modo giusto per uscire dalla crisi?
Creato: 28 Lug 2009
Perché non ha senso uscire dalla crisi puntando ancora sulla crescita… Si indicano altre vie possibili…
M.Bonaiuti -J.M.Alier -F.Schneider 210
7 Costruire la decrescita
Creato: 22 Lug 2009

Non c’è vera contestazione senza il rifiuto dell’imperialismo economico. La rifondazione del sociale e del politico passa per la decrescita.

La domanda « Quale sinistra per domani ? » ne trascina con sé un’altra: che cosa significhi essere di sinistra oggi. Non so se i concetti di destra e sinistra abbiano mai avuto contenuti sostanziali o se questi contenuti non siano sempre stati illusioni necessarie per definire una divisione di campo. Non mi riconosco in alcun partito politico, tanto meno in quelli di destra. Il gioco e la posta in gioco nella politica politicante non sono affar mio, anche se vi partecipo in quanto cittadino. Pertanto, non ho nessuna esitazione quando vado a votare, perché non si vota tanto per un programma ma contro quella che si considera sia l’eventualità peggiore. Mi sento visceralmente solidale con i “valori” della sinistra anche quando sono ambigui e contraddittori, anche se il governo della sinistra plurale li ha traditi ogni giorno di più e anche se non mi stancherò mai di denunciare gli “errori” e le “miopie” delle sue analisi (o della sua assenza di analisi…). Tutto è relativo, tuttavia. Se non ci fossero le destre di Haider, Le Pen e Berlusconi, non avrebbe molto senso essere di sinistra oggi.

All’interno della sinistra (come della destra), ci sono visioni molto diverse su tutti i problemi “sociali” (sicurezza, immigrati senza diritto di soggiorno, aborto, parità di genere, ecc.). Le misure specifiche con cui si cerca di far fronte ai diversi problemi sono pertanto avulse da una visione globale dei problemi e nel breve periodo mettono in discussione rendite di posizione e interessi individuali consolidati. Ciò non mette in discussione il divario destra-sinistra, ma rivela ogni giorno di più l’inconsistenza della sinistra di governo.

Siamo incontestabilmente di fronte all’esistenza di molte sinistre dai contorni necessariamente sfumati: la sinistra di governo (che sia o no in carica), e la sinistra di contestazione. La prima, la sinistra dei partiti politici, la sinistra di gestione, ha molte sfumature; la seconda, la sinistra della “società civile”, si divide a propria volta fra gli “altermondialisti” che pensano che un’altra mondializzazione, a un nuovo compromesso con il capitalismo, sia possibile, e quelli convinti invece che un altro mondo è possibile solo uscendo dall’economia. Mi colloco certamente in un quest’ultimo raggruppamento della sinistra.

Della prima sinistra, quella politica, si potrebbe dire in effetti che si tratta di una destra “intelligente”, la seconda destra di cui parla Marco Revelli (Le due destre, Bollati Boringhieri, Torino 1996) e di cui Tony Blair rappresenta la visione più compiuta. In compenso, non direi che la logica contestataria, quella che lo stesso Revelli chiama “sinistra sociale” (La sinistra sociale, Bollati Boringhieri, Torino 1997) abbia una vocazione a governare. Si tratta piuttosto di un movimento diffuso di resistenza e dissidenza fuori dalla politica, come testimoniano fra gli algtri movimento Attac, il fallimento del Wto a Seattle, la contestazione degli organismi geneticamente modificati, i forum no-global mondiali da Porto Alegre in avanti.

Se occorre continuare a denunciare le derive o i “tradimenti” della sinistra politica, occorre anche comprenderne l’ineluttabilità. E’ più che sicuro che quelli che la contestano hanno tutte le ragioni. L’imperialismo economico oggi, o più esattamente l’imperialismo dell’economia su quasi tutti gli aspetti della nostra vita, ha ridotto il politico al politicante e condanna gli eletti a “sottomettersi” o a “dimettersi”. Il potere invisibile ma molto reale dei “nuovi padroni del mondo”, cioè la nebulosa delle imprese transnazionali, tiene i governi in carica sotto un pugno di ferro e impone la sua dittatura (quella delle leggi del mercato, in particolare finanziario). Ma nel contempo permette ai popoli di votare e ai contestatori di manifestare, per dare l’idea che il cambiamento è possibile.
In queste condizioni, il ruolo della sinistra contestataria non può che essere quello di una forza di pressione e di proposta. E’ sempre possibile mettere in fila una serie di misure pratiche più o meno realiste, dalla Tobin tax alla riduzione del tempo di lavoro, passando per l’introduzione del reddito di cittadinanza e l’annullamento del debito del Terzo mondo. Tutto ciò può contribuire ad un programma elettorale utile e anche necessario. Tuttavia la mia preoccupazione è piuttosto quella di pensare al di là dell’economia. La mia riflessione si rivolge a una rifondazione del sociale e del politico nell’era della postmodernità, del doposviluppo, della società post-economica. Si tratta in particolare di lavorare a costruire una società di “decrescita”.

La parola d’ordine della decrescita è quella di sottolineare con forza l’abbandono dell’obiettivo insensato della crescita per la crescita, obiettivo il cui motore non è altro che la ricerca sfrenata del profitto da parte dei detentori del capitale. Evidentemente, non penso al rovesciamento caricaturale di questo concetto, che consisterebbe nel proporre la decrescita per la decrescita. In particolare, la decrescita non è la crescita negativa. Sappiamo che il semplice rallentamento della crescita fa precipitare le nostre società nella disperazione, a causa della disoccupazione o del taglio dei programmi sociali, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Possiamo immaginare quale catastrofe sarebbe un tasso di crescita negativo! Così come non c’è niente di peggio di una società fondata sul lavoro che non abbia lavoro, non c’è niente di peggio di una società della crescita senza crescita. La decrescita, dunque, può solo immaginarsi in una “società della decrescita”. Ciò presuppone che un’organizzazione completamente diversa in cui il tempo libero è valorizzato al posto del lavoro, dove i legami sociali sono più importanti della produzione e del consumo di prodotti inutili, o nocivi “usa e getta”. Condizione sine qua non è una riduzione feroce del tempo di lavoro, imposta per assicurare a tutti un impiego soddisfacente. Traendo ispirazione dalla “Carta dei consumatori e degli stili di vita” proposta al Forum degli organismi non governativi di Rio de Janeiro, tutto ciò può essere sintetizzato nel programma delle “sei R”: rivalutare, ristrutturare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Questi sei obiettivi interdipendenti darebbero il via a un circolo virtuoso di decrescita conviviale e sostenibile.
E' del tutto evidente quali siano i valori da mettere in campo, a sostituzione di quelli oggi dominanti. L’altruismo dovrebbe prendere il posto dell’egoismo, la cooperazione dovrebbe sostituirsi alla competizione sfrenata, il piacere del tempo libero all’ossessione del lavoro, l’importanza della vita sociale al consumo illimitato, il gusto di una bella opera all’efficienza produttivistica, il ragionevole al razionale, ecc. Il problema è che i valori attuali sono sistemici, sono cioè determinati e sostenuti dal sistema che, in cambio, contribuiscono a rafforzare. Occorre dunque rovesciare l’immaginario ed eliminarne l’insidiosa manipolazione sistemica, per rendere le persone consapevoli della propria situazione.

 

Autore: Serge Latouche

da CNS-Ecologia Politica, nn. 1-2, gennaio-giugno 2004

S. Latouche 224
8 Politica e sviluppo economico
Creato: 20 Lug 2009

Sintesi

Il movimento per la decrescita potrà uscire dalle attuali condizioni di marginalità solo se saprà misurarsi con le condizioni della decrescita reale, economica e sociale, che colpiscono i sistemi capitalistici avanzati: con l’inasprirsi delle condizioni quotidiane di vita, l’impoverimento economico e culturale degli individui massificati, il degrado dei loro ambienti simbolici e istituzionali. Non è più opportuno restringere l’attenzione ai limiti “esterni” della crescita economica, riscontrabili sul piano delle dimensioni fisiche, naturali. Bisognerà saper guardare anche ai suoi limiti “interni”, alle contraddizioni mostrate dai processi del-la valorizzazione capitalistica e dalle loro articolazioni finanziarie globali.
Prima di tutto si dovranno mettere a fuoco con chiarezza i limiti che il sistema degli interessi, dei profitti e delle rendite, sta incontrando nel tentativo di sottoporre ai principi di una crescita economico-monetaria incessante le attività di servizio, individuali e pubbliche, sempre più importanti all’interno delle società e delle economie del terziario avanzato. Allo stesso modo si dovrà denunciare l’incapacità dello stato assistenziale e dei mercati capitalistici di valorizzare in maniera adeguata i beni comuni e i patrimoni territoriali, oltre che una buona parte delle risorse umane, in intelligenza creatività e responsabilità, oggi fonda-mentali ai fini del miglioramento della qualità di vita e della stessa riproducibilità della ricchezza sociale. Si dovranno denunciare infine gli effetti nefasti della speculazione finanziaria sull’aumento dei costi di vita, sulla svalutazione inflazionistica della ricchezza accumulata in forme monetarie e sulla distruzione sistemati-ca dei risparmi accumulati nei fondi pensione e previdenziali.
In alcun modo questi esiti possono essere separati dalle prospettive di salvaguardia delle condizioni di vita sulla terra e dalla qualità dei nostri tessuti relazionali, perché vengono ad implicare comunque un accentuazione dei tassi di sfruttamento di ogni risorsa. La messa in discussione delle attuali logiche della crescita economica può diventare programma politico ampiamente condiviso e sostenibile nel tempo solo se saprà convertirsi in progettualità comuni, volte alla ricostruzione delle dinamiche di formazione della ricchezza sociale e delle loro principali strumentazioni economiche, monetarie e di finanziamento. Queste devono risultare non complementari rispetto a quelle dominanti ma alternative, all’interno di un progetto di decrescita dell’economia capitalistica, come decrescita progressiva delle risorse e degli spazi concessi alla massimizzazione degli effetti produttivi di potere / dominio sociale.
La capacità di rimettere in movimento i temi della democrazia e della ricostruzione di pratiche istituenti diffuse risulterà forse il mezzo più importante per attribuire al progetto della decrescita un valore ampiamente condiviso e solido, al di là delle mode e del potere colonizzante degli orientamenti competitivi. Centrale nel nostro cammino dovrà diventare la consapevolezza che al fondamento dei processi di crescita economica e del degrado ambientale non stanno tanto dei bisogni generici di massimizzare la produzione e il consumo di beni, ma la riproduzione continua di una rete onnipervasiva di differenze di potere / dominio tra gli agenti e le organizzazioni sociali. Questa non sembra risparmiare neanche i soggetti che agiscono all’interno degli ambiti politici e dei movimenti sociali emancipativi, compreso il nascente movimento per la decrescita. Tenerlo presente potrà servire a trovare dei rimedi utili per resistere nel tempo e non farsi assimilare facilmente alle logiche di potere/ dominio imperanti. Il primo passo consisterà forse nella riconsiderazione analitica delle forme affettive, dei sentimenti e dei bisogni di cura, che finiamo per mettere in gioco nelle rappresentazioni e nelle pratiche di trasformazione emancipativa, come decrescita delle pulsioni di dominio sulla realtà, sugli altri e sulle dimensioni naturali della nostra esistenza. 


1. Il rapporto tra “politiche di sinistra” e “movimenti per la decrescita” si è presentato sempre in termini molto problematici, perché i partiti di sinistra hanno spesso mostrato pro-pensioni produttivistiche e sviluppiste, e perché i movimenti che hanno rifiutato ogni forma di crescita economica hanno generalmente condiviso orientamenti anti sistemici e anti istituzionali. Oggi proprio le condizioni di crisi generalizzata che stanno erodendo gli ordini interni ai sistemi economici, politici e socio culturali, possono aiutare a stabilire un rapporto me-no problematico, più stabile e fruttuoso, tra politica e movimenti contro la crescita capi-talistica, per rilanciare una prospettiva comune di trasformazione emancipativa. Ma ciò potrà avvenire solo se la crisi viene considerata in tutta la sua ampiezza e complessità: comprendendo come entrino in discussione non solo il ruolo egemone del capitalismo tradiziona-le – industriale - ma anche le attuali spinte alla finanziarizzazione dell’economia dei servizi, pubblici e privati; non alimentando aspettative catastrofiste consolatorie, ma tenendo presente il potere di riproduzione enorme dimostrato ancora dalle istituzioni capitalistiche; ricordando infine come le condizioni di crisi vengono a riguardare le stesse politiche del-la sinistra, moderata e radicale, oltre che i movimenti per la decrescita economica, sia solidaristici che ambientalisti, di questi ultimi decenni. 

2. I partiti di sinistra e i movimenti ambientalisti continuano a parlare in nome dell’interesse generale, per la difesa dei più deboli e delle condizioni comuni di vita, ma il loro consenso è andato diminuendo proprio con l’aggravarsi dei problemi economici, sociali e ambientali. Ciò può essere imputato a limiti delle politiche di sinistra e a difficoltà e-sistenti sul piano della comunicazione e delle disparità d’accesso ai media, ma chiama in causa anche la struttura contraddittoria e dissociata dell’ esperienza, delle identità e del sentire comuni. Già l’aumento esponenziale del consumo di risorse fossili per trasporti e condizionamento termico, registratosi ultimamente all’interno di tutte le società capitalistiche avanzate (SCA), in concomitanza con il diffondersi di un timore crescente per il loro prossimo esaurimento, ci indica quanto questa dissociazione venga a colpire il rapporto tra dimensioni ideologiche e pratiche quotidiane. Posto di fronte alla ampiezza di scala delle cause e delle manifestazioni dei problemi ambientali il singolo individuo tende a sentirsi non solo disarmato e rassegnato ma anche ormai quasi indifferente. Le stesse misure che si pro-spettano nel raggio delle sue possibilità pratiche, reali, non sembrano in grado di incidere in alcun modo nel degrado complessivo, non solo dell’ambiente naturale ma neanche della propria esistenza quotidiana. 

3. Sicuramente il degrado dell’ambiente fisico, “naturale”, si impone oggi all’attenzione di tutti sopra ogni altro problema, se non altro per l’evidente gravità delle sue manifestazioni. Ma sul piano strategico, della delineazione di una strategia di trasformazione emancipativa delle condizioni strutturali della produzione e riproduzione societaria, il degrado e le crisi socio culturali hanno una importanza per molti aspetti maggiore. E’ infatti dal tipo di soluzioni che si daranno al degrado socio culturale che dipenderanno le possibilità di affrontare in misura adeguata le questioni del degrado dell’ambiente fisico, “naturale”. Così si devono tenere nella massima considerazione le difficoltà e le condizioni di crisi che attanagliano, dall’interno, le sfere economiche delle SCA. L’importanza che a queste viene attribuita collettivamente, e il ruolo strutturante che le pratiche economiche continuano a svolgere nella costituzione degli orientamenti individuali, fanno sì che dalla percezione e dalle risposte date alle difficoltà economiche delle SCA vengono a dipendere in buona parte le direzioni principali assumibili dai processi di trasformazione degli ordinamenti societari costituiti, capitalistici e non. 

4. Riconoscere l’importanza assunta dalle strutture economiche capitalistiche in una prospettiva di trasformazione sociale non significa che basti far ricorso a categorie puramente economiche per avere una comprensione adeguata delle ragioni profonde, strutturali, della cri-si. Il riferimento alle brame del profitto, alla mercificazione e alla massimizzazione della produzione e dei consumi di beni, può aiutarci a spiegare molte manifestazioni dell’attuale degrado degli ambienti socio-culturali e naturali. Solo il riferimento alle logiche e ai modi specifici in cui si fa valere l’orientamento alla massimizzazione del potere/dominio, nei di-versi ambiti d’azione pratico produttivi, ci può far comprendere le radici della crisi attuale: il suo essere crisi endemica, diffusiva, che arriva ad investire le dimensioni simbolico istituzionali comuni, così come le politiche radicali - istituzionali e di movimento - erodendone la funzione emancipativa che esse dichiaravano originariamente di avere. Si tratta di un orientamento al potere di tipo unilaterale e autoreferenziale, che si fa valere nella maggior parte delle relazioni tra agenti ed organizzazioni, a prescindere dalla ampiezza del campo in cui operano e dagli obiettivi dichiarati, ed è su questo che si deve soffermare la no-stra attenzione.

5. Orientamenti unilaterali e autoreferenziali all’ampliamento del proprio potere di disposizione sulla realtà hanno interessato le politiche di sinistra e i movimenti “contro la crescita economica” in diversi modi, influendo infine sul tipo di approccio strumentale sviluppato nei rispettivi confronti. Oggi per i politici di sinistra il nuovo movimento per la decrescita, riemerso da qualche anno in Europa sotto gli stimoli della produzione teorica di Serge Latouche, può rappresentare un’opportunità interessante: per aprire nuovi fronti di “rappresentanza”, accogliendo le preoccupazioni degli individui più sensibili ai costi ambientali della crescita economica e ripianare così, almeno parzialmente, la perdita di consenso subita riguardo ad ampi strati di lavoratori e di ceti subalterni. Anche per i militanti professionisti dei movimenti che sviluppano pratiche economiche alternative il rapporto con la politica istituzionale può portare alcuni vantaggi: in termini di legislazioni più favorevoli alla tutela ambientale, e di maggiori risorse per il sostentamento delle proprie attività e organizzazioni. Non si deve dimenticare però come alcuna prospettiva di trasformazione emancipativa possa sperare di consolidarsi nel tempo se non viene ad investire i principali ambiti d’azione sociale e le stesse pratiche di relazione tra le organizzazioni, pubbliche e di movimento, coinvolgendo il numero più ampio di individui, non solo quelli che ne fanno parte ma anche quelli che si devono rapportare dall’esterno, come utenti o semplici cittadini.

6. Anche per questo un movimento di decrescita che si limiti a prospettare una semplice riduzione dei volumi della produzione e del consumo non risulta molto condivisibile: né dal punto di vista strumentale, di un aumento del consenso per i partiti di sinistra, né dal punto di vista etico, di una prospettiva di cambiamento sociale emancipativo. La decrescita dovrebbe prospettarsi piuttosto come una decrescita dell’economia capitalistica, una erosione dei suoi spazi e dei suoi poteri, a favore dell’ampliamento di spazi e forme di agire economico produttivo alternativo, emancipativo delle relazioni di lavoro oltre che dei rapporti sociali e con la natura, come viene attualmente prospettato all’interno dell’economia civile o solidale . Anche se si continuasse a ritenere l’economia capitalistica come intrasformabile si dovrebbe comunque credere nell’esigenza di trasformare, in termini emancipativi, almeno i contesti istituzionali prevalenti sul piano complessivo, quelli che delineano i vincoli prioritari dell’agire economico produttivo e le risorse principali per il suo sostegno. E si può supporre che solo il cambiamento degli attuali quadri istituzionali complessivi potrà garantire anche all’idea di decrescita capitalistica di prendere corpo e consolidarsi nel tempo, come mezzo per lo sviluppo di politiche emancipative in grado di andare alla radi-ce dei problemi, sapendo prospettare soluzioni ampiamente condivisibili e praticabili.

7. Se si vuole che i rapporti tra movimenti di decrescita (dell’economia capitalistica) e politiche di sinistra radicali possano risultare più fertili per il rilancio di un ampio, condiviso, processo di trasformazione emancipativa dell’esistente si dovrà mettere in discussione al-meno tre tipi di fratture o divaricazioni dicotomiche che hanno sempre contrapposto le politiche istituzionali e quelle di movimento, operando per altro spesso all’interno di uno stesso soggetto e delle sue pratiche. Mi riferisco in primo luogo alla frattura e alle cattive forme di mediazione esistenti tra dimensioni individuali e dimensioni collettive (le prime coniugate per lo più in termini “personalistici”, le seconde intese generalmente come “spazi per l’organizzazione del potere”). In secondo luogo bisogna affrontare il vecchio problema della divaricazione frequente, quasi metodica, tra radicalismo (ideale) delle intenzioni e realismo (moderato) delle pratiche: il radicalismo è risultato spesso tanto ideale da risultare del tutto idealistico, o ineffettuale, per il suo essere sganciato da qualsiasi riferimento alle possibilità di trasformazione concrete della realtà; gli atteggiamenti realistici sono stati declinati spesso in termini tanto “moderati” da risultare essi stessi idealistici, astratti dalla realtà, o privi di qualsiasi riferimento alla esigenza di legare qualsiasi processo di trasformazione sociale alla modifica dei rapporti di potere / dominio sociale esistenti. Infine bisogna ricordare un aspetto sul quale la cultura radicale ha riflettuto assai poco, relativo alla dissociazione dualistica tra la realtà costituita, da un lato (giudicata generalmente non trasformabile e in maniera del tutto negativa), e da un altro lato una realtà alternativa, totalmente antagonista o emancipata, contrassegnata da propensioni verso un riscatto definitivo: verso una emancipazione tanto (idealmente) radicale e totale che per evitare il pericolo di contaminazioni ci si è puntualmente sottratti (come nel caso del realismo troppo moderato) al problema di una trasformazione progressiva delle strutture d’azione e delle relazioni di dominio interne agli ordinamenti costituiti. 

8. La scissione dicotomica tra dimensioni individuali e dimensioni collettive è uno dei problemi più rilevanti delle SCA e viene riproducendosi anche nelle politiche di sinistra e nelle pratiche dei movimenti contro la crescita. L’espressione più emblematica di simili esiti è rappresentata probabilmente dalla impostazione data al problema della democrazia, del potere e dell’autonomia individuale. Nelle politiche dei partiti di sinistra la democrazia è stata ridotta a puro mezzo di potere sociale, piegato alle logiche e ai vincoli della dialettica maggioranza minoranza, sacrificando quasi completamente i principi di autonomia, di autodeterminazione e di formazione personale degli individui comuni; principi che invece erano centrali, ed inscindibili dalla questione del potere, nelle concezioni originarie di democrazia socialista (come in quella della polis greca). All’opposto i movimenti di decrescita anti sistemici hanno teso invece a declinare il problema in termini prevalentemente individuali e personalistici. Hanno concepito le possibilità di autodeterminazione e di autonomia come un processo che può riguardare singole persone, o gruppi più o meno informali di piccole dimensioni, ma non le dimensioni collettive sviluppate dalle organizzazioni di massa o le dimensioni politico istituzionali più ampie, lasciate sostanzialmente al loro destino. 

9. Una manifestazione importante della divaricazione tra radicalismo (ideale/idealistico) dei principi e realismo (moderato/astratto) delle pratiche si ha specialmente nel rapporto sviluppato rispetto alle istituzioni economiche capitalistiche. Così il non voler sporcarsi le mani con le ragioni e i vincoli di un economico considerato in termini troppo generici ha portato le culture “radicali” a non considerare i problemi relativi alla stessa gestione oculata delle risorse economiche, e a dipendere nella “realtà pratica” da ciò che viene prodotto all’interno degli ambiti capitalistici, secondo le peggiori forme di sfruttamento, come avveniva nelle politiche della sinistra moderata. Così, ad un’inevitabile posizione parassitaria di fondo, rivelata rispetto alle pratiche produttive dominanti, si è finito per associare anche una cattiva coscienza riguardo alla sorte degli sfruttati integrati nel “sistema”. La tendenza a prendere le distanze dalle logiche economiche nella loro generalità ha portato infine a sottovalutare le possibilità di cambiamento interno sottese agli sviluppi dei sistemi capitalisti-ci, dopo che per decenni la cultura marxista ortodossa aveva finito per limitare la ricerca all’analisi delle loro dinamiche evolutive contraddittorie, viste come fattore principale se non unico del cambiamento sociale. Ora gli ostacoli principali alla crescita economica e produttiva sono individuati principalmente all’esterno, nelle condizioni e nei vincoli dell’ambiente naturale, resi tanto oggettivi e necessitanti quanto apparivano (alla cultura marxista) oggettive e necessitanti le dinamiche economiche strutturali interne al capitalismo. E si finisce per riproporre una divaricazione radicale tra ordini costituiti ed aspettative emancipative che non sembra ancora aver trovato condizioni di mediazione o di saldatura soddisfacenti.

10. Attribuire un carattere necessitante, oggettivo, ai limiti della crescita produttiva può rafforzare la volontà dei singoli a cambiare i propri comportamenti, ma anche indebolirla. La collocazione dei limiti all’esterno dei sistemi economico produttivi può compensare la debolezza delle forze che dovrebbero agire al loro interno, e nello stesso tempo aiuta a formare la consapevolezza dei limiti dello stesso agire pratico produttivo. E’ probabile che le propensioni al cambiamento vengano sostenute adeguatamente solo se le dinamiche reali potranno con-fermare in tempi ragionevoli le previsioni di partenza. In tutti i casi nuove costellazioni di pratiche e relazioni potranno consolidarsi solo se risulteranno compatibili con le tendenze evolutive dei modi di produzione prevalenti, e con i processi di trasformazione istituzionale che verranno emergendo sulla base di diverse esigenze: sistemiche, pratico-strumentali ed etico-politiche. Si può dire che all’interno delle SCA tendenze evolutive funzionali al rafforzamento di una prospettiva di trasformazione emancipativa sono già individuabili nell’evolversi della costellazione dei bisogni individuali e delle esigenze sistemiche che hanno portato alla prevalenza di una nuova economia terziaria o dei servizi, pubblici e privati, che presenta più di un aspetto dissonante rispetto ai vincoli e alle logiche delle forme tradizionali di valorizzazione capitalistica. Queste dinamiche (e le opportunità che sulla loro base si aprono) non sono state ancora colte dalle teorie prevalenti, in tutta la loro portata, e dovranno essere valutate approfonditamente se si vuole uscire dalle impasse in cui si trovano le politiche di sinistra e i movimenti per la decrescita. 

11. In misura più o meno ampia tutte le SCA sono incapaci di soddisfare appieno le esigenze sistemiche, collettive, e i bisogni individuali, personali, che risultano connessi in vario modo alle attività di cura, formazione, mediazione e integrazione sociale: in ambienti di vita caratterizzati da forti squilibri ecologici, degrado delle relazioni interpersonali e societarie, anomia e crescenti spinte alla devianza e alla frammentazione. Da tempo larghi strati di popolazione hanno visto restringersi progressivamente i loro tenori di vita, il tempo libero e i servizi sociali a cui possono accedere, oltre ai diritti che ne stavano al-la base. Il sistema pubblico deve cedere ovunque il passo all’iniziativa privata orientata da criteri di profitto, anche se questa si sta dimostrando abbastanza inefficiente, sia dal punto di vi-sta della qualità umana che del costo delle prestazioni e dei servizi erogati. Le cause di tutto ciò vengono generalmente ricondotte alla concorrenza portata dai paesi in via di sviluppo, al carattere troppo elevato della spesa pubblica, o alla cattiva volontà dei “capitalisti”. In realtà le maggiori difficoltà economiche, strutturali e di lungo periodo, possono essere ricondotte allo stesso passaggio ad una fase a netta prevalenza dell’economia terziaria o “dei servizi individuali”. Lo sviluppo di attività di tipo prevalentemente individuale, che non risultano generalmente standardizzabili e sottoponibili a continue economie di scala e di tempo, e che proprio per questo non sembrano prestarsi molto facilmente a significativi, ripetuti, prolungati e sistematici incrementi di produttività, viene ad ostacolare le esigenze capitalistiche di crescita continua, esponenziale, delle masse monetarie accumulate. E bisogna rilevare che si tratta di esigenze strutturali, non dipendenti dalle volontà o intenzioni dei singoli soggetti, dato che vengono alimentate dalla stessa esistenza degli istituti della valorizzazione capitalistica, come le rendite, gli interessi e i profitti di diversa natura. 

12. Il sistema tenta di riproporre le prospettive di una crescita economica elevata intensificando i processi di sfruttamento di ogni tipo di risorsa, umana ed ambientale, accentuando il processo di finanziarizzazione liberistica, e cercando di costruire attorno alle attività di intermediazione finanziaria un nuovo settore “terziario” di punta, volto a rilanciare le sorti dei paesi capitalistici avanzati. Ma l’intensificazione dei processi di sfruttamento accentua il de-grado degli ambienti di vita, fisici, lavorativi e socio culturali, richiedendo il dispiega-mento di nuove attività e servizi di cura, di manutenzione e recupero dei guasti ambientali e di ricomposizione dei processi di disgregazione sociale: tutte attività che possono pro-durre nuovi incrementi monetari nell’immediato ma non si prestano ai livelli di crescita produttiva intensiva e continuativa che hanno caratterizzato le fasi dominate dalla produzione di massa. I processi di finanziarizzazione alimentano le spinte speculative e un gonfiamento artificioso delle masse monetarie, finendo per accentuare l’instabilità dei corsi azionari e la frequenza degli eventi di crisi, e rendendo la prospettiva di un crack finanziario globale sempre meno remota. Un tracollo di notevoli dimensioni si sarebbe già manifestato ormai da tempo, se gli organi di governo nazionali e transnazionali non continuassero ad intervenire massicciamente per mantenere la fluidità dei movimenti speculativi entro livelli ritenuti fisiologici per il sistema. A prescindere dalla probabilità dell’evento di una crisi globale devastante restano però, come conseguenze principali, tutta una serie fenomeni di svalutazioni inflazionistiche della ricchezza sociale, accumulata in forma monetaria, molto più ampi di quelli rilevabili dai sistemi statistici ufficiali, e che hanno delle ripercussioni pesantissime nell’esistenza della maggior parte di individui all’interno delle SCA.

13. Per la prima volta nella storia del capitalismo l’aumento dei costi di vita, derivato anche dalla applicazione della valorizzazione capitalistica e delle sue forme speculative su beni scarsi e su attività a produttività tendenzialmente stazionaria, sopravanza i vantaggi derivati dagli aumenti produttivi conseguiti negli ambiti delle produzioni massificate. Le istituzioni della valorizzazione capitalistica hanno perso una buona parte delle loro funzioni tradizionalmente progressive, di stimolo per una crescita continua della produttività complessiva e di riduzione dei prezzi, e stanno provocando principalmente un deteriorarsi della qualità della vita e delle relazioni sociali e una svalutazione generalizzata del potere di disposizione monetario che colpisce in prevalenza le classi medie e basse. La svalutazione inflazionistica della ricchezza monetaria è forse la manifestazione più emblematica della perdita di significatività sociale degli istituti della valorizzazione capitalistica, specialmente dei profitti da attività speculative e delle redite ed interessi di ogni tipo. Essa si presenta non solo nell’aumento esponenziale dei prezzi dei beni scarsi e non riproducibili, come i terreni edificabili e le abitazioni, ma anche nei cicli di gonfiamento e sgonfiamento speculativo dei titoli azionari che drenano i magri risparmi accumulati dai lavoratori. Infine si fa valere nella stessa diminuzione del valore effettivo (reale) delle masse monetarie accumula-te a fini previdenziali e pensionistici, ormai abbondantemente collocate nei circuiti della finanziarizzazione speculativa, chiudendo un ciclo che è diventato ormai perverso. La corsa generalizzata all’investimento speculativo è motivata dal bisogno di far fronte ai processi incipienti di svalutazione inflazionistica del denaro, ma ha come esito principale una accentuazione dei fenomeni di inflazione monetaria su scala globale, in un procedere paradossale e contraddittorio che contrassegna gli apparati ideologici delle SCA e gli orientamenti che si ali-mentano al loro interno. 

14. Secondo le interpretazioni prevalenti gli interessi delle sfere politico statuali e del capitalismo finanziario globale sembrano divergere in maniera sostanziale, in realtà i loro rapporti si presentano in termini molto più controversi. Da un lato è vero che gli sviluppi della finanziarizzazione liberistica stanno implicando un ridimensionamento drastico delle prerogative e dei poteri dei governi politici nazionali. Inoltre ogni aumento del volume della spesa pubblica sembra ridurre le possibilità di una crescita economico produttiva sostenuta, e dunque le stesse possibilità di valorizzazione dei capitali finanziari sul fronte interno. Bisogna riconoscere però nello stesso tempo che la crescita del debito pubblico e il paga-mento di cospicui interessi ai creditori internazionali, grandi e piccoli, hanno dato una spinta fondamentale all’espansione del processo di finanziarizzazione liberistica globale, richiedendo lo sviluppo della più libera circolazione dei capitali per poter reperire finanzia-menti più facili e a un più basso costo, senza gravare troppo sulle possibilità di crescita nazionali. Pur reclamando la riduzione al minimo delle prerogative, dei poteri e degli ambiti d’azione dei governi politici nazionali, il capitalismo finanziario si trova inoltre, proprio sul piano globale, ad avere bisogno di sempre nuove, più complesse, attività di regolamentazione e regolazione dei processi economici. Si tratta di attività di “governo” particolari, che dovrebbero andare incontro alle esigenze di standardizzazione e consolidamento dei mercati. Per questo dovrebbero assumere valenze puramente tecniche o amministrative, non politiche. Ma in caso di gravi crisi di solvibilità e credibilità dei sistemi finanziari solo un intervento di organi dotati di sufficiente autorità, legittimità ed anche di poteri coattivi di tipo politico statuale (su scala globale), può far si che i movimenti di finanziarizzazione speculati-va continuino i loro cicli di crescita spericolata, in gran parte fittizia, senza dissolversi in una gran bolla evanescente come è sempre avvenuto in passato. 

15. I soggetti del volontariato, del non profit e della finanza etica, vorrebbero porsi fuori di questo connubio vizioso tra stato e mercato, semplicemente chiamandosi fuori dal-le motivazioni fondate sull’interesse, sul profitto, e sul potere coattivo di matrice politico statuale. Essi non hanno risolto però il problema della costruzione di forme alternative di economizzazione delle risorse, in grado di reggere su se stesse, né quello della ricostituzione adeguata, dal basso, di dimensioni collettive, istituzionali, abbastanza ampie. Per questo si trovano a dover affrontare gli stessi problemi di una mancanza di autonomia d’azione e di una carenza dei processi di legittimazione politica, comunitaria, che han-no già colpito le sfere dei servizi pubblici o del welfare state. Di più, i settori alternativi si trovano a dipendere in vario modo da entrambi i capi della catena della crescita: non solo dalle risorse prodotte secondo i principi speculativi e della intensificazione dello sfruttamento capitalistico, come avviene per il servizio pubblico, ma anche dai meccanismi della loro ridistribuzione amministrativa, spesso clientelare, attuata dagli agenti politico statuali (i quali dipendono, a loro volta, dalla accondiscendenza dei ceti agiati a sottostare a congrui livelli di prelievo fiscale, applicati sulle ricchezze prodotte, accumulate e appropriate, in regime capitalistico finanziario).

16. A fronte dei problemi indicati, diventa di primaria importanza lo sviluppo di un ampio movimento di ricostruzione dei principi di formazione della ricchezza sociale, così come dei mezzi del suo calcolo e della sua distribuzione. Ciò può avvenire in misura adeguata solo a partire da una miglior valorizzazione dei legami con il proprio territorio di appartenenza, e con il riconoscimento del ruolo centrale assumibile dai patrimoni naturali e culturali ereditati. Ma date le difficoltà incontrate dalla economia capitalistica nella soddisfazione dei bisogni connessi alla cura del patrimoni ambientali, socio culturali e naturali, risulta fonda-mentale lo sviluppo di forme di valorizzazione alternativa delle stesse attività di servizio (di educazione e formazione, assistenza e tutela personale, recupero e conservazione del territorio, ecc.). Queste possono essere gestite “pubblicamente” e “privatamente”. Non dovrebbero essere però sottoposte o vincolate a quei processi di intensificazione produttiva da cui dipendono le possibilità della valorizzazione capitalistica, e neppure essere calate dall’alto, o restare affidate alla semplice buona volontà e all’altruismo di pochi individui virtuosi. Ma dovrebbero comunque risultare connesse a dinamiche di formazione di “ricchezza sociale” volte ad assicurare condizioni eque di retribuzione e sostentamento di ognuno, e un miglioramento della qualità di vita, di lavoro e delle relazioni per tutti. Alla base dovrebbero esserci dei nuovi principi economici, orientati verso criteri di stabilità o di stazionarietà dei volumi produttivi (o di una loro riduzione in caso di insostenibilità ambientale) e volti a favorire uno sviluppo evolutivo della loro qualità, nella ricerca di migliori condizioni di equilibrio, non solo tra attività e ambiente ma anche tra presente e futuro, conferendo infine ai sistemi previdenziali, assicurativi e pensionistici, nuove basi cumulative, contributive e redistributive. 

17. I compiti che si pongono sono così grandi e di difficile soluzione da rendere necessaria l’attivazione di ampi strati di società civile e di soggetti politici in grado di trasferire una molteplicità di istanze diversificate in progetti comuni coerenti: per sviluppare un’economia emancipata, equa e solidale, cooperativa e sostenibile, basata su una valorizzazione equilibrata delle risorse comuni e dei servizi di pubblica utilità, e sostanzialmente di-versa da quelle attivate sotto i regimi del capitalismo industriale e del welfare state. I problemi maggiori che si pongono per l’affermazione di una economia diversa, non semplice-mente complementare ma piuttosto alternativa rispetto a quella capitalistica, riguardano al-meno quattro questioni principali: l’autonomia di funzionamento e di riproduzione (riguardo alle dinamiche e alle risorse dei regimi capitalistici); la maggior funzionalità rispetto alla maturazione di identità e di relazioni sociali gratificanti, dotate di un senso condivisi-bile; l’attivazione di modi di gestione dei beni comuni, e dei servizi di pubblica utilità, di tipo cooperativo e partecipato, al livello individuale e dal basso; la sostenibilità nel lungo periodo, sia riguardo agli impatti ambientali che riguardo alla riproducibilità delle risorse necessarie al funzionamento e sviluppo della produzione sociale (dove lo “sviluppo” va in-teso come evoluzione qualitativa delle forme costruite collettivamente, secondo il mutamento dei bisogni individuali comuni e delle esigenze ambientali). 

18. La fuoriuscita da una prospettiva di crescita produttiva e di consumo incessante implica il fare a meno del pagamento di qualsiasi forma di rendita, interesse e profitto di tipo economico, traducibile in generico potere di disposizione monetario sulla realtà e sugli altri. Ma implica anche la maturazione di una maggior consapevolezza sul fatto che ogni attività produttiva e di consumo, così come ogni bene e servizio prodotti, hanno un valore economico che si riconduce a criteri tanto di utilità quanto di costo. Questi criteri di utilità e di costo non dovrebbero mai assumere un valore in sé o unilaterale, come avviene nell’economia ufficiale, ma devono essere considerati da un punto di vista complessivo e relativo: per chi presta un’attività lavorativa, per chi ne fruisce, e in relazione ai livelli di con-sumo di risorse - comuni e individuali, naturali e sociali - che ne risultano implicati. Questo significa che un aumento della ricchezza sociale, determinabile in termini monetari per ragioni di opportunità di valutazione dei costi e dei vantaggi complessivi, non va considerato di per sé un fatto positivo, né negativo. Esso può rappresentare un disvalore sociale anche di tipo economico, e una diminuzione dei volumi monetari complessivi può diventare un fatto positivo, se si guarda alle esigenze di risparmiare risorse, naturali e lavorative; se non altro perché per produrre e consumare ogni bene o servizio il singolo e l’intera comunità devono sostenere una rinuncia, in termini di tempo libero o di risorse disponibili (specialmente se si tratta di risorse naturali). Nello stesso tempo ogni attività produttiva e di consumo, se ponderata, equa, solidale, cooperativa e sostenibile, può avere un valore esistenziale positivo, che può far considerare come un fatto positivo anche gli aumenti dei volumi economico monetari derivati, se porta a un miglioramento nelle condizioni comuni di vita (e nella cura della stessa biosfera), senza implicare aumenti insostenibili nel consumo di risorse.

19. Le strumentazioni monetarie non sono strumentazioni neutre dal momento che “incarnano”, nella loro struttura simbolica, le logiche e i vincoli delle pratiche economico produttive esistenti, che i movimenti di denaro devono rappresentare e regolare nello stesso tempo . Per questo uno degli strumenti principali nella formazione di una ricchezza sociale più equa, solidale, cooperativa e sostenibile, può essere individuato nella costituzione comunitaria di strumentazioni monetarie alternative, diverse da quelle configurate capitalisticamente. Ma per conseguire questo obiettivo si devono travalicare gli ambiti ristretti in cui le riflessioni sulle “monete complementari” sono state generalmente confinate, in funzione genericamente antiaccumulativa e con l’intenzione principale di rilanciare gli scambi e le attività produttive e di consumo sul piano locale. Si deve guardare invece in primo luogo alle nuove esigenze e possibilità di rifondare i presupposti della determinazione del valore dei beni comuni e delle attività di servizio, private e pubbliche: per ridare valore alle attività e ai principi di cura, al di là di ogni forma di economizzazione basata sulla intensificazione dei tempi produttivi e di consumo; per consolidare una ritrovata centralità del lavoro “vivo”, creativo, cooperativo e condiviso; per ridefinire i principi correnti di equità e stabilità nelle retribuzioni di ogni tipo di attività, secondo gli alti ed omogenei livelli di scolarizzazione diffusa ormai raggiunti. E si deve infine ricercare una maggior stabilità e una sostenibilità (o riproducibilità) della ricchezza sociale, in quanto fondata sui patrimoni ambientali disponibili ad una comunità, e riproducibili entro certe misure, mai comunque in maniera illimitata (e senza alcun criterio di utilità e di costo). 

20. I movimenti di base non potranno sostenere lo sviluppo di pratiche economiche alter-native solide, ampiamente condivise, se non sapranno inserirsi in ampi processi di ricostituzione politica di una progettualità comune, nei diversi ambiti territoriali rispetto a cui ogni individuo deve rapportarsi oggi, andando dalle dimensioni locali a quelle macroregionali e globali. E tutto questo non si potrà dare in misura soddisfacente se non si troveranno nuove soluzioni al problema della ricostruzione dei principi, dei mezzi istituzionali e delle pratiche concrete di democrazia, conciliando le esigenze di praticità ed efficienza nella formazione delle decisioni collettive con le esigenze di crescita dell’autonomia, dell’autodeterminazione e delle capacità di cooperazione degli individui comuni. E’ probabile che non si potrà dare un soddisfacente livello di partecipazione democratica negli ambiti politici se non verranno crescendo le possibilità di gestione democratica nei luoghi produttivi, attivabili più facilmente proprio a partire dalle dimensioni economiche alternative. E si può ipotizzare ragionevolmente che la maturazione di maggiori aspettative alla gestione democratica dei beni comuni e dei servizi di pubblica utilità finisca per stimolare l’apertura di rivendicazioni democratiche anche in tutti gli altri ambiti della produzione sociale. Le politiche di sinistra e i movimenti contro la crescita capitalistica possono trovare in questi processi trasversali le condizioni di una nuova alleanza, se sapranno fare i conti non solo con le difficoltà economiche che interessano le società attuali (le condizioni della decrescita capitalistica reale), ma anche con le opportunità che esse lasciano trasparire ormai da tempo e che potremmo definire come i presupposti strutturali per un movimento di decrescita ideale dell’economia capitalistica. 


21. L’aumento delle attività di servizio individuali, con capacità produttive non adeguatamente standardizzabili e intensificabili, induce sicuramente un ridimensionamento delle possibilità di crescita economica e del livello relativo dei consumi di beni e servizi. Anche sul piano economico, dove attualmente sembrano esservi gli ostacoli maggiori alla riapertura di ogni discorso emancipativo, stanno emergendo però delle nuove condizioni di funzionamento che vanno attentamente riconsiderate. Ciò che appare come un ostacolo (non un limite insuperabile!) nella crescita incessante di un’economia capitalistica può avere dei risvolti positivi ai fini dello sviluppo di un’economia alternativa, tendente alla stabilità e alla riproducibilità (e prima ancora al recupero) dei patrimoni ambientali locali in quanto: 

a) con la riduzione dell’importanza della produzione di merci dominata dalle economie di scala, e con l’ampliamento dell’economia dei servizi pubblici, vengono riducendosi gli squilibri nei rapporti tra “domanda” e “offerta” e anche l’ampiezza delle crisi economiche da “sovrapproduzione”; le forme principali di crisi che si verificano invece, in relazione all’aumento delle attività di servizio, so-no le crisi di liquidità e da fuga di investimenti (per le scarse attrattive del capitale ad investire in settori a produttività “stazionaria”, e la ricerca di sbocchi esterni per la riduzione delle possibilità di crescita economica complessiva registrate sui fronti interni);

b) le nuove difficoltà di trovare buone condizioni di valorizzazione capitalistica in molte attività di servizio di interesse generale, individuale e collettivo, vengono sommandosi alle vecchie difficoltà incontrate nel mercatizzare una parte rilevante dei costi di cura e gestione oculata dei beni comuni, e possono rafforzare le tendenze già in atto allo sviluppo di un’economia dei beni comuni e dei servizi di pubblica utilità a regime non capitalistico;

c) l’espansione dei settori dei servizi legati alle attività di cura, delle persone, delle relazioni socio culturali e dei patrimoni ambientali, riduce infine (almeno in termini relativi se non assoluti) il peso dei movimenti di esportazione/importazione di merci nella formazione della ricchezza sociale, legandola maggiormente ad un territorio specifico ed alla programmazione comune sull’impiego più utile ed equilibrato delle risorse disponibili, visto che i servizi alla persona e alla cura ambientale di un territorio possono essere “prodotti” e “fruiti” solamente in loco. 


22. Anche per quanto riguarda gli sviluppi delle strumentazioni economico monetarie possono essere individuati elementi nuovi, che si prestano ad esiti sicuramente molto più progressivi di quelli attualmente prevalenti: 

d) la globalizzazione liberistica, con l’apertura di macro-aree di scambio tendenti verso l’integrazione dei sistemi monetari nazionali (vedi Euro), può rafforzare le contro-tendenze a costruire sistemi monetari complementari o alternativi, concepiti sino ad ora per dare maggior autonomia e vigore alle attività produttive e alle economie locali, ma che possono anche essere funzionali a sviluppare una maggiore autonomia d’azione per le economie pubbliche locali, mettendole in grado di attivare proprie forme autonome di economizzazione dei servizi, delle attività e dei patrimoni ambientali disponibili nei diversi territori; 

e) la diminuzione delle possibilità di crescita sulla base della intensificazione della produttività, implicata dall’aumento delle attività di servizio individuali, mette in discussione anche la funzione svolta dal denaro nella misurazione delle differenze di produttività ottenute tra gli agenti, su scala temporale e spaziale, e può rendere opportuno lo sviluppo di strumentazioni monetarie volte ad eliminare i costi da interesse economico e ottenere maggior stabilità ed equilibrio sul piano complessivo; 

f) l’aumento delle attività di servizio individuali, pubbliche e private, richiedendo per “unità” produttiva meno capitali di quanti ne richiedeva il capitalismo industriale, può diminuire infine il peso delle intermediazione finanziarie globali nei processi di attivazione delle risorse (monetarie) necessarie per l’economia pubblica di un paese, e aumentare il ruolo degli organismi politici comunitari nella “costituzione politica” delle risorse (economico - monetarie e materiali, specialmente attività e patrimoni ambientali) reperibili su base territoriale, se vi saranno, ancora una volta, le volontà e le forze politiche necessarie per sostenerli. 

23. Le politiche della sinistra non potranno trarre giovamento dalle nuove condizioni strutturali verificatesi all’interno delle SCA se non sapranno fare i conti con i limiti principali che hanno indebolito la loro azione negli ultimi decenni, riducendole a forze minoritarie e marginali. Dopo il fallimento delle politiche comuniste i partiti delle sinistre radicali si sono visti costretti alla difesa del welfare state come ultimo baluardo per la salvaguardia degli interessi delle classi lavoratrici e del proletariato. In questo modo si è potuto salvare lo stesso ruolo di rappresentanza che il partito ha sempre svolto, sulla base di una delega costruita secondo i principi della divisione gerarchica del lavoro sociale, seguendo le logiche produttive (di potere / dominio) imposte dal capitalismo. Le politiche della sinistra, radicale e non, hanno continuato a svolgere la funzione di tutela paternalistica, dall’alto, degli interessi degli individui atomizzati, ora cittadini - utenti, contro le derive neo liberiste, neo populiste, neo etniche e razziste. Ma non si è saputo ancora fare adeguatamente i conti con le ragioni dei fallimenti del welfare pubblico, né con i fallimenti del mercato nella gestione dei beni comuni. E si è continuato ad affidarsi a una concezione sostanzialmente astratta, schematica o teoricistica, di comunità: una comunità politica ideale, astratta dal senso di appartenenza ad un territorio concreto e rispetto alle pratiche economiche e produttive ora prevalenti nel quotidiano; astratta anche dalla continuità con elementi culturali tradizionali, e troppo lontana dai sentimenti, dalle credenze ed aspettative diffuse; inadatta infine alla attivazione di momenti di progettualità comune, sufficientemente partecipati e per questo sufficientemente condivisi. 

24. Un altro grave limite rilevabile nelle politiche di sinistra consiste nell’abbandono dell’idea originaria della democrazia di base. La carente “democratizzazione” delle strutture e delle pratiche politiche ha implicato il rafforzamento delle tendenze alla chiusura autoreferenziale dei partiti di sinistra, coinvolti nella competizione generalizzata per l’appropriazione differenziale di potere, che imperversa nelle sfere della politica come in ogni altro ambito sociale: un ulteriore motivo di separazione dal vivere e dal sentire della gente comune che impedisce alle sinistre la riassunzione di qualsiasi grande progetto di trasformazione sociale di tipo emancipativo. Le esperienze dei movimenti di base volti alla messa in discussione della crescita economica capitalistica possono essere d’aiuto per acquisire quel senso di condivisione partecipata di una visione alternativa del mondo, legata a un diverso modo di produrre, di consumare e di relazionarsi agli altri e al proprio ambiente di vita. Ma per poter interagire efficacemente con le dimensioni politiche istituzionali, contribuendo alla loro trasformazione, si devono superare alcuni aspetti discutibili che hanno interessato i diversi movimenti di critica alla crescita economica e che tendono ad essere riprodotti nelle molteplici componenti dello stesso movimento più recente per la decrescita. 

25. Per meglio contribuire ad una ricostituzione emancipativa delle molteplici dimensioni della progettualità comune le componenti solidaristiche e conviviali del movimento per la de-crescita dovrebbero mettere in discussione le loro propensioni anti istituzionali e antisistemiche, miranti a limitare l’emancipazione degli individui nell’ambito delle piccole dimensioni. E si dovrebbe tener maggiormente presente come i problemi di istituzionalizzazione autoritaria delle relazioni e di concentrazione delle differenze di potere interessano comunque anche l’esistenza dei piccoli gruppi e le dimensioni interpersonali. Per sviluppare un approccio più aperto e complessivo le componenti solidaristiche e conviviali devono certamente collegarsi alle componenti ecologiche ambientalistiche, che si trovano ad elabora-re approcci sistemici e maggior interazione con le dimensioni politiche istituzionali. Ma le componenti ambientalistiche potranno apportare contributi significativi ai fini di una trasformazione sociale emancipativa solo se sapranno mettere in discussione gli approcci quantitativi e fisicalistici al degrado ambientale, ben presenti al loro interno, riconoscendo che nessun mondo pulito o disinquinato può essere desiderabile (e attuabile) se continue-ranno a sussistere gli attuali fenomeni di disagio, di alienazione e di dissociazione socio culturale di massa. 

26. Alla base del rifiuto di ogni forma di economizzazione c’è spesso il rifiuto generico degli atteggiamenti strumentali e utilitaristici in quanto tali, vale a dire in quanto mezzi di assoggettamento della realtà a “calcoli di potere”. In questa accezione, atteggiamenti anti-utilitaristici e anti-strumentalistici generici orientano anche componenti non marginali del movimento per la decrescita. Il problema maggiore sta nel fatto che lo sviluppo di un qualche atteggiamento utilitario e tecnico strumentale, come mezzo di potere sulla realtà, risulta inevitabile per ogni tipo di esperienza umana, anche se si vuole attivare semplice cura delle cose e attenzione stabile per il mondo della vita. Più in particolare il problema sta nel fatto che ogni denuncia troppo generica dell’utilitarismo e dello strumentalismo capitalistici finisce per rendere gli stessi orientamenti di tipo capitalistico sostanzialmente insuperabili, eterni, del tutto complementari rispetto agli atteggiamenti che si vorrebbero disinteressati, non calcolati, non orientati da alcun criterio di potere. Per questo una prospettiva di decrescita (dell’economia capitalistica) potrà essere praticata adeguatamente, come movimento di trasformazione sociale emancipativa, solo se si sapranno individuare e mettere in discussione le caratteristiche specifiche, peculiari, che determinano il tipo di utilitarismo e le configurazioni tecnico strumentali sviluppate all’interno degli atteggiamenti orientati capitalisticamente. 

27. La caratteristica specifica, essenziale, degli orientamenti di tipo capitalistico può esse-re individuata nel loro esser volti a massimizzare il potere di disposizione sulla realtà in maniera unilaterale, autoreferenziale e incessante, non all’interno di una visione complessi-va dei vincoli e dei limiti delle azioni umane, ma seguendo i principi di una riproduzione interminabile delle differenze di potere/dominio esistenti, nel tempo e nello spazio, tra i diversi agenti economici e sociali. Questi si trovano a competere per l’aumento o la concentrazione del proprio livello di potere/dominio sulla realtà all’interno delle sfere economiche ma anche politiche, così come nei movimenti di opinione o culturali, inclusi quelli per la decrescita. Per questo gli esiti più probabili cui sembrano andare incontro le SCA prefigurano il diffondersi di uno stato di servitù o di servaggio diffuso, che può colpire specialmente gli individui impegnati nelle attività di servizio personali, a bassa tutela previdenziale e basso salario. Tutto ciò si ripercuoterà però inevitabilmente nella riproduzione del degrado de-gli ambienti sociali e interpersonali, oltre che del rapporto tra uomo e natura, se non verranno messi in discussione le dinamiche di formazione di dominio sociale e i rapporti di forza oggi cosi favorevoli alle elite che si trovano a beneficiare delle quote più rilevanti delle risorse (di potere), ottenute attraverso lo sfruttamento orientato “capitalisticamente”, cioè in maniera uni-laterale, autoreferenziale e incessante, di ogni tipo di risorsa reperibile. 

28. Dato il carattere diffusivo e penetrante degli orientamenti al potere di tipo capitalistico, non sembra opportuno parlare di complementarietà tra economie capitalistiche ed economie alternative. Lo sviluppo di dimensioni pratico produttive realmente solidali, cooperati-ve, eque, equilibrate e dunque “ambientalmente” sostenibili nel lungo periodo, dovrebbe implicare come è stato già indicato una decrescita reale dell’economia capitalistica, la quale dovrebbe presentarsi, bisogna ribadirlo, come una decrescita delle concentrazioni di potere / dominio sociale e delle logiche di sfruttamento, sull’uomo e sulla natura, che le sostengono. Tutto si presenterà come un processo inevitabilmente lungo ed incerto, che può essere però sostenuto da subito, e in ogni spazio organizzativo. Per questo il tema della democrazia de-ve assumere tanta importanza all’interno di un movimento emancipativo per la decrescita degli orientamenti capitalistici: perché pratiche di democratizzazione della prassi sociale, correttamente intese e sviluppate, possono far maturare atteggiamenti più responsabili ed equilibrati, non rivolti a rafforzare i livelli di potere / dominio sugli altri (e dunque su ogni altra forma di vita) ma a curare meglio i delicati rapporti relazionali e ambientali che ogni azione umana, economicamente orientata o meno, finisce comunque per modificare. 

29. In sintesi si può dire che i partiti di sinistra e i movimenti per la decrescita capitalistica si trovano ancora oggi, come agli inizi degli anni 70, di fronte ad almeno quattro grandi questioni cruciali, che rappresentano altrettante varianti del problema della riconfigurazione dei rapporti di potere/dominio esistenti nei diversi ambiti delle formazioni sociali capitalisti-che: 

a) l’esigenza di una riflessione approfondita sulle caratteristiche che può assumere una nuova economia, autonoma e stabile, dei beni comuni e dei servizi di pubblica utilità, e più in particolare sui modi di attivare e valorizzare le risorse necessarie al suo funzionamento; da qui si deve partire per ripensare i fallimenti delle politiche assistenziali e per ridefinire i rapporti tra sviluppo delle attività individuali e ricostituzione delle strutture statuali (queste sono in crisi nella forma dello stato nazionale ma, apportati dei cambiamenti significativi, risulteranno ancora indispensabili per sviluppare poteri propositivi, oltre che coattivi, comuni, collettivi, adatti a contrastare le tendenze particolaristiche emergenti in tutti i contesti societari); 

b) la costruzione di adeguate strumentazioni monetarie alternative, che mettano in grado di ristabilire un giusto valore delle attività lavorative, di affrontare meglio i problemi dell’aumento dei costi di vita e della svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale, di far capo ad altri sistemi di previdenza sociale ed assicurativa, più equi e solidi, di favorire la stabilità e l’equilibro ambientale dei sistemi economico sociali, oltre che la loro sostenibilità nel tempo (la ricostruzione comunitaria, pubblica, di strumentazioni monetarie ed economiche alternative a quelle capitalistiche può avere inoltre la funzione di ridare alla progettualità comune, politica, quell’autonomia, quel potere e quella concretezza che la finanziarizzazione globale ha ormai reso quasi inconsistenti);

c) l’individuazione dei principi e dei mezzi più appropriati per rilanciare le prospettive di ridemocratizzazione delle prassi sociali, per una maggior diffusione del potere sociale sul piano della formazione di decisioni e progettualità comuni, senza rinunciare ai requisiti di efficacia, univocità e coerenza delle attività decisionali, ma avendo come obiettivo fondamentale, irrinunciabile, lo sviluppo della autonomia, della dignità e della responsabilità di tutti gli individui (e proprio per questo ampi processi di democratizzazione partecipativa dovrebbero investire anche gli ambiti economici e produttivi, i processi educativi e di informazione, le organizzazioni della ricerca e del sapere di interesse comune); 

d) infine ciascuno dei tre punti precedenti rinvia in qualche modo al problema centrale, generale, dei modi in cui si possono riconfigurare migliori relazioni di comunità e migliori rapporti tra le dimensioni individuali e le dimensioni collettive, sulla base di un ripensamento e di una riconfigurazione emancipativa delle pratiche istituenti, di costruzione delle dimensioni simbolico istituzionali comuni, che risultano ovunque ancora sostanzialmente autoritarie ed eteronome, oltre che scarsamente radicate nelle molteplici dimensioni di senso del mondo della vita: nonostante tutte le esaltazioni della libertà e delle creatività individuali, dei sentimenti e delle pulsioni vitali, che vengono quotidianamente celebrate negli spazi onnipervasivi della propaganda massificata, commerciale e politica. 

Bisogna tener presente che le pratiche istituenti (in quanto rinviano a costellazioni di significato riconosciute collettivamente valide, dotate di funzioni di orientamento pratico relativamente stabili nel tempo) non possono essere mai disgiunte dai contesti pratico produttivi ed organizzativi esistenti, o concepiti per la loro trasformazione. Non possono cioè essere ridotte ad una serie di puri atti mentali, psichici, le cui eventuali anomalie possano essere curate, proprio per il loro presunto carattere mentale, attraverso cicli intensivi di “ formazione culturale “ o di “terapia analitica”, accessibili per altro solo a pochi privilegia-ti. Le pratiche “analitiche”, lo “studio”, l’attività di “formazione” e la stessa la propaganda ideologica, possono avere un ruolo importante per la messa in discussione delle dimensioni simbolico istituzionali già costituite. Ma solo una riorganizzazione adeguata delle pratiche educative e di ricerca, dei sistemi di relazione politica, e delle strutture produttive in cui gli individui trascorrono la maggior parte del loro tempo di vita, può consentire la maturazione collettiva di orientamenti volti a costruire dimensioni simbolico istituzionali più equilibrate, armoniche, più in sintonia con la natura, in grado di far capo ad un sentire comune più condi-visibile. 

30. Tutte le questioni appena indicate rinviano a prese di posizione valutative, di natura etica ed anche “filosofica”, che possono andare oltre ai condizionamenti posti dagli specifici ordinamenti societari costituiti in una data fase storica. Ma esse sono affrontabili in maniera adeguata, non astratta o teoricistica, solo riconducendole ai contesti sociali concreti, o meglio ai problemi principali con cui ci troviamo quotidianamente a dover fare i conti, e che sono già emersi ripetutamente nelle tesi precedenti. E’ opportuno richiamarli, per ritornare al punto da cui si era partiti, parlando di complessità della crisi che investe le SCA. Anche i principali problemi che determinano oggi una condizione di crisi grave, seppur larvata o endemica, del-le SCA e delle loro ideologie economiciste, si possono raggruppare in quattro nodi tematici, secondo una sequenza che non coincide necessariamente con la loro rilevanza strategica: 

a) l’inquinamento della biosfera e il problema della desertificazione della terra, dell’inaridimento dei suoli e della cementificazione del territorio; problemi derivati o amplificati dalla crescita incontrollata delle attività produttive e di consumo umane, e che per questo rendono necessario un ridimensionamento e una riconversione progressiva della produzione di beni di consumo in attività di produzione e fruizione di beni ambientali, meglio legati alla salute e all’equilibrio della persona, alla cura delle relazioni umane e del mondo della vita, allo sviluppo di dimensioni sociali e culturali più gratificanti, responsabili e partecipate, anche per fronteggiare il secondo grande ordine di problemi che si pone all’interno di tutte le SCA:

b) il degrado diffuso degli ambienti socio culturali e delle dimensioni simboliche ed istituzionali, che si manifesta nella veste di una crescente disgregazione dei tessuti relazionali, di una ricomposizione autoritaria delle propensioni comunitarie che rimangono insoddisfatte, di ampie manifestazioni di disagio e di pulsioni violente, autodistruttive, o nella ricerca esasperata di fonti di piacere e di evasione incondizionate, da ottenere ad ogni costo, anche a costo della perdita della propria libertà e dignità o della messa in pericolo delle proprie condizioni di vita;

c) la inadeguata valorizzazione economica ed esistenziale delle attitudini e delle capacità di un esercito di giovani, disoccupati o addetti ad attività di servizio pubbliche e private precarie e poco gratificanti, che risultano spesso dotati di elevati livelli di istruzione ed esprimono diffusi bisogni di non impegnarsi nella lotta per la concentrazione di potere, e di prendersi invece cura dei patrimoni ambientali, naturali e culturali comuni, ma non trovano alcuna corrispondenza soddisfacente con le attività insulse e i lavori alienanti offerti sui mercati orientati capitalisticamente (non solo economici ma anche culturali o della ricerca); 

d) infine il problema che sta forse a cuore al maggior numero di persone all’interno delle SCA: l’inasprimento delle condizioni quotidiane di vita e dei suoi costi, economici ed esistenziali, la crescita esponenziale delle disuguaglianze, ma anche l’arresto della riduzione dell’orario di lavoro e la sovraoccupazione dei tempi di vita, per impegni economici che danno sempre meno vantaggi sul pia-no della qualità di vita; e poi vanno ricordati i crescenti fenomeni di distruzione inflazionistica delle risorse accumulate in forma monetaria, dei risparmi investiti nelle borse e nei fondi pensione, a cui basta aggiungere la precarizzazione delle condizioni di lavoro e la negazione privatistica dei diritti ad una casa, una sanità e un’istruzione di qualità decente, per tutti. 

Nessun approccio politico, che sia di partito o movimento, potrà sottrarsi dal fare i conti con ciascuno dei quattro grandi gruppi di problemi indicati. Diverse ragioni possono far concentrare l’attenzione su qualche aspetto specifico, ma in alcun modo il prospettare una soluzione per un ordine di problemi può rendere più difficile una soluzione soddisfacente degli altri. La condizione indispensabile è che non si venga a cedere ad aspettative e richieste contraddittorie, non coerenti, come l’avere redditi più elevati garantiti per tutti e maggiori livelli di consumo per ognuno, indipendentemente dalle possibilità produttive di un dato sistema economico e del suo territorio, e nello stesso tempo sperare in una riduzione degli impatti ambientali e dei tempi comuni di lavoro. La difficoltà maggiore sta proprio nell’aprire prospettive all’interno delle quali le molteplici esigenze delle dimensioni produttive, “artificiali”, e delle dimensioni “naturali”, del mondo della vita, non vengano a divaricarsi, confliggendo in maniera stridente, come avviene all’interno delle società capitalistiche: proprio perché si ritiene che la crescita economica in quanto tale, o in quanto crescita di un generico potere di disposizione monetario sulla realtà, possa alla fine portare alla soddisfazione di qualunque bisogno e alla soluzione di qualsiasi problema, e ogni orientamento possa competere e divergere rispetto agli altri perché appunto alla fine tutto può tornare utile ai fini dell’incremento del potere di disposizione generico, universale, sulle cose.



Per non concludere.


Forse è opportuno ribadire che non si tratta di uscire dalle dimensioni del potere, del fare e dello sviluppo produttivo e neppure della lotta politica. Si tratta più “semplicemente” di riconfigurare le dinamiche del potere, della lotta, o del fare e dello sviluppo produttivo, economico, politico e culturale, in maniera da renderle più corrispondenti alla complessità dei bisogni e dei vincoli dell’esistenza comune, legandole maggiormente al sentire estetico, ai sentimenti che portano a sviluppare forme di cura amorevole della realtà, ma anche al senso di responsabilità che il vivere la storia come lungo, difficile e mai compiuto, progetto di umanizzazione del mondo deve inevitabilmente implicare. Lo aveva già indicato, a suo tempo, Herbert Marcuse, uno dei primi critici della crescita economica capitalistica a porsi il problema della permanenza dell’intreccio, indissolubile, e del conflitto, inevitabile, tra dimensioni dell’eros, strumentazioni tecniche e dinamiche di dominio che vengono sedimentandosi nelle diverse fasi storiche. Forse bisogna solo rendersi maggiormente conto che l’eros assume spesso al suo servizio la forma e i mezzi del dominio sugli altri. E lo fa specialmente quando alimenta infatuazioni passionali unilaterali, prive di misura o incondizionate, e che solo una rivalutazione del più umile e prezioso “voler bene”, come affermazione di un bisogno di attenzione e di cura universale, non esclusivo, e come ricerca del bello ma anche del giusto, può consentirci una buona ripresa di quel percorso lungo e accidentato di trasformazione emancipativa delle nostre condizioni di esistenza. E’ una ripresa che non si può più rinviare, e che dobbiamo attivare su una scala più ampia possibile, proprio per la crescita preoccupante dei livelli di degrado ambientale derivati dalle spinte diffuse all’accrescimento del dominio, personale e sociale, e per i potenziali produttivi e distruttivi enormi raggiunti dai mezzi tecnici che ci troviamo a disposizione.

Terminare delle tesi su “Politica e decrescita” con alcuni riferimenti alle possibili forme d’amore come eros, passioni amorose o semplice voler bene, coltivabili all’interno di una strategia di trasformazione sociale, può forse apparire poco pertinente. Non lo è se si pensa come diverse forme d’amore abbiano alimentato e alimentino inevitabilmente ogni prospettiva di trasformazione emancipatrice: passioni incondizionate per degli ideali, spesso unilaterali, amore per gli altri, per la vita, per se stessi o per le proprie idee, aspirazioni alla giustizia, al bene comune, al benessere o a procurare vantaggi per sé o per la propria organizzazione, hanno alimentato e spesso mascherato bisogni di cura o pulsioni di dominio, sostenendo tensioni al cambiamento ma provocando anche odi, lacerazioni e fratture insanabili. Per questo si può pensare che proprio una analisi delle diverse forme di “amore”, dei sentimenti e delle esigenze di cura di se stessi e degli altri, così come delle pulsioni di lotta e delle brame di potere, coltivabili nelle dimensioni sociali e nelle nostre pratiche di vita quotidiane, possa costituire il primo passo per la ricostituzione di una prospettiva di trasformazione emancipativa più auspicabile perché più condivisibile. 
Non sarà mai troppo ripeterci che si tratterà inevitabilmente di un processo incerto e accidentato, destinato a rimanere incompiuto o aperto: non perché le nostre pratiche, sempre troppo limitate e contingenti, siano destinate a risultare inadeguate rispetto alla presunta perfezione delle nostre idee o dei nostri ideali, ma per la limitatezza, l’imperfezione o il carattere inevitabilmente relativo e inadeguato delle nostre stesse idee. Forse nonostante tutto non possiamo non continuare a rappresentarci le nostre propensioni emancipative collegandole a de-gli ideali più o meno assoluti. Ma non dovremmo mai prescindere da una valutazione attenta delle loro utilità, e dei costi sostenibili per il loro perseguimento, valutabili a loro volta sempre e solo in termini relativi, riconducendoci a quella varietà complessa che sono i bisogni e le pulsioni fondamentali della nostra esistenza, e del mondo della vita. Da questo non potremmo mai prescindere, o astrarre, se non a costo della perdita del nostro equilibrio interiore e della caduta in una solitudine desolante. 

Maurizio Ruzzene, Venezia, luglio - agosto 2007


NOTE

* Il numero di queste tesi è abbastanza fortuito e non implica alcuna assonanza significativa con le Trenta tesi per la sinistra , Donzelli 1997, scritte da Allain Caillé alla fine degli anni 90 . Da quel testo possono essere però riprese le considerazioni iniziali: “L’inconveniente di presentare delle idee sotto forma di tesi è che sembra che si voglia conferire loro una sorta di solennità pretenziosa. Il vantaggio (…) è che così si avanza nel modo meno mascherato possibile e si rende la critica e la discussione più agevoli per coloro che desiderano lanciarvisi.” p 3.


1 Con il termine “movimenti per la decrescita” vengono indicati qui tutti i movimenti che hanno prospettato, in un modo o nell’altro, una riduzione del peso e del ruolo della crescita economica e della produzione e consumo materiali, già a partire dalla fine degli anni 60. Alcune delle opzioni costitutive di tali movimenti sono confluite all’interno del movimento per la decrescita attuale e anche per questo il confronto puntuale con quelle esperienze può fornire utili motivi di riflessione: per evitare di riprodurre errori o incongruenze passate. 
Una ricostruzione più precisa dei contenuti dell’attuale idea di decrescita si può trovare in Obiettivo decrescita, Emi 2004, a cura di Mauro Bonaiuti, che rileva come il termine “decroissance” sia stato coniato da Jacques Gri-nevald, un allievo di Georgescu Roegen, in una raccolta di testi del maestro intitolata, profeticamente, Demain la decroissance, Favre (Lusanne) 1979. Ma è indubbiamente Serge Latouche a lanciare qualche anno fa l’idea di decrescita come provocazione pratico politica che riscuote subito un successo insperato, indicando come la con-sapevolezza dei limiti dello sviluppo economico produttivo capitalistico sia ormai entrato nell’immaginario di larghi strati di persone, nel mondo intero (vedi il suo: Altri mondi, altre menti, altrimenti. Oikonomia vernacola-re e società conviviale, Rubettino 2004).
Sulla problematicità dei rapporti tra politiche di sinistra e messa in discussione della crescita economica si veda Paolo Cacciari, Pensare la decrescita. Sostenibilità ed equità, Intramoenia, 2006, e la Prefazione allo stesso testo di Pierluigi Sullo. Riguardo al carattere generalizzato delle nuove forme di crisi che stanno interessando le socie-tà capitalistiche avanzate: Jean Paul Fitoussi, Il dibattito proibito, Il Mulino 1997; David Harvey, La crisi della modernità, Il Saggiatore 1993; Adolfo Battaglia, Tra crisi e Trasformazione, Editori Riuniti 2000. Una contesta-zione non molto convincente dell’idea di “crisi generalizzata” si può trovare invece in Oliver Bennet, Pessimi-smo culturale, Il Mulino 2001.

2 La gravità della situazione attuale e l’urgenza delle risposte necessarie non implicano però che ci dobbiamo limitare alla ricerca di soluzioni immediate. Solo l’adozione di prospettive di lungo periodo e la capacità di con-cepire processi di trasformazione ampi, i cui effetti si possono sedimentare e rafforzare nel tempo, possono aiu-tarci a sviluppare quegli approcci complessi ai problemi ambientali che la complessità del mondo attuale rende necessari. Ma questo richiede il saper fare prima di tutto i conti con l’incoerenza delle aspettative alimentate da un cultura intrinsecamente contraddittoria o dissociata come appare quella dominante all’interno delle SCA. Sul-la struttura contraddittoria delle identità sociali del mondo attuale si può vedere: Christopher Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani 1992, un testo pubblicato negli Usa alla fine degli anni 70 ma che risulta ancora mol-to interessante; Zygmunt Baumann, Modernità liquida, Laterza 2002; Miguel Benassayag, L’epoca delle pas-sioni tristi, Feltrlinelli, 2003. Si deve rilevare però che il problema della dissociazione diffusa delle identità, in-dividuali e collettive, non è ancora stato colto in tutta la sua gravità o nel suo carattere specifico, per molti a-spetti patologico, proprio delle culture sviluppate nei contesti capitalistici avanzati. 

3 L’impostazione sembra riconducibile agli approcci sviluppati all’interno della tradizione marxista, in realtà non credo che quella tradizione sia più molto utile per prospettare dei percorsi di trasformazione emancipativa plausibili, non solo per il fatto che non si può credere in alcuna sorta di determinismo (tanto meno economici-stico) riguardo agli esiti delle possibili trasformazioni sociali, ma specialmente nel fatto che si può forse mirare a processi di trasformazione sociale progressivi o cumulabili nel tempo, mai comunque irreversibili, ma non più ad un “superamento” salvifico della realtà data attraverso movimenti di rottura “rivoluzionaria” di qualsiasi tipo. Le riflessioni e le esperienze pratiche compiute in ambito marxista possono comunque renderci più accorti riguardo a quello che sembra uno dei limiti maggiori dei movimenti antisistemici: la convinzione molto diffusa che si possa dar luogo a processi di costruzioni del nuovo che sembrano sorgere quasi dal nulla. Per un approfondimento critico sugli approcci al cambiamento sociale prevalenti all’interno del marxismo si può vedere E. De Marchi, G. La Grassa. M. Turchetto, Per una teoria della società capitalistica. La critica dell’economia politica da Marx al Marxismo, La Nuova Italia Scientifica, 1994. 

4 Ma i primi, più importanti e discutibili, rinvii ad una prospettiva di decrescita conviviale si possono trovare già nel testo di Ivan Ilich La convivialità del 1973. Riguardo alle ultime posizioni più articolate di Serge Latouche sulle implicazioni pratico politiche dell’idea di decrescita si può vedere: La sfida della decrescita, Feltrinelli, 2007.

5 Per una ricostruzione essenziale dei caratteri delle nuove economie civili e solidali: Jean Louis Laville, L’economia solidale, Bollati Boringhieri 1998; Stefano Zamagni, Non profit come economia civile, Il mulino 1998. Per una valutazione meno apologetica e molto più problematica si veda invece Claus Offe e Rolf G. Heinz (1990), Economie senza Mercato, Editori Riuniti 1997.

6 Ai tre tipi di coppie (o divaricazioni) dualistiche indicate sopra se ne dovrebbe aggiungere almeno altre due. Una relativa alla scissione tra prospettive orientate nell’immediato e prospettive orientate nel lungo periodo. L’altra relativa alla divaricazione tra mezzi e fini della trasformazione. Questi due tipi di opposizione dicotomica sono strettamente connessi e hanno fatto valere tutto il loro peso all’interno dei movimenti socialisti, riformisti e rivoluzionari, portando ad uno scontro anche molto aspro tra movimenti che esaltavano apertamente la separazione (come i partiti lenisti) e movimenti che la condannavano con il massimo vigore (come il socialismo autogestionario e i movimenti consigliaristi). Di questi due tipi di scissione i movimenti critici, inclusi quelli della decrescita, si sono occupati però molto negli ultimi decenni, tanto da fare della critica al rinvio dei processi di trasformazione emancipativa in un futuro troppo lontano, e alla separazione tra mezzi e fini, uno degli obiettivi principali della loro azione critica. E’ riguardo alle altre tre forme di divaricazione indicate sopra che rimane in-vece ancora molto da riflettere, e da fare, dato che il loro effetto continua a provocare pesanti esiti negativi all’interno delle politiche di sinistra così come dei movimenti di base per la messa in discussione delle logiche della crescita economica capitalistica. Per approfondimenti su aspetti analoghi si può vedere Mimmo Porcaro, Stazioni di partenza, Edizioni del CRIC, 1989. 

7 Si può dire , in sintesi, che le esigenze della valorizzazione dei capitali esistenti spingono verso una crescita continua delle masse monetarie (accumulate), la quale richiede a sua volta una crescita incessante della produzione complessiva e dunque della produttività annua di beni e servizi (reali, socialmente “utili”, di cui ci sia un bisogno continuativo). Lo sviluppo dei bisogni individuali di cura personale (educazione, formazione, assistenza medica, svago ecc.), o le esigenze di allestire o ripristinare un buon funzionamento di tutto il sistema economico sociale (attraverso attività di manutenzione, mediazione, integrazione sociale, regolamentazione, ecc.), portano però alla crescita di attività di servizio prevalentemente individuali che implicano presenza, legame o coinvolgimento fisico di tipo “intelligente” o “personale”, e non si prestano ad elevate e continuative possibilità di crescita produttiva. Da qui i fenomeni di rallentamento della crescita produttiva complessiva registratisi negli Usa, e nei paesi capitalistici più sviluppati, a partire dagli anni 70 (in quelli meno sviluppati come Italia e Giappone dagli anni 90), tranne alcuni brevi periodi caratterizzati dalla crescita di manodopera immigrata, a bassi salari, dall’introduzione della informatizzazione dei processi produttivi o da innovazioni “istituzionali” come quelle attuate nelle esperienze dei nuovi distretti industriali. Nello stesso tempo la spinta alla crescita delle masse monetarie, conseguente dalla stessa esistenza degli istituti della valorizzazione capitalistica, principalmente rendite, interessi, e profitti speculativi, porta a tutta una serie di processi di svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale accumulata (in forma monetaria) che possono assumere una pluralità di manifestazioni o forme. Per approfondimenti sull’intera questione si potrà vedere Maurizio Ruzzene, La decrescita reale. Rallentamenti produttivi e svalutazione inflazionistica della ricchezza monetaria nelle società del terziario avanzato. (2004), in www.intermarx.com. Conferme della caduta di produttività nel lungo periodo, collegata allo sviluppo dell’economia dei servizi si possono trovare in: Robert Atkinson, The past and future of America’s Economy, Edward Elgar (Cheltenham, UK), 2000; Dale W. Jorgenson, Accounting for growth in the information age, in Philippe Aghion and Steven N. Durlauf, Handobook of Economic Growth, Elsevier B.V., 20005. Per rinvii alla letteratura riguardante il fenomeno della svalutazione inflazionistica del denaro si veda invece la nota 10. 

8 A questi fenomeni non è stata data ancora alcuna rilevanza significativa da parte della scienza economica uffi-ciale che sembra ancora ignorarne del tutto le implicazioni pesantissime, sia sul piano economico che sociale. Essi emergono però negli studi settoriali o nei testi che si occupano del problema del rilancio della produttività nel settore dei servizi ormai da molti anni, vedi Victor R. Fuchs (editor), Production and Productivity in the Service Industries, Columbia University Press, 1969; Orio Giarini (editor), The emerging Service Economy, Pergamon Press (UK) 1987; K. Albrecht e R. Zemee, American Service, Mc Graw Hill 2002 .

9 Cfr. Patrick Honohan e Luc Laeven, Introduction and overview, in Systemic Financial Crises, Cambridge Università Press, 2005, pp. 6-7; Stijin Claessens, Daniela Klingebiel, and Luc Laeven, Crisis Resolution, Policies, and Institutions: Empirical Evidence, pp, 176-177 

10 Il fenomeno complessivo della svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale rimane sostanzialmente taciuto o occultato nelle teorie prevalenti (occultato da determinazioni statistiche sostanzialmente falsate, che non tengono nel dovuto conto il rincaro dovuto a beni scarsi di fondamentale importanza, nel volume di spesa dei redditi bassi, come la spesa per la casa). Per questo, per approfondimenti sull’intera questione, si deve rimandare ancora al già citato: La decrescita reale. Rallentamenti produttivi e svalutazione inflazionistica della ricchezza monetaria nelle società del terziario avanzato. Approfondimenti su singoli aspetti possono essere reperiti invece in: Paul Davidson, Inflation, open economies and resources, Biling & Son (GB) 1991; Jonathan Nitzan and Shimon Bichler, Inflation and accumulation, in Science and Society, vol. 65, autumn 2001; Vladimir Klyuev, Evolution of the relative price of goods and services in a neoclassical model of capital accumulation, in Review of Economic Dynamics, n. 8 2005; J.S. Benk, M. Gillman, M. Keyak, Credit shocks in the financial deregula-tory era: not the usual suspects, in Review of Economic Dynamics, 8, 2005; Allan Auerbach e Heinz Herrmann (ed.), Ageing, Financial Markets and Monetary Policy, Sprinter 2002. 

11 In sostanza la vittima designata, il potere politico statuale nazionale, ha alimentato e rinvigorito a lungo il suo aspirante carnefice, il capitale finanziario globale, ma se questo attenta alla vita del suo benefattore finisce per mettere a repentaglio le proprie condizioni di esistenza, per cui si rendono inevitabili nuovi patti di dipendenza reciproca. Basta vedere, a questo proposito, Ethan B. Kapstein, Governing the Global Economy. International finance and the state, Library of the Congress 1994.

12 Riguardo ad alcune delle carenze principali, rilevabili sul piano economico, si può vedere il già citato Economie senza mercato di C. Offe e C.H. Rolf. Per un approccio più ampio, attento alle implicazioni istituzionali, riguardanti in particolare la situazione negli USA si veda Elsinor Ostrom, Governing the Commons, The evolu-tion of Institutions for Collettive action, Cambridge University Press, 1989.

13 Sull’argomento sono già stati scritti molti volumi e una notevole mole di articoli, anche se manca ancora un lavoro rigoroso di analisi delle condizioni strutturali che potrebbero dare a questo programma generico basi più solide proprio in termini economici, oltre che politici. Per una ricostruzione accurata delle diverse ipotesi di riformulazione delle concezioni e strumentazioni di determinazione della ricchezza economica si veda Mercedes Bresso, Per un’economia ecologica, La Nuova Italia Scientifica, 1993. Dalla fine degli anni 90 la ricerca non sembra aver compiuto dei grandi passi in avanti, anche se i toni sembrano diventati più radicali, come in Patrick Viveret, Ripensare la ricchezza, dalla tirannia del Pil alle nuove forme di economia sociale, Terre di mezzo 2005; Jean Gadrey e Florence Jany-Catrice, No PIL. Contro la dittatura della ricchezza, Castelvecchi 2005.

14 Per una miglior fondazione delle prospettive ideali si può vedere l’importante contributo di Alberto Magnaghi, Il progetto Locale, Bollati Boringhieri, 2000. Riguardo alle esperienze pratiche, molto più ricche di aspetti discutibili, si veda il numero 63 di “Stato e Mercato”, dicembre 2001, dedicato a Patti territoriali: successi e fallimenti; intorno alle esperienze (molto deludenti) dell’approccio capitalistico alla riscoperta del territorio si veda invece il resoconto critico dell’esperienza dei distretti italiani delineato da Alessia Samarra in Lo sviluppo dei di-stretti industriali. Percorsi evolutivi tra localizzazione e globalizzazione, Carocci 2003; Provasi Gianfranco, Le istituzioni dello sviluppo. I distretti industriali tra Storia Sociologia ed Economia, Donzelli 2002. 

15 Penso che non sia più opportuno alimentare una disputa terminologica sulla possibilità di usare il termine “sviluppo sostenibile”, dal momento che la nozione di sviluppo può essere caricata delle valenze più disparate. E’ certo che bisogna opporsi con tutte le forze alla logica della crescita economica e produttiva capitalistica, in quanto crescita economico produttiva unilaterale, autoreferenziale, incessante. Così bisogna opporsi anche a quelle pratiche concrete e ideologiche che hanno cercato di nascondere all’interno della nozione di “sviluppo sostenibile” una pura logica di crescita economica quantitativa. Va tenuto fermo però il fatto che la nozione di “sviluppo” può consentire il riferimento a cambiamenti evolutivi delle forme sociali che possono essere collega-ti ma anche contrapposti alle logiche della crescita quantitativa. Molto semplicemente: non si può mettere in campo e dispiegare alcuna prospettiva di trasformazione sociale emancipativa che sia priva di riferimenti ad una qualche nozione di “sviluppo” delle forme sociali, economico e produttive, desiderabili ed esistenti, purché la nozione del loro “sviluppo” sia orientata in termini di decrescita quantitativa ed istituzionale degli orientamenti capitalistici. Per un prima valutazione delle opzioni pro o contro l’idea di “sviluppo sostenibile” si veda Hermann Daly (1996), Oltre la crescita. L’economia dello sviluppo sostenibile, Edizioni di Comunità, 2001 e Serge Latouche, Abbasso lo sviluppo sostenibile e viva la decrescita conviviale, in: Obiettivo decrescita , cit.

16 La forza di un sistema monetario, specialmente di quello capitalistico che risulta molto articolato e potente, sta proprio nella sua capacità di dar conto di costi ed utilità, convertendoli in continuazione. Infatti il valore che circola (e che viene accumulato) in diverse forme monetarie può essere considerato e vale sia quale compenso già fornito a chi ha sostenuto il carico di una prestazione (ricavandone in cambio un titolo che da potere di disposizione su un numero enorme di altre prestazioni “utili”), sia quale esborso che deve sostenere chi vuole ottenere un bene o un’attività per lui o per altri utile. Alla fine tutto (il movimento del PIL) si presenta come una grande "partita doppia” in cui costi e utilità, debiti e crediti, si annullano a vicenda, per lasciare visibilità solo all’incremento del volume degli scambi (di denaro), che dovrebbero esprimere comunque un aumento del potere complessivo di disposizione su uomini e cose. L’aumento delle masse monetarie dovrebbe esprimere in sostanza un aumento della capacità produttiva complessiva, a meno che non si tratti di un puro aumento inflazionistico del volume monetario, derivato magari dalla stessa esistenza degli istituti della valorizzazione capitalistica, rendite, interessi e profitti di natura speculativa, che vengono applicati a priori, e a prescindere - almeno inizialmente - dalle reali possibilità di crescita produttiva di un sistema, sulla base di determinati rapporti di potere / dominio sociale. 
Il superamento delle rendite, degli interessi e dei profitti (almeno quelli di natura speculativa) può avvenire, con rilevanti vantaggi collettivi, se i rapporti di potere dominio vengono mutando, se gli istituti della valorizzazione capitalistica hanno perso una parte significativa della loro utilità sociale e, alla fine, se ogni tipo di “interesse” e di “profitto” può essere risolto sul piano della motivazione e delle gratificazioni simboliche o di senso, mentre ogni forma di rendita andrebbe comunque sostituita da redditi di lavoro, o di solidarietà (per chi non è più in grado di lavorare). 

17 Nel capitalismo sviluppato, della finanziarizzazione globale e liberistica, la funzione principale del calcolo monetario non sembra più tanto quella di misurare il volume della ricchezza totale reale, interna a un sistema, quanto quella di registrare le differenze tra le performance (in termini di crescita economica) delle varie imprese ancora organizzate attorno a sistemi monetari nazionali o macroregionali (come l’Euro). In questo sta il signifi-cato essenziale dello sganciamento del denaro dalla sua base aurea avvenuto agli inizi degli anni 70. I capitali in crisi sui fronti interni e alla ricerca delle migliori condizioni di valorizzazione su scala globale possono essere così guidati oltre che dalle performance delle singole imprese anche da quelle dei sistemi complessivi, nazionali, registrabili nelle oscillazioni del sistema delle valute. E’ un processo che continua ad essere dominato dal princi-pio dell’intensificazione dello sfruttamento delle risorse (se non dei tempi e delle attività) e che risulta sottoposto ad elevati tassi di svalutazione inflazionistica proprio per le tensioni e gli inevitabili squilibri che si vengono ge-nerando in continuazione nei diversi sistemi e tra gli agenti, in competizione tra loro per ottenere i più elevati tassi di crescita economica, quali che siano le condizioni complessive o le esigenze emerse nei diversi contesti ambientali. Si tratta di aspetti su cui non si è riflettuto ancora sufficientemente all’interno dei movimenti di denuncia della crescita economica capitalistica, anche se esistono già contributi molto interessanti sul variare delle strutture di potere, come quelli di Andrea Fumagalli, Christian Marazzi e Adelino Zanini, in La moneta nell’impero, Ombre corte, 2002. Molto più discutibile e meno fondate sembrano invece le riflessioni delineate da Marazzi in: E il denaro va. Esodo e rivoluzione dei mercati finanziari, Bollati Boringhieri, dove la tendenza prevalente viene individuata in un lungo e significativo processo deflazionistico, trascurando del tutto la caduta considerevole del potere d’acquisto di tutti i redditi da lavoro, eccetto quelli dei ceti dirigenti, in atto ormai da alcuni decenni. Una ricostruzione esaustiva sul mutamento dei regimi monetari nel secolo scorso si può trovare in Andrew Britton, Monetary Regimes of the Twentieth Century, Cambridge University Press, 2001.

18 Sui nuovi approcci alle monete complementari vedi M. Kennedy, La moneta libera da inflazione ed interessi, Arianna editrice 2006, o Bernard Liethaer, The future of Money, Century 2001. Il problema principale della maggior parte di approcci considerati o proposti dai due autori è comunque che nonostante le dichiarazioni contrarie essi non risultano convincenti proprio riguardo al fenomeno della svalutazione inflazionistica della ricchezza accumulata in forma monetaria: o perché prospettano un meccanismo di tassa sulla circolazione e sull’ accumulo del denaro che finisce per far lievitare i costi totali, o perché finiscono per agganciare il corso delle monete complementari a quello delle valute officiali, consegnandole allo stesso destino inflazionistico. Il problema risulta amplificato dove si prospetta un agganciamento a politiche di ridistribuzione della ricchezza basate sul reddito garantito o di cittadinanza, come in Domenico de Simone, Un’altra moneta, Malatempora 2003.

19 Si veda su tale aspetto due approcci abbastanza diversi ma in fondo anche complementari: Jeremy Brecher e Tim Costello (1995), Contro il capitale globale, Interzone 1996; e David Held (1995) , Democrazia e ordine globale. Dallo stato moderno al governo cosmopolitico, Asterios Editore, 1999. Per riferimenti alla dimensione delle pratiche alternative concrete sviluppate per contrastare il processo di globalizzazione: Tonino Perna, Fair trade. La sfida etica al mercato Mondiale, Bollati Boringhieri 1998; Attac.it. Agire Locale Pensare Globale, Asterios, 2001.

20 Queste ultime considerazioni si riferiscono a valori relativi (considerati in termini di rapporto tra le diverse componenti di un ‘economia nazionale) e non in termini di volumi quantitativi assoluti (che registrano una crescita continua del consumo e del flusso di merci di ogni tipo). Va rilevato però anche che un aumento considerevole del traffico delle merci nell’ultimo decennio può essere ricondotto all’ingresso di nuovi paesi nel processo di industrializzazione o di riconversione industriale, come accade in Europa in relazione agli sviluppi dei paesi ex socialisti e nell’area asiatica e al fatto che con l’ingresso delle donne nel mondo produttivo sono aumentati in misura rilevante sia le possibilità produttive che i bisogni di consumo (elettrodomestici e mezzi di trasporto in primo luogo). E va rilevato che questi tipi di crescita, di tipo sostanzialmente, estensivo non dicono nulla ri-guardo al mantenimento di tassi di crescita intensiva elevati per il sistema complessivo negli ultimi decenni.

21 Il ruolo che le grandi concentrazioni di capitali svilupperanno rispetto ai settori delle produzioni di massa tra-dizionali può invece aumentare in relazione all’aumento del peso che questi settori mantengono nelle possibilità di crescita economica del sistema complessivo. L’influenza che gli interessi di questi settori possono continuare ad esercitare nella configurazione dei sistemi normativi, volti a regolamentare la produzione / riproduzione so-ciale nel suo complesso, non è però facilmente prevedibile. Essa deriva dai rapporti di potere dominio esistenti, ma anche dagli esiti dei conflitti che possono verificarsi sul piano ideologico, politico ed economico, nel con-fronto scontro tra forze che fanno capo a ipotesi di organizzazione sociale (e di sfruttamento delle risorse) alternative. 

22 E’ l’idea di comunità “astratta” , delocalizzata, degli individui dotati di generici diritti universali, che era venuta riflettendo un processo di standardizzazione e omogeneizzazione delle relazioni e delle prestazioni parallelo alla diffusione dei modelli della produzione e del consumo di massa (ma anche dell’istruzione e della sanità diffuse). Un’idea che viene messa profondamente in discussione tanto dalla crisi di quei modelli quanto dall’impatto devastante che le grandi migrazioni dei poveri e dei devianti dei paesi sottosviluppati finiscono per sortire, in contesti caratterizzati da alto degrado sociale e accentuati squilibri economici. Sul rapporto tra muta-mento delle identità comunitarie e cambiamento delle strutture economico produttive si veda il contributo di Marco Revelli, Economia e modello sociale nel passaggio tra fordismo e toyotismo, in P. Ingrao e R. Rossanda, Appuntamenti di fine secolo, Il Manifesto libri 1995. Ma anche Zygmunt Baumann, Intervista sull’identità, Editori Laterza, 2003.

23 Altre e più raffinate sono le considerazioni sull’utilitarismo svolte da Alain Caillé nel Manifesto degli antiuli-taristi del M.A.U.S.S , Critica della ragion Utilitaria, Bollati Boringhieri 1991. Fondante resta comunque l’opzione antieconomica generica di fondo e l’assimilazione di componenti utilitaristiche rilevabili nel pensiero antico con quelle sviluppate dalla scienza e dalla tecnologia moderne.

24 Vedi le lucide analisi sviluppate in proposito da André Groz in La metamorfosi del lavoro, Bollati Boringhieri, 1992.

25 Ma è su questa posizione che finiscono per attestarsi anche critici radicali del capitalismo come i citati A. Gorz e J.-L.Laville (vedi La metamorfosi de lavoro, cit. e L’economia solidale, cit.).

26 Questo significa mettere in discussione l’abitudine riduzionistica a confinare il problema della democrazia entro gli schemi liberaldemocratici, e approdare al nodo dei processi costituenti delle dimensioni comuni, si veda a questo proposito la critica della riduzione liberaldemocratica di democrazia effettuata già alla fine degli anni 80 da Pietro Barcellona in, Il ritorno del legame sociale, Bollati Boringhieri, 1990. Per quanto riguarda invece il riferimento alla problematicità della democratizzazione delle diverse dimensioni o scale dell’agire politico socia-le restano ancora molto interessanti i contributi di David Held (1987), Modelli di democrazia, Il mulino, 2004; e di Tony Andreani, Démocratie représentative, démocratie délégative, démocratie directe, apparso nel numero di “Actuel Marx” dedicato a Les paradigmes de la démocratie, 1994. Per una impostazione volta a mettere in luce tutta la problematicità degli sviluppi della partecipazione democratica nelle dimensioni economico produttive si può vedere invece Guido Baglioni, Democrazia impossibile? I modelli collaborativi nell’impresa: il difficile cammino della partecipazione tra democrazia ed efficienza, Il mulino 1995.

27 Fondamentale per l’analisi dei rapporti tra strutture organizzative e pratiche istituenti resta ancora l’approccio elaborato da Gorge Lapassade più di 40 anni fa in L’analisi istituzionale (1966), Isedi 1971. La prospettiva messa a punto da Castoriadis in L’istituzione immaginaria della società (1975), Bollati Boringhieri 1995, sem-bra prestarsi invece di più alla denuncia degli ordinamenti istituzionali costituiti, aprendo spazi interessanti verso le dimensioni del sentire e della costruzione individuale di senso. 

28 Su questo, che può essere considerato come uno dei problemi cruciali delle SCA e forse come uno dei princi-pali fattori del loro cambiamento, regna in genere un silenzio abbastanza sconcertante, rotto da poche eccezioni come il testo curato da Pietro Barcellona, Lavoro. Declino o metamorfosi, Franco Angeli, 2000; sul problema del rapporto tra livelli di istruzione e offerte di lavoro si può vedere in particolare l’articolo di Marco Deriu, Terzo settore: l’antropologia esistenziale delle nuove generazioni tra precariato e innovazione sociale; interessanti riflessioni su una possibile fuoriuscita dalle concezioni tradizionali del lavoro a favore dello sviluppo di un maggior impegno “pubblico” si possono trovare invece in Dominique Méda, Società senza lavoro. Per una nuova filosofia dell’occupazione (1995), Feltrinelli 1997. 

29 Per approfondimenti sulle riflessioni problematiche sviluppate da Herbert Marcuse riguardo al rapporto tra eros, tecnica e dominio o emancipazione sociale, si veda: Eros e civiltà (1955), Einaudi 1964; Saggio sulla liberazione. Dall’uomo a una dimensione all’utopia, Einaudi 1969; La dimensione estetica (1977), Mondadori, 1988. Una discussione divenuta ormai un classico sui due modi principali, tradizionali e quasi antitetici, di ap-procciarsi al rapporto tra passioni e cambiamento sociale si può trovare in Herbert Marcuse e Karl Popper, Rivo-luzione e riforme? (1982), Armando Editore, 2002; posizioni molto più sfumate, e problematiche, vengono deli-neate invece in: Jon Elster, Il cambiamento sociale, in Come si studia la società (1989), Il Mulino 1993; o Jur-gen Habermas, Dopo l’uotpia. Il pensiero critico e il mondo d’oggi, Marsilio editore 1992; o anche in Carlo Donolo, L’intelligenza delle istituzioni, Feltrinelli 1997.


Maurizio Ruzzene, Venezia, luglio-agosto 2007

 

M. Ruzzene 315
9 La decrescita tra i marxisti? - Intervista a Mauro Bonaiuti
Creato: 20 Lug 2009

La festa che da anni si tiene a Piadena nel mese di marzo, corredata come sempre di dibattiti e conferenze interessanti, è divenuta un piccolo evento nel mondo della controcultura. Quest'anno alcuni interventi del programma vertono sui concetti base della decrescita. 


Mauro Bonaiuti, dal programma di questa ormai “storica” festa mi sembra di capire che si inizia a parlare di decrescita anche in ambiti strettamente marxisti e operaisti, dove il concetto di sviluppo e di crescita, nonché di “progresso” industriale, l'hanno fatta da padroni per un secolo e mezzo. È un'impressione errata o davvero qualcosa si muove in questo senso?

“ La mia impressione è che tutti parlano di crescita, crescita, crescita. Tre volte, appunto, come se fosse una Trinità. La destra, la sinistra il centro-destra, il centro-sinistra, tutti parlano di crescita. Questa è la norma. Probabilmente qualcosa si sta muovendo ma per ora solo tra gli intellettuali, come riflessioni di fondo. Questo forse sì.

Ma per il resto il pensiero dominante e l'interpretazione della realtà economica rimane la solita, quella cui ci hanno abituati. Rispetto all'uso della parola “decrescita” forse si può dire che oggi viene usata sempre più anche nel senso di decrescita reale. Ossia abbiamo una prima accezione del termine decrescita che è quella cosiddetta “felice”, per dirla alla Maurizio Pallante, e poi abbiamo una seconda accezione che è quella vissuta, percepita come drammatica, derivata dalla crisi economica

La prima accezione è quella originaria, che contiene i concetti per la rappresentazione della società che vorremmo. Ragionare sulla decrescita reale ci dà invece, dal punto di vista scientifico, uno stimolo non indifferente. È sicuramente affascinante indagare in questo senso per capire dove stiamo andando. È ovvio che non siamo in grado di prevedere quale futuro ci attende.

Varrebbe la pena utilizzare i complessi sistemici per individuare i processi a livello macro che si stanno verificando. Ecologia, economia e società sono strettamente interrelate. Indagare su come una società risponde a una crisi (di cui si devono prima afferrare le cause) sarebbe molto importante. Dalla comprensione deriverebbero poi le soluzioni.

Secondo la maggior parte degli economisti la crisi è stata innescata dalla bolla speculativa che si è trasmessa all'economia reale. Secondo alcuni però la crisi potrebbe essere stata determinata dall'ascesa incontrollata del prezzo del petrolio che avrebbe innescato tra le altre cose la crisi del mercato dell'auto statunitense e questo senz'altro prima della bolla finanziaria.

Qui cioè si paventa un'ipotesi interessante. Questo tipo di analisi apre a un'ipotesi di crisi sistemica. La crisi dell'ecologia potrebbe aver determinato una crisi economica la quale a sua volta avrebbe innescato la crisi sociale. Questo collegamento ecologia-economia-società è molto importante”.

Un altro tema dibattuto all'interno della festa è quello della questione agraria. L'abbandono delle campagne ieri in Europa (per l'industrializzazione degli anni '50-'60) e oggi nei paesi asiatici emergenti e/o del "terzo mondo" risponde allo stesso modello culturale o è solo la solita inevitabile imposizione del sistema economico dominante? Come interverrebbe il paradigma della decrescita rispetto alla continua urbanizzazione dell'umanità con tutti i problemi che essa comporta?

“I modelli economici hanno senz'altro alla loro base anche un modello culturale. Il modello dello sviluppo e dell'industrializzazione decollato in Occidente e poi allargatosi al resto del mondo è un modello polarizzato, centro-periferie.

Nelle nuove geografie economiche dei paesi che si affacciano al nostro tipo di organizzazione socio-economica ritroviamo questo tipo di suddivisione in centri autoalimentantesi e periferie abbandonate. La cosa più importante da fare a mio parere è capire.

Bisogna arrivare a una lettura condivisa degli eventi attuali e della situazione del pianeta. Questo è difficile a causa di un problema caratteristico della cultura postmoderna che è quello di essere molto frammentata, anche tra chi parla la stessa lingua (in senso ecosociale).

Sarebbe invece importante analizzare la reazione che la società ha (e avrà) di fronte alla crisi. Bisogna ripartire da Karl Polanyi. La società reagisce certo, richiama lo stato a farsi portatore soprattutto di interessi di banche, grandi gruppi industriali ecc. In parte c'è anche una richiesta di ammortizzatori sociali. Analizzare e studiare come la reazione della società impatterà il mercato e le istituzioni è determinante per chiarire il nostro futuro.

Le forti tensioni sociali, l'immigrazione, la crisi ambientale e altri vari fattori come si rifletteranno sul sistema economico? Come mai le Borse non si riprendono? La nazionalizzazione delle banche che ruolo ha in questo?

La forte disoccupazione e la crisi ecologica potrebbero innescare costi di sistema sempre più elevati che aggraverebbero ancor più la crisi dell'insieme istituzionale arrivando a poter anche creare, secondo alcuni studiosi, situazioni di tipo totalitario. La diffusione della statalizzazione a vari settori della società e il tentativo di controllo di un potere centrale potrebbero spingere in questo senso.
È anche vero che una centralizzazione effettiva non sarà facile. È più ipotizzabile una disgregazione sociale e del sistema articolata e differenziata con realtà socio-politico-economiche molto diverse tra loro, soprattutto tra centri e periferie".

Una sorta di nuovo Medioevo nel senso deteriore del termine?

“Il nuovo paradigma della decrescita può essere lo strumento atto ad evitarlo. Essa può fornirci le conoscenze pratiche e teoriche che ci permetterebbero di svoltare e di comprendere che un altro percorso è possibile”.


Intervista di Valerio Pignatta e tratta da Terranauta. 



INFO

La festa di Piadena è organizzata dalla Lega di cultura di Piadena, Istituto Ernesto de Martino di Sesto Fiorentino, Circolo Giuanni Bosio di Roma, Società di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino di Venezia.
V. Pignatta 244
10 Per un Manifesto della Rete italiana per la Decrescita
Creato: 15 Lug 2009
L’analisi e gli orizzonti della rete italiana per la Decrescita.
Vari 1529
11 rigenerazioni - Proposta per un soggetto politico non elettorale
Creato: 13 Lug 2009

Questo documento costituisce la rielaborazione di una proposta già presentata il 31 maggio 2009 al seminario “La crisi globale e la risposta della decrescita. Come e cosa possiamo fare da subito per affrontare la transizione” organizzato a Firenze presso Terra Futura dalla Rete per la Decrescita e dalle riviste Altreconomia, Carta, Valori insieme alla Fondazione Banca Etica.

«Sono tempi difficili. Se tutti vogliono il potere,  chi renderà tacito servizio?»
(M.K. Gandhi)

«Gli uomini anche se devono morire, non sono nati
per morire ma per incominciare»
(H. Arendt)

In questi anni abbiamo assistito a un degrado sempre più vistoso della qualità della vita politica e istituzionale nel nostro Paese, senza sapere come rispondere, frenare e invertire questo fenomeno. A scandali e forme di degenerazione, strumentalizzazione e corruzione sempre più sistematica delle istituzioni si sono alternati momenti di indignazione e ondate di antipolitica che senza modificare il paesaggio della vita pubblica si sono sedimentate in un sentimento diffuso e radicato di sfiducia e in un giudizio cinico e disincantato sulla “casta” e sul funzionamento del processo politico. Anche i movimenti sociali, l’associazionismo e le forze sindacali hanno separato i loro percorsi da quelli della rappresentanza istituzionale che si è andata sempre più inaridendo. In breve, l’Italia è diventata un Paese sempre più fatalista.

Autori vari 803
12 Dichiarazione sulla decrescita
Creato: 11 Giu 2009

Noi, partecipanti alla Conferenza sulla Decrescita Economica per la Sostenibilità Ecologica e l’Equità Sociale, tenutasi a Parigi il 18 e 19 aprile 2008 , dichiariamo che:

1. La crescita economica [indicata dal PIL reale] rappresenta l'incremento della produzione, del consumo e degli investimenti allo scopo di ottenere un surplus economico, conducendo inevitabilmente ad un maggior uso di materia, energia e territorio.

2. Nonostante i miglioramenti in termini di efficienza ecologica della produzione e del consumo di beni e servizi, la crescita economica globale ha portato ad un maggior utilizzo di risorse naturali e ha aumentato gli sprechi e le emissioni.

3. La crescita economica globale non è riuscita a ridurre sostanzialmente la povertà, a causa dello scambio ineguale nel commercio e nei mercati finanziari, che ha aggravato le disuguaglianze fra le nazioni.

4. Come dimostrano riconosciuti principi della fisica e dell’ecologia, c’è un limite non superabile nella scala della produzione e del consumo globali, un limite cui le economie nazionali possono attenersi così da non imporre costi ambientali e sociali al resto del mondo o alle future generazioni.

5. Le più avanzate ricerche scientifiche disponibili mostrano che l’economia globale è cresciuta oltre i limiti ecologicamente sostenibili, e insieme ad essa molte economie nazionali, in particolare quelle dei paesi più ricchi [e primi fra tutti i paesi industrializzati del Nord del mondo].

6. Crescenti evidenze mostrano inoltre come la crescita globale nella produzione e nel consumo sia socialmente insostenibile e in-economica [nel senso che il suoi costi risultano maggiori dei suoi benefici].

7. Le nazioni più ricche, usando più della loro legittima parte di risorse ambientali globali, stanno nei fatti riducendo lo spazio ambientale disponibile per le nazioni più povere, e imponendo su di esse impatti ambientali negativi.

8. Se non rispondiamo a questa situazione riportando l’attività economica globale nei limiti della capacità dei nostri ecosistemi e ridistribuendo globalmente la ricchezza e i redditi, così che siano adeguate ai bisogni di tutti i paesi, il risultato sarà un processo di involontario e incontrollato declino o collasso economico, con un impatto sociale potenzialmente molto grave, soprattutto per i più svantaggiati.

Chiediamo perciò un generale cambio di paradigma, che sostituisca alla ricerca della crescita economica illimitata l’idea di una «giusta dimensione» (right-sizing) dell’economia globale e di quelle nazionali.

1. A livello globale, raggiungere una «giusta dimensione» significa ridurre l’impronta ecologica globale [inclusa quella del carbone] a livelli sostenibili.

2. Nei paesi in cui l’impronta pro-capite è maggiore di quella globalmente sostenibile, la «giusta dimensione » richiede di tornare entro un’impronta sostenibile in un lasso ragionevole breve di tempo.

3. Nei paesi in cui permangono condizioni di grave indigenza «giusta dimensione» implica che si consenta, al più presto possibile e in modo sostenibile, un aumento dei consumi dei più poveri così che essi possano condurre una vita dignitosa, e questo deve avvenire attraverso processi di riduzione della povertà che devono essere decisi localmente e non secondo politiche di sviluppo imposte dall’esterno.

4. La «giusta dimensione» richiederà che in alcuni parti del mondo ci sia un incremento dell’attività economica, ma la ridistribuzione del reddito e della ricchezza - sia a livello nazionale sia internazionale - resta la parte essenziale di questo processo.


Questo cambio di paradigma comporta la decrescita per le parti ricche del mondo.

1. Il processo con cui la «giusta dimensione» può essere raggiunta nei paesi più ricchi, e nell’intera economia globale, è la decrescita.


2. Definiamo «decrescita» una transizione volontaria verso una società equa, partecipativa ed ecologicamente sostenibile.

3. Gli obiettivi della decrescita sono quelli di garantire i bisogni fondamentali dell’uomo e consentire un’alta qualità di vita, riportando nel contempo l’impatto ecologico dell’attività economica globale a un livello sostenibile, equamente distribuito fra le nazioni. Ciò non potrà essere ottenuto attraverso una recessione economica passivamente subita.

4. La decrescita richiede una trasformazione del sistema economico globale e delle politiche promosse e attuate a livello nazionale, così da permettere che il processo di riduzione e poi di definitiva estirpazione della miseria prosegua mentre l’economia globale e le economie nazionali non sostenibili decrescono.

5. Una volta raggiunta la «giusta dimensione» tramite il processo di decrescita, l’obiettivo dovrebbe essere quello di mantenere un’ «economia di stato stazionario» con un livello di consumi relativamente stabile, o appena fluttuante.

6. In generale, il processo di decrescita è caratterizzato da:
- un’attenzione alla qualità della vita piuttosto che alla quantità dei consumi
- il soddisfacimento per tutti dei bisogni fondamentali
- un cambiamento sociale basato su un ampio articolarsi di azioni e politiche sia individuali che collettive
- una sostanziale riduzione della dipendenza di ciascuno dall’attività economica, con un aumento del tempo libero, del lavoro volontario, della convivialità, del senso della comunità, del benessere individuale e collettivo
- una maggiore attenzione all’auto-riflessione, all’equilibrio, alla creatività, alla tolleranza, alla diversità, al senso di cittadinanza, alla generosità e al non-materialismo
- il rispetto dei principi di equità, democrazia partecipativa, rispetto dei diritti umani e delle differenze culturali

7. Il cammino verso la decrescita richiede di impegnarsi subito nello sforzo di diffondere l’idea di decrescita nel dibattito pubblico e parlamentare e nelle istituzioni economiche; lo sviluppo di politiche e strumenti per l’attuazione pratica della decrescita; lo sviluppo nuovi indicatori non monetari [inclusi indicatori del benessere soggettivo] per identificare, misurare e confrontare i benefici e i costi dell’attività economica, allo scopo di verificare quali cambiamenti nell’attività economica contribuiscono a raggiungere, o mettono a repentaglio, il conseguimento degli obiettivi sociali ed ambientali desiderati.


NOTA
Questa dichiarazione è il frutto di un workshop intitolato «Verso una Dichiarazione sulla Decrescita», che si è svolto nel corso della Conferenza sulla Decrescita Economica per la Sostenibilità Ecologica e l’Equità Sociale, a Parigi il 18 e 19 aprile 2008, conferenza alla quale hanno partecipato oltre 100 ricercatori e scienziati provenienti da diversi ambiti disciplinari e paesi. L’obiettivo del workshop era produrre una dichiarazione che riflettesse non solo i punti di vista dei partecipanti alla conferenza, ma articolasse una loro visione condivisa sul movimento della Decrescita. Al termine del workshop è stato elaborato un testo basato su quanto emerso dalla discussione, testo che è poi stato rivisto e concordato in un dibattito via mail aperto a tutti i partecipanti al workshop stesso. Gli organizzatori desiderano ringraziare per la loro partecipazione: Michael Bell, Mauro Bonaiuti, Brian Czech, Dalma Domeneghini, Andreas Exner, Randy Ghent, Hali Healy, Daniel O’Neill, Leida Rijnhout, Maurizio Ruzzene, Francois Schneider, Stefanie Schabhuttl, e David Woodward.

Vari 513
13 Ecofascismo o Ecodemocrazia?
Creato: 11 Giu 2009

 

Il progetto di costruzione di una società autonoma ed economa incontra un largo consenso anche se i suoi fautori si schierano sotto varie bandiere: decrescita, anti-produttivismo, sviluppo riqualificato, o addirittura sviluppo durevole.

Ad esempio, lo slogan di antiproduttivismo sviluppato dai Verdi corrisponde esattamente a ciò che gli «obbiettori di crescita», membri della Rete degli obbiettori di crescita per un post-sviluppo (Rocad), intendono per decrescita (1). Stessa convergenza con la posizione di Attac che, in uno dei suoi documenti, si schiera per « l'evoluzione verso una decelerazione progressiva e ragionata della crescita materiale, sotto condizioni sociali precise, come prima tappa verso la decrescita di tutte le forme di produzione devastatrici e predatorie (2)».
Rivalutare, ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare: le otto «r» costituiscono obiettivi indipendenti per l'avvio di un circolo virtuoso. 
Di fatto, l'accordo sui valori resi auspicabili dalla necessaria «rivalutazione» va ben oltre i fautori della decrescita, visto che alcuni difensori dello sviluppo durevole o dello sviluppo alternativo avanzano proposte similari. Le misure di autolimitazione preconizzate già nel 1975 dalla Fondazione Dag Hammarskjöld sono le stesse di quelle dei sostenitori della decrescita: «Limitare il consumo di carne, contingentare il consumo di petrolio, utilizzare i fabbricati in modo più economico, produrre beni di consumo che durino di più, sopprimere le automobili private, ecc. (3)» Tutti concordano sulla necessità di una forte riduzione del fabbisogno ecologico e, per il resto, sottoscriverebbero volentieri quanto scriveva John Stuart Mill alla metà del XIX secolo: «Tutte le attività umane che non conducono a un consumo irragionevole di materiali insostituibili o che non degradano irreversibilmente l'ambiente, potrebbero svilupparsi all'infinito. In particolare, le attività da molti ritenute tra le più auspicabili e soddisfacenti - educazione, arte, religione, ricerca fondamentale, sport e relazioni umane - potrebbero diventare fiorenti (4)».
Andiamo oltre: in fondo, chi si schiera contro la salvaguardia del pianeta, contro la tutela ambientale e la conservazione della fauna e della flora? Chi preconizza la deregolamentazione climatica e la distruzione dello strato di ozono? In ogni caso, nessun responsabile politico.
Ci sono addirittura dirigenti di aziende, quadri superiori e responsabili economici favorevoli a un radicale cambiamento di linea per evitare alla specie crisi ecologiche e sociali.
Occorre quindi individuare con maggiore precisione gli avversari di un programma politico di decrescita, definire meglio gli ostacoli che si oppongono alla sua attuazione e, alla fine, la forma politica adatta a una società ecocompatibile.
1 - Chi sono i «nemici del popolo»?
DARE UN VOLTO all'avversario è problematico perché le entità economiche quali le società multinazionali che detengono la realtà del potere sono, per loro stessa natura, incapaci di esercitare direttamente questo potere. Come rileva Susan Strange, «oggi, alcune tra le principali responsabilità dello stato in una economia di mercato (...) non sono più assunte da nessuno (5)». Da una parte, «big brother» è anonimo, dall'altra la schiavitù dei sudditi è più volontaria che mai, perché la manipolazione della pubblicità è molto più insidiosa della propaganda... In queste condizioni, come affrontare «politicamente» la mega- macchina?
Risposta tradizionale di una certa sinistra estrema: la fonte di tutti i blocchi e di tutte le nostre impotenze è una entità, «il capitalismo». Senza uscire dal capitalismo, è possibile la decrescita (6)? Per rispondere, è importante evitare ogni dogmatismo, che ci impedirebbe di individuare i veri ostacoli.
Il Wuppertal Institute si è adoperato a proporre molti giochi tra natura e capitalismo, dove tutti vincono, tipo lo «scenario NegaWatt» (7), che prevede la diminuzione a un quarto del consumo di energia senza riduzione dei bisogni da soddisfare. Tasse, norme, bonus, incentivi, sovvenzioni giudiziose potrebbero rendere attrattivi i comportamenti virtuosi ed evitare ingenti sperperi. Ad esempio in Germania, sono stati sperimentati con esiti positivi vari sistemi di remunerazione per gli immobili, calcolati non tanto sull'ammontare dei lavori quanto sulla efficacia energetica delle costruzioni, Per una vasta serie di beni (fotocopiatrici, frigoriferi, automobili, ecc.), il noleggio potrebbe sostituirsi alla proprietà ed evitare la corsa sfrenata alla nuova produzione agevolando un riciclaggio permanente. Ma nulla prova che, cosí facendo, si riesca ad evitare «l'effetto rimbalzo», vale a dire, alla fin fine, l'aumento del consumo-materia.
Un capitalismo eco-compatibile è teoricamente concepibile, ma irrealistico sul piano pratico. Infatti, esso implicherebbe una forte regolamentazione, fosse solo per imporre la riduzione del fabbisogno ecologico. Dominato da società multinazionali giganti, il sistema dell'economia di mercato generalizzata non prenderà spontaneamente la via «virtuosa» dell'eco-capitalismo. Le macchine da dividendi, anonime e funzionali, non rinunceranno alla rapina in assenza di vincoli. Anche se favorevoli a una auto-regolamentazione, i loro responsabili non hanno mezzi sufficientiper imporla ai free riders (passeggeri clandestini), vale a dire alla stragrande maggioranza dei loro soci, ossessionata dalla massimizzazione a breve termine del valore per l'azionista. Se una istanza (stato, popolo, sindacato, organizzazione non governativa, Nazioni unite, ecc.) avesse questo potere di regolamentazione, avrebbe il potere tout court, e potrebbe ridefinire le regole del gioco sociale. In altri termini, potrebbe «ri-fondare» la società.
Certamente si può concepire e augurarsi una certa limitazione del potere a opera del potere stesso, come durante l'era delle regolamentazioni keynesianfordiste e socialdemocratiche. La lotta di classe sembra (provvisoriamente?) bloccata. Il problema è che il capitale ne è uscito vincitore, che ha praticamente arraffato tutta la posta e che abbiamo assistito impotenti, e forse indifferenti, agli ultimi giorni della classe operaia occidentale. Viviamo il trionfo della «onnimercificazione» del mondo. Il capitalismo generalizzato non può non distruggere il pianeta così come distrugge la società, perché le basi immaginarie della società di mercato poggiano sul gigantismo e sulla dominazione senza freni.
Dunque una società della decrescita non può concepirsi se non si esce dal capitalismo. Tuttavia, questa formula comoda si riferisce a una evoluzione storica tutt'altro che semplice... L'eliminazione dei capitalisti, il divieto della proprietà privata degli strumenti di produzione, l'abolizione del rapporto salariale o del denaro getterebbe la società nel caos e in preda a un terrorismo massiccio che tuttavia non basterebbe a distruggere l'immaginario mercantile. Sfuggire allo sviluppo, all'economia e alla crescita non significa quindi rinunciare a tutte le istituzioni sociali che l'economia ha portato con sé (moneta, mercati e anche salariato), ma «re-integrarle » in un'altra logica.
2 - Che fare? Riforma o rivoluzione?
ALCUNE MISURE semplici, addirittura apparentemente anodine, possono dare avvio al circolo virtuoso della decrescita (8). Un programma riformista di transizione fatto di alcuni punti consisterebbe nel trarre le conseguenze «di buon senso» dalla diagnosi effettuata. Ad esempio:
- ritrovare un fabbisogno ecologico uguale o inferiore alla superficie del pianeta, vale a dire una produzione materiale equivalente a quella degli anni 1960-70,
- internalizzare i costi del trasporto,
- rilocalizzare le attività,
- restaurare l'agricoltura contadina,
- stimolare la «produzione» di beni relazionali,
- ridurre lo spreco di energia di un fattore 4,
- penalizzare fortemente le spese di pubblicità,
- decretare una moratoria sull'innovazione tecnologica, fare un bilancio serio e riorientare la ricerca scientifica e tecnica in funzione delle nuove aspirazioni.
Al centro di questo programma, l'internalizzazione delle «diseconomie esterne» (danni generati dall'attività diun agente che ne trasferisce il costo sulla collettività), in linea di principio conforme alla teoria economica ortodossa, consentirebbe di giungere nelle grandi linee a una società della decrescita. Tutte le disfunzioni ecologiche e sociali dovrebbero essere a carico delle aziende che ne sono responsabili. Si pensi all'impatto dell'internalizzazione dei costi di trasporto, dell'educazione, della sicurezza, della disoccupazione, ecc. sul funzionamento delle nostre società! Queste misure «riformiste» - il cui principio è stato formulato fin dall'inizio del XX secolo dall'economista liberale Arthur Cecil Pigou! - scatenerebbero una vera rivoluzione.
Perché le imprese fedeli alla logica capitalista sarebbero ampiamente scoraggiate. Già si sa che nessuna compagnia di assicurazione accetta di assumersi i rischi nucleari, climatici e quelli dell'inquinamento da organismi geneticamente modificati (Ogm). Facile immaginare la paralisi che si verificherebbe con l'obbligo di copertura del rischio sanitario, del rischio sociale (disoccupazione) e di quello estetico. In un primo tempo, poiché molte attività smetterebbero di essere «redditizie», il sistema verrebbe bloccato. Ma non è questa, appunto, un'altra prova della necessità di uscirne e alla stesso tempo una via di transizione possibile verso una società alternativa?
Il programma di una politica della decrescita è quindi paradossale, perché la prospettiva di attuazione di proposte realistiche e ragionevoli ha scarse probabilità di essere adottata e meno ancora di riuscire senza una sovversione totale che passa attraverso la realizzazione di una utopia: la costruzione di una società alternativa. La quale, a sua volta, implica infinite misure particolareggiate, ossia quello che Marx, per l'appunto, si rifiutava di fare: cucinare nelle bettole del futuro. Prendiamo ad esempio
il necessario smantellamento delle società giganti. Immediatamente si pongono infiniti interrogativi: fino a quale dimensione? Secondo il fatturato, o il numero di dipendenti? Come assumere i macrosistemi tecnici con unità di piccole dimensioni? Dobbiamo di primo acchito escludere alcuni tipi di attività, alcune modalità (9)?
In ogni caso, si porrebbero innumerevoli e delicati problemi di transizione. Un gigantesco programma di riconversione, ad esempio, potrebbe trasformare le fabbriche di automobili in fabbriche di apparecchi di cogenerazione energetica (10). Grazie a questa, numerose abitazioni tedesche sono produttrici di energia invece di essere consumatrici. Insomma non mancano le soluzioni, ma piuttosto le condizioni per adottarle.
3 - Dittatura globale o democrazia locale?
LA CRESCITA è necessaria alle democrazie consumiste perché in mancanza di una prospettiva di consumo di massa, le disuguaglianze sarebbero insopportabili (già lo stanno diventando a causa della crisi dell'economia di crescita). La tendenza al livellamento delle condizioni è il fondamento immaginario delle società moderne. Le disuguaglianze si accettano solo provvisoriamente, perché l'accesso ai beni dei privilegiati di ieri si è oggi generalizzato e perché ciò che oggi è ancora lusso domani sarà accessibile a tutti.
Per questa ragione molti dubitano delle capacità delle società dette «democratiche » di prendere le misure che s'impongono, e vedono come unica via d'uscita dai vincoli una forma di ecocrazia autoritaria: ecofascismo o ecototalitarismo. Alcuni pensatori nelle più alte sfere dell'Impero ci stanno riflettendo per salvare il sistema (11). Di fronte alla minaccia di una rimessa in questione del loro livello di vita, le masse del Nord sarebbero pronte ad abbandonarsi ai demagoghi che promettono di preservarlo in cambio della loro libertà, pur se a prezzo dell'aggravamento delle ingiustizie planetarie e, a termine certo, della liquidazione di una parte importante della specie (12).
Ben diversa la scommessa della decrescita: il fascino dell'utopia conviviale, coniugata con il peso dei vincoli del cambiamento, può favorire una «decolonizzazione dell'immaginario» e suscitare un numero sufficiente di comportamenti virtuosi in favore di una soluzione ragionevole: la democrazia ecologica locale.
In effetti, molto più sicuramente di una problematica democrazia universale, la rivitalizzazione del locale costituisce una via di decrescita serena. Il sogno di una umanità unificata come condizione di un funzionamento armonioso del pianeta sfugge così alla serie delle false buone idee veicolate dall'etnocentrismo occidentale corrente. La diversità delle culture costituisce indubbiamente la condizione di un commercio sociale tranquillo (13).
È probabile che la democrazia possa funzionare solo se la polis è di piccola dimensione e saldamente ancorata ai propri valori (14). La democrazia generalizzata, secondo Takis Fotopoulos, suppone una «confederazione di dèmoi », vale a dire di piccole unità omogenee di circa 30.000 abitanti (15). Questa cifra consente, secondo lui, di soddisfare localmente la maggior parte dei bisogni essenziali. « Occorrerà probabilmente frazionare in vari dèmoi molte città moderne tenuto conto del loro gigantismo (16)».
Si avrebbero piccole «repubbliche di quartiere», aspettando il riassetto territoriale auspicato da Alberto Magnaghi. Magnaghi immagina una fase complessa e lunga (da cinquanta a cento anni) di "risanamento", nel corso della quale non si tratterà più di creare nuove zone coltivabili e di costruire nuove vie di comunicazione strappandole ai terreni incolti e alle paludi, ma di bonificare e di ricostruire sistemi ambientali e territoriali devastati e contaminati dalla presenza umana e, così facendo, di creare una nuova geografia (17)».
Utopia, si dirà? Certamente. Ma l'utopia locale è forse più realistica di quanto si pensi, perché è dal vissuto concreto dei cittadini che nascono le attese e i possibili. « Presentarsi alle elezioni locali - afferma Takis Fotopoulos - dà la possibilità di cominciare a cambiare la società dal basso, sola strategia democratica - contrariamente ai metodi statalisti (che si propongono di cambiarela società dall'alto impadronendosi del potere di stato) e agli approcci detti della "società civile" (che non intendono affatto cambiare il sistema) (18)».
In una visione «pluriversalista», i rapporti tra le varie polities all'interno del villaggio planetario potrebbero essere retti da una «democrazia delle culture». Lontano da un governo mondiale, si tratterebbe di una istanza di arbitraggio minimale tra polities sovrane dagli statuti molto diversi. « L'alternativa che io cerco di offrire (a un governo mondiale) - rileva Raimon Panikkar - sarebbe la bioregione, vale a dire le regioni naturali dove i greggi, le piante, gli animali, le acque e gli uomini formano un insieme unico e armonioso. (...) Bisognerebbe giungere a un mito che consenta la repubblica universale senza coinvolgere né governo né controllo né polizia mondiali. Questo richiede un altro tipo di rapporti tra le bioregioni (19)».
Comunque sia, la creazione di iniziative locali «democratiche» è più realistica di quella di una democrazia mondiale. Se è escluso che si possa rovesciare frontalmente la dominazione del capitale e delle potenze economiche, rimane la possibilità di scegliere il dissenso. È anche la strategia degli zapatisti e del sub-comandante Marcos. La conquista o la reinvenzione dei commons (usi civici, beni comuni, spazio comunitario) e l'auto-organizzazione della bioregione del Chiapas costituiscono una possibile illustrazione, in un altro contesto, dell'intervento localista dissidente (20).
Autore: Serge Latouche 
Fonte: Le Monde Diplomatique/Il manifesto, 15 novembre 2005 
(Traduzione di M-G. G.)
(1) www.apres-developpement.org
(2) Attac, Le développempent a-t-il un avenir?, Mille et une nuits, Parigi, 2004, p. 205-206.
(3) Camille Madelain, «Brouillon pour l'avenir», Les Nouveaux Cahiers de l'Iued, n° 14, Puf, Parigi-Ginevra, 2003, p. 215
(4) John Stuart Mill, Principes d'économie politique, Dalloz, Parigi, 1953, p. 297; tr. it. P rincipi di economia politica, Utet, Torino, 1979.
(5) Susan Strange, Chi governa l'economia mondiale? Crisi dello stato e dispersione del potere, Il Mulino, coll. «Incontri», Bologna, 1998.
(6) Dibattito già svolto in La Décroissance, n° 4, Lione, settembre 2004.
(7) Proposta fatta dall'associazione NegaWatt, che riunisce una ventina di esperti coinvolti nella padronanza della richiesta di energia e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Si veda www.negawatt.org/index.htm
(8) Senza parlare, inoltre, delle altre misure di salute pubblica come la tassazione delle transazioni finanziarie o la definizione di un reddito massimo.
(9) Ivan Illich pensava che ci sono strumenti conviviali e altri che non lo sono e non lo saranno mai: cfr. Ivan Illich, La Convivialité, Seuil, Parigi, 1973, p. 51.
(10) Cfr. Maurizio Pallante, Un futuro senza luce?, Editori Riuniti, Roma, 2004.
(11) Ne dibattono molto seriamente i membri di una società semi-segreta dell'élite planetaria, il gruppo di Bilderberg.
(12) Cfr. William Stanton, The Rapid Growth of Human Population, 1750-2000. Histories, Consequences, Issues, Nation by Nation, Multi-Science Publishing, Brentwood, 2003.
(13) Si veda l'ultimo capitolo di Serge Latouche, Giustizia senza limiti, Bollati Boringhieri, 2003.
(14) Takis Fotopoulos, Per una democrazia globale, Eleuthera, 1999.
(15) Nella Grecia antica, lo spazio naturale della politica è la città, la quale raggruppa quartieri e villaggi.
(16) Takis Fotopoulos, op. cit.
(17) Alberto Magnaghi, Progetto locale, Bollati Boringhieri, 2000.
(18) Takis Fotopoulos, op. cit.
(19) Raimon Pannikar, Politica e interculturalità, L'Altrapagina, Città di Castello, 1995.
(20) È in ogni caso l'analisi di Gustavo Esteva in Celebration of Zapatismo. Multiversity and Citizens International, Penang, Malesia, 2004.
S. Latouche 188
14 Decrescita e democrazia
Creato: 11 Giu 2009

Nel corso degli ultimi sei mesi, la rivista 'Alternatives économiques' ha consacrato due articoli alla decrescita 1. Preoccupandosi attentamente di evitare le questioni sollevate, gli autori descrivono la decrescita sostenibile come necessariamente antidemocratica. Eppure i difensori del concetto di decrescita hanno costruito la loro argomentazione proprio intorno alla priorità da accordare alla difesa della democrazia e dell'umanesimo.

Si tratta della stessa ragion d'essere di questa idea:
Se non rientriamo oggi per nostra scelta in una decrescita economica, la cui condizione è una crescita dei valori umani, corriamo tutti i rischi di vederci imposta una decrescita domani, accompagnata da un terribile regresso sociale, umano e delle nostre libertà.
Più aspetteremo ad impegnarci nella decrescita sostenibile, più duro sarà l'impatto contro la fine delle risorse, e più elevato sarà il rischio di ingenerare un regime eco-totalitario 2.
Eppure, in cosa la decrescita economica sarebbe necessariamente antidemocratica' I regimi totalitari non cercano mai di ridurre il loro strumento militar-industriale. Esattamente al contrario, la politica economica di tutti i regimi tirannici del XX secolo (stalinismo, fascismo, nazismo, ultranazionalismo giapponese, ecc.) ha sempre avuto come fondamento la ricerca di una crescita massima. Dittature e ricerca di potenza sono irrimediabilmente legati, indissociabili. Al contrario, la decrescita s'inscrive nella filosofia non-violenta, che è, quest'ultima, antiautoritaria per natura. Essa si situa chiaramente in una volontà di non-potenza, che non è l'impotenza. La personalità politica più vicina alle idee della decrescita (autosufficienza, semplicità volontaria) è senza dubbio Gandhi, democratico morto assassinato a forza di combattere sistemi oppressori. Il movimento filosofico che porta attualmente l'idea di decrescita economica in Francia (Silence, L'écologiste, Casseurs de pub, La ligne d'Horizon ') è, appunto, il più vicino alle idee gandhiane.
Inoltre, in un'organizzazione democratica, i propugnatori dell'abbondanza (crescita) dovrebbero dividere il loro tempo di parola con i difensori della sobrietà (decrescita). E' questa la condizione di un equilibrio reale. Ora, la teoria della crescita occupa la totalità del tempo. Appena i partigiani della decrescita mettono il naso, i cani da guardia abbaiano.
C'è da temere che questo tipo di rimproveri si sviluppi man mano che il concetto di decrescita si diffonderà nella società. Perché?
Un'idea che disturba
La scienza economica ha evacuato il parametro ecologico dal suo funzionamento. Così, essa funziona nel virtuale, sconnessa dalla realtà della biosfera. Reintegrare questo parametro fondamentale può sembrare spaventoso: esso impone di rimettere in questione 200 anni di scienze economiche, dal neoliberismo al neomarxismo. Tutta la comunità delle scienze economiche è dunque terrorizzata al solo evocare il nome di Nicholas Georgescu-Roegen, il padre della bioeconomia e teorico della decrescita, che si è appoggiato sulla scienza, lui, per fare rimettere i piedi per Terra all'economia. Galileo aveva affermato che la Terra era rotonda: è stato condannato a morte dalla Chiesa. Nicholas Georgescu-Roegen ha dimostrato che la Terra era finita, è stato condannato alla morte mediatica da tutti i paladini del dogma economico, qualunque sia la loro tendenza. La realtà paralizza questi economisti neoclassici che non riescono ad uscire dalla menzogna nella quale si sono rinchiusi da soli, e questo senza provocare drammi. Ma non è fuggendo dalla dura realtà che ci salveremo dai poteri tirannici. Esattamente al contrario, più aspetteremo ad affrontare la realtà, più i rischi di vederli arrivare saranno elevati.
Insultare piuttosto che riflettere
Quando un'idea ci disturba e ci obbliga a rimetterci in discussione, un riflesso umano primario suscitato dalla facilità e dall'orgoglio consiste nell'insultare il proprio contraddittore. Questo porta al 'Sei proprio un cretino!' detto nelle ore di ricreazione. E si traduce per esempio nella psicologizzazione dell'altro presso gli adulti occidentali formattati dal determinismo freudiano: 'Deve soffrire di un problema sessuale!'. La decrescita è un concetto che rompe una norma sociale integrata dall'estrema destra all'estrema sinistra. I suoi difensori saranno immancabilmente attaccati in questo registro. Che cosa c'è di più umano che insultare un interlocutore imbarazzante piuttosto che rimettersi in discussione. 'E' dichiarato pazzo colui il cui pensiero è minoritario.' I cari vecchi riflessi hanno la pelle dura e perdurano anche sotto altre forme in un altro contesto.
Un'aspirazione inconscia
Lo sviluppo durevole è inteso come un approccio innanzitutto tecnico dell'ecologia. In questo risponde perfettamente alla nostra attuale ideologia dominante, ideologia che ha sacralizzato la scienza. +Siccome l'uomo non può vivere senza il sacro, riporta il suo senso del sacro proprio su quello che ne ha distrutto tutto ciò che ne era oggetto: sulla Tecnica 3. Lo 'sviluppo durevole', l''ecologia industriale', la 'crescita verde', la 'produzione pulita' sono tutti termini contraddittori che rivelano l'atteggiamento dell'Occidente di fronte alla problematica ecologista. Credendo nell'onnipotenza delle tecniche, scientifiche o economiche, l'Uomo occidentale cerca come rimedio quello che fa la sua malattia. 'Solamente un massimo di tecnologia permette di ridurre l'inquinamento al massimo' era lo slogan di una pubblicità per l'autovettura Smart 4. Sulla scienza, fondata sul dubbio, si è innestata l'ideologia scientista, vero nuovo oscurantismo. Per un'opinione largamente condizionata, rimettere in discussione la capacità della Tecnica di risolvere i problemi ambientali e sociali è allora considerato inconsciamente come una vera bestemmia. Conviene quindi operare per la salvezza dell'eretico posseduto dal demonio.
Al contrario, la volontà esplicita del concetto di decrescita sostenibile è di affermare la necessità di una risposta che passi prima di tutto per il filosofico, il politico, la cultura, e di riconsiderare la scienza come un mezzo. In questo, essa contrasta totalmente con il nostro bagno ideologico. Il desiderio di discreditare in tutti i modi i difensori della decrescita sostenibile risponde anche ad una aspirazione che è inscritta molto profondamente, e il più delle volte inconsciamente, in seno all'individuo e alla nostra civiltà.
Gli economisti non sono più semi-dei
Il concetto di decrescita conduce inevitabilmente ad 'estrarsi dall'economismo'. Vale a dire a rimettere l'economia al suo giusto posto nella scala dei valori. Non tocca certo all'economia il compito di dettare la sua logica all'Uomo. Essa è un mezzo e non un fine. Il suo primato sulla nostra civiltà è assurdo. Siccome la nostra società ha deificato la scienza, la 'scienza economica' è diventata una religione, con il suo tempio: la borsa; e gli economisti hanno integrato il rango di gran sacerdoti. Se già per l'opinione sembra molto arduo togliersi da un terribile condizionamento, che dire di quelli per cui la decrescita significa decadere dal loro statuto di semi-dei viventi? Saranno certamente pronti a tutto per conservare i loro privilegi, e in primo luogo a trattare da fascisti quelli che chiederanno loro di restituire un potere usurpato alla democrazia. In effetti, l'economia non è altro che la contabilità trasportata nel campo politico. Non c'entra niente. Non è una scienza, come la biologia o la matematica. E se François Partant affermava: 'Oggi, un economista è un imbecille o un criminale', siamo obbligati a constatare che il più delle volte esso è un impostore.
Una soluzione tecnica ad un problema filosofico
Torniamo agli articoli di Alternatives économiques. In entrambi i casi, nonostante le inchieste di Silence abbiano evidenziato l'impossibilità di una 'crescita verde', il vicolo cieco della 'dematerializzazione dell'economia' e i limiti del riciclaggio, gli autori concludono che l'unica soluzione resta in questo tipo di concezione.
Eppure, nella pratica 5, la crescita (anche quella verde o pulita) porta inevitabilmente ad un aumento di prelievi sul capitale naturale. Un esempio semplice di questo fenomeno è stato dato dall'arrivo dell'informatica. Questa ha suscitato, presso gli economisti neo-classici, una grande speranza per la salvaguardia dell'ambiente. La trasmissione di informazioni per mezzo di impulsi informatici doveva portare una riduzione nel consumo di carta, e così dare sollievo alla risorsa (foreste) e alla natura intera (inquinamento di diversi tipi per la fabbricazione). Si è prodotto, invece, il contrario: il consumo di carta è decuplicato. Siccome la carta è abbondante, la gente esige ora un lavoro perfetto e stampa ancora fino ad avere completa soddisfazione. La facilità di demoltiplicazione dei documenti produce un'inflazione della loro riproduzione. Questo senza contare l'inquinamento caratteristico della fabbricazione, del funzionamento e della distruzione dell'informatica. E' l''effetto rimbalzo' 6. E' finito il tempo in cui si era consapevoli di quanto fosse prezioso il proprio foglio bianco, da preservare accuratamente cancellando e riutilizzandolo il più possibile prima di cestinarlo. Cosa è successo'
E' stata apportata una soluzione tecnica ad una problematica filosofica. Ogni volta che apportiamo una risposta inadatta ad un problema, lo amplifichiamo. I vasi rotti vengono pagati, prima o poi, ma lo saranno in ogni caso, ed in maniera tanto più grande e decuplicata, quanto più lo si sarà voluto occultare. E ancora, più forte sarà la crisi che ne deriverà, più presente sarà il rischio di veder arrivare dei poteri autoritari.
Il radicalismo non è estremismo
Un altro rimprovero ricorrente è quello di considerare qualsiasi idea radicale come immancabilmente estremista, quindi potenzialmente tirannica. Ma cos'è il radicalismo nel senso in cui ne parliamo' Si tratta di andare alla radice dei problemi, di rifiutare un approccio puramente superficiale. E' il senso semantico della parola 'radicale' (radice). Radicalismo non è inesorabilmente estremismo. Si tratta di ritornare all'umano, alla filosofia, al senso, a considerare l'uomo in tutte le sue dimensioni, riflessione senza la quale siamo condannati ad una visione riduttiva e regressiva dell'Uomo, a vederlo solo come un consumatore, un tubo digerente, un ingranaggio della macchina economica.
Nell'eccellente libro di Jean-Luc Porquet 'Jacques Ellul, l'uomo che aveva previsto quasi tutto' 3, Dominique Bourg, difensore dello Sviluppo durevole e dell'ecologia industriale, dichiara che 'il radicalismo è una forma di malattia del pensiero' e dice di 'ritenere che la sua azione non serva a fini puramente narcisistici'. Qualificando come malattia mentale un contraddittore del suo pensiero, Dominique Bourg svela una faccetta totalitaria del suo funzionamento psicologico. In effetti l'incapacità ad ammettere la contraddizione e il desiderio di psichiatrizzare il dissidente è rivelatore di un funzionamento totalitario, individuale o collettivo. L'avversario è per forza di cose 'estremista', quindi demente, e sarà immancabilmente fascista o traditore. Intellettuali come Alain Finkielkraut o Luc Ferry usano lo stesso procedimento. Ogni pensiero 'radicale' è qualificato come 'estremista', ogni proposito non superficiale, vitale, è subito tacciato di 'oltranzista', e colui che lo formula soffre necessariamente di una patologia. Così, Jacques Ellul parlava di 'uomo totalitario dalle convinzioni democratiche'. L'unico approccio accettato è quello superficiale. E' la condizione necessaria per 'tenere' il sistema ed evitare di rimettersi realmente in discussione, soprattutto per quanto riguarda il loro statuto di intellettuali mediatici. Non oso immaginare i qualificativi che Gesù o il Cirano di Bergerac di Rostand, se tornassero oggi, si beccherebbero, probabilmente: 'pericolosi estremisti terroristi'.
Una contestazione fittizia
Così, la contestazione ammessa diventa, in maniera più paradossale, inutile, rinforzando un sistema che fonda la nostra autodistruzione (il consumatore critico può essere un consumatore, ma non deve rivendicare il suo status di umano, il capitalismo deve diventare 'commercio equo' e la razzia delle risorse e la schiavitù economica sono promesse allo 'sviluppo durevole').
Il diktat del 'pensiero del mercato'
Sarebbe sbagliato pensare che il diktat possa venire solo dalla sfera politica. Il totalitarismo assume sempre nuove forme per asservirci meglio. Quello che ci minaccia oggi è stato descritto molto bene da Aldous Huxley: +Le vecchie forme pittoresche 'elezioni, Parlamenti, alte corti di giustizia- rimarranno, ma la sostanza nascosta sarà una nuova forma di totalitarismo non-violento 7. Il nuovo diktat è quello della finanza, pensiero molle che si esprime nel nome della libertà e nega all'Uomo la possibilità di andare alla sua essenza, alla sua coscienza, a ciò che fa di lui un umano. Con il pretesto di una falsa moderazione, la violenza di questa logica è estrema: solo l'abbrutimento nel consumo, nella televisione o nei neurolettici permettono di sopravvivere. La saggezza è confusa con la sottomissione, la ricerca di equilibri con il nichilismo. Degli pseudo-difensori della democrazia diventano, il più delle volte a loro insaputa, i più servili guardiani della tirannia 8.
La decrescita vuol dire obbligo a maggior democrazia
Nondimeno, il rischio di una decrescita imposta resta reale. Lester Brown, l'ex presidente del Worldwatch Institute, l'ha descritto come un'economia di guerra 9. Ma questo è specifico di questo concetto' E' proprio di tutte le idee che si irrigidiscono, senza più ammettere contraddizioni, il fatto di produrre delle ideologie che a loro volta genereranno dei sistemi autoritari. I deliri e le illusioni nell'onnipotenza della tecnoscienza ci conducono ancora più sicuramente al Migliore dei Mondi. Dominique Bourg accetta già l'idea di modificare il genoma umano per rendere l'Uomo resistente a un degrado importante dello strato di ozono 8. Diciamo che il concetto di decrescita sostenibile, fondata sulla semplicità volontaria e l'umiltà, in lui porta meno i geni della dittatura, che covano più volentieri nei sistemi ideologici fondati sulla ricerca di potenza. Inoltre, quest'idea impone di restituire la realtà del potere, rimanda gli individui alle loro responsabilità, aiuta a 'reintrodurre il sociale, il politico, nel rapporto di scambio economico, ritrovare l'obiettivo del bene comune e della buona vita nel commercio sociale' 10. La decrescita obbliga anche a distinguere la risposta istituzionale dalla risposta militante, ovvero di concepire che non possiamo avere una soluzione totale, essendo quindi, anche in questo, antitotalitaria.
I terreni essenziali sono i più scivolosi, perciò bisogna essere tanto più vigilanti quando ci confrontiamo con essi. Ma il pericolo più grande resta il rifiuto di abbordarli, spaventati di fronte a questi rischi. E non è vivendo nella menzogna che ci proteggeremo. Un approccio che si rinchiuda nella superficialità produrrà inesorabilmente il caos, che a sua volta sarà portatore del rischio totalitario.
Note:
1 Alternatives économiques: Le développement est-il soutenable', settembre 2002, Jacques Généreux.
2 La décroissance soutenable, Silence n. 280, Bruno Clémentin e Vincent Cheynet.
3 Jacques Ellul, l'homme qui avait presque tout prévu, Jean-Luc Porquet, Editions le cherche midi.
4 La pubblicità è il vettore dell'ideologia dominante. Quest'ultima riproduce, nel cuore stesso della società, la sua logica antidemocratica. La pubblicità 'psichiatrizza' i suoi dissidenti qualificandoli implicitamente il più delle volte di 'malati mentali'. Ma qualche volta lo fa esplicitamente, come un'associazione di agenzia di consigli in comunicazione che qualche anno fa descriveva, attraverso una campagna pubblicitaria, la pubblifobia come una 'malattia' (mentale). Il termine pubblifobia è stato creato dai pubblicitari: una fobia è una patologia.
5 Anche nella pura teoria, una crescita completamente dematerializzata si rivela del tutto impossibile. In effetti essa porta ad un'accelerazione infinita degli scambi finché l'umano si stacca. Un fenomeno che esiste già nelle nostre società, in cui l'accelerazione temporale prodotta dal sistema Tecnico scaraventa fuori i più deboli di noi, incapaci di seguire un ritmo sempre meno umano e naturale.
6 Point d'efficacitè sans sobriété, François Schneider, Silence n. 280.
7 Aldous Huxley, Retour au meilleur des mondes, Librairie Plon, 1959, p. 169.
8 Les scénarios de l'écologie, p. 72, Dominique Bourg, Editions Hachette, 1996. Questo libro è sintomatico di questo 'liberal-totalitarismo': con il pretesto di una denuncia delle derive potenziali, e reali, dell'ecologia, esso impone il diktat delle Tecnica difendendo per esempio gli O.G.M., p. 108.
9 La guerre entre l'homme et la Terre est d'ores et déjà engagée, Lester R. Brown, Le Monde, 27 febbraio 1996.
10 Serge Latouche, Pour en finir, une fois pour toute, avec le développement, Le Monde Diplomatique, maggio 2001.
Autore: Vincent Cheynet da "Altermonde", 11 gennaio 2004
Fonte: http://www.znet.it
(Traduzione di Angelo Vitello) – articolo tratto da Znet.it
V. Cheynet 255
15 Decrescita e politica - Per una società autonoma, equa e sostenibile
Creato: 11 Giu 2009

di Mauro Bonaiuti

Un nuovo spettro s’aggira per l’Europa: è lo spettro della decrescita. Di fronte al dilagare della crisi ecologica, sociale e politica, all’ingiustizia, alla perdita di senso, all’insicurezza ed infine alla possibilità di un crollo dello stesso sistema economico, non solo i movimenti, ma parti sempre più ampie della società civile si interrogano su quale potrebbe essere un nuovo progetto di società. 
La questione è molto delicata. Lo stesso Serge Latouche, sollecitato a prendere posizione, si è spesso affrettato a precisare che la decrescita è innanzitutto uno slogan e che non esistono “ricette politiche chiavi in mano”. In effetti il superamento del modello attuale ed il passaggio ad un'autentica società di decrescita, giusta, serena, sostenibile ed autonoma, solleva problemi così vasti e complessi che occorre stare in guardia da chi propone ricette semplificanti. D’altra parte l’urgenza della crisi è tale che non è possibile restare sordi a queste domande, né rinviare ulteriormente il momento per definire un programma d’azione. La riflessione teorica, inoltre, ha fatto notevoli passi avanti in questi ultimi anni e ormai non si può più affermare che la decrescita rappresenti solamente una critica dell'economia neo-liberista: alla pars destruens, è possibile affiancare alcune proposte di azione politica (Latouche, 2007).
E’ evidente infatti che tra le mille voci disarticolate che caratterizzano la post-modernità, la “decrescita” rappresenta un orizzonte di senso condiviso, una visione d’insieme, sistemica che accoglie in sé, connettendole, alcune delle istanze di emancipazione portate avanti in questi anni dai movimenti. E’ questo lavoro di tessitura, di proposta di senso condiviso, che occorre portare avanti con forza. E’ ormai opinione largamente condivisa che il sistema stia di fronte ad una grave crisi. Tuttavia, la percezione dell’urgenza di questa crisi e ancor più le strategie attraverso cui affrontarla, anche all’interno della sinistra, differiscono enormemente. La possibilità di abbracciare le varie dimensioni della crisi in uno sguardo d’assieme, e soprattutto la possibilità di scorgere dietro la straordinaria mutevolezza delle sue manifestazioni, l’operare di una dinamica sistemica, certamente complessa, ma ancora decifrabile e riconducibile all’operare di alcuni processi fondamentali, rappresenta la vera “sfida” di quell’orizzonte di pensiero che chiamiamo decrescita, e dunque della sua possibilità di divenire progetto politico largamente condiviso.

La modernità inventa il turbo: accumulazione capitalistica, crescita e decrescita

Il fatto che una parte dei profitti realizzati dalle imprese sia reinvestita andando ad accrescere la dotazione di capitale, la quale, attraverso l’innovazione tecnologica, diviene la base per realizzare nuovi profitti, rappresenta il tratto fondamentale dell'economia capitalista. Questo processo spiega l’inarrestabile crescita economica che ha caratterizzato, sin dalla rivoluzione industriale, queste economie e che era invece sconosciuta a tutte le forme di organizzazione economica e sociale precedenti. Per quanto il processo sia indubbiamente più complesso di quanto sia possibile descrivere qui, la natura auto-espansiva del capitalismo difficilmente può essere negata. 
Tuttavia, mentre fiumi di parole sono state spese per celebrare la presunta natura autoregolativa dei mercati, ben poco viene detto per sottolineare la natura autoaccrescitiva del processo di accumulazione. Essa ha raggiunto la sua maturità già agli inizi del ‘900, quando l’economia americana ha assunto la forma di quel “capitalismo monopolistico” ben descritto da Baran e Sweezy (1968). Il processo di accumulazione del capitale, infatti, in quanto processo autoaccrescitivo, ha la proprietà di condurre il sistema verso la concentrazione delle imprese in poche grandi entità. Oggi, essa ha raggiunto la sua forma più pura nell'ambito dei processi di concentrazione finanziaria, in cui, al decentramento produttivo corrisponde la concentrazione della proprietà e del controllo, tipicamente, attraverso la forma dell’impresa multinazionale. 
Già gli economisti classici, e Marx in particolare, avevano inteso perfettamente che questo processo circolare e ricorsivo era il tratto fondamentale del sistema economico capitalista. L'approccio sistemico consente tuttavia, come vedremo, di rileggere in modo nuovo, meno ideologico e certamente più approfondito questi processi. Per quanto l'analisi sistemica sia in grado di evidenziare una molteplicità di spirali autoaccrescitive di questo genere, tuttavia il processo di crescita ed accumulazione del capitale assume, nella nostra prospettiva, un ruolo centrale nella dinamica del sistema mondo, e questo sia per la sua innegabile forza e pervasività, sia perché, come vedremo, gli altri più significativi processi autodistruttivi - dalla spirale della crisi ecologica a quella della povertà/esclusione - risultano come conseguenze della prima. Ci limiteremo qui ad evidenziare alcuni di questi processi fondamentali. 

La spirale della crisi ecologica

Quale, in estrema sintesi, la ragione della crisi tra la natura autoaccrescitiva del sistema capitalista e la biosfera? Come noto, nelle concezioni economiche standard (compresa quella marxista) la crescita assume un carattere comunque positivo. Forse per questo motivo gli economisti neoclassici non hanno mai pensato che essa dovesse essere assoggettata a qualche limite: il di più, per loro, è sempre meglio. Senza entrare qui nei limiti antropologici di questa concezione, certamente consistenti (Mauss, 1965, Polanyi, 1974, Caillé, 1991) è evidente che essa è stata concepita in una fase storica del processo capitalistico in cui la disponibilità degli stocks della biosfera era tale per cui i servizi da essi offerti (risorse, assorbimento rifiuti, ecc.) apparivano virtualmente illimitati. A ciò si affiancava una concezione della scienza fondata sulla disgiunzione dei saperi dove, pertanto, l'economia veniva considerata come un sistema isolato. Ma così non è: a partire dai fondamentali studi bioeconomici di Georgescu-Roegen (2003) sappiamo come il processo economico sia radicato nel sistema biofisico che lo sostiene e, dunque, soggetto a limiti di natura biologica e termodinamica. La conseguenza di tutto ciò è sintetizzabile nella seguente conclusione: l’obiettivo fondamentale del processo economico, la crescita illimitata della produzione e dei redditi, risulta in contraddizioni con le leggi fondamentali della termodinamica. Esso pertanto va abbandonato, o comunque radicalmente riconsiderato. 
Ne discende un’altra conclusione importante: come i biologi sanno bene, il tipo di andamento che caratterizza i processi autoaccrescitivi in un ambiente limitato è quello descritto dalla curva logistica, con la sua caratteristica forma a campana: si ha prima una crescita accelerata e poi, raggiunto un massimo, un andamento decrescente (si veda ad es. l’andamento della produzione del petrolio in www.aspoitalia.net ). 
Il più noto, ma non certo l'unico, tra i lavori che utilizzano un approccio sistemico, e che pertanto mostra andamenti di questo genere, è il classico studio del MIT, Limits to growth. (Meadows D. e D. Randes J.,2006). Quello che ci interessa sottolineare qui, non è tanto una previsione sulle date del picco delle diverse variabili, quanto il tipo di andamento che possiamo attenderci per le variabili fondamentali del sistema (popolazione, speranza di vita, produzione industriale, etc.). A meno della comparsa di tecnologie “prometeiche” esso presenterà il classico andamento a campana: prima crescente e poi decrescente. Diciamo per inciso che la scala temporale del picco delle principali variabili, secondo i ricercatori del MIT e pur nella consapevolezza che non esistano certezze al riguardo, è comunque dell’ordine di 10-20 anni e cioè estremamente ravvicinato se si considera l'”inerzia,” o più propriamente, i ritardi feedback, che caratterizzano i sistemi antropo-economici. 
Un approccio compiutamente sistemico non potrà tuttavia limitarsi a considerare, come nello studio del MIT, solamente variabili di natura economica ed ecologica: esso dovrà introdurre anche considerazioni di ordine sociale e simbolico. 

Le quattro dimensioni delle politiche di decrescita

Fatta questa inevitabile premessa, quali possono essere i tratti fondamentali di una politica di decrescita?
Suggerirò il seguente criterio generale: ogni politica che compensi, mediante opportuni anelli di feedback negativi, i processi autoaccrescitivi in atto muove nella giusta direzione. Seguendo l'impostazione analitica qui brevemente richiamata, è possibile individuare quattro dimensioni fondamentali per valutare una politica di decrescita: economico, ecologico, sociale e simbolico. Una programma politico auspicabile dovrà pertanto muovere: 
  1. Dalla crescita alla decrescita
  2. Dall'insostenibilità alla sostenibilità
  3. Dalla disuguaglianza (competizione) all'equità (cooperazione/reciprocità)
  4. Dalla dipendenza all'autonomia
Per quanto il grado di astrazione implicito in questa rappresentazione sia molto alto, essa mette tuttavia in chiaro alcuni aspetti per noi fondamentali. Primo: per quanto la dimensione dell’eguaglianza, ossia, per dirla con Bobbio (1994), quella sottesa dalla tradizionale polarità destra-sinistra, sia ancora oggi quanto mai attuale, ed anzi imprescindibile, per definire lo spazio attraverso cui leggere la storia, essa non è, tuttavia, più sufficiente. A questa si deve aggiungere quantomeno una seconda dimensione: quella della sostenibilità/insostenibilità, a sua volta inestricabilmente connessa alla dimensione della crescita/decrescita.
Se vogliamo tuttavia cogliere nel loro più autentico significato i progetti sociali “altri” e le rivendicazioni dei movimenti che, a partire quantomeno dalle origini della rivoluzione industriale (si pensi ad esempio alle esperienze del socialismo utopista), per arrivare, nel contesto attuale, ai movimenti ambientalisti, femministi, alle numerose istanze di coloro che, nei diversi angoli del mondo, lottano per la gestione partecipata delle risorse e dei beni comuni, allora dobbiamo aggiungere alle prime tre una quarta dimensione: quella che definiamo, con Castoriadis, dell’autonomia. In sintesi, per autonomia intendiamo “il progetto di una società dove tutti i cittadini hanno una eguale possibilità effettiva di partecipare alla legislazione, al governo, alla giurisdizione ed infine all'istituzione della società”(Castoriadis, 2005)
Se immaginiamo di costruire una matrice formata da questi tre assi, (dove, per semplicità, la seconda dimensione, quella della sostenibilità, verrà sovrapposta alla prima) una prima ovvia considerazione che ne risulta è che le società occidentali si collocano tutte nella zona in alto a destra della matrice. Lo schema ci offre così un primo, semplice, criterio di giudizio: ogni politica in grado di riequilibrare la posizione di una società spostandola verso il “basso a sinistra” della matrice muove nella direzione per noi auspicabile.
Secondo aspetto: così come non è difficile dimostrare - per i paesi occidentali - l'esistenza di un circolo vizioso tra crescita, competitività e dipendenza, così è importante notare l'esistenza di un circolo virtuoso tra decrescita, sostenibilità, ed autonomia. Vediamo di comprendere meglio questo importante processo. Innanzitutto una società di decrescita, una società, cioè, che ha ridotto il peso e la scala delle proprie megastrutture, favorirebbe il raggiungimento di una effettiva sostenibilità ecologica. La chiusura dei cicli bioeconomici è infatti possibile solo su scale regionali o locali, dove sono disponibili le informazioni e dove è possibile un migliore controllo circa la sostenibilità dei processi di produzione. E’ vero che più piccolo non significa necessariamente più efficiente da un punto di vista ecologico, tuttavia strutture produttive di dimensioni medio-piccole sono le sole che consentano un qualche controllo partecipato della tecnologia, e dunque le sole che di fatto siano in grado di operare scelte in favore di un’autentica sostenibilità ecologica. 
Parallelamente la decrescita è la condizione per l'equità sociale. Come è stato dimostrato (S. Latouche, 2003; G. Rist, 1998) ineguaglianze ed esclusione sono infatti, innanzitutto, figlie della crescita. Infine solo un'economia che ha ridotto la scala dei propri apparati può dare luogo ad una società autonoma (Castoriadis, 1998, 2005). In altre parole solo una tecnica che abbia rinunciato al proprio gigantismo, alla propria volontà di potenza, può essere gestita in modo partecipato, su scala locale, dalla collettività, dando quindi vita ad una società autonoma e conviviale. D'altra parte solo una società che avrà saputo trasformare il proprio immaginario, favorendo l'autonomia, potrà generare individui e istituzioni in grado di accompagnare la trasformazione delle strutture economiche: in altre parole realizzare la decrescita. In questo circuito virtuoso è evidente che non ha molto senso domandarsi se debba cambiare prima l'immaginario o prima le strutture economico-sociali, l'uno accompagna e sostiene la trasformazione delle altre e viceversa. 
Quale tipo di processi può favorire questo ribilanciamento? E quali proposte concrete possiamo mettere in campo?
Se l'analisi che abbiamo esposto e corretta, se cioè il sistema capitalistico si caratterizza innanzitutto come sistema auto accrescitivo e se esso è responsabile delle disuguaglianze sociali e della devastazione della biosfera, immaginare una politica di decrescita significa innanzitutto individuare alcuni processi di feedback in grado di consentire al sistema, innanzitutto, di evitare il collasso e, successivamente, di avviare un processo di trasformazione economico-sociale e culturale nella direzione della sostenibilità, della giustizia e dell’autonomia. 

Le politiche di welfare come processo autocorrettivo

Si potrebbe anche, provocatoriamente, rovesciare la questione e domandarsi: come è possibile che il sistema capitalistico pur essendo, come abbiamo sostenuto, un sistema autoaccrescitivo, non abbia ancora dato luogo alla propria autodistruzione? Certo è vero che i sintomi di crisi sono molti e che ogni processo di crescita richiede un tempo imprecisato prima di distruggere la capacità di risposta (resilienza) del sistema. Tuttavia è certo che se, dopo oltre due secoli, il sistema capitalistico non è ancora giunto al collasso, per altro più volte annunciato, ciò è dovuto all'operare simultaneo di significativi processi di natura autocorrettiva. 
Inizierò illustrando alcuni casi classici che appartengono alla tradizione economico-politica novecentesca, e che tuttavia non sono mai stati interpretati in chiave sistemica. Il caso probabilmente più rilevante è quello relativo alle tradizionali politiche di welfare di matrice keynesiana. Viste in prospettiva sistemica, le tradizionali politiche redistributive, che utilizzano ad esempio gli istituti ben noti della tassazione progressiva, rappresentano un tipico esempio di feedback negativo. Probabilmente le politiche keynesiane hanno rappresentato, nel loro complesso, il processo compensativo più rilevante che il Novecento ha saputo offrire agli squilibri sociali dovuti all'accumulazione capitalistica. Allo stesso modo possiamo interpretare le lotte e le pressioni sindacali per il sostegno dei salari e delle condizioni di lavoro. E' proprio in seguito a periodi di crisi – come ad esempio dopo la Grande Depressione - che il sistema ha dato luogo ai più significativi processi di natura compensativa, dando vita allo stato sociale e a varie forme di tutela del lavoro.
Va detto chiaramente, tuttavia, che le politiche keynesiane, che pure hanno contribuito a salvare il sistema economico dalle crisi del XX secolo, non potranno costituire una risposta adeguata alle crisi del XXI secolo. Questo per la semplice ragione che le tradizionali politiche keynesiane, fungendo da moltiplicatore dei consumi e dunque della crescita non possono che aggravare la crisi ecologica in corso. Certo gli economisti standard, sia di matrice neoclassica che keynesiana, obietteranno che, grazie al progresso tecnologico, è possibile, aumentare la produzione aggregata riducendo l'impatto sugli ecosistemi (ecoefficienza). Si tratta tuttavia, come ho dimostrato altrove (2005), di una via che nasconde alcuni tranelli sistemici: nella realtà il progresso tecnologico si accompagna di fatto ad un aumento nei consumi totali di materia/energia e dell'impatto sulla biosfera, come dimostrano chiaramente i dati a nostra disposizione (effetto rimbalzo). 
Avviare a soluzione la crisi ecologica, ed immaginare un nuovo tipo di società, sostenibile, serena e possibilmente capace di assegnare una elevato grado di autonomia e autodeterminazione ai soggetti, non può dunque prescindere da una decisa inversione di tendenza rispetto alla dinamica attuale del sistema economico globale, ossia non può che passare attraverso politiche di decrescita.

Della misura giusta: ovvero scala e partecipazione 

In quanto segue tenterò di offrire alcune proposte politiche di massima, articolate seguendo i quattro assi (decrescita, sostenibilità, equità, autonomia) individuati nella prima parte. Le proposte che seguiranno muovono dalla scala più ampia, quella globale, verso la dimensione nazionale e locale. Come vedremo la questione della scala è fondamentale per vari motivi. In primo luogo l'aumento delle dimensioni, per esempio la crescita continua degli apparati produttivi, oltre una certa soglia, produce l’emergere di fenomeni nuovi. Queste “proprietà emergenti” comportano generalmente alterazioni degli equilibri sistemici, come ad esempio la dissoluzione dei legami sociali, o crisi ecologiche. In secondo luogo i processi della partecipazione sono anch'essi legati alla scala: in generale quanto più aumentano le dimensioni delle unità politico-amministrative tanto più si riduce la possibilità di partecipazione democratica. E’ chiaro inoltre che quanto più il sistema economico si è reso autonomo dalla sfera sociale (Polanyi, 1974) e la scala a cui opera è sovra-ordinata rispetto a quella a cui si attua la partecipazione politica, quanto più l’economia finirà per muoversi al di fuori da ogni controllo democratico. E' esattamente questa la situazione attuale, denunciata da più parti (Latouche, 1993, 2007). Da questo discende la necessità di una riduzione della scala dei grandi apparati finanziari, tecnici e burocratici.
L’ideologia propria del pensiero politico ed economico ortodosso secondo cui sarà il mercato a definire la scala “ottimale” a cui si realizzano i vari processi economico-produttivi è, come abbiamo visto, completamente fuorviante. E’ vero che il mercato è capace di processi autoregolativi, ma solo di breve-medio periodo in risposta ai segnali che provengono da variazioni dei prezzi. Come sappiamo non è questo il caso per quanto riguarda i principali sconvolgimenti di ordine ecologico e sociale a cui stiamo assistendo. Nel tempo lungo il mercato asseconda una dinamica di natura auto-accrescitiva e autoreferenziale, che potremmo giustamente definire, con Serge Latouche, di “crescita per la crescita.” 
A livello del sistema finanziario e produttivo tutto ciò si traduce in un predominio del gigantismo, delle fusioni tra colossi: una logica secondo cui “più grande è sempre meglio,” quanto meno sino a quando a ciò corrisponde una riduzione dei costi medi (economie di scala). Questa sorta di ideologia del bigger is better ha prodotto una tale deculturazione rispetto alle questioni legate alla scala, che si rende necessario un vero e proprio lavoro di alfabetizzazione. È vero, ad esempio, che ogni processo tecnologico implica una certa scala di produzione (ad es. è possibile farsi lo yogurt in casa, ma non il computer). In generale possiamo ammettere che un grado maggiore di complessità e varietà nell'offerta di beni e servizi richiede scale più ampie, tuttavia la quasi totalità dei processi economici primari (come la produzione di cibo) e gran parte della produzione di beni secondari e di energia sarebbero possibili a scala regionale/locale. Questo processo di decentramento renderebbe possibile realizzare sistemi agricoli, energetici e produttivi nei territori in condizioni di “sostenibilità” ecologica e sociale. Per usare un linguaggio comprensibile a tutti questo significherebbe progettare un sistema economico territoriale autosostenibile, cioè rigenerabile, capace di offrire un’alternativa vitale non solo per le generazioni presenti, ma anche per quelle future. 
D'altro canto la partecipazione si riduce rapidamente al crescere delle scala a cui si prendono le decisioni. Anche qui occorre essere disposti a riconoscere che la partecipazione comporta costi crescenti (in termini di tempo e risorse) all'aumentare della scala e della complessità dei processi, e dunque, mentre è possibile prendere certe decisioni a certe scale non lo è a certe altre.
Si pone dunque un conflitto, una sorta di trade-off, tra complessità e varietà nell'offerta di beni e servizi, da un lato e controllo partecipato della tecnologia dall'altro. In generale maggiore varietà di offerta (e costi economici più bassi) implicano un minore controllo democratico. Al lettore non sarà sfuggito il carattere eminentemente politico di questo genere di dilemma. L'idea qui suggerita va dunque nella direzione di avvicinare la scala a cui si situa il baricentro del processo economico a quella in cui si esprime la partecipazione politica effettiva. Riducendo la scala del primo ed ampliando la seconda è possibile immaginare una sorta di convergenza verso una società capace di prendere decisioni responsabili circa il “come” e il “cosa” produrre su un determinato territorio. Questo consentirebbe alle imprese una certa libertà di movimento, ma entro una precisa cornice, democraticamente condivisa, che tuteli gli imprescindibili principi di sostenibilità ecologica e sociale: è questo che immagino parlando di una società di decrescita autonoma e conviviale. 
In altre parole, la riduzione della scala dei grandi apparati, necessaria per ridurre le disuguaglianze e per realizzare forme di produzione ecologicamente sostenibili, offre una straordinaria opportunità di democrazia, l’opportunità, forse per la prima volta nella storia, di coniugare condizioni di benessere materiale “decorose”, con forme di organizzazione politica partecipata ed autonoma, in cui le comunità divengano artefici del proprio destino. Vediamo dunque attraverso quali provvedimenti politici concreti sarebbe possibile muovere in questa direzione. 

1. Dalla crescita alla decrescita 

Decrescita, a livello economico, significa dunque innanzitutto una riduzione del peso e delle dimensioni dei grandi apparati finanziari e produttivi, e più in generale delle grandi strutture (stocks): multinazionali, sistemi di trasporto, di cura, media, ecc. Se, viceversa, poniamo la nostra attenzione sui flussi, decrescita, a livello economico, rimanda a una riduzione della produzione e del consumo, e dunque, in generale, della materia/energia che attraversa il sistema. Va detto quindi che “decrescita”, intesa in questo senso strettamente economicistico, non rappresenta evidentemente un fine in sé, ma semmai una condizione indispensabile per muovere verso l’autonomia e la sostenibilità ecologica. 
Una politica di decrescita potrebbe dunque muovere a partire da: 
  1. Limiti ai movimenti e alle concentrazioni dei capitali 
  2. Riforma Istituzioni Internazionali (ONU, WTO, IMF)
L’introduzione di limitazioni ai movimenti di capitale, per esempio attraverso l’applicazione di un’aliquota sulle operazioni finanziarie di natura speculativa, rappresenta una misura non solo eticamente auspicabile, ma capace di offrire maggiore stabilità all’intero sistema economico globale rispetto alle pericolose oscillazioni generate dai movimenti speculativi. Se a questi motivi, di per sé sufficienti a giustificarne l’introduzione, si aggiunge che i fondi così raccolti potrebbero essere utilizzati per cancellare la fame e la miseria dei paesi più poveri, si intuiscono le straordinarie potenzialità di questo strumento. L’introduzione di una aliquota sul modello “Tobin Tax” , di cui è stata recentemente avanzata una proposta di legge a livello europeo, muove sicuramente nella direzione qui auspicata, quantomeno a condizione che i fondi raccolti siano davvero destinati a misure radicali contro la vergogna della fame e dell’esclusione e non in favore di generiche “politiche per lo sviluppo” che finirebbero solamente per peggiorare la situazione dei “paesi meno avanzati”. Se si pensa che una aliquota di solo lo 0,1% comporterebbe un gettito che, nell’ipotesi più pessimistica, ammonterebbe a circa 30 Miliardi di dollari nella sola UE (Brancaccio, 2002) - una cifra superiore a quanto l’Unione destina allo sviluppo delle aree depresse - si capisce bene che la Tobin Tax, se correttamente applicata, ha le potenzialità per diventare una compagna mondiale di grande impatto simbolico, costituendo così un primo passo nella direzione di una riforma degli assetti finanziari internazionali.
Il principio della riduzione della scala messo in luce per l'economia finanziaria, andrà applicato anche all'economia della produzione, cominciando ad esempio da una più rigorosa applicazione delle normative anti-trust. Più in generale l’introduzione di aliquote fiscali progressive sui grandi patrimoni (sia aziendali che personali) porterebbe di fatto a disincentivare la concentrazione delle imprese e superare la forma dell’impresa transnazionale come forma base dell’assetto economico internazionale. 
E’ evidente che l’introduzione di simili limitazioni richiede preventivamente una radicale riforma delle istituzioni finanziarie internazionali e delle politiche di governo della moneta, tese non solo ad offrire un controllo democratico di queste istituzioni (UN, WTO. IMF, ecc.) ora essenzialmente governate dagli interessi del capitale privato, ma anche ad affiancare ai meccanismi del sistema finanziario internazionale strumenti di politica fiscale e monetaria complementari nelle mani delle istituzioni locali. 
Ne conseguirebbe un progressivo decentramento di una parte rilevante delle attività economiche dalla scala globale alla scala regionale o locale che consentirebbe di porre le basi per quella “valorizzazione dei territori” cioè delle ricchezze individuali e collettive (beni comuni) da più parti auspicata. 

2. Dalla insostenibilità alla sostenibilità

Lo spostamento del baricentro dell'economia dalla scala globale ad una prevalentemente regionale o locale è anche il modo più efficace di avviare a soluzione la questione ecologica. Una autentica sostenibilità è infatti pensabile solo a livello locale. Questo non solo a causa della riduzione dei trasporti di merci, ma in quanto solo a livello locale si può disporre di quelle informazioni che consentano di realizzare prima e di controllare poi, l'effettiva sostenibilità dei processi produttivi. Il ribilanciamento del secondo asse, quello della sostenibilità, è quindi, in buona misura, implicito nel primo. 
Questo naturalmente non ci esime dal proporre politiche ambientali ad hoc per avviare il sistema verso la sostenibilità ecologica, ed in particolare:
  1. Varo di un programma europeo di conversione del sistema energetico secondo criteri di sostenibilità, mediante: 
  2. Una applicazione rigorosa del principio “chi inquina paga”
La riconversione del sistema energetico produttivo verso la sostenibilità richiede la convergenza di due processi: la riduzione dei consumi (sufficienza) e il miglioramento dei rendimenti nell’uso della materia energia (eco-efficienza) (Sachs, 2002). Tuttavia, per quanto indispensabili, questi due processi da soli non bastano per garantire la sostenibilità: occorre una vera e propria rivoluzione tecnologica, a cominciare dall’energia. Su quest’ultimo punto il progetto avanzato da Jeremy Rifkin (2002) ha il merito di cogliere la grande portata della sfida implicita nella “rivoluzione energetica”. La sua proposta, fondata su un mix di tre fattori: 1) energie innovabili, 2) sistemi di gestione intelligenti della rete di distribuzione, (che consentirebbero di promuovere i cittadini e le imprese da semplici utenti a piccoli produttori di energia), e 3) l’idrogeno come vettore per la conservazione dell’energia, comporterebbe una radicale ed effettiva rivoluzione tecnologica nella direzione della sostenibilità. Il punto fondamentale, non sempre chiaro nella proposta di Rifkin, è che, affinché questa rivoluzione tecnologica sostenga una trasformazione sociale nel senso dell’autonomia, occorre garantire che i sistemi di gestione della rete distributiva ed in generale le tecnologie impiegate nel processo di riconversione/ produzione non finiscano sotto il controllo delle multinazionali, ma restino saldamente nelle mani dei cittadini e dei territori. 
Resta dunque aperta la domanda su come reperire le risorse per attivare il processo di riconversione, qualora non si intenda lasciarlo nelle mani del grande capitale privato. Credo che la risposta possa essere ritrovata nell’applicazione del principio: “chi inquina paga”. 
Come noto l’applicazione di questo principio prevede varie forme di pagamento (tasse, canoni) per chi arreca un danno agli ecosistemi (esternalità negative). Un modo per rendere più attraenti questi strumenti, e più accettabili per l'opinione pubblica, sarebbe quello di trasferire direttamente le quote di reddito provenienti dalle imposte ecologiche (es. Carbon Tax) a chi pone in essere comportamenti ecologicamente virtuosi (lo stato che non deforesta, la regione che decide di convertire il proprio sistema energetico, il singolo cittadino che usa la bicicletta invece dell'auto), che potrebbero divenire beneficiari diretti degli incentivi. All'amministrazione pubblica rimarrebbe il compito di definire gli strumenti e garantire la correttezza del processo. Faccio notare che questi strumenti rientrano a pieno titolo nella scatola degli attrezzi dell'economia standard. La ragione per cui si è fatto sino ad ora un uso estremamente limitato di questi strumenti è dovuto al fatto che queste misure, se parametrate su criteri di autentica sostenibilità, sarebbero sicuramente efficaci e quindi costringerebbero le imprese (ed i consumatori) a rivedere in modo significativo i propri sistemi produttivi e i propri stili di vita. Il sistema energetico sarebbe spinto a convertirsi passando dalla produzione concentrata basata su fonti fossili a forme decentrate basate sul risparmio energetico e sulle rinnovabili. Si tratta quindi di strumenti auspicabili, in particolare nella fase di transizione verso una società di decrescita, in cui i costi di riconversione sono ampiamente diversificati da impresa a impresa e da regione a regione. 

3. Dalla competizione alla cooperazione

Uscire dalla ossessione per la crescita e lo sviluppo è anche l'unica via per affrontare seriamente la questione dell'equità. E' ormai evidente che la polarizzazione della ricchezza tra Nord e Sud e dunque la tragedia della miseria e dell'emarginazione che investe almeno la metà della popolazione del pianeta, sono connessi all'attuale modello di sviluppo fondato sulla crescita competitiva (Latouche, 1993, Rist, 1997). Questo processo di crescente polarizzazione si verifica non solo tra Nord e Sud, ma più in generale, all’interno di una determinata regione, tra centro e periferia (Amin, 2002), così come, a livello locale, tra città e campagna. Come si è visto questo processo di polarizzazione della ricchezza è perfettamente coerente, e comprensibile, nell’ambito dell’approccio sistemico. 
Ciò che risulta assai meno evidente, in particolare ai leader della sinistra, che pure da sempre condividono questa lettura della sviluppo come processo sbilanciato, è la contraddizione di fondo tra gli obbiettivi enunciati di difesa del welfare, del lavoro e dell’ambiente, e le condizioni di competitività crescente che caratterizzano il sistema economico nel contesto della globalizzazione. 
Illustrerò questo importante passaggio con riferimento ad un caso particolare, quello della mancata riduzione dell’orario di lavoro. 

3.1 Un Patto europeo per il lavoro? 

Ridurre in modo ampio e diffuso l'orario di lavoro non solo rappresenta il modo per liberare l'essere umano dalla spirale della mercificazione (Polanyi, 1974) e dell'alienazione, ma rappresenta probabilmente l'unica politica efficace, nei paesi “avanzati” per ridurre drasticamente la disoccupazione e la precarietà. Ciò detto, come sappiamo, l'orario di lavoro è di fatto aumentato significativamente nei paesi occidentali negli ultimi vent'anni (ben al di sopra dei limiti sindacalmente riconosciuti), come effetto della maggiore competitività richiesta al sistema produttivo nel contesto della globalizzazione. Ci sono stati alcuni tentativi, particolarmente noto quello francese, di ridurre l'orario di lavoro, senza successo: chi per primo aveva mosso in questa direzione è stato costretto a ritornare sui propri passi. Ma è ovvio che le cose siano andate in questo modo: in un sistema competitivo, infatti, poiché una riduzione dell'orario di lavoro comporta, a parità di altre condizioni, un aumento dei costi unitari per le imprese, chi muove per primo ne ha uno svantaggio in termini di competitività. In altre parole il mercato si incaricherà presto di “rimettere in riga” quei paesi che mostrassero particolari ambizioni in termini di riduzione dell’orario di lavoro come, più in generale, di tutela dei diritti e dell'ambiente. 
Questo esempio illustra molto bene perché un autentica politica di decrescita non è realizzabile in un contesto competitivo. Accordi di cooperazione internazionale - ad es. su scala europea - e politiche di difesa del lavoro e dell'ambiente sono impensabili l'uno separatamente dalle altre. E' questo un punto molto importante. Esso spiega, tra l'altro, i fallimenti sistematici a cui sono andate sinora soggette le politiche di difesa del welfare (e dell'ambiente) messe in atto dai governi occidentali. Costrette nelle acque basse del social liberismo, le politiche riformiste non dispongono in realtà dei margini economici per riforme strutturali, in quanto ogni autentica riforma comporta dei costi significativi che vengono automaticamente esclusi dall'imperativo della competitività internazionale. Questo è particolarmente vero in un contesto, quale quello che caratterizza i paesi a capitalismo maturo, in cui si approssimano condizioni di crescita zero, ed in cui pertanto non è più possibile ridistribuire in favore del lavoro i significativi aumenti di produttività che caratterizzavano le fasi del capitalismo fordista. 
In conclusione senza una messa in discussione del principio della competitività come asse fondamentale di regolazione dei rapporti economici internazionali, ed un passaggio, seppure graduale, a politiche fondate sulla cooperazione - per esempio attraverso la formulazione di un “patto per il lavoro” tra i paesi dell’Unione - non sarà possibile mettere mano a efficaci politiche di lotta alla disoccupazione ed alla precarietà ed, analogamente, di tutela dei diritti e dell'ambiente. E’ evidente come questo diverso modo di concepire i rapporti tra gli esseri umani e con la natura, fondato sulla cooperazione, potrebbe dare un senso forte e preciso alla realizzazione dell’unità politica Europea. E, date le dimensioni del mercato interno, a quella scala sarebbe possibile farlo.
Muovere dalla competizione alla cooperazione è dunque l'asse strategico per perseguire in modo efficace l'obiettivo dell'equità. Un programma politico in questo senso dovrebbe inoltre prevedere, a scala globale, l’abbandono delle tradizionali politiche fondate sulla potenza in favore di nuove relazioni internazionali fondate sulla nonviolenza.

3.2 Decrescita e nonviolenza

Avviare un percorso verso una società di decrescita rappresenta probabilmente il solo modo per affrontare alla radice il problema dei conflitti e delle guerre, vecchie e nuove, che assillano il nostro tempo (Deriu, 2005). La storia ci insegna infatti che una civiltà fondata sull’espansione è incompatibile con la conservazione della pace. La decrescita, cioè la (ri)organizzazione del processo economico secondo modalità autosostenibili, dunque non predatorie, in particolare di quelle risorse possedute da altri popoli/nazioni, è la premessa indispensabile per non fare della guerra il solo modo possibile per la risoluzione dei conflitti. Ma al di la di generico “no alla guerra” l'attuale crisi della politica ci induce ad un ripensamento ben più radicale che metta in discussione l'idea stessa di potenza e di monopolio nell'uso della forza come statuto fondativo della politica, a favore di logica fondata sulla nonviolenza e sulla cooperazione (Revelli, 2003). Per quanto intenda limitarmi qui ad un analisi del “che cosa,”senza addentrarmi nelle importantissime questione del “come,” sono profondamente convinto che la transizione verso una nuova economia ed una nuova società dipenda, prima ancora che dai contenuti, dalle nuove modalità che saprà assumere la politica. Essa non potrà prescindere da una profonda riflessione critica, a partire dalle forme dell'agire politico, dalla messa in discussione dei suoi privilegi e del suo narcisismo (Ginsborg, 2006), il ché richiama, tra l’altro, una ampia partecipazione dal basso, in particolare delle donne. 

3.3 Valorizzazione dei territori, beni comuni ed economia solidale

A livello locale una politica di decrescita potrebbe essere avviata a partire dalla:
  1. Valorizzazione auto sostenibile dei territori (difesa dei beni comuni)
  2. Diffusione delle Reti di Economia Solidale 
Il primo punto si traduce essenzialmente nella riscoperta degli “statuti dei luoghi,” ossia nel mantenimento e nella valorizzazione dei sistemi ecologici, sociali e delle conoscenze presenti in un determinato territorio (Magnaghi, 2000). Non stupirà scoprire che questi sistemi comprendono i così detti “beni comuni” (acqua, aria, territorio, biodiversità, saperi condivisi, ecc.) per difendere i quali, come noto, le comunità locali sono ovunque mobilitate, in particolare nei paesi del Sud del mondo (Shiva, 2003). Attorno ai conflitti per l’acqua, in particolare, si stanno coagulando una serie di esperienze significative, nelle quali si possono ritrovare alcuni spunti per una vera e propria “nuova narrazione” di ciò che intendiamo per società di decrescita (Petrella, 2007).
Ma quali forme economiche possono favorire l'affermarsi, nei territori, di un'economia più giusta? L'idea qui suggerita passa attraverso la creazione di realtà economiche fondate sul principio di reciprocità. È questa la via che potremmo definire dell’economia solidale (Laville, 1998). Com’è noto questo universo comprende al suo interno un’estrema varietà di esperienze e forme di scambio, che vanno dalle relazioni neoclaniche, caratteristiche delle famiglie allargate africane (che dunque non prevedono alcuno scambio monetario), alle imprese del cosiddetto “terzo settore” (cooperazione sociale, commercio equo, finanza etica,) passando per molteplici forme “ibride” come ad esempio quelle caratteristiche dei sistemi di scambio locale (dove un mercato esiste, ma è vincolato da principi etici assai restrittivi e da scambi di prossimità). In ogni caso, ciascuna di queste forme di scambio, sottraendo quote crescenti di domanda dai mercati internazionali a favore dell'economia locale, rappresenta una sorgente di decrescita, oltre che laboratorio di un’altra economia e di un’altra società. Affinché questo mondo possa avere la forza di sostenersi e di “gemmare” altre esperienze consimili è importante essere consapevoli dei limiti che caratterizzano la tradizionale strategia del “terzo settore.” Per evitare il rischio, quanto mai concreto, che questo finisca con l’essere assorbito dalla logica mercificante del mercato capitalistico, risulta fondamentale adottare una “strategia delle reti” che consenta di mantenere le risorse prodotte secondo criteri “solidali e sostenibili” all’interno della rete stessa. E’ questa caratteristica, le cui potenzialità non sono ancora state sufficientemente capite e studiate, a distinguere le reti di economia solidale (RES), facendone un promettente laboratorio di decrescita.

4. Dalla Dipendenza all'Autonomia 

“Il consumatore è sovrano” recita un noto apologo, ormai logoro, dell'economia ortodossa. Indubbiamente all'homo consumens dispone oggi di una incredibile libertà di scelta: si calcola che nella sola città di New York siano oggi disponibili 10 miliardi di diverse tipologie di oggetti. Tuttavia, come ha sottolineato Bauman (2007), il cittadino-consumatore può operare le proprie scelte solo all'interno di un set predefinito, non può determinare ex ante l'insieme delle cose fra cui può scegliere. E fra queste c'è senz'altro la tecnica. In altre parole il sistema di mercato promette libertà, ma veicola dipendenza. A livello dell’immaginario collettivo, la liquidità che caratterizza la condizione postmoderna si traduce in una parcellizzazione estrema dei valori e delle visioni del mondo. Il dissolversi delle grandi narrazioni rende impossibile al soggetto cogliere un senso compiuto delle proprie azioni e scorgere la trama globale delle relazioni in cui è inserito. Questa incapacità di comprendere le ragioni strutturali che sono alla base – tra l’altro - della perdita della propria qualità della vita, alimenta ulteriormente la dipendenza. 
Immaginare una società autonoma richiede dunque una fuoriuscita da questa spirale. Una profonda trasformazione dei valori e della cultura capace di tradursi in una trasformazione delle istituzioni dominanti. L’autonomia, dunque, è l’arco teso tra l’immaginario sociale e la politica. 
Porre da sé le proprie leggi, autodeterminazione, autoistituzione esplicita, questo è il significato fondamentale di ciò che intendiamo per autonomia. 
Come è facile intuire si tratta di una dimensione di importanza fondamentale all’interno del nuovo progetto di società. Essa coinvolge questioni di grande portata e su cui il dibattito ed il confronto, anche all’interno dei movimenti, è ancora agli esordi. Largamente condivisa sembra tuttavia la convinzione che, quali che siano le regole di governo che il nuovo progetto di società vorrà darsi, esse dovranno partire dal basso, dalle comunità, dai territori. Esse dovranno perseguire forme di democrazia diretta, sostanziale, lasciando ai cittadini, e non ai rappresentanti o agli esperti, la possibilità di definire, tra l’altro, le condizioni economiche e sociali di produzione della ricchezza. 
E’ a questa scala, che possiamo definire di comunità, che le nuove organizzazioni politiche - che si faranno portatrici del nuovo progetto di società - dovranno cercare prioritariamente il consenso (Fotopulos, 1997). Il nuovo Palazzo d’Inverno, dunque, è innanzitutto il Municipio. Successivamente è auspicabile che le relazioni tra le diverse comunità possano estendersi nella forma di una “confederazione di comunità”(Bookchin, 1993).
Se questa affermazione può essere utile per orientare le priorità politiche ed evitare vecchi errori, tuttavia, deve essere altrettanto chiaro che il vero Palazzo d’Inverno sta innanzitutto dentro ciascuno di noi. In altre parole, come ha mostrato acutamente Castoriadis, il problema dell’autonomia riguarda innanzitutto il sé. E’ dunque prioritario concentrare l’attenzione su quell’imprescindibile esercizio di auto-educazione, di consapevolezza, di recupero alla coscienza dei condizionamenti inconsci, che costituisce l’imprescindibile premessa per l’affermarsi di una società autonoma. In una prima fase sarà dunque importante ripensare il sistema culturale, educativo e in-formativo verso: 
  1. Modalità educative tese a favorire: consapevolezza, autonomia, capacità critica, ozio creativo, ben-essere vs ben-avere;
  2. Riforma dei media;
  3. Politiche formative rivolte al cambiamento degli stili di vita e di consumo.
Il sistema formativo della modernità tutta è stato plasmato per produrre consumatori docili e tecnici affidabili. La scuola, in questa prospettiva, aveva essenzialmente il compito di trasferire nozioni strumentali alle mansioni richieste ai futuri operatori del sistema della tecnica (Illich, 1974). Questa concezione specialistica e strumentale della formazione è già entrata in crisi. Nella società del rischio e dell'incertezza quanto più sono rigide e strumentali le nostre conoscenze quanto più aumenta il rischio soggettivo e la dipendenza nei confronti del sistema. Il ruolo dell'educazione, nella civiltà della decrescita, dovrebbe dunque rovesciare completamente questo paradigma. Essa dovrebbe fornire piuttosto un quadro delle relazioni sistemiche che consentano di orientarsi consapevolmente, di apprendere ad apprendere, e dunque, a fronte di situazioni imprevedibili, di sviluppare le capacità a ricercare, anche collettivamente, le risposte adattive migliori. Inutile dire che l'attuale sistema informativo, in particolare attraverso i media, svolge un'efficacissima azione in senso opposto. Si rende necessaria quindi una profonda riforma del sistema dei media che non si faccia scrupolo di porre, tra l'altro, limiti all’invasione pubblicitaria. 
Certo è opportuno proporre nuovi valori, alternativi a quelli dominanti, autonomia al posto della dipendenza, il senso del limite al posto dell’arroganza, la reciprocità al posto dell’egoismo, il ben-essere e la sobrietà al posto del ben-avere ecc., tuttavia deve essere chiaro che non è possibile sperare in una trasformazione ampia e diffusa dei valori senza modificare le condizioni sociali di produzione della ricchezza. In altre parole, tra valori e istituzioni esiste una relazione di tipo sistemico. L’affermarsi di personalità forti e autonome è possibile solamente all’interno di un conteso sociale ed istituzionale che educhi gli individui all’autodeterminazione, poiché la personalità stessa, e certamente la capacità di azione politica si forma nell’interazione profonda tra individuo e comunità (Bookchin, 2003). 
Occorre senza dubbio favorire, infine, politiche rivolte al cambiamento degli stili di vita e di consumo. E’ oggi questo un aspetto fortemente avvertito all’interno dei movimenti e dell’associazionismo di base (consumo critico, autoproduzione, commercio equo, ecc.). Queste pratiche rivestono un indubbio valore, in particolare come esercizio di trasformazione del sé (e dunque dell’immaginario). In alcuni casi essi dimostrano la concreta fattibilità di (alcune) pratiche economiche alternative. Tuttavia sarebbe un’illusione credere che il solo agire a livello individuale, o di piccolo gruppo, consenta di trasformare le ferree leggi che regolano l’economia capitalista. Questo ci chiama ad essere ben consapevoli – a fianco dell’importanza delle buone pratiche – della centralità della dimensione politica del cambiamento. Ci auguriamo quantomeno che i tragici fallimenti registrati, sull’uno e sull’altro fronte, da parte di chi ha voluto assolutizzare l’uno o l’altro di questi approcci, servano a comprendere come, in una prospettiva sistemica, l’eterno interrogativo se debbano cambiare prima le strutture economiche o prima l’individuo ed i suoi valori, serva solo a ritardare il cambiamento... è evidente che entrambi sono necessari e le une accompagnano e sostengono la trasformazione dell’altro. 

Riferimenti Bibliografici

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Sachs W., 2002. Ambiente e giustizia sociale, Editori Riuniti, Roma. 
Shiva V. 2003. Le guerre dell’acqua.
M. Bonaiuti 354
Pratiche di decrescita torna su
Articoli riguardanti le azioni pratiche per costruire la decrescita
# Titolo Articolo Autore Letture
1 Le 8 R - slide
Creato: 18 Gen 2010

Una serie di slide che spiegano le 8 R

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di Karin Munck

Karin Munck 176
2 La parabola dello yogurt
Creato: 22 Lug 2009
Lo yogurt prodotto industrialmente e acquistato attraverso i circuiti commerciali, per arrivare sulla tavola dei consumatori percorre da 1.200 a 1.500 chilometri, costa 5 euro al litro, viene confezionato al 95 per cento in vasetti di plastica quasi tutti monouso, raggruppati in imballaggi di cartoncino, subisce trattamenti di conservazione che spesso non lasciano sopravvivere i batteri da cui è stato formato.
M. Pallante 230
3 La virtù della sobrietà
Creato: 22 Lug 2009
Sostenere la necessità di una decrescita economica e produttiva, descriverne i vantaggi in termini di felicità individuale, di sollievo per gli ecosistemi terrestri, di relazioni più eque e serene tra gli individui e tra i popoli, è un passaggio obbligato nella costruzione di una nuova cultura capace di superare i terribili problemi che il sistema economico industriale, fondato sulla crescita illimitata della produzione di merci, pone all'umanità e a tutte le specie viventi.
M. Pallante 200
4 La consapevolezza di abitare un luogo di relazioni
Creato: 20 Lug 2009
ri-abitare vuol dire imparare a vivere in un posto, in un'area che è stata infranta e lesa da un passato di sfruttamento. Significa ri-diventare nativi del posto ed essere consapevoli della miriade di relazioni ecologiche che operano dentro e attorno ad esso. Significa comprendere le attività e i comportamenti sociali che in prospettiva arricchiranno la vita di quel posto, ne ripristineranno i sistemi di supporto vitale e stabiliranno al suo interno uno schema di esistenza ecologicamente e socialmente sostenibile. In poche parole, diventare pienamente vivi nel e con il posto e darsi da fare per diventare membri della comunità biotica e smetterla di essere i suoi sfruttatori.
G. Moretti 183
5 Sobrietà: dallo spreco di pochi ai diritti per tutti
Creato: 20 Lug 2009
Il mondo siede su due bombe: la crisi ambientale e quella sociale. Per uscirne, occorre imboccare la strada della sobrietà: uno stile di vita - personale e collettivo - più parsimonioso, più pulito, più lento, più inserito nei cicli naturali.
F. Gesualdi 156
6 L'Italia e il movimento della transizione: facciamo il punto
Creato: 20 Lug 2009
E' partita dall'Inghilterra l'esperienza concreta della creazione di nuove forme di economia locale. Un movimento che si pone innanzi tutto il problema di organizzare l'autodifesa economica, energetica e alimentare contro la crisi del sistema petrolio. E' necessario che anche in Italia si metta al primo posto la TRANSIZIONE dal sistema del petrolio al sistema del buon senso. In diversi Paesi industrializzati in molti hanno gia' fatto questa scelta.
D. Tarozzi 186
7 I primi 10 consigli per entrare nella "resistenza" con la decrescita
Creato: 15 Lug 2009
I consigli per essere "decrescenti", in primis, liberarsi dai condizionamenti.
V. Cheynet 264
8 Suggerimenti di decrescita
Creato: 10 Lug 2009

Ecco alcuni suggerimenti di decrescita

 

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gvaninetti 253
9 Il programma delle otto R
Creato: 10 Giu 2009
Le famose 8 "R": rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica.
S. Latouche 1429
10 26 cose che potete fare subito per gestire la vostra ansia
Creato: 10 Giu 2009
Diversi suggerimenti per dei comportamenti più "virtuosi".
K McMahon 492
Società, media, immaginario torna su
# Titolo Articolo Autore Letture
1 Grandezza e Collasso: L'anima delle civiltà
Creato: 18 Mar 2010

In questi ultimi decenni molti studiosi hanno richiamato l’attenzione sui problemi ecologici e sui limiti e le contraddizioni inerenti al nostro sistema. Tra questi un posto di rilievo merita sicuramente il vincitore del premio Pulitzer, Jared Diamond, biologo evoluzionista americano oggi docente di geografia e scienze ambientali alla California University.  L’impatto avuto dalle sue opere più note Armi, acciaio e malattie: breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni (Einaudi, 1997) e Collasso: come le società scelgono di morire o di vivere (Einaudi, 2005), sulla cultura mondiale e in particolare in tutta l’area “verde”, è notevole.


Il tema centrale di Armi è quello dello sviluppo delle disuguaglianze tra le società e delle cause della crescente complessificazione delle civiltà, con particolare riferimento alla civiltà europea. Collasso tratta prevalentemente delle cause di quelle cadute verticali di complessità delle società che l’autore chiama “collassi” e di cui l’infausto destino dell’isola di Pasqua rappresenta un simbolo nell’immaginario collettivo. Sintetizzando, questi lavori, apprezzati tra l’altro da importanti capi di stati come Bill Clinton e Nicolas Sarkosy, affrontano la questione della grandezza e della decadenza delle società umane adottando una ottica neodarwiniana in virtù della quale l’autore attribuisce alle sue tesi uno statuto scientifico puro. La tesi centrale afferma che a determinare lo sviluppo o il collasso delle civiltà sarebbero i fattori geografici e ambientali che possono avvantaggiare o meno certi popoli, assieme al cattivo uso delle risorse naturali e al deterioramento delle loro relazioni.

La novità importante  introdotta da Diamond consiste nel proporre un'analisi razionale e determinista dello sviluppo delle società e al tempo stesso di concepire l’umanità come necessariamente integrata in una realtà ecologica che la trascende e che può di converso sostenerla oppure distruggerla. Per cui, alla fine, sopravvivono e si sviluppano maggiormente quelle civiltà che si adattano meglio al loro ambiente e che fanno il miglior uso delle risorse ambientali. Diamond smuove dunque le frontiere della disciplina storica integrando le scienze naturali nel cuore della logica dello sviluppo delle civiltà.

Tuttavia, egli relativizza oltremodo il ruolo della cultura in questo sviluppo, finendo per attribuire una importanza di gran lunga preminente ai fattori ambientali. In una epoca in cui, purtroppo, i problemi ecologici sono sempre più all’ordine del giorno, una simile tesi assume certamente un peso particolarmente rilevante dal punto di vista culturale, prima ancora che scientifico. Che le zone propizie al sostentamento, agli scambi e agli spostamenti possano favorire lo sviluppo delle civiltà non è di certo una novità. Tutte le grandi civiltà si sono originariamente insediate in luoghi propizi dal punto di vista geografico e ambientale: fiumi, terre fertili, foreste ricche in biodiversità…

E' possibile però avvicinare il discorso da un altro punto di vista, quello della psicologia animistica(1). Da questa prospettiva dovremmo chiederci quanto l’anima(2)  dei luoghi (fiumi, montagne, foreste, conformazioni geologiche…) abbia influito sulla psiche individuale e collettiva dei popoli e sia stata determinante nelle loro scelte. Generalmente, nei lavori che trattano il tema del rapporto tra uomo e ambiente tale criterio non viene mai preso in considerazione. Quelli di Diamond non fanno eccezione. La possibilità di una percezione animistica, non razionale, del mondo risulta, cioè, “non pensata”. Essa appare troppo lontana dalla mentalità moderna per essere anche solamente avvistata. Un fatto, questo, che rende abbastanza bene l’enorme distanza che separa ormai la cultura occidentale da quella animistica. Eppure, per i membri tribali come del resto (seppur in modo e in misura diversi) per i popoli antichi, l’anima dei luoghi era considerata una realtà tangibile con la quale fare necessariamente i conti. I membri tribali basano molte loro scelte, anche di politica territoriale, in primis su questa facoltà che potremmo chiamare “percezione animistica”. Per loro un luogo può per esempio, sulla base delle impressioni profonde (positive o negative) che produce sulla psiche, può essere ritenuto propizio o sfavorevole per la caccia o per l’insediamento.

E’ bene sottolineare che tali giudizi e scelte emergono in massima parte dall’inconscio e quindi non possono considerarsi frutto di valutazioni prevalentemente razionali basate sulla predisposizione geografica e ambientale dei luoghi. Molti popoli tribali hanno scelto di vivere in zone estremamente improbabili da questo punto di vista. Si pensi per esempio a certe etnie della Siberia o del deserto africano. Alcune civiltà tribali vivono da tempi immemori in luoghi che per via della loro inospitalità ambientale avrebbero dovuto essere razionalmente scartati. Le stesse montagne sacre, dalle vette dell’Himayala agli Ayers Rock dell’Autralia, consistono in luoghi impervi e arridi, ma che tuttavia fanno da importante scenario geografico spirituale alla vita tribale. Così, nelle culture animistiche le scelte individuali e collettive risentono almeno in misura eguale dalla percezione inconscia che dal pensiero razionale.

Come ho sostenuto recentemente(3), l’animismo non consiste in una forma arcaica o ingenua di pensiero, ma in un altra modalità di funzionamento della psiche nella sua globalità(4). Una modalità in cui le parti consce ed inconsce coesistono senza frattura coinvolgendo in modo armonioso il mondo naturale che tradizionalmente funge da ricettacolo per le proiezioni di contenuti inconsci. Per questo motivo essenzialmente i luoghi (e le altre entità) possono entrare in risonanza psichica con gli individui, ispirarli o intimorirli. Capire queste differenze profonde di psicologia suggerisce addirittura una riconfigurazione di quel che Jung chiama processo di individuazione inteso come realizzazione del Sé(5).

Il fatto che certi popoli tribali vivono nello stesso identico modo da oltre 40.000 anni non sembra dovuto ad un arresto della loro evoluzione, ma piuttosto al raggiungimento di un soddisfacente grado di armonia con la Natura e con l’inconscio. Proprio in questo grado di armonia sembra consistere la realizzazione del Sé. Per cui viene meno per queste comunità l’esigenza di ulteriori differenziazioni. Per Jung, realizzare il Sé significa raggiungere un grado ottimale di equilibrio funzionale tra le parti consci ed inconsce della personalità. Per i membri tribali quell’equilibrio non saprebbe essere tutto interiore, ma deve coinvolgere anche la Natura che funge da contenitore e da tramite tra la coscienza e l’inconscio. In altri termini, essi vivono l’inconscio in gran parte nel loro rapporto quotidiano con la Natura, la quale diventa per questa via sacra, misteriosa e in grado di offrire dei riscontri pressoché ignoti a noi moderni, ma non per questo necessariamente meno importanti per l’adattamento.

Tale parere potrà forse lasciare perplessi considerando il comune giudizio che nutriamo verso questi popoli “inferiori”(6), ma di fatto esso si esprime anche in diversi prodotti culturali moderni. Per esempio, nel film Il pianeta verde(7) alcuni esponenti di un popolo avanzato decidono di tornare sulla Terra. Essi atterrano presso una tribù aborigena dell’Australia sorprendendosi per quanto questi umani, che conoscono la telepatia e vivono in armonia con la Natura, si siano evoluti! Salvo poi accorgersi che la maggior parte dei terrestri vivono in modo radicalmente diverso, abitano in città grigie e inquinate, isolati nel loro ego e scisse dal mondo naturale. Anche il filosofo americano James Hillman sembra avere intuito la necessità di cambiare modello psicologico e di operare un passaggio dall’ego all’anima. Puntando sul suo “fare anima”, egli mostra di preferire un modello psicologico che prevede una infinità di modi di essere ispirati agli archetipi espressi nei miti, alla realizzazione del Sé intesa come identificazione ad un unico archetipo(8). Quei personaggi della mitologia classica ai quali Hillman propone di ispirarci rammentano da vicino le anime della Natura e gli antenati totemici dei popoli tribali. Non a caso gli dei in tutto il mondo erano originariamente descritti e rappresentati come esseri in parte animali e in parte umani.

Ora, se per l’uomo moderno una conversione pura e semplice all’animismo appare impossibile(9), tornare ad avvertire la dimensione animistica dei luoghi e degli esseri potrebbe rappresentare un significativo passo in avanti sul cammino della sua individuazione. Quel recupero probabilmente implicherebbe il passaggio ad una concezione dell’inconscio che non crei compartimenti stagni tra Psiche e Natura, tra mondo interiore e mondo esteriore. Un passaggio le cui modalità restano tuttavia tutte da esplorare.

di A. Fratini, Presidente dell'Associazione Europea di Psicoanalisi


1 Con questa espressione intendo un nuovo orientamento psicodinamico che trae ispirazione in particolare dalla cultura animista.
2 Il termine “anima” è da intendere qui nel senso delle impressioni globali rilasciate da questi sistemi a livello della psiche inconscia.
3 A. Fratini, La religione del dio Economia, CSA Editrice, Crotone 2009.
4 Il pensiero è soltanto una delle tante funzioni che compongono la psiche, assieme per esempio al sentimento, la sensazione, l’intuizione, l’immaginazione… Cfr. C.G.Jung, Tipi Psicologici, Newton Compton 1970.
5 Con il termine “Sé” C.G. Jung designa l’unitotalità dell’individuo.
6 Tale pregiudizio è particolarmente esplicito, per esempio, nel titolo dell’opera dell’antropologo francese Lévy-Bruhl, Le funzioni mentali nelle società inferiori, 1910.
7 Coline Serreau, 1995.
8 J. Hillman, Re-visione della psicologia, Adelphi, Milano 1983.
9 Sul grande problema delle cause della perdita dell’anima da parte della civiltà occidentale vedi il mio La religione del dio Economia, CSA Editrice, Crotone 2009.

A. Fratini 109
2 Dedalo e le radici mitiche del progresso
Creato: 26 Gen 2010

Il linguaggio è spesso specchio di credenze inconsapevoli. Vi circolano significanti particolarmente ricorrenti e carichi di fascino. Uno dei motivi di questo è che ciascun significante può rimandare ad altri significanti più pregnanti appartenenti alla stessa catena associativa inconscia. Questi fungono allora da significato producendo effetti propriamente trascendenti sulle persone. La Storia evidenzia infatti che l’uomo può credere alle cose più insensate, purché rientrino in un discorso.

Uno di questi significanti è certamente quello di “progresso”. La parola “progresso” proviene etimologicamente dal latino progressus che significa “andare avanti”. Ora, la nostra idea di progresso è strettamente legata allo sviluppo dell’economia e della tecnologia, due delle “qualità” sulle quali la nostra società si fonda maggiormente. L’economia appare, oggi più che mai, dipendente dallo sviluppo tecnologico (si pensi per esempio alla manipolazione genetica e al tipo di agricoltura che ne consegue). Nel mettere avanti la tecnologia e nell’affidarsi così tanto ad essa l’uomo moderno è irrimediabilmente portato a sostituire la riflessione con l’azione. Nell’etica interventista che ne deriva il “perché” è sostituito dal “come”. Il problema primario diventa “come agire” per ottenere quel che si vuole: il Progresso. Per capire meglio le implicazioni di una simile unilateralità psicologica evocheremo l’antico eroe greco Dedalo, il quale rappresenta in qualche modo il prototipo dell’ingegnere di oggi.

Il mito racconta che quando il re cretese Minosse cercò di ottenere il trono, chiese un segno a Poseidone che fece emergere dal mare un toro meraviglioso. Quel toro era così bello che Minosse scelse di non sacrificarlo al dio, come avrebbe dovuto fare, ma di tenerlo per sé. Per punizione Poseidone ispirò alla moglie di Minosse, Pasifae, una irresistibile passione per l’animale. Minosse incaricò il suo ingegnere Dedalo di trovare il modo per rendere possibile tale unione, forse nell’intima convinzione che nessuno vi sarebbe mai riuscito. Questi allora costruì una vacca in legno e in pelle (un po’ come quelle che esistono oggi presso i centri di inseminazione artificiale) che permise a Pasifae di copulare con l’animale. Da questa unione nacque il Minotauro, un mostro metà uomo e metà toro. Di nuovo interpellato per rimediare alla situazione, Dedalo inventò il suo famoso labirinto dove confinarvi il mostro. A questo punto la vicenda s’incrocia con un altro mito, quello di Teseo, altra grande figura eroica della Grecia antica. Questi venne incaricato di uccidere il Minotauro la cui sopravvivenza era subordinata al sacrificio annuale di nove ragazzi e nove fanciulle ateniesi imposto dal re cretese. Arianna, figlia di Minosse, si era innamorata di Teseo e chiese al solito Dedalo di escogitare uno stratagemma che permettesse al suo benamato di uscire dal labirinto. L’impareggiabile ingegnere le indicò la tecnica del filo da srotolare durante il percorso di andata nel labirinto. Grazie a tale astuzia Teseo riuscì ad uscire dal labirinto dopo avere ucciso il mostro, dimenticandosi però Arianna per strada. Forse a causa di questa perdita, oppure, a secondo delle versioni dello stesso mito, a causa del congegno che permise a Pasifae di copulare con il toro, Minosse imprigionò Dedalo e suo figlio Icaro nel labirinto. Allora Dedalo, che evidentemente nutriva una grande fiducia nei propri espedienti tecnici, fabbricò per lui e suo figlio delle ali fatte di cera e piume di uccelli che permisero loro di fuggire dal labirinto. Ma Icaro, esaltato dal volo, non seguì il monito del padre. Egli si avvicinò troppo al sole, le ali si staccarono dal corpo e quindi precipitò nel mare sotto agli occhi del padre disperato.

Questa vicenda mostra bene come, partendo da una richiesta illegittima (sprovvisto del giusto contrappeso d’anima), il ricorso sistematico alla tecnica non fa che generare nuovi problemi fino ad arrivare al tragico esito finale. Oggi, sostiene P.H.Gouyon, professore al Museo di Storia Naturale di Parigi e specialista della biodiversità1, coesistono fondamentalmente due tipi di persone2: il primo pensa che la corsa al progresso (così come lo abbiamo qui definito, tutto teso al profitto economico e al dominio sulla Natura) rappresenta l’unica via di salvezza e che gli eventuali problemi che ne potranno derivare si affronteranno strada facendo. Nel mio ultimo libro3 ho cercato di dimostrare la natura propriamente religiosa di questo punto di vista. Il secondo tipo ritiene invece che l’atteggiamento tecnico superficiale dell’uomo abbia già provocato abbastanza danni così e che sia giunto il momento di anteporre all’agire la giusta dose di riflessione. Un simile provvedimento si rende oggigiorno più impellente che mai per via dell’enorme potenziale dei moderni strumenti tecnologici. L’uomo moderno, in particolare l’uomo politico, è posseduto da una vera e propria mania4 del fare in nome di Economia. La tecnologia, in quanto prodotto di un certo atteggiamento umano, diventa pertanto la via privilegiata attraverso la quale Economia si concretizza nel mondo moderno.

A questo punto una domanda urgente s’impone: lasceremo la follia del Progresso invadere completamente la nostra società oppure riusciremo a trovarvi un giusto contrappeso d’anima ?

Fidenza 17/01/2010

Antoine Fratini
presidente dell'Associazione Europea di Psicoanalisi
www.aepsi.it
membro de l'Académie Européenne Interdisciplinaire des Sciences
http://www.science-inter.com/



1 P.H.Gouyon, La biologie, la diversité et la société, Bulletin N°138 de l’Académie Européenne Interdisciplinaire des Sciences.

2 Ricercatori e scienziati non fanno eccezione.

3 A.Fratini, , CSA Editrice, Crotone, 2009.

4 Nel senso antico di “esaltazione religiosa” (vedi A.Conforti, Filosofia e psicoanalisi: una nascita comune – prima parte – www.aepsi.it .

A. Fratini 120
3 Decrescita, una parola bomba
Creato: 22 Lug 2009
La decrescita deve essere vista come un'occasione per tutti e non come un impoverimento. Non esistono sviluppo e crescita senza fine. Al contrario, la nostra umanità non emerge se non quando siamo capaci di stabilire dei limiti.
P. Ariès 133
decrescita.it il sito dell'Associazione per la Decrescita