Carlo Modonesi: Ecologia del vivere e del pensare: la cultura si mangia

«Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia». Pare che la citazione vada ascritta all’ex-Ministro Giulio Tremonti, il quale, nell’autunno del 2010, usò forse quelle parole per colorire con un po’ di sarcasmo la sua massima più nota “la cultura non si mangia”. In una stagione in cui i tagli alla scuola, all’Università e ai beni naturali e artistici del Paese cominciavano a evidenziare segnali di rara gravità, quel sarcasmo sembrò del tutto fuori luogo.

Ciò detto, se è vero che i ministri non si giudicano mai per quello che dicono ma per quello che fanno, allora significa che la questione è seria. Come sappiamo, l’assioma “la cultura non si mangia” è stato un obiettivo programmatico messo in opera molto tempo prima che il Ministro Tremonti ne desse una formulazione in prosa così efficace. Quel refrain ha guidato le politiche di contenimento della spesa pubblica di una lunga schiera di suoi predecessori. Il togliere ossigeno alla cultura svuotando la scuola e l’Università di valori e di risorse, e il rinunciare a qualsiasi piano di conservazione dei beni naturali/artistici, sono un’antica ricetta preparata con perizia scientifica da gran parte della classe politica nazionale degli ultimi trent’anni, a danno di chissà quante generazioni di italiani. Sottesa a questa “visione” della cultura così trasversale vi è l’idea che la formazione dei giovani sia una responsabilità minoritaria delle istituzioni dello Stato, e che la cementificazione del territorio e la devastazione ambientale producano ricchezza e benessere diffuso. In realtà si tratta soltanto di alibi ideologici e, come tali, del tutto falsi. Che molti cementificatori e speculatori nazionali abbiano accresciuto in modo esponenziale le loro ricchezze grazie alle colate di cemento e alle bolle immobiliari è un dato che risponde a realtà. Ma che con il superlavoro delle macchine movimento terra sia stato prodotto benessere diffuso è una convinzione quantomeno opinabile, se non decisamente fraudolenta.

Al di là della retorica, invece, la cultura ha molto a che fare con la ricchezza di una nazione. La classe dirigente dovrebbe saperlo: se l’Italia è una Repubblica lo si deve anche alla fortuna di avere avuto una storia culturale impreziosita dalle opere di Dante, Leonardo, Michelangelo, Manzoni e dei moltissimi altri artisti, letterati, scienziati, e pensatori che hanno reso la penisola italica, già beneficiata da madre-natura per la meraviglia dei suoi territori, uno dei luoghi più interessanti e ospitali del globo. Americani, giapponesi e nord-europei lo sanno da sempre, soltanto le istituzioni e i politici italiani non se ne sono mai accorti.

Il concetto che la cultura non si mangia, e le diverse variazioni sul tema che se ne possono fare, è tradizionalmente figlio di brutali ideologie del passato che hanno pianificato le loro sciagure giocando anzitutto sullo sradicamento della cultura dal mondo reale. La rottura delle relazioni tra cultura e storia, cultura e presente, e cultura e futuro, ha sempre trascinato l’umanità in epoche oscure tanto dal punto di vista politico-economico quanto dal punto di vista umanitario. Nel romanzo di fantascienza “Fahrenheit 451” dello scrittore statunitense Ray Bradbury, da cui venne tratto l’omonimo film diretto da François Truffaut, è delineato un mondo raggelante nel quale il solo fatto di possedere dei libri costituisce un reato grave contro il potere costituito. L’unico mezzo di informazione permesso dalla legge è la televisione, che naturalmente è sotto rigido controllo delle autorità e rappresenta per la collettività la sola via (illusoria) per uscire dall’isolamento fisico e intellettuale. Il romanzo ruota intorno al problema dell’ottusità dei sistemi politici che si alimentano di un “pensiero unico” e che vigilano sulla società ostacolando ogni possibilità di riflessione e di confronto.

Altre opere importanti hanno descritto grossomodo lo stesso tipo di degenerazioni, si pensi per esempio a “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley o a “1984” di George Orwell, probabilmente scritti per denunciare l’inquietante sentenza di condanna della cultura sancita dai totalitarismi di ogni luogo e di ogni epoca. Del resto, come scordare il motto spaventoso “quando sento la parola cultura, metto mano alla pistola” in voga negli anni Quaranta tra i gerarchi della Germania nazista?

La cultura è una componente importantissima della realtà in cui siamo immersi, e di fatto essa ci restituisce una parte delle nostre tradizioni, del nostro rapporto con lo spazio, del nostro modo di usare le risorse, delle nostre conoscenze scientifiche, delle nostre espressioni artistiche e letterarie: in una parola, l’insieme delle relazioni che ci rendono esseri viventi ed esseri umani. Il grandissimo biologo russo Vladimir Vernadsky coniò il neologismo “noosfera” proprio per puntualizzare gli imprescindibili risvolti ecologici della cultura umana, che di fatto si integrerebbe nelle altre due sfere fondamentali del pianeta, la “geosfera” e la “biosfera”. Ne segue inevitabilmente che la cultura è anche il nostro cibo, il che smentisce senza appello la convinzione che la cultura non si mangi.

Fino a non molto tempo fa, i contadini dell’Italia centrale, i pescatori del meridione o i montanari che vivevano nelle aree alpine costruivano le loro abitazioni tenendo conto delle relazioni con il contesto ambientale e sociale. Le loro case si integravano nel paesaggio naturale e in qualche modo sembravano completarne la bellezza, come si può facilmente verificare dalle baite stupende che ancora si incontrano nelle aree alpine, o dai trulli che punteggiano le nostre coste. Le abitazioni erano funzionali al modo di vivere ma soprattutto erano esempi fondamentali della cosiddetta “cultura materiale”. Per l’osservatore forestiero, le case costituivano probabilmente un primo segnale del rapporto con lo spazio, con il clima e con le risorse locali, indicando quindi anche il tipo di economia e le abitudini sociali. Questa sorta di artigianato edilizio che non concedeva nulla al caso, tantomeno nei suoi risvolti estetici, oggi ci parla di un rigoroso rispetto della relazione esistente tra tradizione, contesto attuale e innovazione, ovvero tra passato, presente e futuro. Era l’identificazione del giusto punto di equilibrio tra queste diverse esigenze della cultura che permetteva di intrattenere un collegamento coerente con i contesti ambientali, sociali ed economici.

In seguito, la massificazione dei consumi e delle abitudini indotta dall’industrializzazione ha stravolto la saggezza popolare che permetteva di creare economie vincolate ai contesti e che era alla base del costruire e dell’abitare di un tempo, e in pochi decenni ha spostato lo stile di vita verso uno “standard ideale” decontestualizzato e imposto dall’alto. Così ai margini delle città sono sorte le alienanti periferie che ben conosciamo: il più delle volte quartieri mostruosi, talora pericolosi, senza servizi, difficilmente raggiungibili, e concepiti unicamente come dormitori per cittadini di serie B. Nessuna persona sceglierebbe di andare a vivere in questi quartieri se non per… cause di forza maggiore. Gli architetti che negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso progettavano questi quartieri erano professionisti colti, preparati, spesso ricchi, ma poverissimi di quella cultura materiale e di quel “senso del contesto” che caratterizzavano i manufatti dei pescatori dell’Italia meridionale o degli agricoltori delle Alpi.

In questo inizio del terzo millennio, il male civile dominante si chiama mercificazione, o, se si preferisce, crescente tendenza degli apparati burocratici-politici-finanziari globali a trasformare tutto in “merce da vendere nel più breve tempo possibile”. In modo del tutto artificiale, e attraverso decisioni meditate sempre in un altrove virtuale e distaccato dal mondo reale, vengono elaborati comodi alibi ideologici per rendere socialmente desiderabili stili di vita privi di qualsiasi raziocinio. Nei paesi più ricchi, il capitalismo finanziario senza regole che ha seminato mercificazione in ogni angolo della Terra si fonde con una concezione profondamente classista della struttura sociale e con un uso insostenibile dei beni comuni.

Nel frattempo, un’imponente macchina mediatica genera continuamente nuovi bisogni e desideri per aumentare la velocità e l’intensità dei consumi. Soltanto il potere e la vittoria con qualsiasi mezzo nella “competizione sociale” (nel senso più aderente al darwinismo sociale ottocentesco di Herbert Spencer) aprono la strada verso il successo individuale; mentre la creatività, le buone relazioni, e il semplice “sapere” e “saper fare” in realtà contano pochissimo. Individualismo sfrenato e stereotipi di basso livello diventano mezzi a disposizione dei grandi interessi di un mercato privo di competenza morale e governato da oligopoli, gruppi lobbistici invisibili, cinismo speculativo, banche spregiudicate, imprese di rating, politici corrotti e organizzazioni criminali, che, nella totale vacanza di un controllo politico istituzionale, fanno il bello e il cattivo tempo designando di fatto le sorti di persone, comunità e intere nazioni.

Alla fine, tale sistema fondato anzitutto sulla crescente e rapida produzione di denaro per pochi privilegiati, e in secondo luogo sul suo uso a fini di potere, risponde unicamente a se stesso, come se fosse circoscritto a una realtà “altra”. Intanto “le esternalità”, ossia la gigantesca scia di macerie sociali e ambientali che è stata prodotta, avvelena la convivenza civile e le risorse naturali. Il tutto, senza alcuna possibilità di individuare un responsabile o un gruppo di responsabili in carne e ossa. Lo scenario attuale in sostanza delinea un mondo che semina povertà e umiliazione, dove pagano soltanto coloro che non hanno responsabilità, e che, senza nessun pudore, ha persino il cattivo gusto di presentarsi come la “via naturale verso il progresso”. In altre parole, un mondo guidato dalla follia, dove qualsiasi espressione di cultura e di economia reali tende ormai a essere liquidata come un inutile fastidio. Una tale concezione del connubio tra denaro e potere distrugge contesti, significati, valori, bellezza, diritti: a farla breve, distrugge relazioni. Persino la pratica scientifica, un tempo “arte” o “mestiere” per semplici appassionati, oggi viene sempre più spesso chiamata a ubbidire all’ideologia del denaro. Per futili motivi partoriti esclusivamente da questa ideologia, una parte importante della nostra conoscenza scientifica potrebbe restare intrappolata nei rigidi schematismi designati dalle regole della crescita economica. Ma una scienza di questo tipo, relegata al ruolo di ancella del PIL e svincolata da ogni relazione con il mondo, sarebbe una scienza incapace di produrre contenuti e vera innovazione.

Il tentativo di mercificare ogni aspetto della realtà, dai bisogni primari ai desideri più futili, e di spingere quindi la cultura nel dominio astratto dell’auto-referenzialità, sarebbe una guerra contro il buon senso e contro noi stessi. La cultura è da sempre uno strumento straordinario per affrancare la nostra esistenza dalle tante miserie di cui l’animo umano è capace. E qualsiasi operazione politica per eliminarla, come nella storia della Germania nazista, o per ridurne la rilevanza sociale, come nella fantascienza di “Fahrenheit 451”, è destinata a partorire un totalitarismo svincolato dal mondo e obbligato a nascondere la realtà sotto una coltre di negazionismi e di violenze. In passato, le ideologie che hanno fomentato l’odio per la cultura e per la democrazia hanno partorito tutto questo, ossia una bruttezza disumana, ma almeno adesso dovrebbero insegnarci qualcosa.

Deve essere chiaro che tra cultura e denaro non c’è alcuna incompatibilità, anzi, le due cose insieme possono trovare un’intesa virtuosa e catalizzare grandi benefici per la collettività. Ma nel mezzo deve continuare a esistere un nesso molto forte con il mondo reale, fatto di luoghi, di tempi, di persone. Continuare a misurare il benessere delle nostre economie con il PIL, e insistere nel quantificare il valore della cultura unicamente con il metro della “crescita” (si legga “la cultura non si mangia”) – peraltro, ben sapendo che abitiamo un mondo di risorse finite – significa incamminarci verso l’auto-distruzione. E a nulla vale il tentativo di rendere accettabile questa scelta suicida attraverso una propaganda miope, come tanto marketing, che si ostina a negare l’esistenza di relazioni fisiche e biologiche che da sempre regolano la vita sul pianeta Terra.

Una “cultura falsa”, generata unicamente dall’uso del denaro come fine anziché come mezzo, e deprivata del suo ruolo autentico nel contesto sociale, va combattuta energicamente. La sgradevole alternativa sarebbe rassegnarsi a vegetare in una “bolla” terrificante spacciata per il suo contrario, ossia un mondo giusto, libero, prospero. Si tratterebbe infatti di un incubo, cioè di una percezione effimera della realtà, perché deformata dagli stessi surrogati che purtroppo già da tempo conosciamo bene: consumi senza limiti di ogni genere di merci, inseguimento forzato di mode giovaniliste, abuso crescente di anti-depressivi, ricorso smodato alle relazioni virtuali, tendenza a connotare la fisicità del corpo come essenza dell’identità personale… e altre false panacee.

La “cultura vera” invece svolge un ruolo ecologico importantissimo, perché ci obbliga a misurarci continuamente con il nostro “milieu”, vale a dire con tutto ciò che abbiamo intorno, e a regolarci di conseguenza. Gregory Bateson, uno dei più grandi antropologi del secolo scorso, direbbe probabilmente che dovremmo fare una lunga immersione “nell’ecologia della mente”. In effetti, è soltanto una diversa ecologia del vivere e del pensare che può aiutarci a uscire dalla crisi e dal dramma di questo momento storico. E deve essere chiaro che una tale transizione cognitiva non solo è possibile, ma porterebbe con sé promesse gravide di novità entusiasmanti.

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