Ecologia del Desiderio

Antonio Cianciullo è uno dei giornalisti esperti di ambiente più noti in Italia. Grazie a lui e tramite “la Repubblica” il grande pubblico è venuto a conoscenza dei gravi problemi ecologici del nostro pianeta (gli “Atti contro natura”, come recitava il titolo di un suo libro Feltrinelli del 1992). Ora, Cinciullo scrive un nuovo volume per il prezioso catalogo di libri di Aboca (la nota azienda di prodotti di erboristeria e per la salute di Sansepolcro), Ecologia del desiderio. Curare il pianeta senza rinunce, (Aboca, 2018, pp.197, 15 Euro) che riprende molte delle principali criticità ecologiche che non hanno trovato risposte adeguate: cambiamenti climatici con conseguenti migrazioni ambientali e guerre per l’acqua, inquinamenti, cibo spazzatura con conseguenti malattie come l’obesità e il diabete, crescita demografica e inurbamento, crollo della fertilità dei suoli, racket dei rifiuti, oceani di plastica, iperconsumo di risorse primarie naturali…. Tanto che l’autore giunge all’amara considerazione che l’ambientalismo – nonostante le innumerevoli prove delle sue ragioni e conferme delle sue previsioni – non è riuscito ad incidere né nelle alte sfere della politica, né ad entrare in sintonia con “la pancia dell’elettore” [12].

Come non essere d’accordo con lui! Ma sui motivi di tale esito negativo, individuati da Cianciullo “dopo un lungo confronto sulle difficoltà in cui naviga l’ambientalismo”, c’è da rimanere onestamente sbigottiti. Le sconfitte sarebbero causate dal modo sbagliato di porsi di una certa “parte dell’ambientalismo” [55] e dai “fan della decrescita” [60] che avrebbero dipinto uno scenario di futuro catastrofista e privo di speranza. Gli ambientalisti sono apparsi come “profeti di sventura”, “notai dei disastri”, “piagnoni”, “seguaci di Savonarola”. Dei veri “bischeri” [30] (la definizione è rubata ad Ermete Realacci, past-president di Legambiente) che hanno trasmesso un “immaginario solo negativo”, hanno veicolato una “una prospettiva terrorizzante” e “venduto solo paura” [14-15].

Le loro proposte, poi, sono state “condite con la spezia amara della rinuncia” [20] e “avvolte da un packaging manicheo”, tanto da far credere che la riconversione ecologia avrebbe innescato un “ciclo pauperista” [21]. Un vero disastro, insomma, derivante non solo dalla scelta di forme comunicative sbagliate (le persone impaurite non accrescono la consapevolezza, ed è vero), ma dalla stessa idea di umanità che le sottende. Questo tipo di ambientalismo, infatti, non terrebbe conto delle “pulsioni arcaiche” [44], irrazionali e inconsce dell’essere umano – studiate dalla neuro- psico-economia del premio Nobel Daniel Kahneman. Perciò: “La consapevolezza del rischio non è sufficiente [a cambiare orientamenti] se la voglia di sfondare il limite, di oltrepassare il confine segnato momento per momento dalla natura, diventa una molla non controllabile, una pulsione che spinge l’azione verso mete che la ragione aveva scartato” [26]. Insomma: “Il desiderio di migliorare superando sempre nuovi ostacoli” farebbe parte dell’antropologia dell’homo sapiens. E tale desiderio sarebbe lo stesso che ha spinto nel Seicento “all’ampliamento delle conoscenze europee” e all’“allargamento degli orizzonti come acquisizione di meraviglia e sorgente di ricchezza” [38].

Secondo Cianciullo, progresso, sviluppo, ricerca del benessere, desiderio senza rinunce non sono comprimibili. Questa interpretazione dei fallimenti dell’ambientalismo presenta più di una falla. Per prima cosa è davvero difficile ascrivere all’ambientalismo più critico una egemonia nella comunicazione. Non mi pare che sia rimasto molto in giro della radicalità anticapitalista originaria dei Grünen anni ’80 e nemmeno dell’antispecismo della deep ecology. Come dimostrano proprio le annate di “la Repubblica”, non mi pare, al contrario, che l’ambientalismo compatibilista, ben incardinato nelle imprese della greenwashing, non abbia avuto modo di dispensare le sue ricette, fondare le proprie mega associazioni, eleggere parlamentari, nominare ministri. A cominciare da Giorgio Ruffolo, Carlo Ripa di Meana, Edo Ronchi, ora presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, che proprio in questi giorni ha pubblicato La transizione alla green economy, Edizioni Ambiente. Una ennesima promozione delle imprese e della finanza green.

La seconda falla interpretativa in cui incorre Cianciullo è naturalizzare l’antropologia dell’homo oeconomicus. Che – secondo molti altri studiosi – non è determinato dall’“imprinting della specie” [33] che lo spingono all’individualismo proprietario, ma da una cultura predatoria, da un’idea del dominio e dell’assoggettamento della natura coltivata ed enfatizzata nell’era del “capitalocene”, per usare la categoria di Jason W. Moore. Tra gli studi di antropologia, di sociologia e di storia economica che Cianciullo cita non c’è nemmeno Marshall Sahlins che bene descrive l’“idea occidentale erronea e perversa di natura umana”, quella che “sta mettendo a repentaglio la nostra stessa esistenza”. Né altri sommi autori del pensiero critico dello sviluppo e del progresso presunto “universale”. Pensiamo a Gilbert Rist o a Vandana Shiva, a Alain Caillé o a Carolyn Merchant. Oltre a Latouche.

Cianciullo incappa in una terza incongruenza nel non spiegarci come mai la proposta dello Sviluppo Sostenibile, da lui preferita e condivisa da schiere di leder politici e uomini di affari (vedi il World Business Council for Sustainable Development), nonostante 40 anni di summit, protocolli, convenzioni, agenzie, piani d’azione e ricchi finanziamenti non abbia raggiunto risultati soddisfacenti. La formula magica dello Sustainable Development fu coniata alla conferenza di Stoccolma sull’Ambiente umano nel lontano 1972 ed adottata dall’Onu nel 1988, con la Commissione Bruntland. Ribadita innumerevoli volte fino nella formulazione degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, adottata da 193 stati a New York nel 2015. Sono queste – a mio avviso – le grandi promesse disattese che andrebbero denunciate e accuratamente indagate. Secondo Cianciullo gli affossatori delle politiche dello Sviluppo Sostenibile sono solo le “lobby dei [combustibili] fossili” che corrompono, manipolano e impediscono il diffondersi delle tecnologie green. La elezione di Tramp né è una dimostrazione. La critica di Cianciullo non raggiunge mai il sistema socio-economico nel suo complesso. Non mi pare che in tutto il libro compaia la parola “capitalismo” et similia: società di mercato, economia della crescita, neoliberismo… .

Per lui le cause dei disastri ambientali non risiedono nelle logiche e nei meccanismi strutturali della società dominata dalla ragione economica e del denaro su ogni altro fattore produttivo, ma solo negli eccessi di prelievi di materiali non rinnovabili. Un fenomeno che sarebbe tecnicamente correggibile, grazie alle innovazioni tecnologiche già disponibili e a correttivi fiscali del mercato (incentivi/disincentivi) che i decisori politici potrebbe già mettere in essere, anche senza introdurre la carbon tax, per non allarmare gli investitori. Cinaciullo descrive una lunga serie di buone pratiche nell’uso dell’energia solare, nei trasporti, nell’edilizia, nella logistica e così via, nell’ambito della teoria dell’“economia circolare”. Tutto ciò starebbe a dimostrare che “la soluzione è a portata di mano” [59]: “Ormai esiste un progetto globale per uscire dalla gabbia del limite: una possibilità di crescita sociale ed economica che si gioca all’interno dei confini dettati dagli ecosistemi” [52]. La quadratura del cerchio è possibile, si chiama de-coupling: sganciare la crescita del valore economico delle merci prodotte e vendute (il Pil) dalla estrazione di materiali non rinnovabili. Le tre “p” (profit, people, planet) non sono antinomiche, ma integrabili. Win-win solution. Come è scritto nella Strategia nazionale per lo Sviluppo Sostenibile del passato governo è possibile integrare business e obiettivi di sostenibilità. Il rispetto dei vincoli ecosistemici è inteso come una variabile che dipende dallo sviluppo di tecnologie appropriate (a basso impatto) che a loro volta dipendono dalla capacità di investimenti delle industrie orientate alla responsabilità sociale e ambientale. I fondi finanziari verdi ed etici, opportunamente certificati, risolveranno ogni problema.

Il denaro non manca, assicura Cianciullo, e quello investito in green rende meglio e occupa più persone. Non c’è motivo di disperarsi, quindi, né di invocare inquietanti fuoriuscite dal sistema capitalistico – suggerisce il nostro autore -: le tecnologie e il mercato, se ben guidati, sono in grado di risolvere ogni problema ecologico. “La parte più dinamica dell’economia si è messa in moto cominciando a correre per piazzarsi meglio nel luogo in cui crescerà il mercato nei prossimi decenni: le energie pulite, l’efficienza, il recupero dei materiali” [53]. Bisogna solo “accelerare i tempi e guadagnare consensi” nell’opinione pubblica [54]. Cianciullo cita Aldo Bonomi sulle smart land: “Un caso di capitalismo che incorpora il limite ambientale nel suo processo di accumulazione e ne fa il motore di un nuovo ciclo” [165]. Grazie alla green ecology il capitalismo si fa eco- friendly, naturale, oltre che popolare, democratico e umano.

Mentre invece c’è chi rema contro – scrive Cianciullo – e rende tutto più difficile: “Una parte dell’ambientalismo ha sottolineato solo l’aspetto negativo del limite [biofisico del pianeta] facendone una barriera ideologica non negoziabile e accumulando sconfitte mediatiche perché, in fondo, a nessuno piace sentirsi ristretto” [55]. L’allarme è diventato “psicologicamente insostenibile” [143] provocando la “rimozione del tema dell’aumento del rischio ambientale” [187] e un “impatto emozionale” controproducente [151]. Perché “grande parte dell’umanità non è disposta a rinunciare”[152]. Meglio allora essere più ottimisti: “alimentare la speranza collettiva” [154], essere propositivi. Anche le zucche usate per la festa di Halloween possono essere riciclate in biocarburanti [158], come i fondi del caffè, i pneumatici bucati e quant’altro. Servono “emozioni ricostituenti” [160], un “marketing vincente” [196], accattivante, positivo.

Tutto vero. Ma va capito come mai noi si sia ancora alla mercé delle “lobby fossili”. Al contrario di ciò che pensa Cianciullo la causa non è l’alleanza spuria tra Trump e gli ambientalisti più radicali, ma la mancanza di una visione di società credibile e desiderabile, più corrispondente ai bi-sogni dell’umanità. Cioè, una società davvero diversa da quella che conosciamo. Ci manca anche l’indicazione di come attivare e praticare concretamente un processo di trasformazione dei rapporti di produzione, scambio e fruizione dei beni e dei servizi generati dalla cooperazione sociale. Un processo dove sostenibilità ed equità, condivisione e solidarietà siano posti alla base di un nuovo patto sociale planetario. Chiamiamolo eco-umanesimo o un bio-socialismo. Solo così potrà farsi strada un’altra economia che riconosca e rispetti non solo i valori monetari, ma anche quelli ambientali, relazionali, umani fuori mercato. Fino ad oggi, in questa ricerca, le formule dello Sviluppo sostenibile e, ancor meno, dell’Economia circolare non ci hanno regalato forti emozioni.

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