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La decrescita sostenibile PDF Stampa E-mail

La contestazione della crescita economica è un fondamento dell'ecologia politica. Non può esserci crescita infinita su di un pianeta finito. Dal momento che disturbava troppo, perché in radicale rottura con il nostro sviluppo attuale, questa critica fu ben presto abbandonata a vantaggio di concetti più flessibili, come lo "sviluppo sostenibile". Eppure, razionalmente, non esiste quasi altra via, per i paesi ricchi (20% della popolazione planetaria e 80% del consumo delle risorse naturali) che quella di ridurre la loro produzione e il loro consumo al fine di "decrescere".
Non c'è bisogno di essere economisti per capire che un individuo, o una collettività, che tragga la maggior parte delle sue risorse dal suo capitale, e non dai suoi redditi, è destinato al fallimento. Eppure questo è proprio il caso delle società occidentali, che attingono alle risorse naturali del pianeta, un patrimonio comune, senza tenere conto del tempo necessario perché esse si rinnovino. Non contento di depredare questo capitale, il nostro modello economico, fondato sulla crescita, induce inoltre un aumento costante di questi prelievi. Gli economisti ultra-liberali, come i neo-marxisti, hanno eliminato dai loro ragionamenti il parametro "natura", perché troppo contrariante. Privato del suo dato fondamentale, il nostro modello economico e sociale si trova così scollegato dalla realtà fisica e funziona nel virtuale. Gli economisti vivono, in effetti, nel mondo religioso ottocentesco, in cui la natura era considerata inesauribile. Negare la realtà a vantaggio di una costruzione intellettuale è caratteristico di un'ideologia. Possiamo quindi considerare che l'economia attuale è prima di tutto di natura ideologica, non fosse altro che per difetto. La realtà è più complessa, poiché il sistema economico è in effetti largamente abbandonato a se stesso, senza controllo politico.

L'obiettivo di un'economia sana

Chiameremo economia sana un modello economico che, come minimo, non intacchi il capitale naturale. L'ideale sarebbe ricostituire il capitale naturale già distrutto. Ma il primo obiettivo di un'umanità che vive sui redditi della natura costituisce già una sfida straordinaria. Possiamo anche domandarci se quest'obiettivo sia ancora realizzabile, e se il punto di non-ritorno non sia stato già oltrepassato. In ogni caso, quest'obiettivo è il solo al quale l'umanità possa puntare, sia dal punto di vista morale che da quello scientifico.
Morale, perché fa parte del dovere e della responsabilità di ogni individuo e dell'umanità preservare il proprio ambiente e restituirlo ai propri discendenti, come minimo, nello stato in cui l'ha trovato.
Scientifico, perché immaginare che l'umanità abbia i mezzi per colonizzare altri pianeti vuol dire delirare. Le distanze nello spazio sono fuori della portata delle nostre tecnologie. Per fare dei salti da pulce nello spazio, sprechiamo inutilmente quantità gigantesche di risorse preziose.
Inoltre, in via puramente teorica, se potessimo portare sul nostro pianeta, in maniera economicamente conveniente, una risorsa energetica extra-terrestre, questo avrebbe come conseguenza un nuovo degrado ecologico. In effetti, alcuni scienziati pensano che il pericolo sia più nelle "troppe" risorse, che nel rischio di vederle esaurirsi. Il pericolo principale è l'incapacità dell'ecosistema globale di assorbire tutti gli agenti inquinanti che generiamo. L'arrivo di una nuova risorsa energetica riuscirebbe così solo ad amplificare i cambiamenti climatici.
Non attingere per niente al nostro capitale naturale sembra difficile, anche solo per produrre degli oggetti di prima necessità come una pentola o un ago. Ma abbiamo già prelevato e trasformato una quantità considerevole di minerali. La massa d'oggetti prodotti costituisce già un formidabile potenziale di materia da riciclare.
L'obiettivo dell'economia sana può sembrarci un orizzonte utopistico. In pratica abbiamo al massimo 50 anni per arrivarci, se vogliamo salvaguardare l'ecosistema. La biosfera non concede dilazioni. Restano, al ritmo di consumo attuale, 41 anni di riserve certe di petrolio (1), 70 anni di gas (2), 55 anni di uranio (3). Anche se queste cifre possono essere contestate, ci dirigiamo verso la fine della maggior parte delle risorse planetarie a breve scadenza, se non cambiamo radicalmente rotta. Contrariamente al ventesimo secolo, ormai consumiamo più risorse di quante non ne scopriamo. Inoltre è previsto, da qui a 20 anni, un raddoppio del parco automobilistico mondiale e del consumo energetico mondiale. Infine, più ci avviciniamo alla fine delle risorse, più queste sono difficili da estrarre. Resta il fatto che il pericolo maggiore, oggi, sembrano essere i danni che facciamo al clima, che non l'esaurimento delle risorse naturali.

Il teorico della decrescita

L'economista romeno Nicholas Georgescu-Roegen è il padre della decrescita (4). Nicholas Georgescu-Roegen distingue l'"alta entropia", energia non disponibile per l'umanità, dalla "bassa entropia", energia disponibile. Egli dimostra semplicemente che ogni volta che noi intacchiamo il nostro capitale naturale, come le riserve energetiche, ipotechiamo le speranze di sopravvivenza dei nostri discendenti. Ogni volta che produciamo un'automobile, lo facciamo al prezzo di una riduzione del numero di vite future. Egli mette in evidenza il vicolo cieco costituito dalla "crescita zero" o dallo "stato di stabilità" decantato dagli ecologisti. In effetti, anche se stabilizzassimo la nostra economia, continueremmo ad attingere al nostro capitale.

La decrescita sostenibile

Tutto il problema consiste nel passare da un modello economico e sociale fondato sull'espansione permanente ad una civiltà "sobria" il cui modello economico abbia integrato la finitezza del pianeta. Per passare dalla nostra civiltà all'economia sana, i paesi ricchi dovrebbero impegnarsi in una drastica riduzione della loro produzione e dei loro consumi. In termini economici, questo significa entrare nella decrescita. Il problema è che le nostre civiltà moderne, per non generare conflitti sociali, hanno bisogno di questa crescita perpetua. Il fondatore della rivista The ecologist, l'ecologista milionario e conservatore Edwards Goldsmith, avanza l'ipotesi che riducendo del 4% l'anno per 30 anni la produzione e il consumo, avremmo una possibilità di scampare alla crisi climatica, "con un minimo di volontà politica" (5). Facile a dire sulla carta, fosse anche riciclata o semplicemente sbiancata senza cloro! La realtà sociologica è tutt'altro. Perfino i ricchi dei paesi ricchi aspirano a consumare sempre più. E non è "un minimo di volontà politica" che sarebbe necessario se un gruppo volesse condurre questa politica dall'alto, ma piuttosto un potere totalitario. Quest'ultimo avrebbe un gran da fare per contrastare una sete infinita di consumi alimentata da anni di condizionamento all'ideologia pubblicitaria. A meno di rientrare in un'economia di guerra, l'appello alla responsabilità degli individui è la priorità. I meccanismi economici condotti dal politico dovranno svolgere un ruolo fondamentale, ma resteranno secondari. La svolta dovrà quindi attuarsi "dal basso", per restare nella sfera democratica.
Edwards Goldsmith afferma anche che solo una crisi economica mondiale potrebbe ritardare la crisi ecologica globale se non si intraprende niente. La storia ci dimostra che le crisi hanno raramente delle virtù pedagogiche, e che esse generano molto spesso dei conflitti sanguinosi. In situazione di pericolo, l'umano privilegia i suoi istinti di sopravvivenza, a scapito della società. La crisi del 1929 ha portato al potere Hitler, i nazisti, i fascisti, i franchisti in Europa e gli ultranazionalisti in Giappone. Le crisi invocano dei poteri forti, con tutte le derive che questi generano. Tutto l'obiettivo consiste, invece, nell'evitare che sia il caos a regolare le cose. E' per questa ragione che questa decrescita dovrà essere "sostenibile". Vuol dire che non dovrà generare una crisi sociale che rimetta in discussione la democrazia e l'umanesimo. Non servirebbe a niente, voler preservare l'ecosistema globale, se il prezzo per l'umanità è un crollo umano. Ma più aspetteremo, ad impegnarci nella "decrescita sostenibile", più l'impatto contro la fine delle risorse sarà rude, e più il rischio di generare un regime eco-totalitario o di sprofondare nella barbarie sarà elevato.
Un esempio di decrescita caotica è la Russia. Questo paese ha ridotto del 35% le sue emissioni di gas a effetto serra dalla caduta del muro di Berlino (6). La Russia si è disindustrializzata. E' passata da un'economia da superpotenza ad un'economia in larga parte di sopravvivenza. In termini puramente ecologici, è un exploit. In termini sociali, è ben lungi dall'esserlo. I paesi ricchi dovranno tentare di diminuire la loro produzione e i loro consumi senza far implodere il loro sistema sociale. Al contrario, dovranno proprio rinforzarlo in questa difficile transizione per tendere ad una maggiore equità. Una cosa sembra sicura: per raggiungere l'"economia sana", la decrescita dei paesi ricchi dovrà essere sostenibile.

Un esempio: l'energia

Più di tre quarti delle risorse energetiche che utilizziamo oggi sono di origini fossili. Sono il gas, il petrolio, l'uranio, il carbone. Sono risorse non-rinnovabili, o più esattamente con un tasso di rinnovamento estremamente debole. In ogni caso, senza alcun rapporto con il nostro attuale utilizzo. L'economia sana ci impone di cessare questo saccheggio. Dobbiamo riservare queste risorse preziose per degli impieghi vitali. Inoltre, la combustione di queste risorse fossili disgrega l'atmosfera (effetto serra e altri inquinamenti) e intacca da quest'altro lato il nostro capitale naturale. Quanto al nucleare, oltre al pericolo che fanno correre le sue installazioni, produce rifiuti che hanno una vita dalla durata infinita, se paragonata alla scala umana (plutonio 239, tempo di dimezzamento 24.400 anni, iodio 129, durata dell'emivita 16 milioni di anni). Il principio di responsabilità, che definisce l'età adulta, vuole che non sviluppiamo una tecnica che non riusciamo a controllare. Non dobbiamo lasciare in eredità ai nostri discendenti un pianeta avvelenato fino alla fine dei tempi. Al contrario, avremo diritto alle energie "di rendita", cioè quella solare, l'eolica e, in parte, la biomassa (legno) e un po' d'idraulica. Con queste ultime due risorse che devono dividersi con altri utilizzi che non la sola produzione di energia.
Quest'obiettivo è raggiungibile solo con una drastica riduzione del nostro consumo energetico. In un'economia sana, l'energia fossile sparirebbe. Questa sarebbe riservata a degli usi di sopravvivenza, come gli usi medici. Il trasporto aereo, i veicoli con il motore a scoppio sarebbero condannati a sparire. Sarebbero sostituiti dalla marina a vela, la bicicletta, il treno, la trazione animale (quando la produzione di alimenti per gli animali è sostenibile). E' chiaro che tutta la nostra civiltà sarebbe sconvolta da questo mutamento nel rapporto con l'energia. Significherebbe la fine dei grandi centri commerciali a vantaggio dei piccoli negozi di quartiere e dei mercatini, dei prodotti manufatti poco cari importati a beneficio dei prodotti locali, degli imballaggi usa e getta a vantaggio dei contenitori riutilizzabili, dell'agricoltura intensiva motorizzata a beneficio di una agricoltura contadina estensiva. Il frigorifero sarebbe rimpiazzato da una camera fredda, il viaggio alle Antille da una gita in bicicletta nelle Cevenne, l'aspirapolvere dalla scopa e lo straccio, l'alimentazione a base di carne da una dieta quasi vegetariana, ecc.
Almeno durante il periodo di riorganizzazione della nostra società, la perdita dell'energia fossile porterà un accrescimento considerevole della massa di lavoro per i paesi occidentali, e questo anche considerando una forte diminuzione dei consumi. Non solo non disporremmo più dell'energia fossile, ma in più la manodopera a buon mercato dei paesi del terzo mondo non sarebbe più disponibile. Faremmo allora ricorso alla nostra energia muscolare.

Un modello economico alternativo

Al livello dello Stato, un'economia sana gestita democraticamente può essere solo il frutto di una ricerca di equilibrio costante tra le scelte collettive e individuali. Essa ha bisogno di un controllo democratico dell'economia da parte del politico e delle scelte di consumo degli individui. Un'economia di mercato controllata dal politico e dal consumatore. Dove l'uno non può fare a meno dell'altro. Questo modello esige una maggiore responsabilizzazione del politico come del consumatore.
In maniera succinta, possiamo immaginare un modello economico che si articoli su tre livelli:
· Il primo sarebbe un'economia di mercato controllata che eviti qualunque fenomeno di concentrazione. Sarebbe, per esempio, la fine del sistema del franchising. Ogni artigiano o commerciante sarebbe proprietario del suo utensile di lavoro e non potrebbe possedere più di questo. Sarebbe necessariamente il solo a decidere della sua attività, in relazione con la sua clientela. Quest'economia di piccole entità, oltre al suo carattere umanista, avrebbe l'immenso merito di non generare pubblicità, condizione sine qua non per la messa in opera della decrescita sostenibile. L'uscita dall'ideologia del consumismo condiziona la sua messa in opera tecnica.
· Il secondo livello, la produzione di attrezzature che hanno bisogno di investimenti, avrebbe dei capitali misti, privati e pubblici, controllati dal politico.
· Infine, il terzo livello. Sarebbe quello dei servizi pubblici di base, non-privatizzabili (accesso all'acqua, all'energia disponibile, all'istruzione e alla cultura, ai trasporti in comune, alla sanità, alla sicurezza delle persone).
La messa in pratica di un modello simile porterebbe al commercio equo per tutti: applicando là dove si produce i criteri umani di dove si vende. Questa regola di semplice enunciazione porterebbe alla fine della schiavitù e del neo-colonialismo.

Una sfida per i "ricchi"

Quando saranno enunciate le misure da prendere per entrare nella decrescita sostenibile, la maggior parte dei nostri concittadini resterà incredula. La realtà è troppo dura per essere ammessa di colpo, per la maggioranza dell'opinione pubblica. Nella maggior parte dei casi essa suscita una reazione di animosità. E' difficile rimettersi in discussione quando si è stati allattati al biberon mediatico pubblicitario della società dei consumi. Un cocktail che somiglia stranamente alla Soma, droga euforizzante descritta da Aldous Huxley ne Il migliore dei mondi (Brave New World, 1932, che annunciava un potere psicobiologico!). Anche il mondo intellettuale, troppo impegnato a risolvere delle questioni bizantine e ancora abbagliato dalla scienza, avrà molte difficoltà ad ammettere di essere passato così lontano da un'impresa di civiltà così importante. E' difficile, per gli Occidentali, prendere in considerazione un altro modo di vita. Ma non dobbiamo dimenticare che il problema non si pone in questi termini per la stragrande maggioranza degli abitanti del globo. 80% degli umani vivono senza automobile, senza frigorifero o ancora senza telefono. 94% degli umani non hanno mai preso l'aereo. Dobbiamo perciò uscire dal nostro quadro di abitanti dei paesi ricchi per ragionare su scala planetaria e considerare l'umanità come una e indivisibile. In mancanza di ciò, saremmo ridotti a ragionare come Maria Antonietta alla vigilia della Rivoluzione francese, incapace di immaginare di potersi spostare senza sedia con il portantino, e che consigliava di mangiare brioche a quelli che non avevano pane.

A dieta

Circa un terzo della popolazione americana è obeso. Gli Americani si sono lanciati alla ricerca del gene dell'obesità per risolvere questo problema in maniera scientifica. Naturalmente la soluzione giusta è adottare una dieta più adeguata. Questo comportamento è del tutto sintomatico della nostra civiltà. Pur di non rimettere in discussione il nostro modo di vita, continuiamo nella nostra fuga in avanti alla ricerca di soluzioni tecniche, per rispondere ad un problema culturale. Inoltre, questa folle fuga in avanti non fa che accelerare il movimento distruttivo. In effetti, anche se la decrescita ci sembra impossibile, la barriera si trova più nelle nostre teste che nelle reali difficoltà a metterla in pratica. E' necessario far uscire l'opinione pubblica dal condizionamento ideologico fondato sulla fede nella scienza, le novità, il progresso, i consumi, la crescita, cioè da tutto ciò che condiziona quest'evoluzione.
La priorità è quindi di impegnarsi su scala individuale nella semplicità volontaria. E' cambiando noi stessi che trasformeremo il mondo.

Definizione di un concetto

Se torniamo alla definizione del concetto "sviluppo sostenibile", cioè: "ciò che permette di rispondere ai bisogni delle generazioni attuali, senza con ciò compromettere la capacità delle generazioni future di rispondere ai loro propri bisogni", allora il termine appropriato per i paesi ricchi è proprio la "decrescita sostenibile".

Autori: Bruno Clémentine e Vincent Cheynet collaboratori del progetto francese Casseurs De Pub

Note
1 Statistical Review of World Energy
2 Gaz de France
3 Commissione delle comunità europee
4 La décroissance, Nicholas Georgescu-Roegen, ediz. Sang de la Terre
5 L'écologiste, n.2, inverno 2000, editoriale di Edwards Goldsmith
6 Dato: Ministero tedesco dell'Ambiente