Serge Latouche: Adieu, Oncle Bernard!

All’indomani della strage al Charlie Hebdo, Serge Latouche ha scritto, sulle pagine della Rivista francese La Décroissance, un intervento per ricordare una delle vittime, l’economista Bernard Maris [Tolosa 1946-Parigi 2015] collaboratore del settimanale satirico con lo psudonimo di “Oncle Bernard”. L’articolo è stato tradotto e pubblicato in Italiano dalla rivista “Grifone”. Su indicazione di Serge lo ripubblichiamo su questo sito.

 

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Quando alla fine della mattinata del 7 gennaio ho appreso che due gangsters armati di Kalachnikov erano entrati nell’edificio di Charlie Hebdo e avevano abbon­dantemente mitragliato la riunione di redazione che lì si teneva, mi sono subito preoccupato per la tua sorte. Eri lì? Eri stato colpito? Effettivamente sapevo che tu amavi partecipare con i tuoi amici disegnatori ed umoristi a queste riunioni al tempo stesso conflittuali ed amichevoli, e che, salvo cause di forza maggiore, tu non mancavi mai. Malauguratamente. Solo nel tardo pomeriggio è stato diramato l’elenco completo delle vittime e tu ne facevi parte.
Non mi soffermerò sull’orrore di questo attentato terroristico, né sull’immensa emo­zione che ha sollevato. Altri lo hanno fatto meglio di me. Io qui voglio solo ricordare l’amico e complice che tu sei stato per me.
Dunque non sentirò più la tua voce calorosa rivolgersi affettuosamente a me con un: «Salve vecchio brigante». Non vedrò più il tuo sorriso beffardo ed i tuoi occhi maliziosi quando tu arrivavi in uno di quei bistrots del quartiere latino dove ogni tanto noi avevamo l’abitudine di pranzare. Tu hai coltivato con passione l’ecclettismo sia nelle tue amicizie che nelle tue idee e separavi – e questo è tutto a tuo merito – la simpatia verso le persone, dall’adesione ai loro convincimenti, aperto a tutte le nuove teorie, disponibile verso tutti gli intellettuali e incuriosito dai politici. Io so che tu stimavi e ammiravi profondamente il tuo patrigno, lo scrittore di “destra” Maurice Genevoix, senza tut­tavia condividerne com­pletamente il pensiero. Con Mario Vargas Llosa, del quale avevi seguito la campagna elettorale in Perù, tu avevi trovato una persona rara: un immen­so scrittore rivoluzionario divenuto tardivamente un fan incondizionato della lady di ferro, e anche Michel Houellebecq è stato, a quanto pare, tuo amico, e – ne ero in ogni caso un po’ sorpreso – François Hollande e Manuel Valls ti invitavano al loro tavolo. Da buon giornalista, assiduo frequentatore di radio e televisione, colti­vavi le buone maniere, ed eri affabile con tutti. Tuttavia tu non hai mai rinunziato a nessuna delle tue convinzioni. Tu hai avuto delle fantasie, dei colpi di fulmine, ma le tue critiche sono state sempre senza compro­messi e le tue analisi sono state spesso molto lucide. Anche se, ad essere onesti, io non condividevo il tuo impegno in una crociata contro il terrorismo islamico, con un sentore di asse del male di sinistra memo­ria, e la tua partecipazione ad una marcia unitaria a fianco di Benjamin Netanyahu, Mariano Rajoy, David Cameron, Matteo Renzi, Angela Merkel e altri Juncker, tutti fedeli servitori dell’ordine neoliberale, a suo modo anch’esso terrorista, che tu combattevi. Anche se le tue critiche non sono state direttamente orientate contro l’oligarchia economico-finanziaria mondiale e l’imperialismo occidentale, tu hai denun­ziato incessantemente i «guru dell’economia che ci prendono per imbecilli» (vedi la lettera aperta a loro indirizzata, Albin Michel 1999). Piuttosto che un manuale di anti-economia tu hai scelto di pubblicare un antimanuale di economia (Éditions Bréal, tome I, Les fourmis, 2003; Tome II, Les cigales, 2006), preferendo l’economia radicalmente critica alla critica radicale all’economia. Hai comunque denunziato le disastrose conseguenze ecologiche di una economia che dimentica la natura. D’altronde, tu hai accolto con entusiasmo, nella collana che dirigevi per Albin Michel, il mio libro «L’irragionevolezza della ragione economica» (2001), del quale tu approvavi le idee sovversive, e poi «L’invenzione dell’economia» (2005), la cui conclusione si intitolava «Il crepuscolo dell’economia». Tuttavia, partecipando alla battaglia di ATTAC, tu hai riservato le frecciate più acute, e io non ti biasimo, contro il fondamentalismo ultra-liberista.
Tu lottavi per prima cosa contro la stu­pidità, da qualunque parte provenisse, e scommettevi, senza dubbio un po’ ingenuo ed elitario, sulla vittoria dell’intelligenza.
Di qui, probabilmente, la tua immensa ammirazione per John Maynard Keynes, il più grande economista del XX secolo. So­prattutto grande economista, ai tuoi occhi, dato che era anche filosofo e soprattutto esteta. Giustamente tu gli hai dedicato un bel libro: «Keynes o il cittadino econo­mista» (Presses de Sciences Po, 1999). Senza ricercare un’improbabile coerenza fra i diversi Keynes e i differenti Marx, tu conducevi una battaglia contro l’economicismo, mentre tenacemente ti proclamavi economista, utilizzando la teoria keynesiana contro il dogmatismo degli Hayek, Friedman e le lobby della Società del Mont Pelerin. Accanto al Keynes del rilancio che gli economisti hanno considerato, tu hai evidenziato anche un Keynes precursore della decrescita. Da qui gli studi pubblicati con i titoli «La povertà nell’abbondanza», «La fine del lasciar fare» e soprattutto: «Prospettive economiche per i nostri nipoti». Keynes, che, come scrivi tu (p. 92), non amava molto le previsioni, pensava tuttavia che verso l’anno 2030 la questione economica sarebbe stata superata, e la collettività pacificata si sarebbe dedicata all’educazione, alle arti, alla bellezza e, non dimentichiamolo, al culto dell’amicizia. Che cosa significa? Al di là della guerra economica, al di là anche della crescita sostenibile, c’è la stazionarietà alla John Stuart Mill, la comunità pacificata si dedica alle arti ed alle scienze, senza coercizione economica, libera dal suo bisogno di accu­mulare per accumulare e di trasformare il pane in pietre. Libera dalla dittatura degli interessi composti. Libera dalla crescita, dunque. Solamente, a differenza di Marx e Keynes, tu sapevi che la persistente barbarie della guerra del tutti contro tutti e contro la natura fino al collasso era più probabile dell’età dell’oro. Senza essere un obiettore di crescita militante, tu hai sostenuto, dall’inizio, la società della decrescita, segnalando i giornali, le riviste come Entropia o la rivista del MAUSS e i libri che sovente recensivi con humour e simpatia. A più riprese, quando noi ci incontravamo nei locali di Charlie Hebdo, o seduti a l’Annexe, tu mi presentavi i tuoi «complici». In questo modo noi abbiamo bevuto un bicchiere con il simpatico e rimpianto Gébé, l’autore indimenticabile dell’anno 01, ancora un precursore della decrescita.
In un certo senso, non è esagerato dire che sei stato vittima di un terrorismo nato come reazione contro quello più insidioso, ma ugualmente, se non più perverso, che tu hai combattuto, quello anonimo e planetario attuato dalla Banca mondiale, dal Fondo monetario internazionale, dall’O.M.C., ma anche da Monsanto e Goldman Sachs, tutti attori o gestori di una società dominata dalla religione della crescita e che con la raccolta dati della NSA (97.1 miliardi di dati numerici raccolti nel mondo fra l’8 febbraio e l’8 marzo 2013) supera tutto quello che Orwell avrebbe potuto immaginare. É anche contro questa megamacchina che finisce per schiacciare gli uomini e assassinare più insidiosamente, tramite i suoi funzionari di polizia, dei liberi cittadini come Rémy Fraisse, che protestava pacificamente contro l’imposizione di grandi opere che contribuiscono a rovinare il pianeta, che tu combattevi. Nessun capo di stato si recherà alla sepoltura di questi uomini.
In uno dei tuoi ultimi messaggi, inviato ad un amico ecologista, tu concludevi con «Non abbassiamo le braccia». É questo messaggio, magnifico, che noi ricorderemo di te, amico zio Bernard, e che la terra ti sia leggera!

 

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Di Bernard Maris, in traduzione italiana, si possono trovare i seguenti libri:

Lettera aperta ai guru dell’economia che ci prendono per imbecilli, Ponte alle grazie, Firenze, 2000.

O la borsa o la vita. La grande manipolazione dei piccoli azionisti (con Philippe Labarde), Ponte alle grazie, Firenze, 2001.

Antimanuale di economia, Tropea, Milano, 2005.

Capitalismo e pulsione di morte (con Gilles Dostaler), La lepre edizioni, Roma, 2010.

Houellebecq economista, Bompiani, Milano, 2015.

 

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