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Ivan Illich (Vienna, 4 settembre 1926 – Brema, 2 dicembre 2002) è stato uno scrittore, filosofo, pedagogista e teologo austriaco. Viene però più spesso ricordato come libero pensatore, capace di uscire da qualsiasi schema preconcetto.
Il suo essenziale interesse fu rivolto all'analisi critica delle forme istituzionali in cui si esprime la società contemporanea, nei più diversi settori (dalla scuola all'economia alla medicina), ispirandosi a criteri di umanizzazione e convivialità così da poter essere riconosciuto come uno dei maggiori sociologi dei nostri tempi.
Ha studiato filosofia e teologia, venendo ordinato sacerdote e salendo al rango di monsignore. Negli anni cinquanta prete in mezzo ai portoricani newyorkesi, si occupava contemporaneamente di storia, sociologia e scienze naturali. All’epoca ricevette importanti riconoscimenti, arrivando ad essere nominato vicerettore dell’Università Cattolica proprio di Portorico. La sua prerogativa era la trasversalità degli interessi. Comincia in quei tempi il suo impegno di contestatore, da quando nel 1961 fonda, prima a Portorico, poi a Cuernava, un Centro interculturale di documentazione (Cidoc), dove si sottopone a una critica radicale la società industrializzata.Â
Abbandonata la tonaca, diventa un protagonista del dibattito culturale, tende a spostarsi nel campo sociologico, le sue opere vengono tradotte in molteplici lingue, è anche uno dei grandi modelli della contestazione sessantottina.Â
Tra le sue opere, le più note sono Descolarizzare la società del 1971, La nemesi della medicina del 1976, Lavoro ombra nel 1981, Il genere e il sesso nel 1982, a testimonianza con questi titoli della vastità dei suoi interessi. Negli ultimi due decenni la sua visione critica si era fatta in qualche modo più sofferente: «La separazione tra il noi antico e l’io moderno - disse una volta - provoca la necessità di una nuova pelle, che deve essere sperimentata e sofferta». Rovesciando i canoni del modo di sentire dell’uomo occidentale, vedeva di conseguenza nell’espressione di compassione una forma non solo di sofferenza imposta, ma addirittura di tortura. Nonostante la malattia che lo assediava e che gli procurava pesanti esperienze, continuava a girare il mondo, instancabile, tra Stati Uniti, Messico e Brema, per raccontare e rinnovare la sua critica.
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