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La decrescita reale

Sommario:
Da qualche anno si è affacciata sulla scena culturale dei principali paesi europei una nuova idea, che alimenta aspettative sopite e reazioni abbastanza animose: è l’idea utopica e controversa di “decrescita economica”, sostenuta da un movimento ampio e trasversale che mira ad avere valenze emancipative radicali, ma è generalmente percepito come una minaccia al buon senso, prima ancora che al benessere comune. La decrescita non è però solo una nozione ideale, etica, ma anche un processo reale che interessa da tempo tutte le società capitalistiche sviluppate. E’ l’intreccio perverso tra stagnazione dello sviluppo produttivo e processi striscianti di svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale, che durano da alcuni decenni e hanno ripercussioni molto negative sulle condizioni di esistenza della maggior parte di individui. 
Né le implicazioni complessive e di lunga durata, né le cause profonde, strutturali, di questo intreccio sono state comprese adeguatamente dalle scienze economiche. In gioco rimangono vecchi attori e fenomeni ben noti, come il gonfiamento dell’economia finanziaria e le enormi masse monetarie accumulate, necessarie per far funzionare il sistema. E in gioco entra, cambiandone in parte le regole, lo stesso sviluppo esponenziale dell’economia dei servizi, basata su attività di tipo individuale e su prestazioni personali la cui produttività non risulta intensificabile in misura adeguata, secondo le esigenze dei processi di valorizzazione dei capitali.

Degrado delle condizioni di vita e svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale nelle società capitalistiche avanzate.

* Questo scritto era stato concepito come contributo all’attività dei gruppi di lavoro della “Scuola estiva della decrescita”, svoltasi all’isola di Polvese (PG) nell’estate del 2005. Per questo manca di note nel testo ed è corredato solo da una bibliografia essenziale. Si è scelto di inserirlo comunque nella sua versione originale anche per l’interesse che può assumere ai fini di una comprensione della situazione economica attuale.

1. Il carattere ambivalente, ideale e reale, della “decrescita”

E’ stato lo stesso Serge Latouche, ispiratore dell’attuale movimento della decrescita, a rilevare che l’idea di decrescita è prima di tutto una provocazione. Alcuni dei suoi critici più severi ne hanno denunciato il carattere non realistico, l’esser orientata all’indietro, e si è parlato perfino di una sua intima propensione elitaria, antipopolare. E’ difficile sostenere comunque che nell’idea di decrescita non siano contenute una molteplicità di suggestioni interessanti, utili per ripensare radicalmente il modello di sviluppo economico produttivo in cui ci troviamo immersi. Essa può servire a sostenere nuove pratiche di vita, e anche a denunciare le logiche della crescita incessante di denaro, o l’uso di indicatori dello sviluppo di un PIL che non si sa più che cosa stiano ad indicare e che interpretano come un aumento della ricchezza e del benessere comune anche le attività connesse con il maggior consumo di carburante e l’usura degli autoveicoli , provocati dagli ingorghi crescenti della circolazione, o l’incremento produttivo dei psicofarmaci usati per curare i disagi mentali laceranti, sempre più diffusi all’interno di tutte le società capitalistiche avanzate. 
Credo che sia difficile però negare anche che nel modo in cui la categoria “decrescita” viene spesso impiegata vi sono più di un aspetto abbastanza problematico, su cui dovremmo riflettere più approfonditamente. Intendo riferirmi in primo luogo ad una impostazione che potremmo definire “naturalistica”, e che sembra prevalere a volte nella lettura delle implicazioni, dei vincoli e degli stessi limiti, del modello produttivo e di consumo dominanti. I suoi limiti maggiori vengono ridotti spesso alle dimensioni materiali, fisiche, o alle pratiche produttive e di consumo più concrete e immediatamente visibili. Non si può dimenticare però che oggi la “costruzione” o meglio la manipolazione delle dimensioni socio culturali, simboliche e istituzionali, ideologiche e psicologiche, sono diventati ormai largamente predominanti nella attuale organizzazione mercificata delle esperienze individuali.
Forse è proprio su questo piano che si possano rilevare le implicazioni più negative e disgreganti dei modelli di produzione e di consumo prevalenti, per le quali non sarà molto facile trovare delle soluzioni soddisfacenti. Sul piano della produzione manipolata delle dimensioni simboliche si possono riscontrare infatti anche i maggiori punti di forza dell’agire capitalistico, le ragioni principali delle sue capacità di coinvolgimento dei soggetti e, dunque, della sua riproduzione. E con questi aspetti delle società sviluppate, apparentemente contraddittori ma molto significativi, non si può non fare i conti.
Penso poi che si dovrebbe discutere della validità degli atteggiamenti antieconomici generici, di principio, che vanno emergendo anche all’interno degli attuali movimenti per la decrescita. Così andrebbe discussa la forte tendenza a limitare la propria azione nello sviluppo delle iniziative personali, individuali o dei piccoli gruppi, concependole a volte come un antidoto contro la degenerazione imperante nelle grandi dimensioni dell’azione sociale, non solo economiche ma anche politiche.
Il rischio, in entrambi i casi, è di lasciare fuori dalla riflessione tanto il problema di una necessaria e possibile economizzazione alternativa delle risorse comuni, quanto l’esigenza di uno sviluppo adeguato dei processi di governo collettivo delle condizioni essenziali della produzione sociale. In entrambi i casi penso che si rischierebbe di trascurare le esigenze e i nodi, ancora del tutto insoddisfatti ed irrisolti, di una più ampia e solida democratizzazione partecipativa dell’azione e delle scelte collettive, comuni e condivise: di una democratizzazione che si dovrebbe dare appunto anche sul piano delle grandi dimensioni istituzionali, arrivando ad investire le stesse istituzioni statuali o para statuali della globalizzazione (locali, nazionali e macro regionali, se è vero che la globalizzazione capitalistica si dispiega in tutte queste dimensioni).

Penso che non si tratti di cose di poco conto. Ci sarebbe molto da discutere a questo proposito. Qui mi voglio occupare invece prevalentemente della decrescita come fenomeno economico reale, già consolidato ormai da tempo, prima ancora che il concetto di decrescita come ideale cominciasse ad affermarsi. Questo ci riporta alla ambivalenza o al duplice carattere del concetto di decrescita, e cioè al fatto che la decrescita può essere considerata tanto un ideale, un orientamento etico o un progetto di trasformazione emancipativa dell’ordine esistente, quanto un processo in corso, che si può vedere all’opera nelle dinamiche economiche (e ci sarebbe da aggiungere anche sociali) capitalistiche di questa fase storica.
Diversamente da quanto avviene per la componente ideale della nozione di decrescita, carica di contenuti positivi o desiderabili, il fenomeno della decrescita economica reale sembra denso solo di valenze negative. Potremmo considerare questi aspetti negativi anche con uno sguardo compiaciuto, se ci fermassimo al fatto che essi ci forniscono maggiori spunti di riflessione per il rifiuto dell’economia capitalistica. Ma non dovremmo dimenticare che essi implicano un peggioramento delle condizioni di vita per un numero considerevole di persone. E ciò va tenuto presente in quanto si è rinviati a dei problemi economici reali, dei quali non ci si può disinteressare, perché dal modo di affrontare quei problemi può dipendere il nostro futuro.

Ricondurre le difficoltà economiche che interessano attualmente le società capitalistiche avanzate (SCA) al concetto di “decrescita” potrà apparire per molti aspetti abbastanza forzato, arbitrario. Al di là di tutte le difficoltà il processo di “crescita” economica capitalistica sta continuando comunque il suo corso, specialmente nei suoi impatti devastanti sull’ambiente circostante, naturale e socio culturale. E’ anche vero però che il concetto di decrescita sembra dar conto, meglio di altri, delle difficoltà più rilevanti incontrate dalle società sviluppate nel sostenere i forti livelli di crescita economico produttiva di cui avrebbe bisogno per non generare forti squilibri, economici e sociali. Esso permette di denunciare inoltre non solo la perdita di significatività delle logiche di crescita incessante della ricchezza monetaria, ma anche i limiti incontrati dai processi di valorizzazione capitalistica delle risorse economiche, specialmente lavorative, cos’ come dei beni comuni e dei servizi di pubblica utilità, necessari per far fronte ai nuovi bisogni, emergenti nelle società complesse, altamente sviluppate.
Da diversi decenni quasi tutte le SCA si trovano di fronte ad un duplice ordine di difficoltà, a due tipi di fenomeni, apparentemente contraddittori ma in realtà legati strettamente tra loro. Da un lato si è di fronte ad un considerevole rallentamento delle possibilità di crescita economico produttiva reale, oltre che a notevoli difficoltà di impiego delle risorse lavorative più qualificate. Da un altro lato si assiste ad un lento, strisciante ma altrettanto considerevole processo di svalutazione inflazionistica delle ricchezza sociale, accumulata in forma monetaria (SIRM).
La portata reale dei processi di SIRM è sicuramente molto più ampia, sia in termini qualitativi che quantitativi, di quanto ci fanno credere le elaborazioni statistiche ufficiali. E già questo, associato ai bassi livelli di crescita della produttività che il sistema registra sul piano complessivo, basterebbe per motivare le affermazioni sullo stato di decrescita reale in cui si trovano le economie avanzate. Più che ai dati statistici, quantitativi, dei tassi di crescita economica monetaria, la situazione di decrescita deve essere però ricondotta alle condizioni concrete di vita che caratterizzano la parabola evolutiva o forse meglio involutiva delle SCA.
Condizioni di decrescita reale si possono individuare nell’aumento considerevole dei costi della vita e dei processi della riproduzione sociale, che derivano anche dall’acuirsi dei fenomeni di degrado degli ambienti naturali e sociali. Esse si possono rilevare poi nel fatto che ormai da molti anni non si assiste più ad una riduzione considerevole dei tempi di lavoro ma anzi, da più punti di vista, ad un loro sostanziale prolungamento. Condizioni di decrescita reale si potrebbero ravvisare inoltre nella più o meno drastica riduzione dei vincoli di tutela ambientale e dei diritti sociali già acquisiti, così come nelle dismissioni pubbliche di una buona parte delle attività di cura dei patrimoni culturali e naturali comuni, in corso in molti paesi sviluppati.
Va rilevato infine che le implicazioni della nuova condizione di “decrescita reale” vanno oltre alle difficoltà economiche sperimentate nelle condizioni concrete di vita. Esse si fanno valere nella perdita di significatività del modo di produzione e del modello di sviluppo capitalistici, legati in maniera indissolubile alle logiche di una crescita economico produttiva incessante quale condizione dell’aumento continuo del benessere generale. E si può dire che la ragione principale di questa perdita di significatività sia riconducibile alle notevoli diseconomie o alla scarsa razionalità economica che gli istituti della valorizzazione capitalistica (IVC) stanno dimostrando proprio nei settori di punta o più avanzati delle economie capitalistiche: i settori dell’economia terziaria o dei servizi, individuali e collettivi, pubblici e privati.
Il problema maggiore può essere individuato infatti nel divario che immancabilmente si viene a verificare tra le condizioni di stazionarietà produttiva, che si verificano tanto nei settori dei servizi individuali quanto in quello dei beni comuni, e le esigenze di crescita economico monetaria incessante, esponenziale, derivanti dalla stessa esistenza degli istituti IVC, interessi, rendite e profitti di diversa natura.
Nel divario tra le limitate possibilità di crescita produttiva reale e la crescita continua ed esponenziale delle masse monetarie accumulate, indotta dall’esistenza degli IVC, vengono infatti a radicarsi in primo luogo tutta una serie di manifestazioni di svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale. La continua svalutazione della ricchezza accumulata costringe ognuno a rilanciare nel gioco continuo della crescita delle proprie disponibilità monetarie, e ad ulteriore inasprimento delle condizioni di sfruttamento di ogni risorsa, per far fronte al processo sistematico di distruzione, parziale ma inarrestabile, delle masse di ricchezza accumulate in forma monetaria.

Evidenziati i limiti e gli aspetti negativi, bisognerà tener presente però che il fenomeno della decrescita economica reale, non consiste solo di aspetti o effetti negativi. Esso porta anche ad una lenta ma inevitabile ridefinizione dell’immaginario collettivo, oltre che degli assetti di potere costituiti (visto che il modo di produzione e il modello di sviluppo attuali, capitalistici, sono principalmente modo di produzione e sviluppo di relazioni di potere / dominio sociale). Con questo, e con le notevoli diseconomie che vengono ormai verificandosi su scala sempre più ampia, si aprono anche delle possibilità di un diverso impiego o una diversa valorizzazione, non capitalistica, di una parte considerevole dei servizi di pulica utilità e delle risorse comuni, lavorative e ambientali.
Credo che per far maturare e cogliere meglio queste opportunità si debbano sviluppare delle conoscenze molto solide e approfondite delle strutture economico produttive esistenti, dei problemi in campo, dei limiti ma anche delle persistenti potenzialità evolutive dei sistemi esistenti. Il che significa rifare i conti con le loro dinamiche di funzionamento e di riproduzione ma anche arrivare a coglierne le logiche costitutive più profonde.
E’ con questo spirito che cercherò di indagare nei prossimi due paragrafi le questioni delle cause e della natura dei fenomeni di stagnazione produttiva e di svalutazione inflazionistica della ricchezza monetaria all’interno delle SCA. Credo che una riflessione approfondita su questi aspetti possa aiutare ad ampliare e consolidare le attuali prospettive di valorizzazione economica alternative, specialmente per quanto riguarda i beni relazionali e le attività individuali definite di servizio (non sottoponibili ad adeguati, dal punto di vista capitalistico, processi di standardizzazione e di intensificazione produttiva), ma anche dei beni comuni e delle risorse scarse o non riproducibili secondo le logiche dell’economia di scala e di tempo che hanno dominato la fase dello sviluppo economico industriale.
Nel quarto paragrafo mi occuperò invece, brevemente, della perdita di significatività sociale del modello di crescita economico monetaria, incessante ed esponenziale, considerando la questione da un punto di vista interno alle stesse logiche economiche dominanti. Dedicherò infine solo qualche pagina alla indicazione di alcuni dei problemi principali con cui gli approcci economici alternativi, specialmente quelli solidaristici, si trovano, e si troveranno in misura ancora maggiore in un futuro non lontano, a dover fare i conti. L’argomento avrebbe richiesto un capitolo a parte. Ma esso dovrà essere ripreso comunque, collettivamente, perché è dalla messa a fuoco dei problemi e delle difficoltà che si pongono agli approcci alternativi che dipenderanno le possibilità di un loro consolidamento o, viceversa, la loro permanenza in una situazione di marginalità e di subalternità alle logiche e alle dinamiche strutturali dello sviluppo oggi dominanti.
Una ormai lunga esperienza storica ci dice che il capitalismo non “cresce” solamente, in termini quantitativi, ma si “sviluppa”, evolve, adattandosi ai problemi ed ai bisogni che esso stesso finisce per sollevare, inglobando nel suo seno anche le istanze che si vorrebbero nate proprio per risultarne divergenti, antagoniste. Uscire da questo circolo vizioso non è impossibile, ma richiede un impegno che deve iniziare appunto, in primo luogo, da una comprensione più adeguata della realtà esistente.


2 Gli sviluppi dell’economia terziaria come causa principale del rallentamento della crescita produttiva nelle SCA 

L’intreccio tra un lungo e considerevole rallentamento della crescita produttiva e una svalutazione inflazionistica della ricchezza accumulata in forma monetaria (SIRM), altrettanto considerevole e sostenuta nel tempo, risulta un fenomeno abbastanza recente nella storia del capitalismo moderno. Esso ha assunto delle manifestazioni particolarmente marcate tra gli anni 70 e 80, in quasi tutte le SCA, ed è stato individuato dalla scienza economica ufficiale con il termine poco gradevole di stagflazione. 
Con il termine stagflazione veniva indicata più precisamente una situazione di inflazione persistente, come aumento prolungato dei prezzi, in presenza di una stagnazione economico produttiva diffusa, vista come sovrapproduzione di beni e riduzione delle capacità di assorbimento dei mercati. Le difficoltà economiche riconducibili a saturazione dei mercati avrebbero dovuto portare, secondo le teorie economiche dominanti, ad una riduzione dei prezzi dei beni, cioè ad una situazione di deflazione, non ad un loro aumento. E proprio il discostarsi dei processi reali da questo schema interpretativo, dominante all’interno delle teorie economiche ufficiali, creava le maggiori difficoltà nell’interpretazione del fenomeno stagflazionistico.
Dell’intreccio stagnazione inflazione si sono date negli ultimi decenni diversi tipi di interpretazioni che non è il caso di ricordare qui. Basta dire che non si è trovata alcuna soluzione univoca soddisfacente, in grado di mettere d’accordo le diverse correnti interpretative. Ma quel che più conta dal nostro punto di vista è però il fatto che il fenomeno della stagflazione è stato considerato come sostanzialmente esaurito nell’arco del decennio indicato, mentre i livelli di inflazione rilevati attualmente vengono considerati del tutto normali, endemici, non più significativi. Ora le difficoltà della crescita economico produttiva e i fenomeni inflazionistici vengono considerati per lo più separatamente e sono ricondotti a condizioni congiunturali, di breve o medio periodo.
Gli approcci sono quasi sempre di tipo “soggettivo”, nel senso che l’origine dei problemi viene individuata nel comportamento scorretto degli agenti economici, individuali o collettivi. Quando si affronta il tema dell’inflazione nell’ambito delle scienze economiche ufficiali lo si fa ancora e sempre ponendo in primo piano gli aumenti salariali, anche se da molti anni ormai il potere d’acquisto dei salari è diminuito considerevolmente. Per quanto riguarda invece le difficoltà incontrate sul piano della crescita economico produttiva le interpretazioni convergono principalmente su due fattori. In primo luogo è sempre presente il vecchio tema dell’eccesso di sviluppo della potenza e delle forze produttive (che porterebbe ad effetti di sovrapproduzione non assorbibili da una domanda sostanzialmente stazionaria). In secondo luogo, ma ormai ovunque in primo piano, vi è poi il riferimento alla concorrenza più o meno sleale portata dai paesi emergenti. Questa accentuerebbe sia la carenza di domanda interna che il problema dei costi produttivi più elevati nelle SCA: anche se nel frattempo il numero dei paesi emergenti sembra essersi ristretto notevolmente, riducendosi al solo continente asiatico, a causa di considerevoli difficoltà che anche le economie arretrate stanno incontrando, sia sul fronte interno che della concorrenza internazionale.

Il crollo recente delle aspettative trionfalistiche riposte sulle nuove economie, informatiche e virtuali, sviluppate all’interno delle SCA, ora sommerse da una montagna di strumentazioni, magliette e aggeggi cinesi, potrebbe perfino divertire se non ci fossero di mezzo questioni molto serie come la disoccupazione diffusa e la precarizzazione delle attività lavorative. Sotto il profilo teorico c’è da chiedersi comunque che fine possano aver fatto le ipotesi, a lungo dominanti, che vedevano nello sviluppo dei settori tecnologici d’avanguardia l’ancora di salvezza delle economie avanzate, oltre che il motore principale dello sviluppo economico mondiale.
Si continua a cercare affannosamente l’emergere di qualche nuovo settore in grado di far uscire tutti dalle difficoltà. Si avanzano le ipotesi più fantasiose sulla novità e sul carattere epocale di ogni innovazione tecnologica e cambiamento congiunturale. Ma una risposta abbastanza solida si otterrebbe solo se si guardasse al problema da un punto di vista complessivo, in termini economici (capitalistici), e di lungo periodo. Si vedrebbe allora che un “nuovo” settore economico si è già sviluppato, da molto tempo, almeno per le SCA, e continua ad avere a suo modo un ruolo “propulsivo” nel cambiamento del sistema della produzione e riproduzione sociale complessiva.
Mi sto riferendo, in sostanza, allo sviluppo della cosiddetta economia terziaria o dei servizi che in questi ultimi decenni è andato crescendo in misura esponenziale un po’ ovunque. E qui penso che ci trovi precisamente al cuore del problema, alla base di uno dei nessi causali che è in grado di far comprendere, a mio avviso, sia il problema della stagnazione nella crescita economico produttiva che lo stesso fenomeno della SIRS.
Credo che il nodo di fondo, su cui non si è riflettuto ancora abbastanza, tanto nelle teorie economiche ufficiali quanto negli approcci critici, stia nel fatto che il settore ormai largamente predominante dell’economia dei servizi non risponde pienamente alle esigenze della valorizzazione competitiva dei capitali presenti all’interno delle SCA. Più precisamente, l’economia dei servizi non risponde alle esigenze della valorizzazione dei capitali accumulati in forma monetaria in quanto non può dar luogo a quei processi di intensificazione della produttività delle attività lavorative che avevano caratterizzato, almeno a periodi ciclici, tutta la storia del capitalismo moderno (dal capitalismo agrario a quello manifatturiero, industriale e delle grandi e piccole produzioni di massa). E si può dire senza troppi dubbi che il nuovo settore economico terziario o dei servizi non può portare a significativi sviluppi di crescita intensiva di produttività, pari a quelli che hanno contrassegnato le tradizionali produzioni di massa standardizzate, perché è composto prevalentemente di attività di tipo individuale, personale. Ovvero perché si basa su attività che danno luogo a prestazioni caratterizzate da forti elementi qualitativi, singolari, e non si prestano a quegli ampi processi di standardizzazione ed organizzazione automatica necessari al capitalismo, almeno sinora, per ottenere ampie economizzazioni di scala.

Dovrebbe essere abbastanza chiaro che quando si tratta di attività di cura e assistenza, di istruzione e formazione, ma anche di relazione e mediazione, non si possono ottenere processi di intensificazione di produttività pari a quelli ottenuti nel campo delle produzioni tradizionali, di prodotti agricoli, di indumenti, automobili o elettrodomestici. Per avere un’idea dell’ampiezza del problema si deve pensare che entro le attività di servizio non vanno ricondotte solo le attività svolte nei settori pubblici e fuori dai circuiti della valorizzazione capitalistica. Ci sono anche le attività di amministrazione economica, di diversa natura, di distribuzione e di comunicazione, di vendita, marketing e pubblicizzazione dei prodotti, di mediazione commerciale e giuridica, di valorizzazione economica dell’ambiente e del territorio, di sicurezza e assicurazione. Così come ci sono le attività svolte nelle “industrie” dello svago, del turismo e dello spettacolo.
L’elenco può finire qui, anche perché ognuno ha la possibilità di sperimentare, quotidianamente, di persona, quanto ormai siano venute sviluppandosi le attività “economiche” di tipo individuale, personale, non adeguatamente standardizzabili o sottoponibili ad ampi processi di automazione. Per chiudere questa breve ricostruzione del fenomeno del rallentamento della crescita produttiva nelle SCA credo che sia opportuno aggiungere solo un paio di precisazioni.
Va detto, in primo luogo, che non si deve guardare alla “natura” dei beni e servizi prodotti. Che si tratti di servizi di cura o di beni immateriali, come l’istruzione e la formazione, poco importa dal punto di vista della valorizzazione capitalistica, come aveva rilevato a suo tempo Marx, anche se muovendo da altri punti di vista. Importa invece che la produttività delle attività o - per usare dei termini più impersonali - delle strutture e dei processi che sostengono la “produzione” di un qualsiasi bene o servizio sia appunto intensificabile, e cioè che ad ogni sequenza temporale prestabilita si sia in grado di far capo a un maggior numero di beni e servizi della stessa qualità di quelli precedenti.
In secondo luogo va tenuto presente che le difficoltà di crescita economico - produttiva a cui intendo riferirmi vanno rilevate sul piano complessivo e non dal punto di vista dei singoli capitali o capitalisti. Si deve guardare più precisamente alle esigenze di valorizzazione, come incremento incessante delle masse monetarie accumulate, che i sistemi economici capitalistici presentano nel loro complesso (e in quanto facenti capo ad una unita monetaria nazionale come lo Yen o anche macro regionale come L’Euro). Poi va aggiunto che soffermarsi sui limiti e le difficoltà incontrate attualmente dalle SCA sul piano della crescita produttiva complessiva non significa negare che esista ancora un potenziale innovativo e di crescita produttiva rilevante, almeno per alcuni settori economici capitalistici. Il fatto è però che l’impatto economico di questi settori risulta troppo limitato rispetto al peso enorme assunto dalle attività di servizio e dall’economia terziaria nel suo complesso, ovvero, più specificatamente, rispetto alle masse monetarie enormi che attendono di essere accresciute in termini capitalistici.
La concorrenza portata dai paesi emergenti nelle produzioni di massa tradizionali, a elevata intensificazione della produttività, viene sicuramente a ridurre ancora di più il già debole peso che questi settori dell’economia tradizionale occupano all’interno delle SCA, indebolendo ulteriormente le loro possibilità di crescita produttiva. E a questo va aggiunto un particolare non irrilevante, e cioè che una buona parte dei beni e servizi prodotti nell’ambito della economia terziaria non sono esportabili, si possono consumare solamente in loco, e non possono influire quindi positivamente nella bilancia degli scambi con l’estero. La ricerca di beni a basso prezzo, provenienti dai paesi a più bassi costi produttivi, non viene compensata in misura adeguata dall’esportazione dei servizi individuali, appunto non esportabili, prodotti in abbondanza all’interno delle SCA. E lo squilibrio che viene a determinarsi nella bilancia dei pagamenti non può che alimentare i processi di SIRM già presenti per dinamiche di tipo “strutturale”, non soggettivo.
La presenza di un’elevata SIRM e di basse possibilità di crescita produttiva spinge all’estero i capitali più attivi, contribuendo ad aumentare le difficoltà produttive e gli squilibri riscontrabili all’interno delle SCA. Ma si deve tener fermo che la ragione prima delle difficoltà è comunque interna e che nessuna politica protezionistica può porvi pieno rimedio, a meno che la ruota della storia non venga fatta girare all’incontrario, cioè riducendo drasticamente le pretese dello sviluppo capitalistico o il livello generale dei consumi.

Sottolineate ampiamente le difficoltà comportate - sul piano delle possibilità di crescita produttiva delle SCA - dallo sviluppo dell’economia dei servizi, bisogna riconoscere infine che quest’ultima ha assunto comunque un’importanza decisiva nel contribuire alla crescita economica imponente avvenuta un po’ ovunque nella parte centrale del novecento, fino intorno agli anni ‘70. Gli sviluppi iniziali dell’economia dei servizi, pubblici e privati, hanno sostenuto o meglio provocato una crescita economica che si può definire di tipo estensivo, in quanto fondata sulla crescita del volume dei fattori economici, in primo luogo del fattore lavoro e poi della domanda solvibile. La prima fase di sviluppo dell’economia terziaria ha reso possibile l’ingresso di quasi tutte le donne nel mondo del lavoro retribuito, mentre la creazione di nuovi bisogni, e di nuove attività in grado di soddisfarli, ha ampliato il livello della domanda di beni e servizi, sostenuto in misura considerevole anche dall’intervento statale.
L’intervento dello stato e lo sviluppo dei servizi pubblici hanno esercitato a loro volta un ruolo centrale nel favorire questo tipo di crescita estensiva, che è andato di pari passo, almeno fino agli anni 70, con il compimento dei processi di intensificazione produttiva registrato nei settori della produzione di massa tradizionali. E’ stato questo connubio di crescita estensiva ed intensiva a rendere il secondo dopoguerra uno dei periodi a crescita produttiva più sostenuta e prolungata nella storia del capitalismo. I problemi sono sorti quando il ciclo di crescita estensiva legato all’espansione dell’economia dei servizi ha raggiunto una sua prima fase di compimento e i deboli processi di crescita intensiva, persistenti nei settori della produzione di massa, sono divenuti insufficienti a reggere tutto il sistema della valorizzazione capitalistica, applicato sui volumi di denaro enormi che erano andate nel frattempo accumulandosi.
A quel punto, in concomitanza con la crescita enorme delle masse monetarie accumulate, si sarebbe reso necessario il passaggio ad un nuovo, più ampio e sostenuto, ciclo di crescita produttiva di tipo intensivo nei nuovi settori economici, che però l’economia terziaria non ha reso possibile per le ragioni che ho indicato. Sono cominciati allora i gravi problemi di SIRM nei quali siamo ancora immersi e di cui non si può prevedere una rapida soluzione. Ma qui siamo rinviati ad una spiegazione più esauriente del secondo lato della stagflazione, il fenomeno inflazionistico, su cui è il caso di soffermarci ora più a fondo.


3. Le istituzioni della valorizzazione capitalistica come condizione strutturale degli attuali processi di svalutazione inflazionistica della ricchezza monetaria (SIRM)

Bisogna rilevare, prima di tutto, che l’indagine sulle cause della SIRM rinvia inevitabilmente al problema della natura della ricchezza capitalistica, accumulata in forma monetaria. Non si tratta di ricondurre la ricchezza monetaria, astratta, ad una qualche sostanza che ne stia al fondamento, come il lavoro, il tipo di valori d’uso prodotti o la loro utilità. Basta guardare alla natura processuale della formazione della ricchezza capitalistica, e cioè al movimento di crescita incessante della masse monetarie accumulate, che risulta determinato, o meglio imposto, comunque vadano le cose in campo produttivo, dagli stessi istituti o istituzioni della valorizzazione capitalistica (IVC). 
E’ in relazione a questa crescita incessante che si può definire la natura o funzione sociale della ricchezza accumulata, in forma monetaria, all’interno dei sistemi capitalistici. Così, in questi sistemi, una parte della massa monetaria complessiva viene puntualmente svalutata o distrutta nel momento in cui essa non può far capo ad adeguati (reali, non puramente nominali) incrementi periodici del suo valore di partenza, a prescindere dal tipo di ragioni che possono determinare tale impedimento. Questo può avvenire nella forma del gonfiamento di bolle speculative di diversa natura, attraverso crack finanziari, aumento repentino dei beni scarsi, su cui si riversa la ricchezza monetaria in eccesso, nella speranza di ottenere degli incrementi sostanziosi, a breve o medio termine.
Tutto il processo presenta caratteri fortemente relativi: relativi a pratiche ed abitudini sociali, e relativi, soprattutto, ai rapporti di potere dominio tra gli individui che stanno alla base di tali pratiche. Anche la “sostanza” della ricchezza capitalistica, accumulata in forma monetaria, può essere definita in termini relativi o relazionali, nel senso che il denaro viene a contare o a farsi valere come relazioni di potere, come potere di disposizione, generico, universale o universalmente fungibile, che vale su uomini, esseri viventi e cose, all’unica condizione che essi vengano resi disponibili alle relazioni di scambio mercantile.
Allo stesso modo si può dire che il processo della crescita economica non viene a contare oggi tanto per l’incremento della massa (fisica) di beni e servizi a cui può dar luogo all’interno di un sistema economico sociale. Esso sembra contare, principalmente, in quanto venga a creare e riprodurre delle differenze (o degli incrementi differenziali) di potere tra gli agenti economici - individui, imprese e nazioni - rispetto alle loro sequenze patrimoniali annuali . E si deve parlare di sequenze patrimoniali perché tutto deve essere ricondotto al fluire incessante di scansioni temporali, tanto che a contare non risulta più nemmeno il volume della ricchezza prodotta, considerato in termini assoluti, ma appunto il fluire o il riprodursi di incrementi differenziali nella loro valutazione periodica incessante (o meglio nella valutazione dell’evolversi incessante dei patrimoni di potere degli agenti).
Riconosciuto tutto ciò, bisogna rilevare però che sarebbe abbastanza fuorviante ritenere, come si tende a fare oggi, che la formazione della ricchezza capitalistica sia un processo del tutto “libero”, soggettivo, arbitrario. Così non è puramente soggettivo o arbitrario il potere di disposizione (e i suoi incrementi) a cui la formazione della ricchezza monetaria rinvia e deve rinviare comunque. Riguardo alla natura del potere di disposizione “contenuto” nella ricchezza capitalistica bisognerebbe fare parecchie precisazioni. Qui, per spiegare in termini sufficientemente chiari le ragioni dei processi inflazionistici attuali, può bastare la riduzione usuale del potere di disposizione monetario a potere di disposizione su beni e servizi, che entrano ed escono dai circuiti di scambio mercantile, ma devono essere prima, in qualche modo, sempre prodotti e distribuiti.

Seguendo l’impostazione tradizionale ormai comunemente accettata, almeno per quanto riguarda i fenomeni di medio e lungo periodo, si può dire in sostanza che vi è un processo di SIRM quando gli incrementi ricorrenti, continui, delle masse monetarie accumulate non corrispondono più ad adeguati incrementi del valore dei beni e servizi prodotti, e attivati nei circuiti mercantili della valorizzazione capitalistica. Più precisamente, per venire alla questione che ci interessa di più qui, possiamo ritenere che gli attuali processi di svalutazione inflazionistica sono riconducibili al fatto che il volume complessivo delle masse monetarie continua a crescere in misura eccessiva, cioè maggiore di quanto possa crescere la produzione di beni e servizi nel suo complesso (determinata sulla base dei prezzi correnti).
Dato il carattere non crescente o addirittura calante del volume dei salari e della spesa pubblica che si registra quasi ovunque dalla fine degli anni ‘80, si può dire poi, senza ombra di dubbio, che alla base del divario oggi esistente tra gli incrementi delle masse monetarie complessive e la crescita produttiva reale, effettiva, vi sia proprio la responsabilità principale - determinante - degli stessi IVC, come gli interessi, le rendite e i profitti da attività speculative.
Tale responsabilità non riguarda solo la distruzione periodica, ciclica, di masse di ricchezza enormi, che avviene in occasione delle crisi finanziarie di diversa natura, ma anche l’aumento dei costi complessivi della produzione e riproduzione sociale, ovvero dei costi della vita che vengono a gravare su tutti i gruppi sociali, compresi quelli che non hanno quasi nulla da ricavare dai processi della valorizzazione dei capitali monetari. Il problema dell’aumento dei costi “di vita” si fa valere in misura particolare in questa fase di sviluppo economico perché gli IVC si applicano anche a beni scarsi e ad attività che non possono portare ad aumenti significativi della produttività, come appunto le attività di servizio individuali o i servizi di pubblica utilità. Non potendo portare ad alcuna seria, continua e reiterata riduzione dei costi di produzione, l’applicazione degli IVC porta infatti direttamente ad un aumento continuo dei prezzi di mercato dei beni e servizi su cui vengono applicandosi. E si deve rilevare che si tratta di un fenomeno che viene ad assumere una particolare rilevanza all’interno delle SCA, assieme all’aumento considerevole dei prezzi dei beni scarsi tesaurizzabili, su cui viene applicandosi specialmente le attività speculative in periodi di scarsa crescita produttiva, perché, con lo sviluppo dell’economia terziaria, il complessificarsi e il degrado delle condizioni e degli ambienti di vita sul pianeta, questo tipo di attività e di beni è diventato ormai largamente preponderante nel processo della produzione / riproduzione sociale.
A questo punto i termini principali della questione dovrebbe già essere abbastanza chiari, almeno per chi abbia una qualche famigliarità con le faccende economiche, ma forse alcune precisazioni risultano ancora opportune, almeno per i non esperti.

Non dovrebbe sollevare dubbi particolari il fatto che sia la stessa esistenza degli IVC a determinare, nelle condizioni di crisi grave o quando si presentano impossibilità di valorizzazione soddisfacente, la distruzione ciclica di una parte delle masse monetarie complessive. Si ritiene infatti ormai comunemente che questa distruzione di denaro faccia parte delle logiche “economizzanti” del capitalismo e che sia perfino sintomo di una certa sua efficienza.
Può invece destare molti dubbi, non solo tra i difensori del sistema ma anche tra gli economisti più “rigorosi”, l’affermazione per cui gli stessi IVC siano la causa prima o determinante dell’aumento dei prezzi di beni e servizi, e del costo della vita più in generale. Fino ad ora infatti una delle funzioni sociali progressive degli IVC è stata proprio quella di portare ad una sostanziale riduzione dei prezzi dei beni principali, almeno rispetto al livello dei salari o del potere d’acquisto mediamente acquisito. In secondo luogo, stando sempre a quanto sostiene l’ortodossia economica dominante, gli IVC dovrebbero seguire comunque gli andamenti produttivi reali e quando anche venissero a discostarsene in qualche misura ci penserebbe il mercato a raddrizzare il tutto.
In effetti anche negli attuali fenomeni di SIRM il mercato interviene in qualche modo a sanare le situazioni “anomale” (gli incrementi delle masse monetarie derivanti da attività di valorizzazione che eccedono gli effettivi incrementi di produttività vengono infatti periodicamente “distrutte”). Ma il mercato interviene solo a posteriori, colpendo per altro i diversi agenti sociali in maniera molto diversificata, mentre almeno una parte molto rilevante degli IVC agiscono a priori, precedendo cioè tanto gli effetti regolatori del mercato quanto lo svolgimento dei processi produttivi, e determinando con ciò la stessa configurazione, le tendenze e i vincoli, del sistema economico sociale, oltre che i livelli dei prezzi esistenti.
Mi riferisco in particolare alle rendite che vengono ad applicarsi sui terreni, le abitazioni ed altre risorse che hanno assunto oggi n ruolo cruciale, ma ci si deve riferire anche all’ampio ventaglio dei profitti derivanti da attività speculative. Nel caso delle attività speculative si deve rilevare inoltre che quando esse vengono a seguire in qualche modo gli andamenti produttivi precedenti rispondono sempre ai cali di produttività all’incontrario: non moderando le proprie aspettative secondo le possibilità produttive reali, ma mettendosi anzi alla ricerca delle situazioni di maggior valorizzazione possibile, magari creando artificiosamente prospettive meravigliose di arricchimento, individuale e collettivo, che esistono solo nella mente degli investitori sprovveduti.
A queste considerazioni essenziali va aggiunto solo che i processi di valorizzazione capitalistica, relativi agli istituti delle rendite, degli interessi e dei profitti da speculazione, si fanno valere a priori, e non tenendo spesso nel dovuto conto gli andamenti produttivi prevedibili, perché non sono orientati da principi di razionalità economica, come vorrebbero gli economisti più ingenui, o in malafede, ma da logiche e relazioni di potere dominio sociale di tipo competitivo. E si può dire che essi si traducono in aumento inflazionistico dei prezzi ogni volta che vengono applicandosi ad attività la cui produttività non risulti adeguatamente incrementabile) perché non portando in genere a diminuire i costi di produzione di un dato bene o servizio, l’applicazione delle tagliole degli interessi, delle rendite ecc., ai processi della sua produzione, commercializzazione e vendita, non può che determinare un aumento inevitabile del suo prezzo finale che viene amplificato in relazione al volume degli interessi, delle rendite e dei profitti di diversa natura che, direttamente o indirettamente vengono a gravare sul suo costo di mercato.
Per tutta questa serie di ragioni che abbiamo appena visto, l’effetto inflazionistico viene inevitabilmente ad amplificarsi nel tempo, anche se di questo le statistiche ufficiali non vengono generalmente a tenere alcun conto. Ad ogni ciclo produttivo la tagliola dell’incremento di prezzo (dovuto ad una pluralità di IVC) si fa infatti valere di nuovo senza molte possibilità di sconti, perchè ognuno è disposto a cedere sulla parte che gli spetta. E in più l’aumento del volumi monetari determinato dall’aumento dei prezzi, connesso all’esistenza degli IVC, porta anche ad una svalutazione del valore delle masse monetarie complessive là dove all’incremento di queste non corrispondono adeguati incrementi del livello della produzione complessiva e/o adeguate possibilità di valorizzazione capitalistica. Ad ogni aumento del potere di disposizione nominale del denaro, rappresentato dall’aumento della massa monetaria complessiva, dovrebbe sempre corrispondere un incremento del suo potere di disposizione reale, sul volume dei beni e servizi prodotti, e se questo non avviene non si può che assistere all’inevitabile rilancio di un ulteriore incremento dei prezzi.

Può risultare interessante evidenziare, a questo proposito, il fenomeno della moltiplicazione o amplificazione degli effetti inflazionistici derivanti dalla valorizzazione capitalistica, perché da esso la situazione di SIRM attuale deriva le sue caratteristiche peculiari. Possiamo dire, in sostanza, che vi è un effetto di amplificazione dei fenomeni inflazionistici derivanti dagli IVC (applicati a processi produttivi non intensificabili) in quanto questi si fanno valere almeno su un triplice ordine di piani. Un primo effetto moltiplicatore si ha perché fenomeni di SIRM si fanno valere appunto, in maniera più immediata e visibile, nell’aumento del prezzo dei beni e servizi specifici, a produttività non intensificabile ma prodotti sotto regime di valorizzazione capitalistica, ed una seconda volta, al livello più mediato, si fanno valere nel deprezzamento degli incrementi monetari ottenuti al livello complessivo, cioè nella riduzione del valore della massa di denaro accumulato. Questa si può far valere a sua volta nella forma di una distruzione di una parte di denaro accumulato (crisi finanziarie) ma anche che nel rilancio di forme di aumento generalizzato, indistinto, dei prezzi. In quest’ultimo caso l’aumento dei prezzi si farà valere sul piano complessivo, su tutti i beni in genere, anche su quelli la cui produzione è intensificabile in una misura adeguata a sostenere i rincari imposti dagli IVC, oltre che, in seconda battuta su l prezzo dei beni scarsi e delle attività di servizio a produttività non sistematicamente incrementabile. Va notato infine che effetti di amplificazione delle manifestazioni inflazionistiche si danno nella determinazione del prezzo dei beni e servizi non producibili o riproducibili secondo i principi delle economizzazioni capitalistiche di tempo e di scala, in quanto su di essi (sulla loro produzione e commercializzazione) vengano applicandosi contemporaneamente una pluralità di IVC a priori: non solo le rendite (legalizzate e di posizione), gli interessi e i profitti di natura ordinaria, ma anche quelli di tipo speculativo, che prediligono tutti i beni scarsi che si prestino ad una qualche forma di tesaurizzazione.

Per una verifica della fondatezza di quanto siamo andati dicendo sinora credo che sia sufficiente riferirsi all’andamento dei prezzi, negli ultimi 40 anni, di un bene come le abitazioni, dove gli effetti multipli della SIRM appaiono più inequivocabili. A determinare l’aumento dei prezzi del bene casa concorrono infatti un po’ tutti gli IVC cui abbiamo fatto riferimento. Esso risulta inoltre un bene a produttività relativamente non intensificabile (se non in termini molto ridotti). Ed infine la casa assume più rilevanza di ogni altro bene nel determinare l’aumento dei costi di vita all’interno delle SCA, almeno se ci si riferisce appunto agli ultimi decenni, in cui è stata più consistente l’espansione delle attività economico produttive di tipo terziario e la caduta delle possibilità di crescita produttiva complessive. L’arco di tempo di 40 anni, dalla metà degli anni 60 ai primi del 2000, non è una scelta casuale ma coincide sia con gli inizi del fenomeno di stagflazione sia con l’arco lavorativo di una vita media. Devo dire che questa coincidenza è del tutto accidentale, ma ci dovrebbe far riflettere sul fatto che gli effetti inflazionistici emergenti nelle SCA vengono a colpire l’attività di risparmio o le possibilità di previdenza assicurativa di un singolo lavoratore, nell’arco della sua esistenza e non di quella delle prossime, future, generazioni.

Se ci si limita al caso italiano, di una città media, non soggetta a particolari effetti moltiplicatori dell’attività speculativa che si hanno nelle grandi città, si può rilevare che il costo di una abitazione di media grandezza e qualità è aumentato di circa 100 volte negli ultimi 40 anni, passando da circa 5 a 500 milioni di vecchie lire. L’aumento esponenziale ha assunto tendenze cicliche abbastanza regolari. Tra la fine degli anni 60 e la metà degli anni 80, in poco più di 15 anni, il prezzo delle abitazioni è aumentato di circa 10 volte (da 5 a 50 milioni). Altrettanto ha fatto dalla fine degli anni 80 agli inizi del 2000, e sta ancora aumentando in misura esponenziale, nonostante il tasso annuo di inflazione si sia nel frattempo ridotto notevolmente, almeno stando alle statistiche ufficiali. Il livello degli affitti è aumentato nel frattempo in misura meno considerevole, ma pur sempre in maniera molto rilevante, crescendo, nei quarant’anni indicati di circa 70 volte (da una media di 14 mila lire mensili alle circa 900 mila attuali, intorno ai 500 Euro).
E’ chiaro che per comprendere la reale consistenza di questi aumenti bisogna riferirsi al parallelo aumento ottenuto dalla maggior parte dei redditi da lavoro (visto anche che il costo del lavoro continua ad essere considerato come la causa maggiore dei fenomeni inflazionistici). Gli stipendi medio – bassi , che compongono la gran parte del monte salari, sono aumentati nello stesso periodo di circa 25 volte ! passando da circa 80 mila lire mensili a due milioni (intorno ai 1100 Euro, mi riferisco evidentemente sempre al periodo che va dalla fine degli anni 60 agli inizi del 2000).
Dati alla mano il calcolo delle relazioni tra costo o “valore” del lavoro e costo del bene casa si può fare abbastanza facilmente. Se inizialmente ci voleva l’equivalente di cinque anni di lavoro medio, per acquistare un appartamento di medie dimensioni, agli inizi del 2000 ne erano richiesti almeno venti, che vengono quasi a raddoppiare se si aggiungono gli interessi dovuti agli istituti bancari! Per pagare l’affitto di un appartamento di dimensioni e qualità medie ci voleva da circa un sesto a un ottavo di un salario medio. Ora ce ne vuole circa la metà , e in molti casi ormai anche questa non basta più, per cui si può dire abbastanza fondatamente che nei quarant'anni indicati il potere d’acquisto di uno stipendio normale è diminuito quasi del 400% , almeno riguardo al bene la cui fruizione mensile richiede, da sola (incluse spese di riscaldamento ecc.) ormai la maggior parte di uno stipendio normale.

Riportando questi dati abbastanza scarni non ho fatto uso di virgole e decimali ma penso che le proporzioni del fenomeno di SIRM (e di riduzione del costo del lavoro) all’interno delle SCA non lascino spazio ad alcun dubbio. Mi sono riferito al caso italiano perché la mia conoscenza diretta della situazione mi evita l’onere di dipendere da dati statistici spesso poco attendibili. Ma fenomeni analoghi, anche se meno marcati, sono riscontrabili in quasi tutte le SCA. Inoltre, cosa ancora più importante, il discorso potrebbe essere esteso ad altri tipi di beni e servizi le cui attività non risultano adeguatamente intensificabili, come quelli relativi ai settori della ricerca, delle cure sanitarie, della tutela previdenziale. Anche se in questi ultimi casi gli aumenti sono risultati molto meno considerevoli di quelli del bene casa.
Nei paesi in cui tali settori sono soggetti a più o meno accentuate forme di mercatizzazione, come gli Stati Uniti, si possono rilevare aumenti dei costi sostenuti per il loro acquisto che risultano notevolmente superiori a quelli riscontrabili perfino nei paesi in cui la gestione pubblico statuale è caratterizzata da grandi incurie e sprechi. Il caso americano è abbastanza probante. Dati i loro costi proibitivi, l’istruzione universitaria e cure sanitarie di qualità sono riservate ormai ad un elite abbastanza ristretta, quando ancora agli inizi degli anni 60 erano alla portata di qualsiasi famiglia media, anche nel caso, allora prevalente, che fosse sorretta da un solo capofamiglia percettore di un reddito discreto, cioè appunto di medio valore. E va aggiunto che anche negli USA la mercatizzazione dei settori a cui ho appena fatto riferimento è condizionata ancora da pesanti vincoli che limitano enormemente le pressanti spinte ad un loro inserimento in un completo regime di valorizzazione capitalistica. Ben peggio stanno andando le cose in settori “di servizio” completamente mercatizzati in termini capitalistici, cioè soggetti ad un completo regime di valorizzazione capitalistica, come il sistema assicurativo, di marketing e di pubblicizzazione dei beni e delle prestazioni (che insieme coprono ormai una quota prevalente dei costi del processo di produzione e riproduzione sociale).

4. Perdita di significatività sociale del modello di crescita economica capitalistico e condizioni di involuzione culturale . 

Tutte le affermazioni contenute nei due paragrafi precedenti possono essere riassunte in una singola proposizione. Dopo più di tre secoli, e per la prima volta nella storia del capitalismo, l’applicazione degli istituti della valorizzazione capitalistica (IVC) non sembra più portare né ad una riduzione dei tempi di lavoro né ad una riduzione dei costi dei beni necessari per garantire condizioni di vita corrispondenti al livello di sviluppo tecnologico e socio culturale raggiunto. Questo fatto determina una notevole erosione di significatività nella razionalità del procedere capitalistico, mettendo in crisi direttamente, dall’interno, l’ideologia della crescita economica monetaria come fattore progressivo. La riduzione dei costi e dei tempi produttivi, unita all’aumento del volume dei beni di consumo, costituivano infatti i pilastri di un’ideologia del progresso che vedeva nella crescita incessante delle masse monetarie il segno della crescita della produzione di beni, e questa come il presupposto del benessere o del miglioramento continuo della qualità di vita per la maggior parte di individui. 
Ora gli aumenti annuali delle masse monetarie registrati all’interno delle SCA si traducono prevalentemente in aumento dei prezzi e in una pluralità di altre manifestazioni di svalutazione inflazionistica della ricchezza accumulata in forma monetaria (SIRM). Lo stesso aumento del volume della produzione di beni viene a contare sempre meno rispetto alla soddisfazione dei bisogni di cura e di relazione che stano crescendo all’interno di tutte le SCA. E questi restano in buona parte insoddisfatti e difficilmente soddisfacibili perché gli stessi IVC, e il sistema di relazioni economiche e sociali che gli si sono conformate, non sembrano adeguati ad attivare tutte le risorse che risulterebbero necessarie.
Si può ritenere con molta ragionevolezza che tale situazione di squilibrio non sarà modificabile a breve termine, se è vero che le sue radici possono essere individuate proprio nella scarsa funzionalità alla valorizzazione capitalistica dimostrata dalle attività di servizio di tipo individuale e dall’appropriazione dei beni comuni sul piano economico complessivo. Si tratta di una condizione strutturale e di fase, non facilmente superabile in quanto lo stesso sviluppo esponenziale delle attività di servizio e di cura dei beni comuni corrisponde ad esigenze sistemiche e a bisogni individuali evoluti, relativi al livello di sviluppo tecnico produttivo e di complessità sociale raggiunto.
Detto questo penso che sia il caso di ribadire che tutto ciò non significa in alcun modo né la fine della ideologia della crescita né, tanto meno, il crollo o la fine più o meno imminenti dello stesso regime capitalistico. Va rilevato anzi che proprio la dominanza di attività di servizio di tipo pubblico e individuale, la cui produttività non risulta facilmente intensificabile, riduce il carattere devastante delle crisi economiche da sovrapproduzione che risultavano prevalenti nel capitalismo industriale. Ora le crisi si presentano in forma più larvata e strisciante, interessando maggiormente una parte ormai minoritaria della produzione sociale, anche se gli effetti in termini di intensificazione dello sfruttamento tenderanno a diventare più insostenibili in relazione al processo di impoverimento relativo che sta interessando i ceti medi e bassi. Esistono comunque ancora possibilità di crescita economica, di tipo estensivo ed anche intensivo, sebbene entrambe, e specialmente queste ultime, si siano ridotte notevolmente in questa fase storica, almeno per quanto riguarda le SCA. Il problema sarà caso mai capire o far capire alla gente cosa possano significare, in termini di qualità della vita, queste possibilità di ripresa della crescita economica monetaria.
La stessa applicazione degli istituti degli IVC ad attività di servizio di tipo individuale può portare ad una intensificazione dello sfruttamento “produttivo” diversa dalla via tecnologia, basata sulla standardizzazione e automazione delle prestazioni, che caratterizzava le economie di scala tradizionali. Si possono aumentare, entro certi limiti, i carichi di lavoro per persona, o prolungare lo stesso orario lavorativo (magari con cottimi e straordinari). Si possono peggiorare le condizioni lavorative e di vita, ridurre l’assistenza e i vincoli di tutela ambientale. Ed è questa precisamente la via principale intrapresa dai tentativi di rilancio della crescita economica capitalistica in questi ultimi decenni. Non si tratta comunque di una via sicura o senza aspetti problematici, anche da un punto di vista capitalistico.
Quasi tutte le soluzioni praticate sinora finiscono per aprire, nel medio periodo, più problemi di quanti ne risolvano. In molti casi l’effetto prevalente è quello di comprimere il livello della domanda interna, accentuando le difficoltà di valorizzazione e realizzazione delle crescite monetarie ottenute. In tutti i casi si tratta di un peggioramento del livello e della qualità della vita, non certo di un suo miglioramento. E’ difficile negare, anche per il filo capitalista più convinto, che gli sforzi intrapresi per ridare vigore alla crescita economica hanno avuto in questi ultimi anni, quasi in tutte le SCA, l’effetto di aumentare la precarietà, il traffico caotico, l’aggressività diffusa, i tassi di criminalità, e soprattutto le manifestazioni di disagio mentale e il degrado delle relazioni sociali e dei contesti ambientali.
C’è da aggiungere poi che le difficoltà relazionali e il degrado dei tessuti sociali non sono rilevabili solo sul piano interno (alle SCA) ma anche su quello delle relazioni con l’esterno, internazionali e interculturali. E’ abbastanza chiaro ormai che maggiori difficoltà riscontrate al livello globale nella produzione di ricchezza portano ad accentuare i conflitti per l’appropriazione di risorse che non crescono abbastanza o anzi vanno riducendosi, come nel caso delle risorse naturali non riproducibili. La delusione delle aspettative individuali e collettive di benessere accentua frustrazioni e ansie di rivalsa che prendono la via dei conflitti di identità, tra modelli culturali e sistemi di valori diversi. I problemi di identificazione e di relazione con gli altri tendono a crescere con il crescere delle difficoltà dell’esistenza e con la crisi degli orientamenti pratico produttivi perseguiti. Non esistendo soluzioni plausibili immediate alle difficoltà riscontrate sul piano economico e dell’organizzazione sociale, si sviluppa facilmente la ricerca del capro espiatorio e i conflitti sociali tendono a spostasi appunto sul piano dello scontro tra culture, etnie, razze, in cui le differenze di tipo esteriore appaiono più visibili.
Anche la debolezza delle alternative si manifesta comunque in tutta la sua evidenza. Ogni ampia e solida alternativa tradizionale al capitalismo sembra ormai definitivamente liquidata con il tracollo delle politiche socialiste e socialdemocratiche. Le stesse culture solidaristiche ed ecologiche rappresentano per ora, non bisogna nasconderselo, un fenomeno poco più che marginale, ancora fortemente minoritario, specialmente sul piano pratico o delle esperienze concrete della maggior parte di individui attivi.

E’ l’assenza di solide e ampie prospettive di cambiamento o di trasformazione sociale emancipativa, orientata al futuro, che rappresenta, dopo più di tre secoli di lotte e sommovimenti sociali, il segno più marcato della stagnazione o della crisi strisciante che investe le dimensioni ideologico culturali delle SCA. Gli stessi problemi legati all’aumento dei costi di vita e alle difficoltà della crescita economica rischiano di rendere gli approcci alternativi ancora più marginali e secondari. Ed è difficile prevedere quanto le esperienze che si vanno compiendo in termini di volontariato e di non profit, di iniziative ecologiche individuali e di convivialità comunitaria, rappresentino embrioni del nuovo che verrà, o non piuttosto espressioni di prospettive residuali che vengono usate e perfino amplificate dal sistema, in attesa che nuovi metodi produttivi e nuovi principi di relazione consentano alle dinamiche della VC di compiere la loro colonizzazione dei settori che sono stati finora al di fuori della sua influenza, come le relazioni di cura e di istruzione, di tutela ambientale e della persona.
Ogni situazione di crisi e ogni difficoltà emergente all’interno di una formazione sociale, incluse quelle capitalistiche, richiede e genera comunque un qualche tipo di risposta. Di fronte alle difficoltà incontrate dai processi di valorizzazione capitalistica possono consolidarsi modi alternativi di valorizzazione economica delle risorse lavorative e ambientali. Le difficoltà della crescita produttiva complessiva, unite agli estesi processi di SIRM, possono inoltre far perdere ulteriormente di credibilità e importanza il dettato della crescita incessante del PIL. L’aumento continuo dei prezzi, la distruzione periodica di una parte considerevole delle ricchezze accumulate, la crisi dei sistemi previdenziali, pubblici e privati, possono contribuire a far emergere in primo piano i valori e gli obiettivi della sostenibilità, dell’equilibrio e della stabilità dei processi di formazione (di produzione e riproduzione) della ricchezza sociale.
La ricerca della sostenibilità, della stabilità e dell’equilibrio, possono diventare preminenti rispetto ai valori della riproduzione incessante dei differenziali di potere / denaro tra i gruppi sociali o nazionali e i loro patrimoni. Anche perché questa continua a dare dei benefici rilevanti solo alle elite di potere, economico, politico e culturale, lasciando una buona parte degli individui comuni nel ruolo di semplici comparse, se non di vittime, di un gioco in cui le perdite complessive hanno già cominciato a sopravanzare i guadagni individuali: segno abbastanza evidente di una certa irrazionalità di tutto il procedere.
La consapevolezza del carattere strutturale, di fase, di una fase destinata a durare a lungo, delle attuali difficoltà economiche, dovrà emergere prima o poi a livello diffuso. E questo potrà contribuire in misura decisiva al diffondersi di una maggior convinzione sulla esigenza e sulla plausibilità di un cambiamento di rotta. Non ci si può nascondere comunque l’ampiezza delle difficoltà che si dovranno affrontare e risolvere perché queste possibilità diventino delle forze reali rilevanti, influenti negli orientamenti diffusi o nella definizione comune delle condizioni e dei fini essenziali della produzione sociale e nelle strategie politiche che dovrebbero sostenerla. Come dicevo già, solo il fare i conti con tali difficoltà, piuttosto che il nasconderle, metterà le prospettive dell’alternativa in grado di rafforzarsi.


5. Difficoltà e problemi connessi con l’apertura e il consolidamento di forme di economizzazione alternative delle risorse.

Nelle pagine precedenti mi sono limitato a considerare alcuni aspetti del problema della svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale nella sua forma monetaria (SIRM). Va detto però che il sistema economico capitalistico ha anche dimostrato di essere sostanzialmente incapace di provvedere alla valorizzazione e alla cura di tutti i beni cosiddetti comuni, di quelle risorse come il territorio o i patrimoni culturali che non sono divisibili e appropriabili privatamente, secondo forme di scambio mercantile. Ed è anche in relazione a questo ultimo aspetto che si deve considerare la questione delle possibili alternative al sistema di valorizzazione capitalistica, così come le difficoltà e i problemi che verranno ponendosi a delle pratiche di economizzazione delle risorse alternative. 
Inoltre va tenuto presente che il fenomeno della SIRM non è riconducibile solo al farsi valere delle istituzioni della valorizzazione capitalistica (IVC) su attività e processi produttivi non intensificabili. Ponendo l’accento sulle IVC mi sono limitato a mettere in rilievo la causa che risulta più importante oggi, e che credo sarà destinata ad assumere una importanza crescente nel prossimo futuro. Certo il fattore energetico può risultare altrettanto importante, se il problema delle risorse energetiche esauribili non troverà una adeguata soluzione sul piano tecnologico. Va rilevato però che anche l’intervento dello Stato e l’espansione dei servizi pubblici hanno avuto un peso non secondario nell’amplificare in misura esponenziale i fenomeni di SIRM, soprattutto fino agli inizi degli anni ’80.
Per vari ordini di motivi si può sostenere che gli effetti di amplificazione esponenziale della SIRM non sono dipesi direttamente dall’ampliamento della sfera e della spesa pubblica in sé, il quale poteva avere anche dei risvolti positivi ai fini del rilancio della crescita economica, come li ha avuti per un certo periodo di tempo. L’accentuazione dei fenomeni di SIRM è dipesa piuttosto dal fatto che l’ampliamento della sfera pubblica è stato sostenuto con un debito che pagava cospicui interessi agli IVC. L’incremento del debito pubblico ha contribuito infatti notevolmente, con il pagamento di tassi di interessi cospicui, all’aumento delle masse monetarie circolanti, in cerca di nuove condizioni di valorizzazione, ripercuotendosi in effetti di svalutazione inflazionistica inevitabili, dal momento che le masse di denaro enormi accumulate (e circolanti) non potevano trovare sbocchi adeguati, sostenuti da adeguate possibilità di crescita produttiva del sistema complessivo.
Come si diceva alla fine del secondo paragrafo, l’intervento statale in economia è risultato virtuoso dal punto di vista della crescita economica (di tipo capitalistico) finché esso ha saputo tradursi in effetti di crescita di tipo estensivo ed è apparso in grado di mantenere una sua qualche “autonomia” economica sulla base di un sistema fiscale equilibrato. Una volta raggiunto il livello massimo, consentito dalle possibilità di crescita produttiva del sistema e dalle possibilità di prelievo fiscale, ogni aumento della spesa pubblica non poteva che tradursi automaticamente in aumento dei livelli di SIRM. Per cui si può dire che alla fine , nel determinare il fallimento dello “Stato” e delle sue politiche di sostegno ad un’economia pubblica, è diventato cruciale proprio il non sapersi proporre come soggetto economico autonomo, dotato di proprie, adeguate, strumentazioni economiche e di proprie fonti di procacciamento delle risorse.

Le considerazioni precedenti ci riconducono al primo e più importante problema cui si trova di fronte ogni approccio alternativo all’impiego delle attività lavorative e alla soddisfazione dei bisogni sociali. E’ il problema dell’acquisizione e del mantenimento di un’autonomia che si deve far valere su una pluralità di piani, pena la caduta negli stessi processi involutivi di svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale e di aumento dei costi di vita propri delle dinamiche di valorizzazione capitalistica nella fase attuale. In primo luogo l’autonomia si deve dare come indipendenza dai circuiti economici dominanti, capitalistico mercantili e politico statuali, ma anche come capacità di auto sostentamento e di auto riproduzione. Se ci si riferisce a ideali in qualche modo libertari si pone infine anche un problema di autonomia delle scelte e delle decisioni dei soggetti coinvolti (sia di chi offre servizi che di chi li riceve).
L’esigenza di autonomia rinvia inevitabilmente, in tutta la sua complessità, al problema della cura o della economizzazione delle proprie risorse, necessarie per funzionare e riprodursi, per adoperare dei termini non belli ma abbastanza pertinenti. La scarsità o limitatezza delle risorse esistenti non è una invenzione capitalistica. Solo gli atteggiamenti volontaristici o gli approcci fondati sul volontariato possono non tenerne conto, perché ricavano dall’esterno la parte fondamentale delle risorse che sono necessarie al loro funzionamento. E in genere le ricavano proprio dai circuiti economici dominanti, dipendenti cioè dai sistemi di valorizzazione e sfruttamento capitalistici delle risorse (perché sono appunto privi di autonomia economica). Cosa che non fanno per altro “gratuitamente”, dal momento che essi finiscono per assolvere, con costi ridotti, a delle funzioni a cui il sistema dovrebbe in qualche modo far fronte. Ma questo è un altro problema, su cui non voglio soffermarmi ora.
Penso, in sostanza, che per chi voglia porsi dal punto di vista della limitatezza delle risorse e del carattere non sempre gratificante delle attività lavorative, il problema maggiore non sia quello della fuoriuscita da ogni atteggiamento economico e strumentale. Uno dei nodi principali è invece connesso all’esigenza di elaborare forme di economizzazione e strumentazioni produttive diverse, alternative, rispetto a quelle capitalistiche.
L’esperienza storica ha dimostrato che le relazioni di scambio mercantile e le determinazioni monetarie sono state le più efficaci nel garantire forme di economizzazione soddisfacenti e sufficiente autonomia di azione degli agenti, almeno sul piano delle relazioni di scambio (non si deve mai dimenticare infatti che all’interno delle unità produttive e dei processi della produzione sociale hanno continuato e continuano ad imperare metodi prevalentemente autoritari e dispotici). Oggi ci troviamo però di fronte al fatto che le forme monetarie e le reazioni di scambio mercantili disponibili sono permeate da cima a fondo non solo dello “spirito” capitalistico ma anche della funzionalità alla valorizzazione o al potenziamento dei dispositivi costituiti di potere dominio sulla realtà che si sono affermati quasi in ogni ambito dell’agire sociale. Dunque bisognerebbe trovare altre forme di scambio e altre determinazioni monetarie, che risultino altrettanto efficaci di quelle sviluppate all’interno dei sistemi ad orientamento capitalistico pur senza patirne gli effetti negativi. E la cosa non assume solo la connotazione del far capo a delle strumentazioni diverse ed efficaci ma anche del come affrontare i rapporti di contaminazione e condizionamento che si possono verificare tra i diversi tipi di strumentazioni e di pratiche esistenti.
Uno dei nodi cruciali diventa, più precisamente, come affrontare le condizioni di coesistenza di forme, di pratiche e di strumenti, di economizzazione parallele, che possono risultare tanto complementari quanto alternative, confliggenti o competitive, tra loro. Come aveva già indicato Karl Polany, e Marx ancora prima, l’esistenza di forme di economizzazione e di economie parallele è una costante di tutte le formazioni sociali, incluso quelle capitalistiche. Non si tratta dunque di vagheggiamenti di un pensiero radicale, che vuol rispondere a pure esigenze etiche. Sono stati gli stessi limiti strutturali dimostrati dal capitalismo nella gestione dei beni comuni ad aver reso indispensabile l’intervento dello stato e lo sviluppo dell’economia “pubblica”, che era ed è cosa ben diversa dall’economia della valorizzazione capitalistica, anche se rispetto a questa l’intervento dello stato è finito per risultare dipendente, patendo alcuni dei limiti e delle incongruenze fondamentali delle logiche della crescita economica capitalistica.

Certamente la crisi inflazionistica dell’intervento pubblico statale richiede di aprire altre strade, che non riproducano i vizi e le storture di quelle precedenti. Ed è in relazione a questo complesso contesto tematico, di esigenze di autonomia passanti per forme di economizzazione alternative, in una situazione di coesistenza obbligata con le economie competitive capitalistiche, che si pongono anche i problemi della fragilità, delle limitate capacità di presa sociale, della difficoltà di radicamento e diffusione, rivelate dalle strumentazioni economiche e dalle strategie teoriche messe a punto dagli approcci alternativi, di tipo solidaristico o genericamente anticapitalistico.
Aspetti molto problematici, discutibili, sono rilevabili non solo nelle strategie di volontariato e antieconomiche sui generis, ma anche nelle prospettive che sembrano prefigurare un percorso economico, o pseudo economico, come avviene per le ipotesi di reddito minimo garantito, di cittadinanza, cui si rifanno la maggior parte degli approcci “alternativi” radicali.
Senza dubbio queste ipotesi presentano degli aspetti interessanti che andranno vagliati e approfonditi. Bisogna dire però che rimanendo agganciata ai contesti della valorizzazione capitalistica la strategia del reddito garantito a tutti può portare al massimo ad amplificare i consumi, almeno nel breve termine (nel lungo esso li comprimerà in quanto dovrebbe presumibilmente ridurre l’impegno in molti settori produttivi). Le pratiche di produzione alienata e di consumo alienato verranno separate, per essere attribuite a soggetti diversi. Ma non perderanno il loro carattere alienante, anzi forse lo accentueranno, dal momento che pratiche di consumo ipertrofizzate potranno scindersi perfino da qualsiasi contatto pratico - produttivo e relazionale, con gli altri e con le dimensioni del fare produttivo.
Sicuramente la costituzione di un reddito di cittadinanza nell’ambito dei contesti economico monetari capitalistici accentuerà le già forti spinte inflazionistiche presenti all’interno delle SCA. A pagare di più saranno sempre i lavoratori occupati, principalmente i capifamiglia (maschi e femmine), che dovranno amplificare gli sforzi e i loro orari lavorativi per garantire ai propri figli possibilità di studio e prospettive di vita (con impieghi) minimamente gratificanti. E alla fine la svalutazione inflazionistica si ritorcerà negli stessi sistemi previdenziali, pubblici e privati, e negli assetti dei diritti sociali e del lavoro, che non potranno sostenere il processo continuo di distruzione inflazionistica della ricchezza sociale e finiranno per richiedere una intensificazione crescente dei processi di sfruttamento delle risorse attivate nei circuiti della valorizzazione capitalistica.
Credo che il problema della distruzione inflazionistica della ricchezza monetaria, capitalistica, possa essere affrontato solo all’interno di una ricostituzione dei principi, delle logiche e delle dinamiche di formazione della ricchezza sociale. Ed è quasi inevitabile che il problema della natura e delle fonti della ricchezza sociale venga riproponendosi, come è sempre avvenuto in passato, nel momento in cui si sta assistendo ad un passaggio nel modo di produzione (e di accumulazione) che è ormai sotto gli occhi di tutti, anche se pochi sembrano averlo compreso in tutte le sue valenze e implicazioni.

Ormai una pluralità di riflessioni teoriche e di esperienze pratiche stanno a dimostrare come l’interesse per il ripensamento dei modi e dei fini della formazione di ricchezza sociale abbia ripreso forza, dopo che il fallimento dei progetti pseudo socialisti sembrava averne decretato una fine irreversibile. Mi riferisco naturalmente ai diversi tentativi di costituire delle Banche del tempo, compiuti specialmente all’interno delle Sca, anche se con esiti spesso deludenti, o ai numerosi filoni di economia solidale e di finanza etica sviluppati con successo un po’ ovunque, tanto all’interno delle SCA quanto nei paesi in via di sviluppo. Ma l’esempio forse più emblematico e significativo, almeno dal nostro punto di vista, può essere individuato nella miriade di esperienze e di progetti che si vanno enucleando ormai da qualche anno, specialmente in Europa dopo l’introduzione dell’Euro, intorno alla costituzione delle Monete complementari locali.
Penso che specialmente quest’ultimo tipo di approcci possono conoscere degli sviluppi significativi in un futuro abbastanza immediato, date le difficoltà economiche in cui versano le economie degli stati europei e le resistenze notevoli che il sistema della nuova moneta ufficiale dell’Euro sta incontrando in molti paesi. Non si tratta solo di orientamenti che provengono dal mondo delle culture “alternative” ma anche di spinte provenienti dal mondo politico istituzionale e da quello delle piccole imprese, ormai spesso a scala individuale, o dalle reti delle produzioni e distribuzioni locali.
Forse non è superfluo rilevare che questa alleanza, o le possibili sinergie sviluppabili in futuro, assumono un carattere più significativo proprio alla luce della difficoltà che le grandi imprese e le produzioni di massa tradizionali stanno incontrando nelle nuove economie a dominanza terziaria e nel sistema del mercato mondiale globale. E al fondo di tutto può essere individuata, come operante, la crescente frattura che si va verificando, da tempo, tra interessi del capitalismo finanziario o della valorizzazione capitalistica del denaro, e interessi concreti di una gran parte delle popolazioni delle Sca, ridotte oggi, quasi ovunque, ad uno stato di semi miseria o di nuova povertà.
Certo i flussi di denaro ottenuti nei circuiti della valorizzazione capitalistica continuano a mantenere un carattere diffusivo, e a beneficiare in una qualche misura un po’ tutti. Anche il flusso delle merci e dei beni e servizi continua a risultare abbondante, in molti casi perfino eccessivo. Si dovrebbe ormai sapere però molto bene che i concetti di abbondanza e di scarsità, di ricchezza e di povertà, sono abbastanza relativi, almeno all’interno delle SCA.
Essi sono relativi alla struttura dei bisogni già sviluppati, che risulta abbastanza elastica ma non modificabile a piacere, e sono relativi alle esigenze molto più rigide e vincolanti del sistema di valorizzazione capitalistica. Dove le esigenze della valorizzazione dei capitali accumulati e i bisogni essenziali della maggior parte degli esseri umani non si incontrano più possono trovare spazio altre pratiche e istituzioni economiche. Ed è questo, in sostanza, che da importanza alle nuove riflessioni, sempre più diffuse, sui nuovi stili di vita, su forme di economie ecologiche e solidali e anche sullo sviluppo di sistemi monetari alternativi, radicati sul piano locale.
Queste riflessioni possono trovare nuove, più solide, possibilità di affermazione dall’incontro tra i nascenti movimenti per la decrescita (specialmente in quanto vengano intese come decrescita) dell’economia capitalistica e i soggetti politici più attenti alle problematiche della qualità della vita, dell’ambiente ed alla conservazione dei patrimoni naturali e culturali, di cui ancora disponiamo, e di cui possono essere responsabili solo le comunità che si radicano nelle diverse dimensioni territoriali. Ma ciò potrà darsi solo se si saprà tener ferma la consapevolezza che nessun problema ambientale è affrontabile in maniera plausibile, oggi, se no si saprà dare ad ogni azione che si svolge sul piano del locale un respiro e una prospettiva in grado di allacciarsi ai processi ed ai movimenti che si vanno dispiegando negli ambiti più ampi e di interesse generale, in quella che viene definita ormai comunemente come la scala globale. Qui incontriamo i problemi della costituzione dei sistemi di potere finanziario, e della costituzione dei nuovi organismi di governo tecnico, amministrativo, delle politiche monetarie e delle condizioni della crescita economica, come la Banca Mondiale o l’Organizzazione Mondiale del commercio, delle tariffe e dei parametri di brevettabilità sulla manipolazione di ogni tipo di risorsa umana ed ambientale. Ma si tratta evidentemente di problemi che possono essere considerati solo all’interno di una ricostruzione molto più complessa e complessiva di quella, pur molto ampia e complessa, che ho cercato di delineare in questa relazione.


Maurizio Ruzzene, Venezia, luglio-agosto 2005

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