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Per qualcosa che vale





PER QUALCOSA CHE VALE

Questo documento breve è pensato come parte introduttiva di un trittico di testi che comprende oltre questo anche gli scritti “Rigenerazioni. Proposta per un soggetto politico non elettorale” e “Per una politica capace di futuro”.


Oltre il guado

Da troppo tempo stiamo assistendo al generale degrado della vita politica e istituzionale senza riuscire a rispondere, frenare e invertire questo fenomeno. Corruzione, strumentalizzazione, svalutazione delle istituzioni si sono sedimentate in una diffusa sfiducia nel processo politico, una spirale di insofferenza e passività, un rifiuto al coinvolgimento in prima persona.

Ma in questi stessi anni, mentre le élite globali spingevano per la creazione di nuove enclosures - barriere materiali o immateriali che regolano, attraverso l’accesso economico, la definizione di chi è dentro e di chi è fuori - molti soggetti locali hanno lottato per la conservazione di spazi e beni comuni – nuovi commons materiali e immateriali accessibili a tutti e coltivati assieme per il bene della comunità intera. Uno scontro che ha evidenziato i conflitti tra globale e locale, tra flussi e luoghi, tra crescita e sostenibilità, tra passività e autonomia. In termini generali, si sono prodotte nuove tensioni tra le logiche della produzione e quelle della cura, della riproduzione e della rigenerazione.  che si traducono in un conflitto tra le generazioni attuali e quelle future. Intorno a queste nuove fratture si stanno definendo nuovi soggetti, identità, valori – ma anche spazi pubblici, forme di organizzazione, pratiche di azione - che oppongono alla competizione individualistica e al primato dell’economia e del consumo i legami di solidarietà e cooperazione, la centralità delle persone e la manutenzione delle ricchezze ambientali, sociali e culturali collettive.

Questi processi stanno ponendo in discussione i sistemi politici delle democrazie europee che sembrano fare di tutto per resistere o ritardare il più possibile i processi di cambiamento. Una resistenza che nasce anche dall’incapacità di capire cosa sta realmente accadendo. Abbiamo classi dirigenti che appaiono cieche a ciò che si muove sul terreno economico, ecologico, scientifico e persino politico-sociale e pericolosamente incapaci di collocare le conseguenze delle proprie decisioni (o rimozioni) in una prospettiva storica più ampia. Ma questo non deve portarci a proiettarci i problemi sulla classe politica come se fosse un mondo a sé. La domanda da porsi piuttosto è se le forme attuali della politica impongano nei fatti una dinamica di costrizione e di corto respiro e rendano difficile creare spazi di libertà e di innovazione laddove il senso comune attribuirebbe il massimo del potere e dell’autonomia.

E d’altra parte occorre domandarsi come dar vita ad un dinamismo sociale e culturale che produca un cambiamento incisivo non solo sul piano delle scelte e delle pratiche individuali ma anche sugli orientamenti e sulle scelte collettive. La contrapposizione tradizionale tra politica dall’alto/politica dal basso appare in questa prospettiva insufficiente nell’interpretare le difficoltà attuali e le sfide che ci attendono.

In prospettiva quello che dobbiamo pensare è se le esperienze legate ai movimenti ecologisti, nonviolenti, femministi, alla decrescita o all’economia solidale sono oggi in grado non solo di portare temi nuovi nel dibattito istituzionale ma di influenzare le “forme” della politica e di avere un ruolo “istituente” in un momento di radicale discontinuità e transizione dentro a cui siamo sempre più immancabilmente spinti.

Anche le contrapposizioni storiche tra destra e sinistra sono oggi meno chiare di come potevano sembrare anche solo pochi decenni fa. Questo non significa che le tradizioni politiche scompaiano o che la storia politica non possa più parlarci e nutrire le nostre idee. Significa tuttavia che non è più il tempo delle identità trasmesse e ereditate. Riconoscersi parte di una storia non significa conservare una tradizione ma saperla rinnovare e reinterpretare.

La maggior parte dei valori in cui ci riconosciamo solidarietà, uguaglianza, libertà, mutualismo e cooperazione, giustizia, diritti sociali, storicamente appartengono al patrimonio della sinistra. Ma il loro significato oggi non è scontato e va ripensato alle radici.  D’altra parte nuovi principi e valori sono emersi come risultato di nuove lotte ed acquisizioni di nuovi movimenti, ecologisti, femministi, nonviolenti: la cura delle relazioni, il rispetto e la valorizzazione delle differenze, l’interculturalità, i doveri di responsabilità verso nuove generazioni, verso la natura e tutte le specie viventi in generale.

Anche nelle forme della politica l’esperienza novecentesca ci ha insegnato qualcosa. L’importanza della partecipazione contro la delega e le scorciatoie leaderistiche; la centralità della relazione e al contempo il valore dell’autonomia; il rifiuto del riduzionismo, della strumentalità e della pianificazione e l’attenzione invece alla cura della dimensione processuale dell’azione politica. Per dire oggi “qualcosa di sinistra” bisogna saper parlare un linguaggio nuovo. Un linguaggio nutrito dall’esperienza e da una nuova consapevolezza.

 

Decolonizzare il nostro immaginario: alcune idee guida

I documenti che seguono approfondiscono una riflessione attorno ad alcune idee guida:

 

-         La possibilità e l’urgenza di costruire un nuovo spazio pubblico socio ambientale in cui rendere possibile la sperimentazione di nuove pratica democratiche di autoformazione, autoeducazione e autogoverno.

 

-         La scommessa della possibile creazione di uno luogo di aggregazione e innovazione politica nella forma di un soggetto politico non elettorale che agisca come promotore di campagne e iniziative originali in uno spirito di coinvolgimento, elaborazione e servizio.

 

-         La convinzione che occorra ripensare la cultura politica a partire da un fondamento relazionale alla base della vita e della sua rigenerazione, che riguardi in particolare le relazioni tra luoghi, le relazioni tra generazioni e le relazioni tra specie.

 

-         La consapevolezza che l’era della crescita continua e dello sviluppo illimitato è finita e che occorra lavorare in una prospettiva di decrescita non solamente da un punto di vista economico ma come invenzione di una civiltà più sobria, equa, sostenibile senza con questo rinunciare a coltivare la gioia di vivere.

 

Perché sia possibile creare uno spazio di azione e relazione libero, poroso, facilmente accessibile a progetti o azioni interessanti, dobbiamo tutti accettare di impegnarci in una comunicazione che sia «orientata a persuadere l’altro» piuttosto che a sottometterlo in un rapporto di gerarchia, accrescere la capacità di lavorare assieme con la condivisione, lo scambio e la valorizzazione reciproca e promuovere l’abitudine a federarsi tra gruppi ed esperienze senza obbligo di associarsi e senza bisogno di tessere. Ci auguriamo che questi testi possano favorire l’incontro e lo scambio in questa direzione.

 
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